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Full text of "Archivio storico italiano"

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ARCHIVIO 



STORICO ITALIANO 



FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



E CONTINUATO A CURA 



DELLA R. DEPUTAZIONE TOSCANA DI STORIA PATRIA 



Anno LXXII - 1914 — Voi. I 






FIRENZE 

R. DEPUTAZIONE TOSCANA 
DI STORIA PATRIA 



ROMA 

ERMANNO LOESCHER & C. 
(W. Rbgbnbbrg) 



1914 



^ / 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 



Non mi accingo a parlare — avverto subito — di 
lina scoperta, né di un testo inedito; il serventese, a pro- 
posito del quale m'è riescito di determinare i fatti onde 
fu inspirato, è quello che, edito primamente dal Casini, 
fu in seguito ridato in luce dal Torraca, quindi, alcuni 
mesi or sono, ripubblicato con novelle cure dal primo 
editore (1). Questi unì alla più recente stampa anche 
una riproduzione a facsimile del documento, ma il for- 
mato di essa e il numero delle lezioni che a prima vista mi 
parvero sospette m'indussero necessariamente a ricorrere 
senz'altro all'originale. Frutto del riscontro (2) fu un 



(1) Cfr. T. Casini, -Letteratura italiana, storia ed esempi. I. Le Origini 
e il Trecento, Roma-Milano, 1909, pp. 450, 457-59; F.Tohrxca, A proposito 
di Bonifazio Vili, nella Bass. crii, della lett. ital., XVI [1911], pp. 28-32 ; 
Casini, Scritti danteschi, Città di Castello, 1913, pp. 39-50. Per compiere 
la bibliografia del serventese aggiungerò che la prima notizia d'esso fu 
data pubblicamente agli studiosi, per comunicazione del Casini, dal Tor- 
raca, Il canto XXVII dell'Inferno, nella Leotura Dantis del Sansoni, Fi- 
renze, 1901, pp. 12-13 (la conferenza fu dall' autore ristampata tra i 
suoi Studi danteschi, Napoli, 1912 : cfr. pp. 310-11) ; il dotto napoletano 
ne riparlò poi brevemente nella sua stampa del Chronioon di P. Canti - 
NFXLi, RR. II. SS.\ XXVIII, II, Città di Castello, 1902, p. 17, n. 6; 
accennò ad esso il Casini, Il canto I dell' Inferno, nella Lectura Dantis 
cit., Firenze, [1905], p. 24 (e cfr. la ristampa del discorso negli Scritti 
dant., pp. 35-36) ; ne trattò infine il Bertoni, Il Duecento, Milano, [1911], 
pp. 121-22, 251, 274. 

(2) Al quale mi venne qualche sussidio dalla pronta cortesia e pe- 
rizia del dott. S. Bemicoli, Direttore dell'Archivio Storico olassense; 
onde m'è grato rinnovargli qui i miei vivi ringraziamenti. 



ALDO FRANCESCO MASSERA 



testo assai largamente rinnovellato, col quale mi sembra 
utile aprir la via alle mie osservazioni. 

Il serventese, com'è noto, si trova scritto nella se- 
conda facciata, o interna, di nn doppio foglio membra- 
naceo, di grande formato, adibito sin dall'origine al- 
l'ufficio di coperta d'un registro notarile, o protocollo 
che dir si voglia (1). Infatti sulla prima faccia, ossia 
nel recto della carta che contiene il pregevolissimo 
monumento, è questa intitolazione: Quaternus protoco- 
lorinn ] Andree \ notarii '■ \ iSaucti Seucri de Eauenna \ in- 
ceptus sub M°CC \ LXXVJ • UH indictione. L'esame del 
registro, che fu fatto diligentemente dal Casini (2), ci 
permette <Ìi riconoscere in quell'Andrea notaio un An- 
drea de' Rodighieri di Forlimpopoli, che fu lo scrittore 
del protocollo tra il 127(> e il 128,S; a lui si deve anche 
la scrittura di ciò ch'è contenuto nelle pagine del foglio 
di coperta: nella seconda delle quali, dopo il serven- 
tese, è un' imbreviatura del 20 ottobre 1279, onde si può 
inferire sin d'ora che la poesia vi fu scritta « tra il 127() 
e il 1279 » (3). 



(1) Archivio Storico Comunale di Ravenna, Eeg. Classe 12. 

(2) Soritti dant., pp. 40-43. Il Casini nota che l' intitolazione del 
registro è quasi svanita e supplì con alcuni puntini tutta la prima riga, 
di cui propose una reintegrazione, che non ha ragion d'essere di fronte 
all'indubbia dicitura primitiva, ancora perfettamente leggibile. Più esatto, 
il Bertoni, op. cit., p. 274, diede - sulla scorta d'informazioni fornitegli dal 
Berniooli - il testo di quella prima riga, ma omise invece di riprodurre 
la seconda e la terza, e congiunse in immediata successione al nome 
Andree notarii le parole de Forliuio et Forumpopilio, le quali nell'originale 
si trovano a notevole distanza dal resto e designano semplicemente il con- 
tenuto del registro, « che è tutto di scritture jjer concessioni e rinnovazioni 
enfiteutiche di terreni e case possedute dal monastero di San Severo 
nei territori e nelle città di Forlì e Forlimpopoli » (Casini, p. 40). 

(3) Casini, p. 43; egli aggiunse: «più verosimilmente nel 1276, 
quando il notaio di Forlimpopoli iniziò il libro »: ma la data dev'essere 
alquanto ritardata, come sarà détto qui avanti. Meno bene il Bertoni, 
p. 274, disse copiato il sei-ventese tra il 1273 e il 1283. 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 



La trascrizione diplomatica del serventese, le cui 
dodici stanze son disposte sn due colonne (undici su 
quella di sinistra e l'ultima sull'altra), è la seguente: 

(E Venutu me Jntalento de contare ^ per Rima. — Aydadeo. 
(I El nouo asalimewto^ che fa^unu^ Jn sta ^ prima. 
(T Colordetradimewto taglada surda lima. * (1) 

C Queste lordene facto del piligrino Romeo. Or e«'' tendite. 

' CE sutilmeHte e tractu se toj-tu ual paleo. 
(L Talorse credei mactu hi sagù el bonel Reo. — 

(E Guelfi de bologwa mastri de la Rete, 



CE Segnor sen<;a uergogna se cojjuui uesapete. 

(E de lor terra besogna ^ che page le monede 

'" (E Guelfi ^ de Romagna luwbarde ilorentini. — 

CE Eli piane demo/ttagna an prisu caminu. 

CE Sucursu da lamagna be sogna cebilini. — 

CE ^e iienese lu vicallu ^ o mawdase caualeri.— 

CE sacata de'' no» farlu chel ditu e*" mewgunerj' 

'* CE Se nu ofejMla carlu'- de multe penserj*-\ 



Alor uecin.i'. 



En gra» mestere. 



uejftafalati. 



■ la lettura è cei-titninia, benché al Gatini paia enclvga da « una più attenta ispe- 
zione del manoscritto » ,- della nota tironiana corrispondente a con resta solo la parte 
occhio ta superiore, che si potrebbe scaìnbiare conoì, mentre la coda è sparita ^ priìna 
asalìrue^itu, con o rifatto da n '^ la prima lettera è detta dal Cas. vtia r identica a 
quella della parola Klina nella l. i, ossia maiuscola ,- <) invece indubbiamente una f, come 
dimostra il confronto con facto della l. 4 '' la J e la prima gamba della n son so- 

vrapposte ad, un'altra lettera, che pare una v ; sopra sta è una lineetta, gitasi segno 
d'abbreviatura, che non so però che vjlcio abbia " dopo la e e' è uti' asticella per- 

pendicolare, che, unendosi in alto con l'estremità destra del segno abbreviativo della u, 
ha potuto essere scambiata con un' J " prima fu, scritto bedogna '' la 1 fu fatta 

sopra una f ' fu scritto da prima vicaliu, poi la i fu allungata in 1 : il prolun- 

gamento, che non è diritto e parallelo alla prima 1, ina va obliquando sensibilmente 
verso quella, rivela a chiara vista la priìnitiva scrizione ,- innanzi alla sitlaba vi 
si vede poi uno sgorbio in forma di breve asta inclinata, la quale, malamente con- 
giunta col poco che resta visibile appunto della v e della i {nella metà inferiore obli- 
terata da una m,acehia della pergamena), ha dato origine alla falsa lettura del Gas. 
re callu : ora, che sia da escludere quel ru, prova il confronto con tutti gli altri casi 
in cui quesV ultitna sillaba figura veramente nel testo '■' la prima lettera della l. è 

certo una s lunga, come parve al Gas., ma la quinta non è una q né una r : solo la 
terza é incerta, m,a non saprei scorgervi che una o (Cas. (}) ; di de, che segue, la d è 
ridotta al tondo inferiore e restan poche tracce della parte superiore '" la sillaba 

tn di ditii par rifatta sopra una r ; di seguito a questa parola fu scritta la sillaba 
al, che venne poi soppressa con un tratto di penna e surrogata dalla e sovrapposta 
'■ la j finale è rifatta sopra o " queste prime parole sono, se non « affatto illeg- 

gibili » (come le disse il Gas.), certo poco chiare " la S finale è rifatta su o 



(1) Al posto di (|Uf!Sto seguo h noli' ori^i inde il nome Guido de po- 
le[u]ta; vedremo tra lue ve che cosa ciò siguiiiclii. 



ALDO FRANCESCO MASSERA 



(E Enfraglasalidore edordene tìe frate. 



.use * de se rore et ul tra mare crosate. 
,..e^ sono li malore de^ multi seguetate. 



Ecreduti. 



Enquesto * saltu pronti en dire et fare arguti. — Esere ancliora 
fugen ^ de mescuwti che stawnu Ancura muti, 
che schiuanu per punti che non uoglo ueduti. — 

Sforgu mow, Btvangva,nde Remore elapaura. 1 Glie desta. 

per romag/ia se spande nulla parte segura. 1 
che no porta * girlande che fa fortece emura.—' 



•I 



cho me usu de guerra cho si andara. 

Talne ^ crede aguistar terra che le perderà 
Tutta Eomagna e en erra^ batagla pur sera. — 

la quila esalita etorno eroino lo * nido.— 
Euole sere onida*'' da tal che nolo ftdu". 
perdeo dia ulta alai tu*- conte Guido. 



se corneo credo. 



de. morttefeltro. 



Fol no stia in statu clie dalui enula feltro. 

En leuore se auawcatu el leone asali In A^eltro*'. 
Che paragunato sei oro o peltru. 

Enguesto no« et elme 



del sapere. 



dure la sentenza p olere^*. 

Endeo eia potenza el so uolere. - 



male. 



• qui e nella l, »eg. una lesione della pergamena rende illeggibili le prime 
lettere ,- sulla u di use è un segno di abbreviazione che doveva abbracciare anche una 
o due delle lettere precedenti ^ dallo spazio si può arguire che qui manchino cinque 
o sei lettert ' prima del, con la 1 soppressa da una piccola barra '* o En- 

guesto ? cfr. l. 34 ; le due parole son appena visibili ' la lettura è estremamente 

incerta^ trattandosi di ombre più, che di segni ,• solo la t è in parte riconoscibile, ma 
negli elementi che ha comuni con la s lunga .- le due ultime lettere, invece che en, po- 
trebbero essere on ° al Oas. il ms. « più attentamente osservato sembra dare poira » : 
non è vero ' Tal lessero il Oas. nella priina stampa ed il Torraca ,- da ultimo 

a quello parve d'essersi ingannato per avere scambiato la paraffa con una onaiuscola 
e sostituì alcun, lezione che gli sembrò * indubbia quanto alla materialità paleo- 
grafica » : invece, convien ritornare a Tal (il segno (£ è visibile innanzi la T), fondan- 
doci per la prim,a lettera anche sul confronto con V iniziale della l. seg. ; solo si po- 
trebbe esitare se leggere Talue o Talne ' par che sia era (con e assai somigliante ad 
una T), sormontato dal segno abbreviativo della r, e non è esatto che questo gruppo 
di lettere sia scritto in tnodo identico al terra, della l. prec, come afferma il Oas. 
" o rifatto sopra a '" la o di Euole è poco leggibile, ma certissime sono la s lunga 

di sere e /a o di onida •' anche qui il Oas. confuse la prima o di nolo coti e, e 

la f di fldu con s ; il Torr. lesse giustamente '^ u di uita e tu di alaltu, male 

interpretati dagli altri editori, sono certissimi '* auancatu (con t rifatto su d) 

è eerto una svista del menante per auan9ata ; asali lu è sicuro, anzi che asaliul letto 
dal Oas. ,- la v di veltro è rifatta sopra j "■ Ze parole e lettere mancanti, in 

questa l. e nella superiore, sono state com,pletamente distrutte da utia macchia che pare 
d' umidità. 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 



Su questo fondamento si può ormai stabilire la le- 
zione definitiva del prezioso serventese: 



Venutu m'è in talento 
El novo asalimento 
Co l'or de tradimento 

Quest'è l'ordene facto 
Sutil[e]mente è tractu 
Talor se cred'el inaotu 

Guelfi de Bologna, 
Segnor sen^a vergogna 
De lor terra besogna 



de contare per rima 

che fayunu in sta prima 

taglad'a surda lima, 

Ayda deo! 

del piligrin(o) romeo. 
se tortu va '1 paleo, 
lu sa^u e '1 bon el reo: 
Or entendite. 

mastri de la rete, 

secon' vui ve sapete, 
che page le monede 
A lor vecini. 



Guelfi de Romagna, Lumbard'e Fiorentini 

En pian ed e[nj montagna àn prisu caminu ; 



" Sucursu da la Magna 

Se venese lu vicallu 
S'acata, de non farla. 

Se nu' ofenda Carlu, 

so 

Èn fra gl'asalidore, 

use de serore 

[Qu,est\e sono li malore, 

'• En quest'asaltu pronti, 
Pugen de mescunti 
Che schivanu per punti 

Sforyu monstran grande ; 
'" Per Romagna se spande. 
Che no porta girlande 



Chom'è usu de guerra. 

Tal ne crede aquistar terra, 

Tutta Romagna è en erra: 



besogna, Cebilini, 

En gran mestere. 

o mandase cavaleri! 
eh' el ditu è menyuneri, 
de multe [li] penseri 
Venta falati. 

ed ordene de frate 
et ultra mare crosate: 
de multi seguetate 
E creduti. 



en dire et fare arguti, 
che stannu ancura muti, 
che non voglo[n] veduti 
Esere anchora. 

remore e la paura 
nulla part'è segura: 
che fa forte ce e mura, 
Che desfà. 

chosì [or] andarà; 

che le perderà; 
batagla pur sera, 
Secom'eo credo. 



ALDO FRANCESCO MASSERA 



L'aquila è salita e tornò e roinò lo nido, 

E voi eeere onida da tal che no l'ò fidu; 

Per deo, dia vita a l'altii conte Guido 

De Montefeltro. 

Fol no stia in statu, ched a lui è nula Feltro! 

En levor(e) s'è avan^atu el leone asalì 'l(u) veltro? 

Clì'è paragunato s'è l'oro o [lo] peltru, 

Del sapere. 

En questo non è t[..en9a] [t^i"e]; 

Dur'è la sentenza p olere; 

En deo è la potenza, e l[o] so volere 

È '1 me[n] male (1). 




(1) Attribuisco ai segni [ ] e ( ) il valore consueto. Ija misura dei versi, 
è in generale ben osservata nella trascrizione di ser Andrea; non v'è 
quindi bisogno di tanti emendamenti, quanti propone il Casini per « re- 
stituire la regolarità » (pp. 45-46), perchè i rigorosi criteri moderni non 
posson aver vigore assoluto per questa poesia serailetfceraria, ch'è sopra 
tutto ritmica. L'armonia del verso è in essa determinata non tanto dal 
numero delle sillabe, quanto dalla distanza che separa i due accenti prin- 
cipali, dei quali uno cade di regola sulla penultima sillaba della serie e 
uno quattro sillabe innanzi. Poiché, nella maggior parte dei casi, a questa 
prima sillaba accentuata precede una sillaba atona, si avrà un vero e 
proprio settenario dallo schema 

ma per nulla si deve considerar danneggiata l'armonia se quella sillaba 
atona manca o se, invece di una, se ne hanno due. Abbiamo quindi gli 
altri schemi: 

(come nei vv. 9', 9=, 13', 14\ 26', 29', 34% 37', 41', 43', 43% 46', 47^) e 

(come nei vv. 17', 23', 34% 4P). La stessa regola si avvera anche pel ver- 
setto di chiusa delle stanze, ch'è normalmente del tipo 

ossia quinario, ma appare anche nella forma 

(vv. 24, 32, 44, 48). Eccezionali sono otto vv. maggiori (1% 11', 22% 30', 30% 
.31^ ; 21', 35') e due minori (20, 28), lo schema dei quali è, rispettivamente. 

Quanto alle emendazioni, lasciando da parte le ovvie (5"^ piligrin, 6' Su- 
tilemente, 25' quest'asaltu, 42' levor, 42^ 'l veltro, 47* lo so volere, 48 men), son 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 9 

Venuto m'è desiderio di narrare in versi il nuovo assalto 
clie fanno quanto prima (1), con l'oro del tradimento distribuito 
sordamente, ahimè! 

Questa (di cui dico) è la trama fatta dal pellegrino che andò 
a Roma; ma non va dritto il paleo ch'è lanciato sottilmente, e ta- 
lora il matto è creduto saggio e il buono malvagio (2). Or udite. 

I Guelfi di Bologna, maestri dell'intrigo, signori — come voi 
sapete — senza vergogna, vogliono pagar moneta di lor terra ai 
loro vicini. 

I Guelfi di Romagna, i Lombardi e i Fiorentini lianno preso 
cammino in piano e sui monti ; è necessario un soccorso dalla Ger- 
mania, o Ghibellini! 

Venisse il vicario imperiale (3) o almeno mandasse un aiuto di 
cavalieri ! Se, del non far ciò, egli accatta (il pretesto) clie le voci 
diffuse son bugiarde, i pensieri di molti risulteranno (4) errati, qua- 
lora ci offenda Carlo. 

Tra coloro che si preparano all'assalto sono ordini di frati.... 
di suore e crociati d'oltremare: questi son i maggiori, e molti 
li seguono. 

Pronti a quest'assalto, sottili nel parlare e nell'operare, si na- 
scondono (5) (tali) clie ancóra stanno zitti, poiché schivano (la 
gente) perchè (6) ancóra non voglion esser visti. 



debitore al Casini delle seguenti : IB' li aggiunto ; 2T^ n aggiunto in 
fine a voglo ; 43- lo aggiunto. In 14' il Casini stampò en come se la n 
fosse indicata nell'originale : il che non è. Quanto alle varianti delle 
due edizioni del Casini e di quella del Torraca, non mi pare che valga 
la pena di appesantirne questa nota. 

(1) fd^unu, da faciunt ; in sta prima, in ista piuma (hoka) : il Ca- 
sini spiegò già ista come issa ' adesso ', poi tutta la frase come ' prima- 
mente, in primo luogo '. 

(2) Intendo : • le trame troppo sottili, come quella del pellegrino 
romeo, non vanno a finir bene, e talora le apparenze sono fallaci '. 

(3) La forma vioallu fu ridotta cosi (come è detto nelF apparato 
critico, p. 5 variante 8) da un'originaria vicaliu, verisimilmente per assicu- 
rar meglio 1' assonanza con farlu : Carlu. E già, forse, questa medesima 
ragione aveva presieduto al mutamento del pi'imitivo vioariu in vicaliu. 

(4) Per venta ' diventa ' cfr. ventato presso il Monaci, Crestomazia 
ital., 1912, p. 251, V. 20. 

(5) « Meiscunti è chiarissimo : vale sconosciuti (francese méconnus, pro- 
venzale mesconogutz) ». Così il Torraca. Leggendo correttamente mesounti 
in 1. di meiscunti, io ritengo che fZe w*e«0MM/i sia una locuzione avverbiale. 

(6) Intendo così l'espressione per punti che, quasi ' per motivi che'. 



10 ALDO FRANCESCO MASSÈRA 

Minacciano grande sforzo ; la voce e la paura se ne spandono 
per la Romagna e nessuna parte sta senza timore: che non porta 
ghirlande in capo (1) chi fa fortezze e mura e chi le abbatte. 

Come avviene in guerra, così andrà ora : e alcuni, che credono 
di acquistar signoria, la perderanno ; tutta la Romagna è in sub- 
buglio (2) e, a mio parere, vi sarà battaglia. 

L'aquila è salita (in potenza) e ritornò e guastò il suo nido, 
e sta per essere coperta di vituperio (3) da tale eh' io non ho per 
fidato; Dio conceda vita al nobile conte Guido di Montefeltro! 

Non rimanga stoltamente nella sua condizione, poiché nulla 
è per lui il Montefeltro : o forse s' è trasformato (4) in lepre quel 
leone (che) assalì il mastino ? Ormai egli è venuto al paragone se, 
in quanto a senno, è l'oro o il peltro. 

In lui non è ; la sentenza è dura ; ogni po- 
tenza è in Dio, e ciò ch'egli vuole è il meno male. 

Una siffatta poesia è, indiscutibilmente, il grido di 
allarme che lancia un cantor ghibellino per denunziare 
a compagni di fazione preparativi minacciosi dei Guelfi. 
Ma a quale avvenimento storico essa si riferisce? Il 
Casini, che attribuì da prima al 1276, senz'altro, il ser- 
ventese (5), ne collegò poi l'argomento « all'espansione 
del guelflvsmo bolognese in Romagna al tempo del re 
Carlo I d'Angiò >, ma ammise che « il fatto partico- 
lare, che gli die occasione, resta sconosciuto » ; pure, 
considerando l' invocazione al sucursu da la Magna del 
V. 15 e ritenendo che dopo il 12(58 nessun aiuto del 
genere potevano aspettarsi i Ghibellini italiani, suppose 
composta la poesia proprio « intorno al 1268 », e non 
posteriormente a quell'anno (6). Aderì a quest'opinione 



I 



(1) Come in tempo di festa e di pace. 

(2) Erro, a cui accosto erra del nostro serveutese, vale ap^junto 
' errore, confusione '. 

(3) « Onita, fr. honnie, vituperata » (Torraca). 

(4) Avanzato, dice, con un' ironia condizionata, il testo. 

(5) Di questa datazione egli (cfr. Il canto I dell' In f., cit., p. 24; 
Scritti ddnt., pp. 35, 49) non disse però mai le ragioni. 

(6) Letter. ital., pp. 450 e 457, e ivi le annotazioni ai vv. 39 e 53. 
Cfr. anche Fann. 75 a p. 458. 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 11 



il Bertoni (1); ma il Torraca, ottimo conoscitore della 
storia romagnola del medio evo, spostò la data d'al- 
quanti anni e, per considerazioni che qui non è il caso 
di riferire, fece cader la composizione del serventese 
€ tra r estate del 1273 e P inverno seguente » (2). E 
il primo editore ha mostrato recentemente di tenersi 
pago a questo risultato, pur osservando che « resta an- 
cora qualche dubbiezza » e che « la questione merita 
ulteriore studio » (3). 

Accingendomi a questo studiò, per l'appunto, vidi 
subito come in sommo grado importi l'identificazione 
del piligriìi romeo nominato nel v. 5 quale autore dell'or- 
dene che lamenta il serventese, cioè del novo asalimento 
preparato dai Guelfi. Il Torraca non prestò attenzione 
all'accenno (4),* il Casini sì, e sagacemente sfiorò con un 
ragionevole sospetto la verità, quando scrisse a com- 
mento del V. 5: « Si accenna a un personaggio inde- 
terminato, recatosi a Roma o venuto da Eoma, per fa- 
vorire 1' azione dei Guelfi : nel margine, superiormente 
a questo verso, è segnato il nome di Guido da Polenta, 
a cui ben potrebbe riferirsi l'allusione » (5). Ma di un 
viaggio a Eoma di Guido da Polenta si han notizie? 

Apro la Marcha del riminese Marco Battagli, ormai 
nota compilazione storica, non scarsa per altro di tratti 



(1) Op. cit., pp. 122 ^« circa nel 1267 ») e 251 (« circa 1268 »). 

(2) A proposito di Bonifazio FUI, cit., pp. 30-31. A queste conchiu- 
sioui del Torraca pare stesse contento E. G. Parodi, Bull. d. Soo. dant. 
ital., N, S., XVIII, p. 274, nota. 

(3) Scritti dant., pp. 49-50, 

(4) E si può af^giuugere che gli sfuggì del tutto il senso del passo, 
avendo egli osservato al v. 5 : « Per ordene intendo le sentenze seguenti 
[quelle dei w. 6-7], ohe il rimatore attribuisce al pellegrino ». 

(5) La nota, di cui ometto 1' ultima clausola, contenente qualche 
inesattezza e, sopra tutto, inutile all' assunto mio, passò dalla prima 
alla seconda edizione del serventese (Lett, it., p. 4.57, ann. al v. 43; Sor, 
dant., p. 46). Per il glossema duido de j)oh'[n]ta cfr. qui, n. 1 alla p. 5. 



12 ALDO FRANCESCO MASSÉRA 

originali importanti, la quale, terminata di scrivere 
nel 1355, fu da me ultimamente edita nella ristampa 
della collezione muratoriaua; e, in una rubrica tra le 
ultime del libro IV, leggo: 

Et sic etiam postea dominus Malntesta de Ari- 
mino et Guido de Polenta de Ravenna et Guido 
de Rau de Cesena, jìto despectu comitis Gui- 
donis de Monte Feretro, qui cum parte gebel- 
lina et Lambertatiis de Bononia in Romandiola 
partem ecclesie opprimebat ac ipsos infestabat, si- 
mul unanimiter Romam vadunt et, ut potuerunt, 
provinciam Romandiole romane ecclesie 
concesserunt (1). 

Ecco il miglior commento storico del serventese: 
le trame del romeo Guido da Polenta, il tenebroso prepa- 
rarsi dei Guelfi alla riscossa, l'appello del cantore ghibel- 
lino ai suoi compagni di parte, quella minacciosa evo- 
cazione del conte di Montefeltro: tutto ormai si spiega, 
e dall'oscurità la nuova interpretazione della poesia si 
leva, con pienezza d'efficacia, chiara e squillante come 
una tromba di guerra. E dileguano pur le minime dif- 
ficoltà ermeneutiche: l'aquila, per esempio, che è .srtZ#rt 
e tornò e roinò lo nido (v. 37), non è « in genere il "santo 
segno " del partito ghibellino » ovvero « 1' insegna 
della città di Forlì, l'aquila nera in campo d'oro » (2), e 
né meno fa pensare a Oorradino di Svevia e alla sua 
venuta in Italia (3); è semplicemente « l'aquila da Po- 
lenta » {In/., XXVII, 41), tornata e salita in signo- 
ria — Guido minore da Polenta, il romeo, era tornato 
in Ravenna per forza d'armi e con l'aiuto dei Mala- 



I 



(1) im. II. aSvs.% XVI, III, p. 14; ii. i-h. 

(2) TORRACA, op. oit., p. 32. 

(3) Casini, Lett. it., p. 458, ami. al v. 75; Bkutoni, op. cit., p. 121. 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 13 

testi nel 1275 (1) — , e ora intesa, a detta del poeta 
avversario, a guastar il suo nido: la città, cioè, che, 
notevole riscontro d'immagine con Dante, ella « si 
cova ». E pel leone e pel veltro del v. 42 non occorre 
pensare ai simboli della guelfissima Bologna e dell'im- 
pero, o, inversamente, dei Ghibellini e dei Guelfi. (2): 
una più accurata lettura, col sussidio di un'opportuna 
interpunzione, ci mostra che il verso non contiene se 
non un retorico stimolo al conte di Montefeltro, il leone 
che mal si potrebbe mutare in lepre dopo aver vinto 
il veltro-, allusione, questa, molto probabile e quasi si- 
cura « al Mastin vecchio da Verucchio, il quale contro 
Guido condusse l' esercito bolognese nel 1275, e fu 
vinto, il 13 giugno, al ponte di S. Procolo » (3). E, a 
proposito dei Guelfi di Bologna, quali saranno le mo- 
nede de lor terra'ì I holognini o le lire di holognini d'ar- 
gento, hanno detto (4); ma resta ben più robusto il con- 
cetto se s'intenda di moneta metaforica e si pensi a 
quel che i Geremei avean fatto nel 1274 ai Lambertazzi : 
quello appunto che i primi aiutavano fare ai lor vi- 
cini di Romagna. Ben mise il Torraca in rapporto l'ac- 
cenno al siicursii da la Magna (v. 15) con la persona 
del nuovo re di Germania e dei Romani, Rodolfo d'Abs- 
burgo (5) ; questi, come depositario dei diritti dell' im- 



(1) Cfr. RiccoBAi.DO i>A Fkurara, Pomerium ravennatis eoclesie, nei 
KR. TI. SS., IX, col. 141; Battagli, Marcha, ediz. cit., p. 39; H. Eubei, 
Histoi-iarum ravenn. libri X, Venezia, 1590, p. 449. 

(2) Casini, Lett. it., p. 458, ann. al v. 80; Torraca, p. 32. 

(3) Torraca, p. 32. Ben inteso, non ammetto con ciò che possa 
esistere una qualsivoglia analogia sostanziale tra il nome, meglio comune 
ohe proprio, di mastino, usato da Dante — a cui corrisponderebbe il 
veltro del serventese — e la personalità storica di Malatesta da Verucchio; 
di quei rapporti, con cui fantasiosi eruditi municipali vollero attaccare 
la stirpe di questo alla famiglia Mastini di Pennabilli, ha fatto giustizia 
appunto il Torraca, Bull. d. Soo. dant., N. S., X, pp. 437-39. 

(4) Torraca, p. 28 ; Casini, Scritti dant., p. 46. 

(5) Torraca, p. 31. 



14 ALDO FRANCESCO MASSÉRA 

pero, aveva legittimamente V alta sig^noria sulle terre 
romagnole, alta signoria che i Guelfi denunziati nel 
serventese s'apprestavano a scuotere, favorendo le mire 
della Chiesa di Eoma, la quale infatti dal 1278 in poi 
l'esercitò per mezzo di conti nominati dal papa(]). In 
rapporto con quell'atteso aiuto di Germania è la con- 
secutiva invocazione al personaggio che salta fuori adesso 
da una più attenta lettura, il vicario: Eodolfo, cancel- 
liere imperiale, che ai Eomagnoli aveva promesso il 
prossimo arrivo del sovrano nel solenne parlamento di 
Faenza del 3 novembre 1275 (2), e che documenti di 
questo medesimo anno e del successivo qualificano vi- 
carius generalis dell' impero in Eomagna e in altri 
luoghi (3). L' intervento di Carla, Carlo I d'Angiò, nelle 
cose di Eomagna, è, in fine, accertato storicamente: 
nel 1276 egli aveva dato per podestà ai Bolognesi Eic- 
ciardo di Beauvoir, il quale condusse seco molti cava- 
lieri ; nel 1277 la « maxenata Francixenorum » o « fran- 
cixena », che aveva sede in Imola, riportava vergogna, e 
gravi perdite, da uno scontro coi Ghibellini di Faenza 
presso Toranello (4). 



(1) Per la storia dei lunghi e laboriosi ncfioziati tra Rodolfo e la 
Chiesa intorno alla Romagna, sino alla definitiva rinunzia del primo, è 
fondamentale la trattazione del Ficker, Foruchungen zur Reiohs- tind 
Reehtsgesch. Italiens, II, Innsbruck, 1869; §^ 885-86, pp. 451-57. 

(2) Cantinklli, Chronieon, ediz. cit., p. 23. 

(3) Cfr. Ficker, op. cit., II, p. 451 ; III, pp. 451-52. In un docu- 
mento del 6 dicembre 1275 il cancelliere Rodolfo è chiamato sacri imperii 
in Lombardia, Komaniola ac Aquileiensi patriarchatu et Marchia Tai^visina 
vicarine generalis ([FantuzzjJ, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo, III, 
p. 119) : in un altro del 30 marzo 1276 è detto legatus et vicarius generalis 
romani imperii in Lomhardia, Marchia Tarvisina, patriarchatu Aquileiend et 
Romandiola (Muratori, Delle antichità estensi, II, p. 31). Sembra che il 
re Rodolfo designasse anche a rettore della Romagna il conte Enrico 
di Fiirstenberg, ma nei documenti italiani questi è qualificato solamente 
come legato regio (Ficker, II, p. 451) ; ritengo pertanto che l'allusione 
del serventese non si possa riferire a lui. 

(4) Cantinelli, pp. 12-13 ; Toeraca, p. 31. 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 1277 15 

Quando ebbe luogo il viaggio del Polentano a 
Eoma? Nessim'altra fonte storica oltre alla Marcila, a 
mia saputa, ne parla; ma io ritenni di poterlo asse- 
gnare, sia pur dubitan<lo, all'anno 1277 (1), sul fonda- 
mento di un passo dei preziosi Annales caesenates, ove 
si legge l'unica testimonianza della sottomissione di 
quei magnati guelfi alla Chiesa: 

In scriptis non reperii, sed relationibus didici an- 
tiquornin, qnod uno vel duobus annis post premissam 
Reversani captionem dominus Thaddeus de Petra- 
rubea, dominus Malatesta de V^eruclo, dominus 
Guido minor de Polenta et frater Alberieus de Fa- 
ventia tradiderunt provinciam Eomaudiole ecclesie 
romane (2). 

PJ che il serventese appartenga davvero al 1277, 
e, più propriamente, all' ottobre o alla prima metà di 
novembre di quest'anno, ci mostra all'evidenza una pa- 
gina del Oantinelli, d' onde si cavan notizie copiose 
circa quei certi aiuti prestati ai Guelfi romagnoli dalle 
città di Lombardia e da Firenze, ai quali accenna il 
V. 13. Ecco il raccónto del cronista (3). 

Due cittadini di Forlì, messer Paganino degli Ar- 
gogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, fuorusciti dalla 
patria, s'eran rifugiati in Firenze come ribelli e banditi 
del loro Comune e avevano cominciato trattative coi 
Guelfi fiorentini e coi Geremei di Bologna, promettendo 



(1) Battagli, Marcha, ediz. cit., p. 14, n. 5. 

(2) RI{. II. SS., XIV, coli. 1104-5. La presa del castello di Rever- 
sano avvenne ai primi di settembre del 1275: cfr. ivi, col. 1104; Can- 
TINELM, pp. 21-22. 

(3) Ediz. cit., pp. 24-26 ; io mi limito a darne un largo riassunto. 
Alla narrazione del Cantinelli si attenne anche R. Davidsohn, Geschiohte 
von Florenz, II, ii, Berlin, 1908, pp. 134-35; non esattamente il Tosinghi 
vi è chiamato Baschiera, eh' era il nome di suo padre. 



16 ALDO FRANCESCO MASSÉRA 

i ^ 

di consegnare, d'accordo coi loro amici di Forlì, questa 
città. I Geremei mandarono allora ambasciatori a Fi- 
renze per stringere il trattato e, dando ostaggi e ga- 
ranzie, assoldarono 700 stipendiari, cresciuti poi sino a 
mille, dei quali furon duci il conte Guido Selvatico di 
Dovadola e messer Bindo del Bascliiera Tosinghi. Inoltre 
gii stessi Geremei mandarono a cercare altri stipen- 
diari, e « de Lombardia habuerunt a ci vitate Parme 
VI" stipendiarios, et a civitate Regii ii", et a civitate 
Mutine II" stipendiarios habuerunt, quos omnes se- 
cum duxeruut ». Mandati 400 stipendiari a Ravenna, 
il 4 d'ottobre 1277, ch'era un giovedì, i Bolognesi coi 
detti Lombardi uscirono dalla città e si recarono ad 
Imola. Era stato preordinato che, in un giorno stabi- 
lito, il conte Guido Selvatico colle milizie liorentine 
dovesse passare i monti e scendere nel distretto di Forlì; 
i Geremei intanto si sarebbero avanzati verso Faenza 
per impedire ai Faentini ed ai Lambertazzi di soc- 
correre i Forlivesi. Infatti il conte Guido coi suoi passò 
nel territorio di Forlì, provocando sedizioni nel con- 
tado (tra le altre (]uella di due personaggi danteschi, 
Rinieri « pregio e onore » della casa da Oalboli e il 
« buon Lizio » di Valbona) e spingendosi sino al borgo 
di Oivitella; ma qui si fermarono le conquiste. La do- 
menica 14 novembre, i Forlivesi coi Lambertazzi e Faen- 
tini, sotto la condotta di Guido di Montefeltro, assa- 
livano Oivitella e ripigliavano il borgo, facendo strage 
dei difensori, quasi tutti ribelli e fuorusciti del Comune 
livìense ; alla brutta notizia il conte Guido Selvatico 
« cum tota gente sua et stipendiariis de Florentia in 
fugam conversus, pertransiendo alpes, versus Floren- 
tiam iter arripiunt, relictis armjs et someriis atque 
equis plurimis intra viam ». Allora i Bolognesi, che 
stavano a Imola, dopo essersi recati una mattina con 
tutto il loro « guarnimento » sino al ponte di San Pro- 



IL SERVENTESE ROMAGNOLO DEL 4277 17 

colo ed esservisi alquanto fermati, udita poi la rotta 
dei Fiorentini, ritornarono a Bologna. 

L'autore del serventese dovè, nell'assistere a questi 
disastrosi esiti del novo asalimento, ripensar con intima 
esultanza le esortazioni da lui rivolte al conte di Mon- 
tefeltro, che aveva mostrato una volta di più di non 
esser divenuto una lepre, e, messo al paragone, aveva 
provato se, in fatto di saggezza, egli era Poro o il peltro. 
Non dissimile soddisfazione sarà stata quella del buon 
sere Andrea de' Eodighieri, il notaio di Forlimpopoli, 
alle cui simpatie ghibelline, s'io non m'inganno, dob- 
biamo la conservazione del ragguardevole monumento. 

Fresco fresco egli lo raccolse e, a serbarlo dure- 
volmente, l'albergò nella coperta del suo protocollo 
cominciato pochi mesi innanzi (1), inconscio certo che, 
per averci conservato quella voce appena affievolita di 
un'età così tumultuosa d'odi e di guerre, delle quali anche 
l'eco ormai quasi tutta s'è spenta nei ricordi, il suo 
nome sarebbe stato ripetuto con simpatia da qualche 
lontano frugatore di antiche memorie. 

Rimini. Aldo Feancesco Massèra. 



(1) Cfr. qui addietro, p. 4. 



Le riforme di Gioacchino Murat 

nel primo anno di regno 



Sommario. — Esordio. — I. Finanze. 1. Arretrati e debito pubblico; 
2. Imposte dirette : 3. Contribusioni indirette ; 4. Entrate straor- 
dinarie e demani ; 5. Banche ; 6. Biordinamento dell'ammini- 
strazione. — IL Governo delle provincie e accentramento. — 
III. Lavori pubblici. — IV. Agricoltura, industria e com- 
mercio. — V. Riforma giudiziaria. — VI. Brigantaggio. — 
VII. Culto, beneficenza, ecc. — Vili. Istruzione pubblica e 
cultura. — IX. Riforme militari. — X. Conclusione. 

La convenienza politica e familiare che mosse il 
Bonaparte a porre sul trono di Napoli Gioacchino Murat 
non gli impedì di lanciare contro di lui taluno di quei 
suoi giudizi aspri e decisi che accompagnano nella sto- 
ria come una condanna gli uomini che colpiscono 
La maggior parte degli scrittori, specialmente fran- 
cesi, chiamando il Murat guerriero impareggiabile, ma 
uomo di stato assolutamente inetto, ha in certo modo 
vendicato sulla sua bella operosità interna il tradi- 
mento del 1814. L' Espitalier, ultimo e assai diligente 
indagatore degli screzi che turbarono le relazioni dei 
due cognati (1), ha molto nettamente preso partito per 
l'Imperatore ed ha voluto anche giustificarne la dif- 
fidenza col precedente del Granducato di Berg, la ge- 



(1) EspiTALiKR, Napoléon et le roi Murat, Parigi, Perrin, 1910. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 19 

stione del quale era stata un « vrai modèle du pillage 
organisé et legai »(1); ma non ha riflettuto che il Murat, 
educato alla scuola rapinatrice della Rivoluzione e del- 
l'Impero, proprio quando si provò a mutar sistema a 
benefìcio della sua patria adottiva, più acerbe critiche 
e più minacciosi rimproveri si ebbe dall'Imperatore. 
Ma se gli studiosi francesi hanno soprattutto insistito 
sulla sleale italianità del re di Napoli, i nostri si può 
dire non abbiano veduto di lui altro che il tenta- 
tivo unitario del '14 e '15 : preoccupati di ritrovarne 
i precedenti e di criticarne l'esecuzione, si sono limi- 
tati a parlare delle riforme militari e delle ragioni per 
cui quell'esercito, pur così amorosamente accresciuto e 
curato dal re, non fu nel cimento supremo pari alla 
speranza. Ai Francesi insomma il Murat appare sol- 
tanto come un indocile e ribelle luogotenente di Na- 
poleone, agli Italiani come un primo e utopistico as- 
sertore d'indipendenza. L'attività mirabile dei primi 
tempi del suo governo, la vasta opera legislativa, gli 
sforzi assidui per dare allo Stato una vita autonoma 
ed un assetto moderno, sono stati quasi del tutto tra- 
scurati. A noi, mentre ci accingiamo a dar fuori uno 
studio generale sulla legislazione murattiana, non sem- 
brò inutile esaminare rapidamente in queste pagine l'at- 
tività del re fino a mezzo il 1809; che subito in quei primi 
mesi si manifesta nelle linee vigorose, se non sempre 
sobrie, il suo ampio e un po' disordinato programma 
di governo. Gli avvenimenti esteriori dal 1808 al 1815 
sono ormai noti, e ben poco di nuovo può, a parer 
nostro, venir fuori pur dalle carte inedite degli Archivi 
pubblici e privati ; ma riguardo all' amministrazione e 
alla politica interna di quel periodo, non si sono sfrut- 



(1) ESPITAI.IKR, Op. Cit., p. 5. 



20 ROBERTO PALMAROCCHI 

tate nemmeno le fonti edite: nessuno, per esempio, ha 
osato finora metter le mani fino in fondo nella vasta 
congerie di materiale greggio e indigesto che è il Bui- 
lettino delle leggi del Regno di Napoli. 

I. Finanze. - 1. Arretrati e debito pubblico. — Se la 
liquidazione del granducato di Berg sollevò gran chiasso 
di reclami e d'inchieste, la partenza di Giuseppe da 
N'apoli non lasciò dietro a sé minore strascico di di- 
scussioni. I suoi decreti antidatati, la nomina di mol- 
tissimi funzionari, la promulgazione frettolosa di una 
carta costituzionale resero disagevoli i primi passi del 
nuovo sovrano. Un colpo non indifferente fu dato da 
Giuseppe alle finanze del regno col pretendere all'im- 
provviso tutto l'arretrato della lista civile (191.000 du- 
cati solo per il 1807) e col prelevare forti somme dalle 
casse dello Stato per fare doni ai suoi amici (1). Si può 
quindi ritenere che se il malumore fece anticipare al 
Murat il suo giudizio, quando, prima di muovere verso 
Napoli, biasimò l'amministrazione di Giuseppe, egli fu 
nel vero più tardi (2) affermando ripetutamente lo stato 
deplorevole delle finanze. Le casse infatti erano vuote ; 
enorme il disavanzo ; il soldo arretrato di circa 7 mi- 
lioni di franchi; i 3 milioni di fiorini del prestito di 
Olanda quasi tutti consumati, in gran parte per pa- 
gare il fastoso trasferimento della Corte in Spagna. 



(1) In un rapporto del 5 luglio 1808 (Parigi, Aechives Nationa- 
L,ES, AF^v, 1714 A) i doni sono così specificati : 

in contanti ducati 232.014 {tralasoiamo le frazioni) 
iscrizioni ó'/o » 1.. 513.625 
terre » 803.781 



ducati 2.549.420, ossia franchi 11,217.430 circa. 
(2) Lettre» et documenta pour servir à l'histoire de Joaokim Murat (Pa- 
rigi, Plon, 1908 e segg.), voi. VI, n. 3466, 28 settembre 1808. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 21 

Per giunta, Napoleone sospese il sussidio mensile di 
500.000 franchi, e il Eoederer, che aveva instaurato il 
nuovo sistema amministrativo, portò via con sé tutti 
i piani e tutti ì rapporti, lasciando in un imbarazzo 
crudele il suo successore Pignatelli (1). 

D'altra jjarte, l'imperatore non era un creditore co- 
modo. A metà d'agosto (2) il ministro del tesoro fran- 
cese Mollien scriveva al suo sovrano che procurasse la 
restituzione del denaro anticipato in soldo e sussidio; 
e in un rapporto del 31 calcolava che per i sei mesi 
dall'agosto 1808 al gennaio 1809, Napoli doveva alla 
Francia le somme seguenti: soldo di mesi: 7.282.848; 
arretrato: 8.385.940; in tutto 15.668.788(3). 

Questa, in brevi tratti, la situazione non lieta a 
cui re Gioacchino dovè far fronte. Egli dette subito 
prova di molta accortezza, pagando il meno possibile 
i debiti esterni (4) e cercando nell'ordine e nell'econo- 
mia i mezzi per colmare il disavanzo. Questo sforzo 
appare ben chiaro nelle sue lettere durante il 1808 
e i primi mesi del 1809. Economie dunque, e prima di 
ogni altra cosa riduzione di emolumenti e di personale, 
dalla soppressione del maresciallo di palazzo e del 



(1) Il Pignatelli scriveva (Parigi, Arch. Nat. cit.) : « nion pré- 
décesseiir pour suppléer aux dépenses extraordinaires du depart de la 
Cour a été obligé de me laisser les caisses vuides (sic) ». L'Orloff 
{Mémoirex, III, 260 e segg.), che critica aspramente l' inettitudine del Pi- 
gnatelli e attribuisce al Conte di Mosbourg tutti i meriti, doveva tener 
conto che il primo si trovò nel momento più critico, dinanzi alle prime, 
ossia alle più ardue, difficoltà. 

(2) Parigi, Arch. Nat., c. s., lettera del 17. 

(3) Ibid. 

(4) Il credito del tesoro francese era ancora il 21 giugno 1809 di 
5.775.()(X) ; non solo Murati ritardò i pagamenti, ma cercò iiersino di met- 
terne in dubbio la legittimità. Fra l'altro, lo vediamo chiedere il rimborso 
dei 1000 ducati m insili clie affermava gli costasse l'approvvigionamento 
di Corfii (Lettres et docc. cit., VI, n. ,3555, 29 ottobre 1808). 



22 ROBERTO PALMAROCCHI 

primo ufflziale della cucina (è fama che la tavola (\i 
Giuseppe costasse 500 ducati al giorno (1) ), alla ri- 
nunzia (spontanea?) dei ministri al loro trattamento 
di consiglieri di Stato, alla legge che vietava agli im- 
piegati di cumulare due stipendi (2), alla riduzione dei 
controllori delle imposte dirette (3). Anche la lista civile 
subì falcidie rilevanti e la casa reale ridusse ogni sorta 
di spese superflue (4). 

E non basta. Il soldo delle milizie napoletane ve- 
niva passato direttamente dal Tesoro ai quartiermastri ; 
per quelle francesi invece c'era un pagatore generale 
che prelevava il 4 7o delle somme che passavano per 
le sue mani. Il re propose a Napoleone di abolire 
questa carica inutile e costosa (5). I due eserciti poi. 
restando sul piede di guerra, richiedevano spese molto 
forti : nel settembre (6) egli comunicò all' imperatore la 
sua intenzione di porre sul piede di pace le truppe in- 
digene e gli chiese di far lo stesso per le francesi. 

Il desiderio di risparmio lo spinse persino a cer- 
care se nella illuminazione di Napoli fosse possibile 
fare qualche economia (7). 

L'ordine e la stretta sorveglianza dei conti permi- 
sero al re di diminuire lo stanziamento di alcuni mi- 
nisteri, proprio quando la sua attività novatrice pareva 
dovesse portare un accrescimento di spese. Il 15 no- 
vembre (8), scrivendo a Napoleone, egli asseriva di 



(1) De Nicola, Diario napoletano (in Arch. Stor. Napoletano), pp. 420-21. 

(2) Bullettino delle leggi, 1808, 15 settembre, p. 523. 

(3) Ibid., 1808, 19 ottobre, p. 566. 

(4) Lettres et docc. cit., VII, n. 3829, 1" marzo 1809. 

(5) Ibid., VI, 11. 3555. 

(6) Ibid., VI, n. 3447, 17 settembre 1808 ; vedi anche n. 3510, 10 ot- 
tobre 1808. 

(7) Ibid., VI, n. 3744, 17 gennaio 1809. 

(8) Ibid., VI, n. 3605. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT • 23 



aver diminnito il bilancio della guerra di (lOO.OlM) fran- 
chi mensili, quello della marina di 200.000, ecc. \è si 
tratta di una vanteria. Un confronto fra le somme 
stanziate per il 1809 e quelle per il giugno 1808 (1) di- 
mostra la verità delle sue parole. 

Accanto a queste economie bisogna rilevare la 
gran pena che il re si dette per conoscere lo stato 
reale delle finanze, accertarsi di tutti i debiti (2), sor- 
vegliare il budget dei ministeri ed evitare che nel pa- 
gamento degli arretrati si disponesse di fondi iscritti 
per altra destinazione (3). 

Gli effetti di questa insolita rigidezza non tarda- 
rono a manifestarsi. Il 10 ottobre (4) il re affermava di 
essersi procurato i mezzi per pagare i servizi e nello 
stesso tempo saldare qualche piccola parte dell'arre- 
trato (notizia confermata dalle informazioni confiden- 
ziali del D'Aubusson allo Ohampagny) (5). Il 15 novem- 



(1) Ecco le cifre a confronto : 








Luglio 1808 




1809 


{Bull, cit., 1808, 


(Parigi, 


Arch. Nat., 


filza cit.) 


17 settembre, p. 530) 




ducajbi 






ducati 


Guerra 


737.000 






630.000 


Marina 


100.000 






130.000 


Interno 


80.000 






60.000 


Giustizia 


2.5.000 






45.000 


Esteri 


20.000 






20.000 


Polizia 


15.000 






10.000 


Culto 


3. .500 






3.000 


Finanze 


146.500 






160.000 



1.127.000 1.058.000 

(Le Finanze comprendono : la Segreteria di Stato, il Consiglio di Stato e 
la Lista civile. Le cifre sono per il luglio, ma uguali a quelle del giugno. 
Gli aumenti di alcuni bilanci paiono in contradizione colla lettera del 
re ; ma si pensi ai grandi lavori, specialmente marittimi, iniziati nel 1809). 

(2) Lettres et dooc. cit., VI, n. 3450, 19 settembre 1808. 

(3) Bull., 1808, 17 settembre, p. 715. 

(4) Lettren et docc. cit., VI, n. 3510. 

(5) Ibid., VI, n. 3.5.55, 4 novembre 1808, nota. 



^^^ ROBERTO PALMAROCCHI 



bre (1) sì dichiarava al corrente col soldo e in possesso 
dei fondi per l'arretrato; e Analmente il 1" dicembre (2) 
scriveva di non aspettare che un rapporto generale per 
mettere tutto in pari. 

Intanto però egli non si curava menomamente di 
restituire alla Francia le somme anticipate. E Napo- 
leone che vedeva tutte le riforme del cognato riuscire 
ad un miglioramento interno del regno, di cui, se non 
aveva danno, non si avvantaggiava certo la Francia, 
incominciò ad accusarlo di tesaurizzare e di ingannare 
i creditori (3). Di fronte a tale accusa, ispirata pro- 
babilmente all'imperatore dai molti nemici del re di 
Napoli (4), questi stimò prudente di rinnegare tutte le 
vanterie, mettendo innanzi la sua povertà e dicendo 
che per il mese di gennaio, di un milione di ducati 
che i ministeri richiedevano, il ministro delle finanze 
non ne accordava che 893.000, e 200.000 gliene doveva 
sulla lista civile (5). 

Ma un pili vivace dissidio fra i due cognati fu pro- 
vocato dalla sistemazione del debito pubblico. Nel re- 
gno di Giuseppe si era solo tentata: il 1° aprile 1807 
fu aperto il Gran Libro; ma non si riesci a vincere la 
diffidenza del pubblico, sicché pochi creditori si fecero 
iscrivere volontariamente. L' aggiotaggio infieriva (G), 
e nel maggio del 1808 le cedole perdevano il 60 7„. 
Qualche miglioramento si era tuttavia notato alla fine 
del regno di Giuseppe: la cifra di 100 milioni di du- 
cati, accertata nel 1806, era scesa alla metà; ma molte 



(1) Lettres et doco. cit., VI, ii. 8605. 

(2) Ibid., VI, n. 3633. 

(3) Ihid., VI, n. 3722, 6 gennaio 1809. 

(4) Ibid., VII, n. 3837, 5 marzo 1809. 

(5) Cfr. la Iettf>.ra del 6 gennaio sopra cit. 

(6) Rambaut). Naples hous, Joseph lionaparte (Paris, Plon, 1911). p. 363. 
nota 6. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 25 

rendite e pensioni si pagavano difficilmente e l'aspor- 
tazione del numerario alla partenza del re aveva di 
nuovo scosso il credito e abbassato il valore delle ce- 
dole. Inoltre, sebbene il ministro Eoederer avesse cer- 
cato di assicurare il pagamento del capitale e degli 
interessi (1), non si era dichiarato chiaramente quali 
debiti si volessero sodisfare e quali escludere : incer- 
tezza aggravata dalla inesperienza dei funzionari. Il 
5 novembre 1808 (2) si pensò finalmente di definire 
con un decreto i debiti che lo Stato intendeva pagare 
e se ne enumerò una lunghissima lista. Si dichiararono 
esclusi i luoghi pii di qualunque specie ed i banchi. Il 12 
dello stesso mese (3) si riduceva l' interesse del debito 
pubblico dal 5 al 3 7o- Su questa riforma si appuntò 
specialmente la collera dell'imperatore ; il quale impose 
di rimettere subito le cose a posto, dichiarando di Voler 
mantenuto quel che aveva garantito nella costituzione. 
L' atto del ministro Pignatelli è stato criticato da 
molti ; e ii Bianchini (4) lo ha detto dannoso al credito 
e causa di maggiore scadimento delle cedole. Alla sua 
opinione contrasta però la testimonianza del D'Aubus- 
son, che il 12 dicembre, scrivendo allo Ohampagny, di- 
fendeva il decreto, raccontando che mentre dell'antico 
debito si pagava, per la ritenuta di un quinto, il 4 7o? le 
cedole, che all'arrivo di Murat stavano a 17 ed erano poi 
salite a 20, dopo il decreto non erano scese sotto il 17. 
E la quota 17, pagandosi il 3 "/;,, era assai superiore a 
quella di 20, al 4 7(, (5)- Da qualunque parte siali giu- 
sto — e forse entrambe le parti, movendo da diversi 



(1) Bianchini, Della .itoria delle finanze del Regno di Napoli (Na- 
poli, 1835), III, i»p. 562 esegg. ; vedi anche Oulofk, op. cit., \>. 263. 

(2) Bull., 180«, p. 600. 

(3) Ibid., p. 649. 

(4) Op. cit.. Ili, 564. 

(5) Lettreset doec. cit., VI, n. 3605, 15 novembre 1808, nota. 



26 ROBERTO PALMAROCCHI 

punti di vista avevano qualche ragione — , re Gioac- ^Hl 
chino, che si era molto interessato al suo decreto, rac- ^■' 
comandando particolarmente al Saliceti che la reda- 
zione fosse « degna e vera », sì da provare alla nazione 
la necessità della riforma (1), dopo averla annunziata 
all'imperatore come una misura indispensabile di cui 
nessuno si doleva (2), dopo averla fortemente difesa, 
dicendo che il popolo, sodisfatto del guadagno di 20 mi- 
lioni di ducati, non ne parlava più (3), si dichiarò, con 
apparente docilità, pronto a seguire il volere di Na- 
poleone, ma il 2 gennaio (4) gli scrisse che facilmente 
avrebbe potuto revocare il decreto, ma non pagare. 
Non è ben chiaro s'egli intendesse di non pagare i cre- 
ditori dello Stato, o lui Napoleone, e forse l'ambiguità 
della frase non è involontaria. Del resto pochi giorni 
dopo (5) tornava alla carica spiegando lungamente le 
condizioni reali del debito pubblico; esservi due specie 
di creditori : quelli che prima del luglio erano iscritti nel 
Gran Libro, per una somma di 14 milioni di ducati, e 
quelli non iscritti, per 38 milioni circa. Ai primi es- 
sersi dato fin allora il 4 7,,? agli altri niente; e si lamen- 
tavano forte; adesso col nuovo sistema si pagherebbe 
indistintamente il 3 7o- Impossibile dare a tutti il 4, 
ingiusto perpetuare la diseguaglianza. D' altra parte, 
dopo la riduzione del tasso, molti hanno alienato le loro 
iscrizioni e così il vantaggio di una revoca sarebbe 
tutto per i nuovi acquisitori. Il male dunque irrepa- 
rabile. Se l'imperatore insistesse si dovrebbe ricorrere 
per il pagamento ai demani. 



(1) Lettre» et docc. cit., VI, n. 3599, IO novembre 1808. 

(2) Ibid., n. 3605, 15 novembre 1808. 

(3) Ibid., n. 3674, 18 dicembre 1808. 

(4) Ibid., n. 3710. 

(5) Ibid., n. 3753, 24 gennaio 1809. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 27 

E anche quest'ultimo mezzo sì usò, ma il decreto 
(li riduzione non fu mai ritirato. 

Dei demani del resto ci si servì più volte e con 
molto frutto. Mancando il denaro, nel giugno (1), il 
conte di Mosbourg dichiarava che i creditori per ap- 
palti ed altre somministrazioni allo Stato potessero re- 
clamare il pagamento in beni demaniali, e poco dopo 
poneva in vendita i beni confiscati agli emigrati, am- 
mettendo negli acquisti il pagamento in cedole e in 
scritte di forniture, appalti, ecc. 

Xon è dubbio che così facendo il nuovo governo 
si era messo sulla buona strada. E non so perchè il 
Rambaud affermi che « après avoir fait bruit de quel- 
ques économies décrétées à Farrivée, Murat.... en re- 
vint exactement aux errements de son prédécesseur » (2), 
mentre poi gli riconosce il merito di aver lasciato il 
debito pubblico, compreso quello che risaliva ai Bor- 
boni, tutto estinto o consolidato (3). 8i noti fin d'ora 
che nel 1815 non rimaneva nel Gran Libro altro che il 
debito perpetuo, per un canone annuo — al 3 7o — 
di ducati 840.000, 

1. Imposte dirette. — Al regno di Giuseppe e spe- 
cialmente all'abilità del ministro Roederer si deve la 
creazione dell'unica imposta fondiaria. Senonchè, a 
mezzo il 1808, essa non funzionava ancora, uè facil- 
mente né regolarmente (4). Ohe anzi tali e tante erano 
le proteste, che il Eoederer partendo consigliava al 
re di ritardare la convocazione dei consigli distret- 
tuali e provinciali. Seguendo questo parere, il governo 
si sarebbe posto sopra una via pericolosa: se si fosse 



(1) Bianchini, op. cit., Ili, 565. 

(2) Eambaui), oi). cit., p. 366 nota. 

(3) Ibid., p. 364. 

(4) Ibid., pp. 321-22, .385. 



28 ROBERTO PALMAROCCHI 

incominciato a retrocedere, rendendo lettera morta, con 
proroghe e rinvii le leggi già emanate, tutta l'attività 
novatrice ne sarebbe stata paralizzata, che più facile 
in fatto di riforme è far dieci passi indietro che uno in- 
nanzi. Mnrat mostrò invece di capire l'insidia e dette 
opera a che la legge fosse immediatamente e intera- 
mente applicata. Gli ostacoli inevitabili vinse, sepa- 
rando in modo netto le attribuzioni, esercitando una 
rigida sorveglianza, rendendo semplice e agile la mac- 
china di esazione, accentrando tutto nelle sue mani. 
Lungi dal ritardare la riunione dei consigli, egli l'af- 
frettò. L' 8 settembre (1) criticava il sistema del suo 
predecessore che aveva preteso distribuire l' imposta 
negli uffici del Ministero delle Finanze, due giorni dopo 
convocava i consigli distrettuali per il 5 ottobre, per 
il 15 i provinciali (2). Gli uni dovevano in una prima 
sessione (5-9 ottobre) esprimere le doglianze sulla quota 
d' imposta attribuita al distretto, fare un quadro della 
situazione e dei rimedi più adatti a migliorarla. Agli 
altri (15-20 ottobre) spettava repartire il dazio fon- 
diario fra i distretti, pronunziare sulle doglianze, espri- 
mere reclami sul contingente assegnato alla provincia, 
esaminare i criteri dell' intendente. Il processo verbale 
di questi ultimi si trasmetteva al Ministero delle Finanze 
ed un estratto veniva inviato ai sottointendenti, i quali 
lo passavano ai consigli distrettuali. Questi, riunendosi 
novamente (31 ottobre-4 novembre), dividevano la quota 
fra i comuni. Il 10 novembre poi il decurionato di 
ogni comune doveva, col concorso degli Paletti e dei 
quattro Commissari divisori, distribuire l'imposta fra i 
contribuenti (3). 



I 



(1) Lettres et doec. cit., VI, n. 3434. 

(2) Bull., p. 519. 

(3) Ibid., p. 526. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 29 



Per rendere più economica e agevole l'esazione si 
abolì la carica di amministratore delle contribuzioni 
dirette e se ne concentrarono le mansioni nel Ministero 
delle Finanze (1), si ridusse il numero dei controllori, 
lasciandone uno per distretto, e abolendo le distinzioni 
in classi (2), si stabilirono le forme con cui gli agenti 
dovevano versare il denaro riscosso nelle casse dei ri- 
cevitori (3). Multe severissime erano comminate a quei 
funzionari che avessero trascurato o intralciato le ope- 
razioni relative all' imposta (4), e per renderla meno 
gravosa si istituì un metodo uniforme di esazione, 
designando precisamente gli agenti di coazione e to- 
gliendo alle intimazioni il carattere di fiscalità (5). 

Certo è però che, almeno nei primi tempi, le cose 
non dovettero procedere troppo spedite, se il 4 aprile 
del 1800 (<>) si sentì il bisogno di nominare una com- 
missione che esaminasse le lagnanze sulla reparti- 
zione e proponesse al ministro le decisioni più op- 
portune. Il re del resto, nelle sue lettere non dissimula 
le difiìcoltà e confessa a Napoleone che non si otten- 
gono i pagamenti se non colla forza (7) e che in tutte 
le Provincie si reclamano a grandi grida scorte di 
soldati (8). 

Formulare un giudizio conclusivo su questa parte 
della legislazione murattiana senza esaminare quel che 
fu fatto in futuro, sarebbe impossibile; si deve però ri- 



Ci) Bull., 1808, 5 ottobre, p. 553. 

(2) Ibid., 1808, 19 ottobre, p. 566, 

(3) Ibid., 1808, 19 dicembre, p. 758. 

(4) Ibid., 1808, 7 dicembre, p. 700. 
(.5) Ibid., 1809, 3 luglio, p. 693. 

(6) Ibid., 1809, p. 477. 

(7) Lettres et doco. cit., VII, n. 3984, 11 aprile 1809. 

(8) Ibid., VII, n. 3989, 12 aprile. 



30 ROBERTO PALMAROCCHI 



conoscere fin d'ora lo sforzo fecondo con cui subito si 
cercò di trarre il più possibile dai contribuenti senza 
angariarli, supplendo alla scarsezza delle risorse colla 
regolarità dell'esazione e l'economia nelle spese. 

3. Contribuzioni indirette. — Anche il riordinamento 
di queste entrate fu iniziato da Giuseppe, che tra l'altro 
pensò di abolire le dogane interne ; ma i suoi decreti, 
fuori che per Napoli, furono attuati soltanto sotto 
Murat. Così della tassa di registro, che il Bianchini 
dice « altamente desiderata dall' universale » (1), il re- 
gno di Giuseppe offre solo gli elementi preparatori. 
In questo campo si seguirono le orme del Roederer, 
che non aveva troppo simpatia per tal ramo di en- 
trate (2); si cercò anzi di togliere alle contribuzioni 
il carattere di fiscalità, e quante tasse fu possibile si 
abolì o si ridusse. 

Di qualche utilità, specialmente per le classi più 
povere, fu la soppressione delle gabelle sulle « merci 
di bue, bufole, vitella, porco e paratura di porco, latte 
di pecore e capre, ecc. », e la diminuzione di quelle sui 
fieni e sulle alose salate. Utili anche, per lo sviluppo 
dei commerci e delle industrie, l'abolizione del dazio 
sull'amido e la polvere di cipro e sulle contrattazioni 
di cavalli, la diminuzione di quello sulla calce e il le- 
gname lavorato (3); e finalmente i provvedimenti coi 
quali si diminuì la tassa di tratta del grano nell'Adria- 
tico verso paesi amici, e la tassa di estraregnazione di 
olio, seta, lana per le stesse direzioni (4). Provvedimenti 
consimili furono anche presi per provvedere a bisogni 



(1) Op. cit., Ili, 609. 

(2) Kambaud, op. cit., p. 327. 

(3) Bull., 1808, 26 ottobre, p. 586. 

(4) Ibid., 1809, 11 luglio, pp. 726 e 727. 



LE UIFORME DI GIOACCHINO MURAI 31 

particolari di singole provincie o città (1). Ma le innova- 
zioni parziali erano insufficienti. Il 24 febbraio 1809 (2) 
si creò con legge organica un sistema regolare di am- 
ministrazione e percezione delle dogane, sali, dazi di 
consumo, ecc. Si istituirono ispettori generali, direttori 
dei servizi e direttori dipartimentali; si impose l'ob- 
bligo dei bilanci. Il corpo delle guardie doganali fu 
portato a 2400 uomini. A Napoli fu stabilita una scala 
franca^ utilissima al movimento mercantile di quel porto. 
Finalmente si provvide all' incremento delle fiere, ordi- 
nando che le merci forestiere pagassero dazio solo per 
la parte venduta, e che l'avanzo, se riesportato entro 
cinque giorni, fosse esente. 

Nello stesso tempo si fissava una tariffa molto 
saggia e completa di cabotaggio, estraregnazione e im- 
missione, concordata coi piri noti negozianti di Napoli (3). 

Molte critiche furono fatte a questa legge, perchè 
non contiene l'abolizione delle dogane interne, — che 
è dell'anno seguente — , e perchè lascia sussistere le 
tasse di cabotaggio. Ma il Bianchini, non sospetto di 
parzialità, ne ha dato questo giudizio: « essa fu utilis- 
sima per riunire ed ordinare i diversi dazi che prima 
erano dispersi, e si riscuotevano parte per conto del fisco, 
parte dei feudatari, e molti da private persone; i quali 
dazi furono a tutti noti per il nome e per la qualità 
delle cose che gravavano, talché dileguavasi quel mi- 
stero che per lo innanzi era stato cagione di disordini 
e d' inconvenienti » (4). 



(1) Così si abolirono i diritti di zecca, pesi e misure, che venivano 
esatti a Foggia ogni anno, dal 20 aprile al 20 maggio {Bull., 1808, 9 novem- 
bre, p. 644). 

(2) Bull., 1809, p. 225. J^a legge andò in vigore il 15 aprile {Bull., 
26 marzo, p. 466). 

(3) Oklofk, op. eit., Ili, 268. 

(4) Op. cit.. Ili, .593-94. 



ROBERTO PALMAROCCHI 32 



rjn elogio simile può rivolgersi al decreto del 
27 aprile (1), con cui si tolsero tutti i preesistenti diritti 
di navigazione, numerosissimi ed eterogenei, diversi di 
origine e di età, riscossi da enti vari, in modi dispa- 
rati; e si ordinò una tariffa unica in proporzione del 
tonnellaggio, con tendenze protettive per le navi na- 
zionali. 

Ma una legge anche ottima non distrugge ad un 
tratto tutti i mali. Ben poco si potè fare in pratica 
per reprimere il fortissimo contrabbando, sul quale 
d'altra parte conveniva chiudere un occhio per atte- 
nuare i perniciosi effetti del blocco continentale. 

Le riforme non si arrestarono dopo i primi mesi : 
si continuò a diminuire i dazi di esportazione, si abo- 
lirono i diritti sui trasporti postali, si creò la Eegìa 
del sale, tabacchi, carte da giuoco e polvere: tutta una 
serie di riforme di cui le leggi descritte in questo pa- 
ragrafo davano, se non tutti gli spunti, la traccia al- 
meno e la speranza. 

4. Entrate straordinarie e demani. — Abbiamo già 
parlato del sussidio mensile che l'imperatore passava 
a Giuseppe e che tolse al Murat, e dei modi che si 
escogitarono per renderne meno sensibile la mancanza. 
Abbiamo anche accennato, narrando gli screzi che 
scoppiarono fra i due cognati per la riduzione del tasso 
del debito pubblico, come Napoleone ordinasse al Murat 
la confisca dei beni degli emigrati; ciò che fu fatto 
nel gennaio del 1809 (2), eccettuando coloro che pre- 
stassero giuramento di fedeltà entro 40 giorni dalla 
pubblicazione della legge. Di questa grande massa di 



(1) Bull., 1809, p. 521. 

(2) Lettre» et doco. eit., VI, n. 3710, 2 gennaio; n. 3741, 15 gennaio. Nel 
Bianchini (op. cit., Ili, 477) questo punto, come molti altri, non è ben 
chiaro, confondendosi le leggi di Giuseppe e quelle di Murat. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 33 

beni una parte fu venduta e l'altra assegnata per in- 
dennizzi e premi nella lotta contro il brigantaggio. 

L'azienda dei demani, costituita in ente separato 
a mezzo il 1806, era stata, durante il regno di Giuseppe, 
arricchita colla soppressione di molti ordini monastici. 
Anche qui dunque Murat trovò la via aperta e non 
fece che iuoltrarcisi con più risolutezza del suo prede- 
cessore. Le leggi del 1807 e della prima metà del 1808 
non erano che abolizioni parziali: quella del 7 ago- 
sto 1809 soppresse tutti i conventi che fossero in pos- 
sesso di beni (1). A questo proposito il re, un po' per 
riaffermare pubblicamente la sua disapprovazione per 
i criteri di Giuseppe, un po' per il desiderio di attuare 
in tutti i rami della cosa pubblica gli stessi principi 
di rigidezza e di controllo, volle che si rintracciassero 
gli abusi commessi nelle precedenti vendite e conjfìsche, 
ordinando che gli autori fossero severamente perse- 
guiti (2), e minacciando quegli agenti o intendenti che 
per ragioni personali ostacolassero le ricerche (3). 

Abusi anche, e non lievi, si erano verificati nella 
vendita dei beni nazionali (4), e il nuovo sovrano no- 
minò una commissione che esaminasse se nelle vendite 
del regno precedente fosse stato detrimento notorio 
dello Stato (5). Ma ciò non bastava a far sì che le cose 
procedessero regolarmente. l!^ei primi tempi, gli inten- 
denti, anche zelanti, si trovarono a dover compiere 
un'opera non agevole in mezzo a molteplici difScoltà, 
spesso male secondati da sottoposti inabili o male- 



(1) Bianchini, op. cit., Ili, 475. 

(2) Lettres et dooo. cit., VI, n. a595, 10 novembre 1808. 

(3) Ibid., VI, n. 3707, 30 dicembre 1808; n. 3729, 7 gennaio 1809. Cfr. 
Rambaud, op. cit.,p. 353. 

(4) Ramiiatjd, op. cit., pp. 356-58. 

(5) Bull., 1808, 5 ottobre, p. 554. 



34 ROBERTO PALMAROCCHI 

voli (1), ostacolati specialmente dai sindaci, pensosi 
solo del proprio interesse e di quello della loro clien- 
tela (2). Il re non lasciava posa; e continuò i suoi sforzi, 
tempestando di lettere, raccomandando zelo e rigidità, 
accentrando il più possibile e riunendo al demanio 
anche il patrimonio di Puglia, fino allora separato (3). 
Sembra die le difficoltà superassero il buon volere, 
se le rendite, che nel 1808 erano di 850.000 ducati, 
scesero nel 1810 a 740.000 (4). Bisogna bensì tener conto 
dell'uso che se ne fece per la liquidazione dei creditori 
arretrati ed evitare per ora giudizi troppo assoluti ; 
tanto più che la questione dei demani è delle più 
vaste e intricate e non si può intender bene se non 
si pone in rapporto colla abolizione della feudalità. 
Le leggi eversive (abolizione della feudalità e 
dei fldecommessi, divisione dei beni comunali, ecc.) 
sonp tal soggetto da non potersi sbrigare con poche 
parole: a noi però in questa rapida corsa non con- 
viene fermarcisi troppo. Notiamo soltanto che la ce- 
lebre legge del 2 agosto 1806, se ebbe il merito di 
dare un primo colpo all'annoso edificio, sancì una 
riforma più di principio che di fatto, perchè non 
disse quali fossero le rendite o prestazioni reali (con- 
servate), e quelle personali (abolite), e non prese 
alcun provvedimento circa le liti tra feudatari e comu- 
nità (5). Il nuovo re poteva scegliere fra due opposti 
criteri : o abolire la legge e tornare da capo, con decisioni 
più organiche e precise, o lasciare intatta l'aflferma- 



(1) Lettres et doco. cit., VI, n. 3704, 28 dicembre 1808. 

(2) Ibid,, VI, n. 3708, 31 dicembre 1808. 

(3) Ibid., VI, n, 3767, 31 gennaio 1809. 

(4) Bianchini, op. cit., Ili, 479. 

(5) Queste critiche sono egualmente ripetute dallo Zurlo (Rapporto, 
p. 16) e dal Bianchini (op. cit., Ili, 450). 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 35 

zione di massima e procedere innanzi « più per via 
di fatti che per legge » (1). Egli preferì attenersi a 
questo secondo mezzo, e la Commissione feudale ebbe 
pieni poteri a decidere delle controversie fra comuni 
e baroni, senza alcuna forma giudiziaria; anzi le fu 
assegnato un tempo brevissimo (diciassette mesi) per 
sbrigare ogni cosa (2). Tutto ciò è stato fatto seguo a 
critiche molto aspre (3) ; e veramente fu un espediente 
non del tutto legale, perchè con un semplice regola- 
mento fu modificata e si può dire abolita una legge. 
Bisogna bensì tener conto dell'opportunità di non ur- 
tare l'opinione pubblica con pentimenti e voltafaccia 
troppo bruschi. L'alta sapienza dei commissari dava 
affidamento di competenza e di onestà, e non c'era altro 
modo di evitare lungaggini infinite, se le innumerevoli 
controversie avessero dovuto trascinarsi per le aule dei 
tribunali, tanto più che alla fine del 1808 la riforma 
giudiziaria aveva reso più complicata la procedura e 
più lente le decisioni. 

5. Banche. — Il 6 dicembre 1808 (4) fu istituito il 
Banco delle Due Sicilie, sul modello della Banca di 
Francia. Il capitale era di un milione di ducati, di- 
viso in 4000 azioni. La legge e il successivo decreto del 
22 dicembre (5) stabilirono in tutti i particolari la co- 
stituzione dell'Istituto e le attribuzioni degli ammini- 
stratori. Intanto si abolivano le piccole banche soprav- 
vissute alle parziali soppressioni di Giuseppe, per es. il 
Banco dei particolari. Il Banco di S. Giacomo rima- 
neva, ma addetto solo al servizio del Tesoro. Certo 



(1) Bianchini, op, cit.. Ili, 453. 

(2) Bull., 1809, 27 febbraio, p. 406. 

(3) OuLOFF, op. cit.. Ili, 248; Bianchini, op. cit., Ili, 452-53. 

(4) Bull, 1808, 6 dicembre, p. 695. 

(5) Ibid., 1808, 22 dicembre, p. 776. 



36 ROBERTO PALMAROCCHI 



che anche qui non si poterono fare miracoli. Dopo 
P asportazione delle riserve metalliche alla partenza 
(li Giuseppe, non si deve troppo accusare il Pignatelli, 
se alla venuta del conte di Mosbourg le casse erano 
^mote e rimanevano in circolazione le polizze per un 
milione di ducati, senza pegno corrispondente. Del resto 
gli effetti benefici di una istituzione come questa non 
possono vedersi che negli anni successivi e tale trat- 
tazione esorbiterebbe dai limiti che ci siamo proposti. 
G. Riordinamento delVamministr azione. — Per con- 
durre a buon fine tante riforme occorrevano strumenti 
adeguati: bisognava quindi creare quella più moderna 
organizzazione dei ministeri e degli uffici, di cui il regno 
di Giuseppe non offriva che un abbozzo informe. Na- 
turalmente non si aveva che un modello: lo Stato 
francese, e a questo ci si attenne con esattezza anche 
troppo scrupolosa. Le cure maggiori furono dedicate 
alla riorganizzazione del tesoro. Il progetto fu sotto- 
posto all'approvazione del ministro MoUien, a cui si 
domandò notizia delle corrispondenti leggi francesi (1). 
Anche per la contabilità generale si chiese consiglio 
ai competenti. Il 6 novembre 1808 (2) il segretario par- 
ticolare del re scriveva al Barbó-Marbois, presidente 
della Corte dei conti a Parigi, una lunga lettera in cui 
chiedeva schiarimenti sul modo dei pagamenti e sulla 
loro verifica da parte della Corte. Quando poi nel feb- 
braio del 1809 J. L. Calmon, protetto di Murat, ispettore 
generale dei demani di Francia, tornando da Corfù, 
passò per Napoli, il re lo trattenne, perchè aiutasse 
il Ministro delle finanze nei suoi lavori (3). 



(1) Lettres et dooo. oit., VI, n. 3559, 30 ottobre 1808. Qualcosa di simile 
fu fatto anche per il ministero della Guerra. 

(2) Ibid., VI, n. 3577, 5 novembre, nota. 

(3) Ibid., VII, n, 3820, 3821, 25 febbraio 1809. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 37 

Tutto questo, se dimostra che Murat non aveva 
salendo al trono la pratica di un amministratore con- 
sumato, prova altresì lo sforzo cli'ei fece per farsi 
un' idea chiara e personale dei suoi doveri di sovrano. 
La. sua grande coscenziosità gli fece ottenere molte 
cose che non erano riescite né alla buona volontà di 
Giuseppe né all'abilità del Eoederer. 

Egli volle che nei bilanci fosse fatta conoscere al 
pubblico la destinazione dei vari fondi e che i mini- 
stri fossero puntuali nel presentare in gennaio il pre- 
ventivo dell'annata, ed ogni mese gli speciali budget (1); 
rese più spedito il funzionamento del Tesoro, abolendo 
il complicato sistema del Eoederer, per cui il tesoriere 
delle spese riceveva da quello delle entrate le polizze, 
e polizze soltanto maneggiavano i pagatori generali; 
accentrò la direzione della contabilità nel Ministero 
delle Finanze (2). 

' La Corte dei conti, alleggerita dei troppi impie- 
gati (3), potè egregiamente adempire al suo compito (4). 
Del Ministero della Marina, dove sembra che avvenis- 
sero sperperi ed abusi, si fece una sezione del Mini- 
stero della Guerra, e la sua contabilità fu assoggettata 
alle regole ordinarie del Tesoro (5). 

Da queste deliberazioni e dalle molte che segui- 
rono, derivò un così regolare funzionamento ed un or- 
dine gerarchico così legato, che nel 1815 l' intero edi- 
ficio delle Finanze potè, come afferma l'Orloff (6), che 



(1) Lettres et dooo. cit., VI, n. 3705, 28 dicembre 1808. 

(2) Rambaud, op. cit., pp. 345-46; Bull., 1808, 16 dicembre, p. 716. 

(3) liulL, 1808, 7 dicembre, p. 697. 

(4) L'Orloff (op. cit., Ili, 279) ne riconosce i meriti e calcola a 1500 
i conti verificati annualmente. 

(5) Lettres et docc. cit., VII, n. 3861, 13 marzo 1809. 

(6) Op. cit., III, 278. 



38 ROBERTO PALMAROCCHI 

II 



pur non è benevolo ai Francesi, passare « senza il mi- 
nimo strappo dalle mani dell'occupazione militare a 
quelle dell'occupazione legittima ». 



II. Governo delle Provincie e accentramento.— 
Se l'amministrazione centrale, alla partenza di Giu- 
seppe, non era in condizioni troppo floride, è facile 
immaginare quel che accadeva nelle provincie, dove 
sulle rovine dei vecchi sistemi non si era potuto an- 
cora stabilmente inalzare l'edificio dei nuovi istituti. 
Dal 1800 al 1808, il disordine dell'antico regime, di 
poco attenuato dagli sforzi del primo re francese, aveva 
accumulato un enorme arretrato di conti (1): il nuovo 
sovrano impose subito a tutti i funzionari e cassieri 
delle Università di render conto di quegli otto anni, e 
volle che ogni decurionato eleggesse due deputati per 
la revisione (2). Ma l'accertamento e la liquidazione dei 
vecchi debiti non era sufficiente rimedio per il futuro, 
senza una sorveglianza molto assidua, che solo l'accen- 
tramento poteva permettere. Il re si aff'aticò assai 
per conoscere sempre nel modo più fedele che fosse 
possibile le condizioni delle provincie. « Je veux abso- 
lument tout connaìtre»; queste parole scritte all'In- 
tendente della Calabria ulteriore sono tutto il suo 
programma (.3). Ed esigeva dagli Intendenti un parti- 
colareggiato rapporto settimanale (4) e invigilava di 
persona e faceva severamente punire i funzionari in- 
fedeli, fossero sindaci, o intendenti (5), o direttori di 
demani (6). Cercava poi con ogni cura che il j)Otere 



(1) Zurlo, Rapp. cit., p. 6. 

(2) Bull., 1808, 25 febbraio, p. 394. 

(3) Lettres et docc, VI, ii. 3634, 1° dicembre 1808. 

(4) Ibid,, VI, u. 3597, 10 novembre 1808; n. 3708, 31 dicembre 1808. 

(5) Ibid., VI, n. 3670, 17 dicembre 1808. Cfr. anche i nn, 3704 e 3711. 

(6) Ibid., VI, n. 3698, 27 dicembre 1808. 



I 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MUIUT 39 



militare non sopraffacesse il civile e non iibusasse di 
requisizioni che avrebbero irritato i cittadini; e le 
soperchierie dei soldati o dei gendarmi represse ineso- 
rabilmente, quando seppe e potè (1). 

Per essere bene informato non si contentò dei rap- 
porti ufficiali. Il suo aiutante di campo, colonnello 
Manhès, era a Reggio, incaricato di sorvegliare tutte 
le parti dell'amministrazione civile e militare (2). Il 
capo squadrone Gobert fu espressamente inviato a Reg- 
gio e a Monteleone, perchè osservasse le strade e le ri- 
sorse del paese, la condotta dei soldati, lo spirito pub- 
blico, le intenzioni e le ragioni dei malcontenti, e così 
via (3). Una consimile missione fu affidata a Guglielmo 
Pepe, che andò in Puglia con mandato amplissimo di inda- 
gini civili e militari (4). A principio poi del 1809 si decise 
di inviare una commissione di quattro consiglieri di 
Stato che raccogliessero informazioni sull'andamento 
generale dell'amministrazione e sullo stato delle singole 
Provincie, servendosi di note e questionari dati loro 
dai ministri (5). 

Abbiamo già veduto lo zelo con cui il governo di 
Murat affrettò la convocazione dei Consigli distrettuali 
e provinciali. Come nei primi tempi si verificavano in- 
certezze e ritardi, si decise che per il 1808 le delibe- 
razioni fossero valide anche senza numero legale (0). E 



(1) Scrivendo al ministro Saliceti il 6 gennaio 1809 {Lettres et docc, 
cit., VI, u. 3719) egli si doleva degli abusi commessi dai gendarmi a Itri, 
e delle contribuzioni abusive imposte dal Reynier e dal Partouneaux per 
il mantenimento delle strade, a cui èrano già assegnati i fondi in mano 
del gen. Camprédon, direttore del genio. 

(2) LetlrcH et doco. cit., VI, n. 3761, 27 gennaio 1809. 

(3) Ibid., VI, n. 3763, 28 gennaio 1809. 

(4) Memorie, I, 182. 

(.5) Lettres et doeo. cit., VII, n. 3798, 18 febbraio 1809; n. 3871, 15 mar- 
KO1809. 

(6) Bull., 1808, 11 ottobre, p. 559. 



ROBERTO PALMAROCCHI 



i Consigli furono certo un gran passo verso la riorga- 
nizzazione generale, perchè dettero un prezioso aiuto 
alla conoscenza dei bisogni locali, eliminarono in 
gran parte i disordini e i privilegi dei comuni, diffu- 
sero l'abitudine, fin allora ignota, di regolari bilanci (1). 
Il metodo di contabilità fu stabilito con un decreto (2), 
e si lavorò molto, perchè fosse dappertutto uniforme (3). 
Per evitare che la litigiosità provinciale esagerasse 
nelle cause lunghe e rovinose, si sancirono formalità 
solenni e complicate, senza le quali un comune non po- 
teva rivolgersi ai tribunali (4). 

Le cure adunque furono molte, i resultati buoni, ma 
non immediati, né duraturi. La leva dei veliti, di cui 
riparleremo, non si ottenne che colla forza (5) ; disor- 
dini e ribellioni scoppiavano di continuo, non sempre 
facilmente sedate dalle truppe (6); il basso popolo, 
neutrale e quasi benevolo a Napoli, era rimasto nelle 
campagne fieramente avverso ai Francesi (7). D'altra 
parte la fermezza con cui tutte le fila furono strette 
in un sol pugno, se permetteva ai ministri di vantare 
un'organizzazione che dava modo di « dirigere da lon- 
tano l'economia complicata di tutti questi corpi » (8), 
spiacque ai Napoletani, non più avvezzi a certi legami 
e a certi controlli. E il Colletta (9) scriveva: «Fu re- 
golata l'amministrazione delle comunità, soggettandola 
troppo a' ministri del re. Era invero sì rilassata ne' pas- 



I 



(1) Okloff, op. cit., Ili, 247. 

(2) Bull., 1809, 25 febbraio, p. 396. 

(3) Lctlres et doec. cit., n. 3986, 12 aprile 1809; n. 4073, 5 maggio. 

(4) Bull., 1809, 22 aprile, p. 550. 

(5) Lettres et doco. cit., VI, n. 3670, 3691, 3734, 3764. 

(6) Cfr. Pepe, Memorie, 1, 167. 

(7) La sola classe civile era antiborbonica (Pepp;, op. cit., I, 163). 

(8) Zurlo, Eap}). cit., p. 6. 

(9) Op. cit., III, 126. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 41 

sati tempi che a reggerla si voleva freno di leggi e 
braccio di governo, ma faceva spavento l'uso del po- 
tere, perchè temevasi che trascorresse in abuso, e tra- 
scorse ». Senza volerci troppo nettamente pronunziare 
in prò dell'uno o dell'altro partilo, converrà pur ri- 
cordare che in Calabria non si ebbe, prima del Murat, 
un'amministrazione regolare (1), e che merito precipuo 
di lui è di avere in pochi mesi ricondotto l'ordine in 
quella provincia, sì da metterla sul piede di pace (2). 
A questo patto non è dubbio che si può perdonargli 
la sua smania accentratrice, la quale era nel sistema 
francese e napoleonico da lui necessariamente adot- 
tato (3). 

III. Lavoki pubblici. — Anche in questo campo 
pochissimo il già fatto, non molto l'iniziato, enorme il 
da fare. Lasciando da parte le opere di semplice ab- 
bellimento, come la strada di Posillipo e il Foro Murat 
(al quale si permise o si volle che provvedesse il numi- 
cipio di Napoli) (4), la cura maggiore del governo fu 
la viabilità, che si calcola assorbisse annualmente 240.000 
ducati (5). Senza troppo curarsi dei rimproveri di Na- 
poleone (6), il nuovo re fu molto largo nell'assegnare de- 
nari alla costruzione o al restauro di strade e di ponti (7), 



(1) Rambaud, op. cit., p. 399. 

(2) Bull., 1808, lo dicembre, p. 664. 

(3) Tutti gli affari, anche minimi (cfr. Lettres et (loco, oit., VI, n. 3536, 
10 ottobre 1808), dovevano passare per le sue mani. I ministri dovevano 
ogni giorno comunicargli un estratto della loro corrispondenza (Ibid., VI, 
n. 3715, 5 gennaio 1809); ed egli non ammetteva ritardo (Ibid., VI, n. 3747, 
22 gennaio 1809). 

(4) Bull., 1809, 28 febbraio, p. 412. 

(5) Okloff, op. cit., Ili, 254. 

(6) Lettres et doco. cit., VI, p. 411. 

(7) Il 7 ottobre {Lettres et doco. cit., VI, n, 3502) metteva 30.000 ducat 
a disposizione per la Calabria. 



ROBERTO PALMAROCCHI 



raccolse proteste e notizie da più parti, e le comuni- 
cava sollecitamente al direttore del genio (1), strepi- 
tava se i lavori non erano eseguiti con sufficiente esat- 
tezza e rapidità (2), o se gli veniva riferito di abusi (3). 
Quando a principio di settembre i ministri rinunziarono 
al trattamento di Consiglieri di Stato, il loro soldo fu 
devoluto alla costruzione di un ponte stabile sul Gari- 
gliano(4). Fra i lavori iniziati o compiuti in questo primo 
anno rammentiamo la grande strada che doveva attra- 
versare tutta la Calabria (5), le vie Avellino-Melfi-Venosa, 
e Bari-Lecce (()), approvate già da Giuseppe, e finalmente 
le Potenza- Vietri e Potenza-Atella, di cui si decise il 
tracciato (7). Per meglio provvedere ai nuovi bisogni 
furono soppresse le due Ispezioni generali dei ponti e 
strade, si dette carattere di permanenza al Consiglio 
superiore dei lavori pubblici, fondato nel 1807, e si creò 
un Corpo reale degli ingegneri dei ponti e strade (8), 
composto di 23 membri. Si elesse inoltre un Consiglio 
generale dei ponti e strade, a cui spettava esaminare 1 
progetti e gli affari nelle adunanze che teneva a Xa- 
poli, una volta la settimana. A queste adunanze pote- 
vano assistere con voto consultivo tutti gli ingegneri 
che si trovavano nella capitale. Del consiglio facevano 
parte un direttore generale (il Camprédon), 3 ispettori, 
5 membri di nomina sovrana, un ingegnere in capo e 
un segretario. 



(1) Lettreset dooo. cit., VI, n. 3650, 8 dicembre 1808; n. 3669, 17 di- 
cembre 1808. 

{2) Ibid., VI, n. 3700, 28 dicembre 1808; n.,3703, 28 dicembre 1808, 

(3) Ibid., VI, n. 3716, 5 gennaio 1809. 

(4) Bull., 1808, 9 settembre, p. 518. 

(.5) Lettres et dooo. cit., VI, n. 3516, 11 ottobre 1808, nota. 

(6) Rambaud, op. cit., p. 431. 

(7) Bull., 1809, 12 giugno, p. 630. 

(8) Bull., 1808, 18 novembre, p. 651; 1809, 21 gennaio, p. 82. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 43 

L'attività (li questi corpi non è possibile vedere 
all'opera nel breve volger di pochi mesi. Possiamo però 
rimetterci alle parole del Colletta, che li disse nume- 
rosi e abilissimi (1). 

IV. Agricoltura, industria e commercio. — Di 
quel vasto programma che si esplicò più tardi colla fon- 
dazione di una societ.à agricola in ogni provincia, col- 
Papertura di scuole agrarie e colla concessione di grandi 
sussidi (2) non si vedono da principio tracce ben chiare. 
Quel poco che fu fatto allora è stato accennato assai 
bene dal Rambaud (3), e basterà quindi richiamarsi alle 
sue pagine. 

Il commercio di tutta Europa era di questi tempi 
inceppato dal blocco continentale, e a Napoli anche 
dal forzato vassallaggio verso la Francia. Giuseppe 
aveva fatto qualche timido tentativo per affrancarsene, 
ma senza troppo osare (4). Murat fu più energico e 
mentre da un lato fece del protezionismo anche contro 
la Francia, dall'altro tentò con ogni mezzo, di rompere 
le maglie del blocco, dissimulando i suoi scopi, propo- 
nendo trattati di commercio, chiedendo concessioni 
straordinarie, stipulando convenzioni segrete con indi- 
vidui più o meno sospetti (5). Tutto ciò irritava l'Impera- 
tore, ma alle sue rimostranze Murat rispondeva confu- 
tando le maggiori accuse, per non aver da giustificarsi 
delle minori, negando cioè di avere commercio diretto 
coli' Inghilterra (6) e prendendo severe misure uftìciali 



(1) Op. cit., Ili, 102. 

(2) Ibid., Ili, 131. 

(3) Op. cit., p. 426-27. 

(4) Ibid., p. 437. 

(5) ESPITALIEH, op. cit., pp. .53, 60-61, 87-89. 

(6) Lettres et doec. cit.,, VI, n. 3651; 9 dicembre 1808. 



44 



ROBERTO PALMAROCCHI 



contro le merci britanniche (1). Certo è però che men- 
tre le relazioni commerciali colla Francia andavano 
diminuendo per l'enorme contrabbando (2), il commercio 
del regno, rassicurato e rafforzato dalle tendenze auto- 
nomistiche del nuovo re, dalla diminuzione dei dazi 
d' uscita (3) e dall' abolizione dei vincoli sulle ven- 
dite (4), dall'adozione del Codice di commercio fran- 
cese (5), e dall'istituzione dei Sedili dei commercianti 
nei centri maggiori (6), reso piìì tranquillo dopo la presa 
di Capri e la pacificazione delle provincie, prese un sì 
grande slancio che il re potè a ragione gloriarsi del- 
l'opera sua e descrivere con entusiasmo il rinascente 
movimento del porto di Napoli (7). 

Le stesse cause che favorirono il commercio rial- 
zarono anche le industrie nazionali. Dalla protezione 
accordata alle piccole industrie domestiche (si revoca- 
rono tutti gli ordini proibitivi della pesca) (8), alla crea- 
zione di una giunta incaricata di tutti gli oggetti re- 
lativi alle manifatture e arti del regno (9), dalle misure 
occasionali prese per evitare che una speciale industria 
si indebolisse (10\ all'ordine dato ai negozianti e pro- 
duttori di denunziare le loro merci, perchè il governo 
le bollasse, in modo da impedire l'entrata frodolenta 
di quelle forestiere (11), dai premi concessi ai fabbri- 



I 



(1) Lettrea et doec. cit., VI, n. 3717 e 3718, 6 gennaio 1809. 

(2) Rambaub op. cit., p. 441. 

(3) Si ricordino i decreti già citati dell' 11 luglio 1809{Bull., p. 726-27). 

(4) Vedi ad es. Bull., 1809, 25 febbraio, p. 405. 

(5) Ibid., 1808, 5 novembre, p. 607. 

(6) Ibid., 1809, 31 gennaio, p. 185. 

(7) Lettres et docc. cit., VI, n. 3545, 25 ottobre 1808. 

(8) Bull., 1809, 27 luglio, p. 750. 

(9) Ibid., 1808, 11 novembre, p. 595. 

(10) Ibid., 1808, 3 dicembre, p. 666 (per la fabbricazione del salnitro 
in Capitanata). 

(11) Ibid., 1809, 6 maggio, p. 561. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 45 

canti di cera per miglioramento di produzione (1), o ai 
bastimenti di regnicoli che si spingevano fino in In- 
dia (2), all'esposizione annuale dei prodotti industriali 
aperta in Napoli dal 25 luglio al 10 agosto (3), il nuovo 
sovrano cercò con quanto più zelo potè, con una 
serie di saggie e pratiche decisioni, di dare alle indu- 
strie vita forte e rigogliosa. 

V. EiFORMA GIUDIZIARIA. — Nell'organismo giudi- 
ziario il regno di Giuseppe non aveva lasciato traccia. 
Murat, contro il parere del suo stesso Ministro della 
Giustizia (4), volle al più presto creare e mettere in 
azione tutto un nuovo organismo modellato su quello 
francese. 

Prima di tutto si pensò alla promulgazione di 
nuovi Codici (5) : il re avrebbe voluto adattare la legge 
straniera alle consuetudini e ai sentimenti locali, pro- 
rogando gli articoli relativi al divorzio, ma l'Impera- 
tore lo costrinse, dopo un lungo carteggio, ad accettare 
il Codice Napoleone in tutta la sua integrità, col di- 
vorzio, la precedenza del matrimonio civile, ecc. Ciò 
urtava lo spirito. pubblico e Don giovò certo a rafter- 
mare i buoni rapporti che il sovrano si sforzava di 
mantenere col clero. 

Il Codice di procedura criminale, decretato da 
Giuseppe alla vigilia della partenza, non ammetteva 
ne giurì ne appello. Il re, consigliato dal Cambacérès, 
a cui si era rivolto per consiglio (6), scrisse a Napo- 



(1) Bull., 1808, 20 settembre, p. 537 (La manifattura che più avesse 
migliorato i suoi prodotti forniva per un anno i palazzi reali). 

(2) Ibid., 1809, 27 aprile, p. 521. 

(3) Ibid., 1809, 31 gennaio, p. 185. 

(4) Lettres et doee. cit., VI, p. 426 nota. 

(5) De Nicola, Diario cit., p. 424 (28 ottobre). 

(6) Lettres et dooc, VI, n. 3585, 9 novembre 1808. 



46 ROBERTO PALMAROCCHI 

leone che provvedesse lui, trattandosi « de toncher à 
ce qui a été fait par le Eoi Joseph ^> (1). 

Con una serie di decreti, che vanno dal settem- 
bre 1808 alla fine dell'anno, si abolirono le commissioni 
e giunte straordinarie, e tutti i privilegi (2), si stabi- 
lirono le sedi delle intendenze e dei tribunali, si de- 
cise che le nuove corti e i nuovi giudici si insedias- 
sero con grande solennità il 7 gennaio 1809 (3). È 
facile immaginare la confusione che seguì a un muta- 
mento così radicale. Come l'abolizione dei vecchi isti- 
tuti precedette di quasi un mese l' istallazione dei 
nuovi, si elesse una commissione, di cui fu presidente 
il Principe di Sirignano e uno dei membri Vincenzo 
Cuoco (4). Ciò nonostante, la macchina giudiziaria fun- 
zionava faticosamente e malamente. I giudici di pace, 
eletti dal decurionato dei comuni (5), e i membri dei 
tribunali tardavano ad andare a posto, e si dovette 
dichiarare che gli assenti al 1" aprile si consideravano 
destituiti e revocare tutti i congedi (6). La grande 
massa conservatrice vedeva di malocchio l' innovazione ; 
gli antichi ministri provinciali mandati a casa, sbraita- 
vano e soffiavan sul fuoco; si giunse ad affermare: 
« coi vecchi tribunali è sepolto ancora il decoro della 
magistratura e dell'avvocazia napoletana » (7). 

Intanto con altre leggi si cercava di completare la 
trasformazione. Si istituì il registro delle ipoteche (8), 



4 



(1) Lettres et docc. cit., VII, n. 3788, 11 febbraio 1809. 

(2) Ai vescovi fu lasciata la sola autorità correzionale (Bull., 1808, 
22 dicembre, p. 787). 

(3) Bull., 1808, 12 dicembre, p. 705. 

(4) Bull., 1808, 21 dicembre, p. 768. 

(5) Ibid., 1809, 28 gennaio, p. 101. 

(6) Ibid., 1809, 1 marzo, p. 413. 

(7) De Nicola, Diario, p. 438, 17 dicembre 1808. 

(8) Bull., 1809, decreto del 3 gennaio, p. 1 ; legge organica del 31 gen- 
naio, p. 109. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 47 

lodato concordemente dal Colletta, come quello per cui 
« le proprietà furono chiarite, i crediti assicurati » (1), 
e dal Bianchini, che lo «lisse «migliore ordinamento» (2). 
Lo si era già studiato a tempo di Giuseppe, ma si esitò 
ad attuarlo per timore di scontentare il potente corpo 
dei giuristi (3); e infatti quando il nuovo sovrano ruppe 
gli indugi, si sollevò un gran clamore, di cui si fege 
eco il De Nicola, che scrisse: «Per colmo si è aggiunta 
la legge del Eegistro.... onde assolutamente i tribunali 
possono dirsi finiti » (4). 

A meglio disciplinare e raffrenare l'onnipotenza 
degli uomini di toga, si istituì anche una Camera di 
disciplina degli avvocati (5); a dare maggior garanzia 
agli atti si dichiararono i notai ufiìciali pubblici no- 
minati a vita dal re. Si fissò il loro numero (1 per 
5000 abitanti a I^apoli, 1 per 2000 altrove), si obbliga- 
rono a depositare una certa .somma e a provare il 
possesso di un determinato patrimonio, si fondò in 
ogni capoluogo di provincia un Archivio (; una Ca- 
mera di disciplina notarile (6). 

Nessuno porrebbe in dubbio l'opportunità teorica 
di questi istituti, che sono tuttora i capisald ideila mo- 
derna organizzazione giudiziaria. Senonchè, si volle im- 
porli con troppa precipitazione ad nn paese impre- 
parato. D'altra parte, l' opposizione degli interessati, 
l'incompetenza dei funzionari e mille altre circostanze 
che si ritrovano sempre in simili periodi di transizione, 
prolungarono oltre misura l'incertezza e l'anarchia. Lo 
stesso sovrano non mantenne in questo campo la fer- 



(1) Op. cit., Ili, 101. 

(2)0p. cit., Ili, 535. 

(3) Rambaci), op, cit., p. 335, 

(■1) Diario cit., p. 448, 17 febbraio, 

(5) Bull., 1809, 15 luglio, p, 729, 

(6) Ibid;, 1809, 3 gennaio, p. 121. 



ROBERTO PALMAROCCHI 



mezza e l'unità di indirizzo che seppe altrove. Abolì 
i fldecommessi e tutti i privilegi feudali e poi ricreò i 
maggioraschi per l'ambizione di formare una sua no- 
biltà; tolse via le commissioni penali straordinarie e 
più tardi istituì corti speciali e commissioni militari; 
alle molte, troppe condanne rimediò con un uso ecces- 
sivo della sua prerogativa di grazia (1). 

Un po' dunque per sua colpa, ma piti per forza di 
cose e malvolere di uomini, a mezzo il 1810, di tutta 
l'amministrazione, l'organismo giudiziario era il solo 
ramo che fosse in ritardo e funzionasse malamente (2). 

IV. Brigantaggio. — Parlare delle cause politiche 
ed economiche del brigantaggio ci condurrebbe oltre i 
limiti prefìssi. Diremo soltanto che Murat trovò la mala 
pianta più che mai rigogliosa e frondeggiante e cercò 
con ogni mezzo di romperla e di estirparla. Le forti 
diserzioni dei veliti aumentavano le «comitive», le re- 
pressioni inacerbivano gli animi e infiammavano le re- 
sistenze (3), sì che forse non andò lontano dal vero il 
Colletta quando disse che « fra i delitti di brigantag- 
gio e quelli che dal brigantaggio derivavano, il censo 
giudiziario del regno numerò in quell'anno 1809, 3-5.000 
violazioni delle leggi » (4). Degli anni seguenti è la fe- 
roce e fortunata repressione che prende nome dal co- 
lonnello Manhés : non entriamo però nella spinosa que- 
stione della sua giustizia e opportunità. Ma già nella 
prima metà del 1809 si presero alcune misure repres- 
sive, rimettendo in vigore un decreto del 1807, che at- 
tribuiva ai comuni una grave responsabilità pecuniaria 



I 



(1) Oht^off, op. cit., Ili, 241 e segg. 

(2) Rambaud, op. cit., p. 399. 

(3) De Nicola, Diario cit., pp. 462-63, aprile 1809; p. 483, luglio. 

(4) Op. cit., Ili, 121. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 49 

dei misfatti briganteschi (1), decretanrto la pena di 
morte per i furti commessi sulle strade da più che tre 
persone (2), assegnando come indennizzi e premi i beni 
confiscati (3), ordinando la formazione di colonne mobili 
di guardie provinciali in ogni distretto (4). 

Di lì a poco, colla legge del 1° d'agosto (5), si entra 
nella fase più acuta e violenta della repressione. 

VII. Culto, beneficenza, ecc. — La soppressione dei 
conventi, l'abolizione dei privilegi giurisdizionali, il di- 
vorzio, la precedenza del matrimonio civile, la limita- 
zione del numero dei preti, l'abolizione dei patronati 
dei benefizi curati e non curati (6) potrebbero far cre- 
dere che il governo di Murat seguisse un programma 
di anticlericalismo aggressivo; ma sarebbe opinione ine- 
satta. È ben vero ch'egli costrinse vescovi e sacerdoti 
al giuramento di fedeltà e narrò con compiacimento lo 
spettacolo solenne di 30 vescovi prosternati ai piedi del 
trono (7); è vero anche ch'egli chiamò responsabili i 
superiori di qualunque atto facessero i minori ecclesia- 
stici contro il governo e le sue leggi (8), e fu inesora- 
bile nell'ordinare Farresto dei preti che predicavano 
contro il Codice Napoleone (9); ma bisogna distinguere 
quello che era un portato naturale della legislazione 
francese e dello spirito moderno, e la linea di con- 
dotta seguita individualmente dal re. Il quale capì 



(1) Bull., 1809, 26 marzo, p. 457. 

(2) Ibid., 1809, 8 maggio, p. 558. 

(3) Ibid., 1809, 17 luglio, p. 743. 

(i)Lettre8 et dooc. oit., VII, n. 3855, 11 marzo 1809; n. 3857, id. 

(5) Bull., p. 748. 

(6) Ibid., 1808, 22 dicembre, p. 739. 

(7) Lettres et dooc. cit., VI, n. 3439, 12 settembre 1808. 

(8) Ibid., VI, n. 3748, 22 gennaio 1809. 

(9) Ibid., VII, n. 3943, 2 aprile 1809. 



50 ROBERTO PALMAROCCHl 

bene l'importanza che il sentimento religioso e la tra- 
dizione cattolica conservavano nel Mezzogiorno d'Ita- 
lia, e volle prima di tutto di conciliarsi questi elementi 
formidabili della pubblica opinione. Non sdegnò infatti 
di recarsi insieme colla regina a rendere omaggio alle 
reliquie di San Gennaro (1), e donò al Capitolo una badia 
colla rendita annua di 2(ì00 ducati, decorandone i mem- 
bri con una medaglia d'oro, recante la scritta: — Pater 
et custos Patriae — Tutela religionis suscepta — Joachi- 
mus Napoleo Siciliarum Eex — Die IX octobris 1808 — (2). 
Tutto questo gli attirò una forte reprimenda dell'Im- 
peratore, il quale non comprese, oppure troppo com- 
prese, il vantaggio che da quella politica era per de- 
rivare al nuovo trono. 

All'incremento della pubblica beneficenza si prov- 
vide col creare un Consiglio generale di amministra- 
zione per ospizi, ospedali, luoghi di proietti, ecc. e una 
Commissione amministrativa, alla quale era anche afl3- 
dato un lavoro di statistica delle malattie gravi, del 
movimento delle nascite e delle morti, e perfino dei 
prezzi delle derrate (3). Fu poi istituito in Napoli un 
Comitato centrale di pubblica beneficenza, di cui era 
vicario generale il Vescovo e presidente il Grande Ele- 
mosiniere di Corte; e in ogni parrocchia un sotto- 
comitato, che pensava alle cucine economiche, alle 
doti, ecc. Furono escluse dai soccorsi quelle famiglie che 
non curavano l'educazione dei figli, che li spingevano 
a elemosinare o ne impedivano la vaccinazione (4). Per 



(1) Lettres et docc. cit., VI, n. 3507, 9 ottobre 1808. 

(2) Bull., 1808, 5 ottobre, p. 557. 

(3) Ibid., 1809, 11 febbraio, p. 198. 

(4) Ibid., 1808, 18 ottobre, p. 562. Il Bianchini (III, 828), pone questa 
legge ne] 1810. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 51 

meglio esercitare la sorveglianza sui luoghi pii, si sot- 
toposero tutti al Ministero dell' Interno (1). 

Della seconda metà del 1808 (2) è anche l' istitu- 
zione della casa per « donzelle di distinta qualità », già 
promessa da Giuseppe e spesso derisa da Napoleone; 
casa che fu iuvigilata personalmente dalla regina (3) e 
di cui il Colletta vantava con entusiasmo le beneme- 
merenze (4). 

Al funzionamento degli Ospedali si provvide con 
frequenti ispezioni (5) ; si cercò di migliorare le condi- 
zioni delle carceri ordinando che le direzioni tenes- 
sero un registro dei condannati: per evitare le deten- 
zioni arbitrarie si stabilì che chiunque accompagnasse 
alle carceri un cittadino senza regolare foglio di arresto 
fosse egli pure trattenuto; per rendere meno doloroso 
lo stato di quegli infelici si volle che i custodi sapes- 
sero leggere e scrivere e non fossero immorali, né « ca- 
paci di tirar profitto dalle altrui disgrazie » (6). 

Finalmente nel febbraio 1809 si creò un pubblico 
cimitero, fuori della Grotta di Pozzuoli, vietando di lì 
a un anno la sepoltura nelle chiese e in qualunque 
altro luogo entro le mura di iJ^jTapoli (7). 

Vili. Istruzione pubblica e cultura. — Lo stato 
delle scuole alla partenza di Giuseppe era infelicissimo. 
Oltre ai pochi avanzi degli antichi collegi e delle case 
di educazione non rimanevano che i seminari vesco- 



(1) Bull., 1808, 13 settembre, p. 525. 

(2) Ibid., 1808, 21 ottobre, p. 568. 

(3) Lettres et doco. cit., VI, n. 3556, 29 ottobre 1808. 

(4) Op. cit.. Ili, 102-3. 

(5) Lettres et dooo. cit., VI, n. 3641, 3 dicembre; n. 3647, 8 dicembre. 
6) Bull., 1808, 7 settembre, pp. 514-15. 

(7) Ibid., 1809, 11 febbraio, p. 195. 



52 ROBERTO PALMAROCCHI 



vili. Dei 15 collegi creati con decreto del 20 maggio 1807 
solo 8 erano aperti; e lino al 1810 li frequentavano 
200 alunni, di cui 125 a piazza franca o a mezza piazza. 
L'istruzione popolare e quella elementare erano del 
tutto trascurate (1). Il nuovo governo sentì la viva 
necessità di seri provvedimenti e il ministro Zurlo in- 
caricò Galdi, allora tornato dall'Olanda, di un piano 
d' istruzione universale. Ma la cosa non era facile e 
molto tempo fu consumato negli studi preparatori, sic- 
ché solo nel 1810 e 1811 si giunse alle leggi che 
creavano in tutti i comuni le scuole primarie maschili 
e femminili: istituzioni che funzionarono subito benis- 
simo, tanto che nel 1814 vi si contavano più di 100.000 
scolari (2). È dunque ben giustificato l'elogio del Colletta, 
il quale disse l' istruzione pubblica dei regno « opera 
di Gioacchino più che di altro re » (3). Non si trascu- 
ravano intanto gli altri rami della cultura: si aggiun- 
sero nuove cattedre nell'Università (4), si fondò un 
Giardino botanico (5), si curò la costituzione della So- 
cietà reale delle lettere, scienze ed arti, beneficandola 
con larghi donativi (0), si accrebbero e si migliorarono 
le due scuole nautiche di" Sorrento (7), si arricchirono 
le Biblioteche (8), si dette reale sanzione a molte acca- 
demie di Napoli e delle provincie (9), si istituirono 



(1) Zurlo, Rapp. cit., pp. 31 e segg. 

(2) 0«LOFP, op. cit., Ili, 2.50. 

(3) Op. cit., Ili, 127. 

(4) Di teorie generali di storia naturale dimostrate colle osserva-" 
zioni {Bull. 1808, 20 settembre, p. 536), di medicina pratica {Bull., 9 no- 
vembre, p. 645), di agricoltura {Bull., 20 dicembre, p. 767). 

(5) Lettres et dooc. cit., VI, p. .366 nota. 

(6) Bull., 1808, 9 novembre, p. 645. 

(7) Ibid., 1809, 20 giugno, p. 678. 

(8) Orloff, op. cit.. Ili, 255. 

(9) Rambaud, 01). cit., p. 451 nota. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 53 

scuole di Diplomatica (1), e finalmente si dette nuovo 
impulso agli scavi di Pompei e buoni incoraggiamenti 
alle belle arti. 

IX. Riforme militari. — Abbiamo lasciato per 
ultimo questo argomento, che non è certo tale in 
ordine d' importanza, perchè di fronte al vezzo di 
molti storici, che dipingono un Murat vago e sma- 
nioso soltanto di potenza militare, ci parve utile far 
precedere l'esame di tutte le riforme ch'egli compì o 
tentò in altri campi. Quest'ordine ci darà modo di giu- 
dicare la sua figura con maggiore giustezza ed equilibrio. 

Le difficoltà da superare erano gravissime; le mi- 
lizie indigene erano poche e male armate, le francesi 
costavano assai ed erano milizie straniere, il servizio 
degli approvvigionamenti procedeva a fatica. Non esa- 
gerò il Pepe dicendo che l'esercito era « ridotto in uno 
stato miserabilissimo » (2). Si aggiunga il problema del 
soldo arretrato che si trascinò per tutto il 1808, e il 
perpetuo flagello dei fornitori. Eacconta il Pepe (3) che 
gli fu dato incarico « di invigilare i commissari di 
guerra, quasi sempre di dubbia esattezza », e fra le 
molte truffe tentate da costoro, narra di un tale che 
simulò la perdita di certi legni da trasporto carichi di 
farina. Il più delle volte codesti fornitori, sebbene pun- 
tualmente pagati, costringevano i comuni a provve- 
dere ai servizi (4). Per reprimere l'abuso si fecero vari 
tentativi: si obbligarono gli appaltatori, fornitori, obla- 
tori, ecc. a rimettere i conti entro due mesi (5) ; si creò 



(1) Zurlo, Rapj)., pp. 42-43. 

(2) Op. cit., I, 161. 

(3) Ibid., I, 175. 

(4) Lettres et dooo. cit., VI, n. 3546, 26 ottobre 1808. 

(5) IMI., 1809, 24 maggio, p. 583. 



54 ROBERTO PALMAROCCHI 



un corpo di commissari di guerra che si occupasse degli 
approvvigionamenti (1) ; ad evitare il moltiplicarsi degli 
intermediari si stabilì che gli intraprenditori di costru- 
zioni navali trattassero il prezzo del legname diretta- 
mente coi proprietari (2). Ma tutti questi sforzi non 
bastarono e alla fine del 1810 il ministro Zurlo annun- 
ziava prossima la costituzione di una Regìa (3). 

Un'altra difficoltà ostacolò fin da principio il 
buon andamento delle cose: i frequenti contrasti fra 
amministrazione civile e militare. Nel carteggio del 
re troviamo pivi volte l' eco di rumorose e spesso 
cruente liti fra sindaci e ufficiali, fra truppe e cittadini, 
fra gendarmi e soldati. Questo astio era dovuto non solo 
alla mancanza di affiatamento fra i corpi militari di re- 
cente formazione e la grande massa conservatrice, tut- 
tora attaccata alle forme del vecchio regime, ma anche 
al fatto che, mentre il re, una volta sicuro sul trono, 
si sentiva disposto alla clemenza, avveniva « tutto al 
contrario de' proprietari componenti le milizie, i quali 
erano fortemente irritati per aver molto sofferto nelle 
sostanze e nelle persone » (4), e cercavano di sfogarsi, 
ora che potevano, sulle plebi nemiche. 

Gran cura si dette il nuovo sovrano di riorganiz- 
zare la sua guardia, mosso da più cause, dalla gelosia 
verso Giuseppe che se n'era portata in Spagna una buona 
parte, da un certo vago desiderio di imitare gli atteg- 
giamenti dell'Imperatore, da naturale inclinazione al 
grandioso e al decorativo, e fi.nalmente da un giusto 
concetto dell'amore del fasto e della teatralità, vivis- 
simo nei suoi sudditi. Aumentare l'esercito fu poi il 



(1) Bull., 1809, 27 maggio, p. 609. 

(2) Ibid., 1809, 4 marzo, p. 417. 

(3) Bapp. cit., p. 92. 

(4) Pepe, op. cit., I, 168. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 55 

SUO pensiero eostante: ne fissò le basi e la forza, tra- 
scurate dalla carta costituzionale (1), cercò di provo- 
care alla diserzione le truppe francesi, e di attirarle 
nei suoi quadri (2), finalmente propose a Napoleone di 
ridurre il contingente straniero; e della brusca risposta 
avutane, di ridurre invece quello indigeno, non si dette 
per inteso. Questi sforzi parvero sortire buon esito, 
che le truppe, nel 1808 di poco superiori a 15000 uo- 
mini, salirono nel 1811 al triplo (3). 

Ma le più importanti innovazioni di quest'anno 
furono la guardia civica, la leva dei veliti e finalmente 
la coscrizione. 

Si rivolse dapprima un caldo appello alla gioventù 
del regno ijerchè volontariamente si offrisse a for- 
mare il corpo dei veliti, ma non si riuscì a destar nel 
paese alcuna eco. Il re, molto addolorato e scontento, 
ordinò si procedesse al sorteggio e volle che ogni pro- 
vincia desse il suo contingente in rapporto alla sua 
popolazione (4). L'ordine non ebbe subito miglior esito 
della preghiera e qualche mese dopo si decretavano 
forti pene contro i refrattari (5). Il decreto sui veliti 
non era stato che iiu'avvisaglia. Di poco posteriore fu 
quello che creava la guardia civica provinciale (6). 
Nella guardia si distinguevano due classi: l'armata e 
la contribuente ; della prima potevano far parte quelli 
che pagavano un minimo di tasse annue di 6 ducati, 
esercitavano arti e professioni liberali o avevano un 
uSìcio retribuito almeno 60 ducati. Alla seconda si ap- 



(1) Lettres et docc. cit., VII, n. 3834, 4 marzo 1809. 

(2) EspxTALiKR, op. cit., pp, 41 e segg. 

(3) Zurlo, Kap2}. cit., p. 86. 

(4) Lettres et docc. cit., VI, nn. 3618, 3631, 3633, 3741 ; Bull., 1808, 22 set- 
tembre, pp. 539, 542. 

(5) Bull., 1809, 13 febbraio, p. 212. 

(6) Ibid., 1808, 8 novembre, p. 617. 



56 ROBERTO PALMAROCCHl 



parteneva per volontà o per legge (impiegati civili e 
contribuenti per determinate somme). La classe armata 
doveva esser composta dell' 1 7o della popolazione delle 
Provincie e se non si giungeva a formarla di volontari 
si sarebbe ricorso all'estrazione. 

I veliti e la guardia sono stati oggetto di giudizi 
disparati. Al Pepe i primi parvero istituzione poco de- 
mocratica (1); il Colletta invece vide una garanzia nel 
fatto ch'essi fossero « gentiluomini » e solo si dolse del 
troppo grave tributo e travaglio imposto ai possi- 
denti (2). I meriti della guardia furono ammessi da 
tutti, perfino dal J3e Nicola che più volte l'encomia per 
i servigi che rese nella città di Napoli (3). Nell'in- 
tenzione del re queste leggi dovevano preparare a 
poco a poco la coscrizione (4) e nello stesso tempo 
dargli in ostaggio i più ricchi proprietari di tutte le 
classi del regno (5). 

]1 7 marzo 1809 fu bandita la leva di 2 uomini 
su 1000, da eseguirsi mediante sorteggio (6) ; per ren- 
derla meno gravosa si profittò del facile entusiasmo 
suscitato a Napoli il 25 marzo dalla festa delle ban- 
diere. La novità però fu criticata come inopportuna, 
perchè mancavano in quel popolo, ancora per buona 
parte fedele ai Borboni, sensi di nazionalità e di pa- 
triottismo (7), perchè la legge apparve una specie di 
« contribuzione di sangue » (8), e fu con implacabile ri- 



Ci) Op. cit., I, 173. 

(2) Op. cit,, III, 104. 

(3) Diario cit., ad a. 1809, jjassim. 

(4) Lo dico più volte espressamente (Lettres et docc. cit., VI, nn. 3591. 
3741; VII, n. 3800). 

(5) Lettres et docc. cit., VII, n, 3793, 13 febbraio 1809. 

(6) Bull., p. 422. 
(7j Pepe, op. cit., I, 161. 
(8) Bianchini, op. cit., Ili, 791 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 57 

gore applicata. Ciò nonostante, il numero dei refrattari, 
enorme in principio, scese poi ad una cifra irrisoria (1), 
e la tenacia del re svegliò qualità militari in quelle 
truppe scontente e improvvisate. 

Non ebbe torto il Colletta di lodare come « prima 
e meravigliosa essenzialità » di questa invasione fran- 
cese l'aver armato « i popoli vinti, come non usano le 
conquiste; perchè a farlo si vuole proponimento di 
bene operare, pensiero di durabilità, o speranza di 
pubblico amore » (2). 

Si pensò anche ad accrescere la flotta, sulle norme 
rigorosamente prescritte dall'Imperatore; si riorganiz- 
zarono i corpi di pilotaggio e di marineria (3), si creò 
un battaglione reale per la guardia dell'arsenale e dei 
depositi (4), si dette una forte spinta alle costruzioni 
navali tanto trascurate da Giuseppe (5). 

X. Conclusione. -- Nei primi mesi del regno di 
Murat appare sotto un aspetto più puro, quasi direi ver- 
gine, e non anche turbato dalle preoccupazioni interna- 
zionali che intorbidarono il periodo successivo, il ta- 
lento di codesto principe, che volle e seppe fare di sé 
un saggio e zelante amministratore. Le difficoltà che 
incontrò salendo al trono erano molte e aspre, la si- 
tuazione intricata. Il regno male difeso, peggio ammi- 
nistrato, avvilito dal malgoverno dell'ultimo Borbone, 
logorato da due invasioni francesi, di cui la prima più 
rapida e più violentemente rapinatrice, la seconda utile 
in parte per qualche discreto tentativo di riforme, ma 



(1) Bianchini, op. cit., Ili, 791 (dal 757„ al S»/»). 

(2) Op. cit., Ili, 104. 

(3) Bull., 1808, 8 novembre, p. 612. 

(4) Ibid., 1808, 26 ottobre, p. 645. 

(5) Okloff, op. cit.. Ili, 240; Rambaud, op. cit., p. 305. 



58 ROBERTO PALMAROCCHI 



in conclusione dannosa per il vuoto lasciato nelle casse 
dell'erario, freccia del Parto lanciata da Giuseppe con- 
tro il rivale. Si può dire che tutto cadeva in rovina, e 
ci voleva una mano nello stesso tempo ferrea e deli- 
cata. Gioacchino Murat, con una versatilità che meravi- 
glia in lui, eroico cavaliere ma cattivo amministratore 
in Spagna e a Berg, vide il suo compito e piegò le 
sue facoltà a sodisfarlo, non disdegnando il consiglio 
dei competenti. Francese di nascita e d'indole, com- 
prese che per diventare veramente re di Napoli gli 
occorreva esser re dei Napoletani, e nonostante le fin- 
zioni con cui cercò di addormentare la vigile diffidenza 
dell'Imperatore, si affidò più che potè all'elemento in- 
digeno, e tutti i non Napoletani, i Francesi al pari 
degli altri, stimò e trattò come stranieri. Ma non ba- 
stava lo zelo: le tristi condizioni del paese, le tracce 
degli antichi e dei recenti sperperi e delle lotte sangui- 
nose, resero difficili i primi passi e procurarono al re 
non poche delusioni. In questo momento iniziale è tanto 
più ammirevole la sua fermezza. Eppure la sfortuna 
ch'egli ebbe nella sua breve carriera di sovrano, lo per- 
seguitò anche dopo morte. Egli aveva capito che per 
dare al regno vitalità e potenza occorreva un esercito 
ben agguerrito; e su lui si è voluto riversare tutta la 
responsabilità così delle forti spese militari che dissan- 
guarono i bilanci, come del rapido disfacimento del 1815. 
Lo si è rimproverato di non aver saputo scegliere i suoi 
ufficiali e i suoi favoriti, dimenticando che accanto agli 
inetti, egli ebbe non pochi coadiutori saggi e illumi- 
nati. Per accusarlo creatore di un dispotismo militare, 
si è affermato che le riforme di Giuseppe furono conti- 
nuate da lui ma con « tiédeur » (1); cosa che già dimo- 
strammo falsa; e altri gli rimprovera tutto il contrario. 



I 



(1) Orloff, op. oit., II, 24748; III, 235. 



LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAI 59 

% 

Questa disparità e ingiustizia di sentenze non di- 
pende solo da malanimo e da parzialità. Le speciali 
condizioni di quel momento storico, che resero vani 
molti buoni sforzi del Murat, impedirono ai piìi di veder 
chiaro nei suoi atti e nelle sue intenzioni. Così il Pepe, 
mentre ammette che le riforme militari erano neces- 
sarie all'onore e all'indipendenza del paese, e ci rico- 
nosce un merito patriottico del sovrano, lo accusa poi 
di avere nella repressione del brigantaggio persegui- 
tato, senza distinguerli, banditi e carbonari (1). 

La verità non può essere che in un giudizio intermedio. 

Sovrano di Napoli e luogotenente dell' Imperatore, 
egli sentì la necessità di contemperare i bisogni del 
paese colle esigenze del lontano padrone. E non potè 
e non volle prendere da principio un atteggiamento 
aperto di ribelle, che avrebbe danneggiato lui e il regno; 
i patriotti e i massoni, allora propensi ad accordi con 
l'Inghilterra, vide di malocchio e combattè. Ma con 
tutte le forze cercò di suscitare nello Stato una vita 
autonoma e dargli una finanza, un'amministrazione, un 
esercito (2). Certo che i nuovi istituti da lui creati erano 
di importazione francese ; e ciò ne diminuiva l'efiìcacia 
e dispiaceva al popolo e rese malsicuro il suo trono. 
Ma fu utile grande per l'Italia che il Napoletano fosse 
per un poco retto dagli stessi ordini che governavano 
le altre provincie della penisola (3), e che avesse sag- 



(lì Op. cit., I, 162, 185. 

(2) L'OuLOFF, così largo di critiche giuste ed iugiuste, dà poi 
(III, 280), questo giudizio complessivo: « la marche quo tous les actes de 
Murat faisaient prendre aux plus siinples corame aux plus importantes 
affaires, toutes les foia que le moindre fil les rattachait à la fortune de 
l'État..., toujours.... avait un eft'et heureux. Telles sont les causes sana 
doute de la prosperité d'un système de fìnances établi rapidement au 
milieu de tous les enibarras d' un règne naissant ». 

(3) Pkpe, op, cit., I, 164. 



60 



ROBERTO PALMAROCCHl, LE RIFORME DI GIOACCHINO MURAT 



giato i vantaggi dell'organizzazione moderna. Le leggi 
di Murat per molta parte, i loro effetti benefici tutti, 
sopravvissero alla restaurazione, e lo spirito di auto- 
nomia e di modernità che penetrò negli animi e li vinse, 
pur senza ch'essi sapessero e volessero, fu in effetto 
più alta e pratica conquista ed affermazione d' italia- 
nità e d'indipendenza che non il grido utopistico e 
inascoltato del proclama di Rimi ni. 



Firenze. 



Roberto Palma rocchi. 



ANEDDOTI E VARIETÀ 



La condanna di Iacopo Corbinelli. 

Di Iacopo di Raffaello Corbinelli, che tiene un posto rag- 
guardevole fra i letterati della seconda metà del secolo XVI, ebbe 
a scrivere in questa stessa rivista, con particolarità di notizie, il 
prof. Pio Rajna (i). 

Il Corbinelli ci si mostra segnatamente in Francia; e già resul- 
tava che vi si trovasse in esilio e che l'allontanamento dalla patria 
fosse seguito in età giovanile. Ma quando propriamente fosse av- 
venuto e per quali motivi specifici, non appariva e si desiderava 
di conoscere. Scopo di questo breve scritto è per l' appunto di 
portare luce intorno a ciò. 

Nel 1607, Raffaello e Piero CorbineUi, nati da Iacopo in 
Francia, indirizzarono una supplica al Granduca, con la quale, 
« desiderando di esser riconosciuti per devotissimi vassalli e ser- 
vitori, e di rimpatriarsi quando la fortuna lo permettesse », do- 
mandavano per grazia, « nonostante qualsivoglia pregiuditio del 
detto padre, di poter liberamente venire a rendere la dovuta 
obbedienza et essere abilitati a quelli honori della patria, che 
hanno goduto e godono quelli della loro nobil famiglia ». 

La grazia domandata veniva concessa, con rescritto deU 
r8 agosto dell'anno medesimo, e Pietro Cavallo, auditore fiscale 
del Granduca, ordinava « a tutti gli offitiali e ministri così nel 



(l) Archivio Storico Italiano, serie V, tomo XXI, 1898, pp. 54 e segg. 



62 MARIO BATTISTINI 



fisco come nelli altri Magistrati et offitiali della città di Firenze, 
che ne faccino quella dichiaratione et accomodamento di scritture 
che sieno necessarie et opportune per l'intiera esecutione del pre- 
fato benigno rescritto di S. A. S. » (i). 

Mi è stato possibile, dopo lunghe ricerche, rintracciare la sen- 
tenza colla quale Iacopo Corbinelli veniva colpito. Il 21 marzo 1562 
gli fu comandato di comparire dinanzi al Magistrato degli Otto 
« in fra 20 di sotto pena di scudi 1000 e arbitrio » e non 
avendo egli obbedito alla intimazione, con sentenza del 13 mag- 
gio 1562, « fu dichiarato incorso in pena di scudi 1000. Item, 
quello, di fatto confinato per anni 5 nel fondo della torre di 
Volterra » (2). 

Il Magistrato, però, volle attendere ancora qualche tempo a 
render definitiva la sentenza di condanna e troviamo infatti che 
il 16 giugno dell' anno medesimo veniva concesso al Corbinelli 
di poter comparire, fino a tutto il mese di settembre, « e com- 
parendo s' intenda [)ienamente libero et assoluto da tutti li detti 
pregiudizi » (3). 

Iacopo però non si valse della larghezza del giudice e, come 
la prima volta, così la seconda non si fece vivo. 

Alla seconda citazione adunque il Corbinelli doveva esser già' 
lontano dalla Toscana, considerando il lungo periodo di tempo con- 
cessogli dal Magistrato per comparire. Se egli si fosse trovato 
sempre a Pisa od in altro luogo della Toscana, al massimo il Ma- 
gistrato poteva concedergli, come di solito, quindici o venti giorni ; 
ma il Corbinelli, certamente, avuta notizia della grave sentenza 
contro di lui emanata, aveva abbandonato la patria, se non l'Italia, 
lasciando che la condanna divenisse esecutiva e che i Capitani di 
Parte, in base alla legge Polverina, incorporassero i suoi beni e 
li consegnassero al fisco. 

Il motivo della citazione e della condanna del Corbinelli non 
m' è stato possibile rintracciare, come non lo seppero, nel 1607, 



(i) Archivio di Stato di Firenze, Carte Strozziane, serie I, filza 190, 
e. 468. 

(2) A. S, F., Otto di guardia, voi. 91, e. 158 ; voi. 2714, e. 304. 

(3) A. S. F., Idem, voi. 91, e. 254 t.; voi. 2714, e, 90. 



LA CONDANNA DI IACOPO CORBINELLI 63 

i segretari i quali, quando i figli di Iacopo avanzarono la do- 
manda di grazia sopra ricordata, furono incaricati di dare tutte 
le informazioni all'auditore fiscale. Essi scrissero solamente che la 
confisca dei beni era stata fatta come a ribelle e che^ circa due 
anni avanti. Bernardino, fratello d' Iacopo, era caduto in bando 
di ribellione maggiore (i). 

Io ritengo perciò che la cagione della citazione e della con- 
danna poi del Corbinelli, fosse in relazione con la famosa congiura 
di Pandolfo Pucci, scoperta nel 1559, e nella quale fu implicato 
suo fratello Bernardino e moltissimi furono sospettati. I due anni 
di distanza, dalla scoperta di essa alla citazione di Iacopo, non 
sembreranno troppi. 

Gioverà ricordare che, scoperta la congiura, il Cancelliere 
degli Otto di Guardia, Lorenzo Corboli, con quella severità che 
lo distingueva, si dette a ricercare tutti coloro che avevano 
avuto anche semplice relazione coi congiurati. E per servire il suo 
principe, al quale tutto doveva, gli presentò una lunga nota di 
persone sospette (2), chiedendone la incriminazione, e benché 
non mi sia riuscito di ritrovare questa nota, opino che in essa 
debba essere stato compreso anche il nostro Iacopo. 

E forse da escludere che potesse esser sospettato colui che 
aveva avuto il fratello gravemente compromesso in una congiura 
di quel genere ? Certo nessuna congiura vi fu in quel tempo 
contro i Medici, oltre quella del Pucci, e per ribello indicavasi, 
non solo chi era riconosciuto colpevole di reati politici, ma anche 
chi ne era semplicemente sospettato. 

Firenze. Mario Battistini. 



(1) A. S. F., Carte Strozziamo serie I, filza 190, ce. 466-67. 

(2) G. E. Saltiki, Tragedie Medicee, p. 47 nota. 



n 



RECENSIONI 



Henry Francotte, Les finances des cités grecques. — Paris, Cham- 
pion, 1909; 8^ pp. 315. 

Lo studioso della storia dell'economia politica e del diritto 
amministrativo che volesse stabilire nella sua vera estensione ed 
essenza la importanza pratica che questo e quella ebbero nella 
vita delle città e delle satrapìe del mondo greco, non potrebbe 
di molto approfondire le sue ricerche qualora fosse costretto ad 
attingere solamente alle due massime e per molto tempo uniche 
fonti che siano state accessibili all'indagine, cioè Aristotele e Se- 
nofonte; questi, col suo trattatello, invero molto importante, sulle 
entrate dell'Attica; l'altro, con le Economiche. 

Il Francotte, dell'Università di Liegi, ci dà ora un libro che 
allo studio dei documenti unisce un lavoro di sintesi e vedute 
comprensive veramente utili per capire un lato fondamentale 
della vita della maggior parte delle città greche, nelle quali a 
lungo sopravvisse il rispetto per il regime familiale primitivo: lo 
Stato non vi penetra, e colpisce di tassa i prodotti solo quando 
se ne faccia pubblicamente scambio. Questo rispetto appunto 
spiega la repugnanza generale a stabilire un'imposta sulla ric- 
chezza: r organizzazione economica di queste antiche comunità 
è tale, che permette di veder chiaramente la sua base agricola tut- 
tora forte e salda. 

La parte che ha per oggetto le imposte è trattata estesamenta 
nei riguardi si delle città autonome come di quelle soggette od al- 
leate, e grande importanza è giustamente assegnata nella seconda 
parte, che tratta dell'amministrazione, ai sistemi in vigore in 
Atene, la vera IIóXic greca, che in sé incarnò ed accentuò ogni 



FRANCOTTE, LE FINANZE DELLE CITTÀ GRECHE 65 

manifestazione della vita ellenica, e della quale sono ben lu- 
meggiati i due maggiori momenti storici dal punto di vista 
economico: Atene nell'isolamento e Atene nelle sue relazioni di 
dipendenza o di alleanza con altre città e regni. 

Le miniere di Laurion non potevano certamente bastare a 
provvedere di sonanti talenti le casse della repubblica che, con- 
sapevole dei suoi destini, per realizzare il suo sogno di egemonia 
politica e di preminenza artistica dovette ricorrere a misure fiscali 
sui suoi stessi cittadini: ma le risorse le vennero più tardi libe- 
ramente fornite dai non lievi tributi imposti sugli alleati. Molti 
fatti della storia greca vengono messi in nuova luce e ne è sve- 
lata così la ragione vera, prima a mala pena intuita o affatto igno- 
rata: in numerosi casi fu veramente la questione del danaro che 
decise della piega che presero gli avvenimenti. Quale fu ad esempio 
la causa principale che determinò Nicla ed i suoi amici ad affret- 
tarsi a concludere la pace con la valente rivale, con Sparta glo- 
riosa? Considerazioni d' indole politica, acute previsioni, intuizione 
dei piani escogitati dagli avversari? no; fu una semplice questione 
di cifre : nei tesori sacri, ai quali si attingeva e che custodivano 
le risorse della guerra, non restava, nel 4-21 a. C, che qualche 
cosa come settecento talenti. I primi dieci anni della guerra pe- 
loponnesiaca avevano esausto l'erario, ed una sosta nelle opera- 
zioni si imponeva se non si voleva andare incontro ad una ca- 
tastrofe. 

Alla catastrofe invero si precipitò ugualmente, epilogo doloroso 
dell'avventura di Sicilia, che costò molto alle finanze pubbliche: 
le riserve non bastarono più e fu necessario ricorrere agli stessi 
tesori sacri. Che gli arconti abbiano potuto spingersi a questa 
guerra in mari lontani si spiega, senza andare ad escogitare ra- 
gioni di alta politica o di altro genere, col semplice fatto che subito 
dopo il 421 si ebbe un notevole rimpinguamento delle casse pub- 
bliche e il bilancio die' in breve tempo un avanzo tale da giu- 
stificare l'impresa, che rispondeva a quel bisogno di attività 
esteriore e a quel bisogno di grandezza che aleggiavano in quel- 
l' epoca su gli orizzonti d'Atene. 

Dopo il 413 gli avvenimenti si fecero sempre più gravi. Il pro- 
seguimento della lotta con la forte rivale non si poteva nonché 
evitare nemmeno rimandare e si dovette far buon viso a cattiva 
fortuna. Fu necessario — poiché le risorse fornite dai tributi im- 
posti alle città soggette erano venute a mancare in gran parte — 
ricorrere, e lo si fece con difficoltà, giustificata dalla ripugnanza 



66 RECENSIONI 



dei greci alle conlribuzionì dirette, eiW eisphora o imposta fondiaria 
e immobiliare, che aveva già fatto una prima comparsa nella vita 
ateniese nel VI secolo: fu necessario ricorrere al tesoro di Athena 
Polias ed a quello di Athena Niké. 

Si potè così continuar la guerra e riprender la costruzione 
dell'Erettelo, iniziata già subito dopo la pace di Nicla; ripresa 
dovuta al desiderio del nuovo governo democratico di mostrare 
all'opposizione che le finanze erano così prospere che ci si pote- 
vano permettere delle spese lussuose e l'assegno di una pensione 
di due oboli giornalieri a duemila cittadini. Ma Atene correva così 
verso la rovina, e davvero è fatto mirabile come la guerra in 
queste condizioni disastrose potesse esser continuata. È che l'eser- 
cito e la flotta pensavano da sé stessi al proprio sostentamento: 
il diritto delle genti essendo abolito, saccheggi, atti di brigantaggio 
e guerriglia da corsari poterono soli fornire i mezzi per trarre 
avanti fino alla caduta. 

1 documenti per poter seguire passo passo la vita ateniese in 
questo periodo importante e molto doloroso della sua storia si 
fanno sempre più scarsi: le iscrizioni non formano malaugurata- 
mente serie complete, fatto che inceppa di assai le indagini e il 
lavoro di ricostruzione: ma se non altro esse sono numerose ab- 
bastanza da permettere di ricorrervi con profitto per risolvere al- 
cune difficoltà che si presentano nello studio del sistema dell'ammi- 
nistrazione finanziaria delle altre città, come Delo, Delfo, Epidauro. 

Interessante è appunto il sistema, che sì discosta radicalmente 
dal nostro: mancanza assoluta di un preventivo; votate dal po- 
polo le nuove spese, si votano anche, se necessario, le nuove im- 
poste. Naturalmente non manca un budget, ma questo non è unico, 
accentrato, comprensivo. La distinzione dei bilanci è una conse- 
guenza del sistema adottato dai greci, che pensavano che la visione 
della situazione generale sì facesse così più chiara. Difetto capitale 
che spiega certe catastrofi nella vita dì quelle città, perchè il po- 
polo, non avendo un' idea complessiva della propria situazione 
finanziaria, si avventurava leggermente in spese inadeguate e in 
ignote contrade a dubbie e pericolose guerre. Molti tentativi furon 
fatti, dopo che tal sistema ebbe apportato gravi inconvenienti, 
per arrivare ad un accentramento, e in special modo ad Atene, 
con la istituzione degli Apodecti, ma non sì seppe mai giungere 
sino in fondo. 

È questa la parte che il Francotte tratta con vera competenza 
e tutto ciò che riguarda il sistema dì riscossione delle imposte, 



FRANCOTTE, LE FINANZE DELLE CITTÀ GRECHE 67 

la contabilità, il controllo, la chiusura dell'esercizio, l'impiego delle 
eccedenze, i prestiti, è presentato in modo che, data la condizione 
degli studi, non si potrebbe desiderare più completo. 

D'interesse particolare è poi il capitolo che riguarda l'ammi- 
nistrazione finanziaria del tempio dì Delfo, ente importantissimo 
nella vita della Grecia, alla gestione del quale molte autorità con- 
correvano, ed un notevole contributo alla storia del diritto pub- 
blico è portato dalla memoria che studia le immunità accordate 
ai cittadini ed agli stranieri. 

Non sarebbe inutile una buona bibliografia, quale solamente 
l'A. ci potrebbe dare, per la sua competenza grande in materia, e 
gli « addenda et corrigenda » che occupano ben quattro pagine, 
dovrebbero invece essere già « addita et correcta » : il lavoro, per 
sé molto utile, vi guadagnerebbe non poco. 

Palermo. Ugo Fortini. 



Theodor Birt, Bòmtsche Charakterkòpfe, Ein Welthild in Biogra- 
phien. — Leipzig, Quelle & Mayer, 1913. 

Come nella storiografia romana ci fu un tempo che all'espo- 
sizione continuata dei fatti venne preferita la forma biografica, 
rilevandosi piuttosto gli uomini illustri che i fatti notevoli, così 
nell'età nostra, dopo che ingegni poderosi e nutriti di studi me- 
todici hanno ricostruito, su nuove basi la storia di Roma, non 
mancano dì quelli che si volgono a considerare piuttosto gli 
uomini che i fatti, e persuasi che la storia sia essenzialmente 
opera non già delle masse seguaci ma degli individui dì più viva 
intelligenza e dì più forte volontà, di questi indagando e mettendo 
in rilievo l'indole e la vita, sì argomentano dì far così conoscere, 
in alcuni punti meglio dell'esposizione continuata, le intime ra- 
gioni della storia. 

A questo novero appartiene Teodoro Birt dì Marburg, quello 
stesso del quale recentemente, a cura della Società « Atene e 
Roma », fu pubblicato tradotto un bel librìccino intorno alla 
Storia della Coltura in Roma(l). Nella Prefazione al presente 
libro, il geniale filologo e poeta Marburghese esprìme la convin- 



ci) T. Birt, La Civiltà romana, traduzione di Giov. Decia. Firenze, 
Ariani, 1912. 



08 RECENSIONI 



zìone in lui da tempo maturatasi, che nelle consuete storie di 
Roma, anche le migliori, manchi a volte la perspicuità e la intima 
verità veramente persuasiva, quando non si riesca addirittura a 
delle deformazioni arbitrarie; e ciò perchè, sperdendosi le figure 
degli attori nel gran corso delle cose e più badandosi ai successi 
ed eventi che alle volontà, non si viene a dare a queste suffi- 
ciente rilievo. Egli pertanto si propose di tracciare un verace 
profilo dei più grandi uomini di Roma, colla persuasione di riu- 
scire con questo a disegnare anche un'immagine ininterrotta della 
evoluzione di Roma e dell'impero ; perchè i governanti buoni e 
cattivi, dic'egli, non si alternarono già in Roma come il buon 
tempo e il cattivo tempo, ma ne! succedersi delle persone dominò 
come un'intima necessità, per essere stati essi il prodotto della 
società in mezzo a cui sorsero e si segnalarono. Il Birt ha dunque 
convinzioni totalmente opposte, secondo me a ragione, a quelle 
di Guglielmo Ferrerò, che scrisse e scrive la storia di Roma col- 
l'intento di far vedere che le credute grandi azioni dei supposti 
grandi uomini non furono che azioni comuni suggerite dalle più 
consuete e volgari passioni. 

Dopo un' Introduzione, volta a rilevare l' importanza nella 
storia degli uomini di maggior vigore intellettuale e morale, e 
l'opportunità di iniziare la sua galleria di ritratti dalle figure dei 
tempi meglio conosciuti, cioè da quelle posteriori alla guerra di 
Pirro e alla prima punica, imprende il Birt a disegnare i ritratti 
di quelli ch'egli ritiene più grandi, e sono: Scipione il vecchio. 
Catone il censore, i Gracchi, Siila, Pompeo, Lucullo, Cesare, M. An- 
tonio, Ottaviano Augusto, Claudio, Tito, Traiano, Adriano e 
M. Aurelio. 

Prendiamo ad esame, per saggio, la biografia di Scipione. Per il 
Birt il giusto punto di prospettiva da cui si deve riguardare questa 
figura è quello di metterla a confronto con Annibale, e il campo 
d'azione ha da essere la seconda guerra punica. Comincia dunque 
dal trattegggiai'e le condizioni diverse di Roma e Cartagine verso 
il '220 av. C, rispetto alle forze a loro disponibili, rispetto alle 
tendenze e aspirazioni dell'una e dell'altra, e rispetto alla forma 
e abilità del governo. Poi, rilevate le benemerenze della famiglia 
dei Barca a Cartagine, passa a narrare a larghi tratti la storia 
del grandeggiare di Annibale, dal suo giuramento d'odio contro i 
Romani alle imprese di Spagna e via via al passaggio dei Pirenei 
e delle Alpi e alle grandi successive vittorie in Italia, facendo un 
caldo e giusto elogio delle splendide doti di lui come stratega e 



BIRT, PROFILI dell'antica ROMA 69 

organizzatore. In seguito, descritte le tristi condizioni di Roma 
dopo Canne e la possibilità in cui era Annibale di affamarla e di 
prenderla, ecco il momento per l'A. di volger l'attenzione al vero 
salvatore di questa disperata situazione, cioè a Scipione. Del 
quale, ricordate le gesta al Ticino e a Canne, e l'opportunità ivi 
avuta di osservare come si prepara una battaglia e si vince, ri- 
cordata l'indole serena e ottimista di lui e le nobili tradizioni 
militari della sua famiglia, narrasi l'audace suo esibirsi, a venti- 
cinque anni d'età, al supremo comando dell'esercito in Ispagna 
e le brillanti imprese là compiute, specialmente la presa di Car- 
tagena che era città ricca e centro di rifornimento per gli eserciti 
punici, poi anche la presa di Cadice e la caduta di tutta la Spagna 
citeriore sotto il dominio romano. Solo non riuscì Scipione a tratte- 
nere Asdrubale dal suo viaggio per recar soccorso al fratello, 
né fu in verità merito di lui la vittoria al Metauro, che troncava 
ad Annibale ogni speranza d' aiuto da parte della sua patria. Gli 
è che Scipione, tutto imbevuto di coltura e di ricordi greci, e vo- 
glioso d'imitare il grande Alessandro, amava circondarsi di fasto 
regale e dalla sua residenza di Tarragona dominava sulla pro- 
vincia col prestigio di un re; il che gli impedi di conoscere o di 
sventare l'abile piano di Asdrubale. Finalmente tornò a Roma, 
e invano avendo chiesto il trionfo, si contentò di fare, come pri- 
vato, una solenne ecatombe a Giove Capitolino, e circondato dagli 
omaggi del popolo pieno di ammirazione, ne otteneva i suffragi 
per un nuovo comando, questa volta in Africa. Il Birt rileva qui 
le novità dell'esercito consolare che cominciava allora ad avere 
truppe assoldate, e a manifestare i suoi istinti violenti di sac- 
cheggio e di indisciplina. Dopo una fermata in Sicilia, durante 
la quale la condotta di Scipione, amante di trattenimenti letterari 
e teatrali, indusse i suoi nemici di Roma a promuovere un'in- 
chiesta che ri usci però a suo favore, salpava egli alla volta del- 
l'Africa, proprio mentre un nuovo esercito cartaginese condotto 
da Magone, fratello minore di Annibale, tentava per la via di 
Genova di venire in aiuto di costui. Il quale finalmente, costretto 
a lasciar suo malgrado l'Italia, accorreva alla difesa della sua 
patria minacciat,a, ma, vinto a Zama, vide perdute le sorti carta- 
ginesi. Il Birt segue a narrare lo splendido trionfo di Scipione e 
gli onori a lui trentacinquenne concessi ; ma da quel momento 
principiava la sua decadenza. Partito col fratello Lucio alla 
guerra contro Antioco,, si regolò in modo da dar sospetto per la 
sua ambizione, e ne venne, dopo la sconfitta di quel re a Magnesia, 



70 RECENSIONI 



il famoso processo contro gli Scipioni, accusati di aver ricavato 
enormi somme dal bottino d' Oriente. Scipione allora evitò la con- 
danna ma abbandonò Roma e visse nella sua solitaria villa di 
Liternum in Campania, fino alla morte, avvenuta nel 183 av. C. 
Il fatto più importante da rilevare, secondo il Birt, a chiusa 
della biografia, è questo dell'esser stato Scipione padre di Cor- 
nelia, la madre dei Gracchi, sicché la storia dei grandi riformatori 
popolari si connette in qualche modo con quella di Scipione Afri- 
cano, e si può dire con verità che « il più bel monumento dei 
grandi uomini sono i loro discendenti quando questi son degni di 
loro e riescono a superare i loro padri ». 

Questa biografia, pur non contenendo nessuna novità ed es- 
sendo derivata dalle solite fonti antiche (Plutarco, Appiano ecc.), 
ha certo il merito di rappresentare le cose con drammatica viva- 
cità e le figure sono tratteggiate assai bene. A noi Italiani ricorda 
l'Africa del Petrarca, di cui non ha gli elementi di pura inven- 
zione come le parlate messe qua e là in bocca ai personaggi. 
Dopo tutto, ha ragione il Birt di lodare questo genere bio- 
grafico, che ha il suo lato buono nella esposizione storica e 
s'adatta specialmente ai lettori giovani e di coltura comune. Il 
testo è arricchito di varie illustrazioni, riproduzioni di busti, 
monete ecc. ; un indice dei nomi alla fine aiuta benissimo chi 
vuol rivedere singoli punti. Tutta jnsieme l'opera mi par ben 
riuscita e utile a leggersi. 

Firenze. Fklige Ramorino. 



Hanns Baechtold, Die Verlobung im Volks- und Beehtsbrauch, mit 
besonderer Berucksichtigung der Schrueis vergleichend-histo- 
risch dargestelU. — Basel, Verlag der Schweiz. Gesellschaft 
f. Volkskunde, 1913. 

Se il titolo del più grande romanzo della letteratura italiana 
non facesse sorgere alla mente il pietoso racconto di Renzo e 
Lucia, io potrei dire, presentando il volumetto di Giovanni Bae- 
chtold: Ecco un libro di promessi sposi. E non altrimenti dovrei 
esprimermi per un lavoro che tratta degli sponsali, seguendoli 
nello svolgimento storico, esaminandoli nelle forme e nel conte- 
nuto, riguardandoli nelle parti e nell'insieme, facendo passare, per 
tal modo davanti agli occhi riti e cerimonie, scene e pratiche, tipi 
e costumi, un piccolo mondo di amori e cortesie, palpitante di 



BAECHTOLD, IL FIDANZAMENTO NEGLI USI POPOLAUI E GIURIDICI 74 

vita antica e di freschezza popolana, avvivato da un solenne soffio 
tradizionale. Discusso come tesi di laurea alla Università di Ba- 
si'ea, questo libro, che mi ricorda un mio saggio sugli Sponsali 
P(yfolari comparso nel 1908 nella Revue des Etudes Ethnogra- 
phiques et Sociologiques, non è che un capitolo, il secondo, di 
un'opera in tre volumi intorno agli Usi del fidanzamento e delle 
nosse. 

Per quanto l'A. dimostri l' intendimento di illustrare i co- 
stumi sponsalizi della nevosa Svizzera, la patria sua ricca di vita, 
di energie, di civiltà, pure riesce a comporre un buon lavoro 
comparativo, mettendo a profitto, con temperanza e sagacia, i 
numerosi materiali che sull'argomento folkloristi, storici ed etno- 
logi vennero accumulando nell' ultimo cinquantennio. E la sua 
comparazione non stanca, perchè non è semplice avvicinamento 
di notizie, ma confronto luminoso; come la sua erudizione non 
soffoca, perchè sparsa ora con sapiente parsimonia, ed ora con 
opportuna abbondanza. A me sembra inoltre, che il Baechtold sia 
riuscito a conciliare nel suo studio le esigenze del metodo storico 
con le conquiste dell' indirizzo etnologico, usando della compa- 
razione senza astrarre dagli elementi culturali, cioè limitando i 
confronti e i richiami nel campo storico di diverse nazioni, senza 
attingere a dismisura dalla vita dei barbari e semi-barbari. 

L'indagine procede dalla consuetudine delle famiglie popolari 
interessate alle nozze, di riunirsi, talvolta coli' intervento dei fu- 
turi sposi, per discutere le trattative preliminari, da cui si svilup- 
pano poi i fatti che dovranno regolare l'economia della novella 
famiglia. E al riguardo, il Baechtold fa pensare quanto sia antico il 
costume, abbastanza diffuso fra le popolazioni dei monti e delle 
valli, di tali convegni gentilizi, vorrei dire consigli di famiglia, 
quando cita le parole di Tacito, il gran pittore della vita germa- 
nica, intorno alle nozze di quelle barbare genti : « Adsunt pa- 
rentes et propinqui, ac munera probant ». Alcuni atti importanti 
sono propri di questi congressi di parenti ; altri ricevono in 
essi manifestazione e conferma solenne. L'esame, e talvolta la 
compilazione del Libellus dotis {Eh-Ahred, Hurats-Bed, Hirats- 
Brief, Eh-Brief, Geding-Brief nella Svizzera, e fra noi pittace (da 
pictaciiim) in Calabria, minuta in Sicilia, abbraccia in Sardegna, 
schissu de tota in Puglia), è uno dei primi, e spesso viene confer- 
mato dalle parti col giuramento. 

Nel secolo XVIII, a stare agli atti giudiziari, la sposa si pre- 
sentava al futuro compagno, che la riceveva in sua potestà, reci- 



n 



RECENSIONI 



taiido « testes adstantes » la formola: « Du bist mein, ich bin/ 
dein », che si avvicina all'altra, che la donna romana pronunziavg 
nell'atto di varcare la soglia maritale: « Ubi tu Caius, ego Caia >. 
In quel torno di tempo vigevano nelle contrade svizzere alcuni riti 
antichissimi, come quello del « weinkauf » o « litkauf » (mercipotus), 
col quale il fidanzato offre alla sposa il bicchiere pieno di rino, 
invitandola a bere (« uf die Eh trinken », registrano i proto- 
colli) ; o in forma di « Weinvermischung », che si ha quando i 
futuri sposi mescolano il vino delle loro coppe-, quello di spez- 
zare il pane, prendendone un pezzo per uno, chiaro riflesso della 
« confarreatio », il matrimonio sacerdotale dei Quiriti ; quello di 
dare la fede nuziale, stringendosi l'un l'altro la mano destra- 
(« handschlag, handschlapp»), che i Latini chiamarono «dextrarum 
coniunctio»; quello di presentare alla fanciulla eletta un ramo- 
scello verde (« griine Zweig »), ricordo della « tradit/o per ramum », 
« per fustim ». 

Questi ed altri riti non possono dirsi del tutto spenti, non 
solo nella Svizzera, ma anche in altre regioni di Europa. Aprite 
un libro di folklore, e vedrete gli sposi ora nell'atto di scambiarsi 
il bicchiere, ed ora in quello di alternarsi il cucchiaio, stando a 
tavola, o di prendere la minestra in due da una sola scodella; 
ed ora anche in quello di porgersi la mano in segno dì fedeltà, 
onde « maninfide » o « toccamano », si addimandano fra noi gli 
sponsali. Se togli qualche reminiscenza nei canti vernacoli, l'uso 
del ramoscello verde può dirsi scomparso dalla vita cerimoniale 
svizzera: mentre in Italia (lo avverto al Baechtold) di esso riman- 
gono così la menzione nei canti popolari (basta leggere qualche 
« mutos » della Sardegna per convincersene), come il ricorso nelle 
consuetudini erotiche contadinesche. Nel bellunese, e propriamente 
a Pinzolo, a testimonianza del Bolognini, il pretendente, offrendo 
all' innamorata qualche gambo di fiore di prato e delle nocciuole, 
la invita a scegliere dicendole: « Zaghe o festuc?». Se la fan- 
ciulla prende le « zaghe », rifiuta la proposta; se invece accetta^ 
la « festuc ^>, acconsente alla proposta e diventa promessa. 

Il rito di calzare al piede della sposa la scarpa, o quelli dì' 
infilarle al dito l'anello, di regalarle un paio di guanti, qualche 
oggetto di ornamento o vestiario, sono molto diftusi nel mondo 
antico e nella vita contemporanea, e non mette conto di fermar- 
visi. Giova piuttosto dire che l'anello della promessa e del fidan- 
zamento è, quasi sempre, differente da quello delle nozze, per 
matej-ia, per forma, per fregi. Fra i nomi con cui esso si suole in- 



BAECHTOLD, IL FIDANZAMENTO NEGLI USI POPOLARI E GIURIDICI 73 

dicare, quello di <; véra » o « verdzita » dei Cantoni di Wallis e 
Tessin. corrispondente alla « véra », « ghera », « ghiera » veneta 
e alla « verge » o « vergette » francese, attira l'attenzione del Bae- 
chtold, il quale presenta ai filologi, discordanti suiretimologia della 
voce « vera » (v'è chi la fa derivare da « viria », chi da « virga », 
e chi da « veru »), qualche documento attestante che nel medio evo 
vennero adoperati in casi di sposalizio anelli di paglia, e in casi 
di magia erotica anche anelli di giunco. 

Questa in pochi tocchi la procedura popolare del fidanzamento, 
che in vernacolo appellasi anche « prime nozze » (Erste Hochzeit), 
quasi si ravvisasse negli sponsali l'introduzione sicura alla solen- 
nità matrimoniale. 

Lo scrittore, però, non si esaurisce nella descrizione delle forme 
e delle formalità, ma nel vasto campo della materia descrittiva 
imposta un ordine chiaro di rilievi comparativi, per far risaltare 
le analogie specifiche che esistono tra i riti del fidanzamento e 
quelli dell'adozione, della fratellanza, dell'investitura e simili. A 
guardare in quel campo di descrizioni e in quell'ordine di ana- 
logie che il Baechtold presenta, la cerimonia della « dextrarum con- 
junctio » ha riscontro nella « investitura per manus infra ma- 
nus alterius positas » ; e 1' una e 1' altra poi ci riportano alla 
«manus mancipiumque » dei Latini, corrispondente al germanico 
« mundium » da munt, hand); il regalo dei guanti, da parte dello 
sposo alla sposa, ci riconduce alle pratiche dell' investitura e del- 
l' infeudazione, nelle quali l'atto dì calzare il guanto, come quello 
di levarlo, servirono ad indicare l' immissione in possesso e il ri- 
lascio o lo spoglio; l'offerta del fazzoletto e la calzatura della 
scarpa, caratteristiche cerimonie del fidanzamento, ricordano l'ado- 
zione « per almutiam, mappulam, linteum, infulam » e quella «per 
calciarium » ; l'omaggio del ramoscello verde ci riporta alla « tra- 
ditio per fustini »; e il presente del ducato nuziale {Ehepfennig, 
« pièce de mariage », « nummus sponsalitius »), di cui nel Friuli si 
conserva qualche grazioso esemplare, richiama alla mente la in- 
vestitura « per denarios ». 

Da tale rete di similitudini, da tale euritmia di linee e di con- 
torni fra ì molteplici riti gentilizi, si sprigionano sprazzi di luce 
per la più controversa quislione della storia del matrimonio: la 
interpretazione dei riti nuziali. Al quale proposito l'A. fa os- 
servare : 

1) che il così detto avanzo del « pretium » o « pignus sponsali- 
tium » (Ehepfand, Ehepfennig) ricorre in cerimonie analoghe a 



74 RECENSIONI 



quelle nuziali, come quelle dell'adozione, della fratellanza, del- 
l' investitura; 

i2) che, rilevato il parallelismo di tali istituti, è strano ri- 
portare i riti sposalizi alla compra delia sposa, ma bisogna riguar- 
darli come cerimonie adottive o simboli del patto conchiuso; 

3) che, per quanto concerne le antichità nordiche, la voce 
«kauf», tradotta dai giuristi e dagli storici per «compra», ha 
un significato molto generico, che potrebbe equivalere a quello del 
« pactum » latino. 

Queste affermazioni dimostrano come il B. attinga a quella let- 
teratura nuziale, che, in questi ultimi anni, ha avuto un notevole 
impulso innovatore dallo studio dei riti e delle cerimonie. Sulle 
analogie dei diversi cerimoniali gentilizi o del lare domestico, da 
quelli dell'iniziazione, del battesimo, dell'affratellamento a quelli 
dell'adozione, delle nozze, dell'arrogazione e simili, ormai non 
si discute più; giacché questo gruppo di somiglianze, intraveduto 
già da alcuni storici del diritto, venne ampliamente esaminato e 
illustrato dalle nuove indagini antropo-mitologiche. Pure, anche qui 
egli porta il contributo della precisione sistematica, esercitando 
la sua indagine comparativa nel campo storico, e spe'cialmenle in 
quello della Svizzera, come già il Ciszewski aveva fatto nello studio 
della parentela fittizia o artificiale (Kunstverwandschaft) presso gli 
Slavi meridionali; mentre i mitologi-antropologisti raccolgono pa- 
rallelismi analogici in generale, nelle costumanze del mondo bar- 
baro e civile, senza riguardo alla duplice unità di tempo e di spazio, 
di ambiente e di cultura. 

Seguendo il recente indirizzo ritualista nella storia del matri- 
monio umano, non poteva lo scrittore non giungere a quella con- 
clusione, alla quale portarono gli studi del Crawley e miei ; e cioè 
che il connubio, nei suoi esordi, è un mistero, un rito, e non già 
un contratto di compra e vendita della donna. Vi è bensì un 
« pactum », in un determinato momento dell'evoluzione matrimo- 
niale, ma esso è comune ai diversi riti familiari (adozione, ini- 
ziazione, affratellamento), come è comune lo scambio e l'offerta 
di speciali donativi fra le parti o fra gli attori delle nozze. E a me 
pare che la nozione del « pactum » quale l'intende il B. renda più 
chiaro il mio concetto intorno ai doni nuziali, e cioè che questi altro 
non sono che oggetti indispensabili, in origine, alla celebrazione 
dei diversi misteri sposalizi. Difatti, procedendo verso la conclusione 
del lavoro, egli ricorda il seguente passo del mio saggio I Doni 
Nuziali : « Gli " ornamenta muliebria ", i doni di bipedi e di qua- 



BAECHTOLD, IL FIDANZAMENTO NEGLI USI POPOLARI E GIURIDICI 75 

drupedi, di armi e simili si riferiscono a tradizioni magico-religiose, 
proprie di determinati momenti di cultura; e soltanto col deca- 
dere della solennità della " vestìtio sponsae ", invece del " vesti- 
mentum " e del " paratura ", si consegna alla sposa, o a chi eser- 
cita autorità su di lei. una somma per l'acquisto del « mundium 
muliebris " ; col tramontare delle credenze magiche e delle ne- 
cessità dei sacrifici, i doni di bestiami e simili rimangono nel 
costume come fatti importanti nella celebrazione nuziale »; accetta 
la critica da me fatta alla teorica dei compensi del Van Gennep ; 
e quindi si limita a ridurre la classica compra della sposa a un 
« pactum », cioè a un'intesa, a un accordo sommario delle parti 
o delle persone interessate alla celebrazione. Così al vecchio rap- 
porto riassunto nei termini: « emptio mulieris », « pretium puel- 
lae », si sostituisce il nuovo, chiuso nella espressione: « pacta 
et dona », che rappresenta, in sintesi, il risultato della recente 
interpretazione dei riti nuziali, contro i fautori del matrimonio 
per compra della sposa, concepito come fase intermedia fra il 
primitivo ratto e le forme nuziali evolute. 

Attendiamo con desiderio l'opera compiuta, che il B. ci pro- 
mette, e nella quale saranno sempre meglio svolti i suoi concetti. 

Nicotera. Raffaele Corso. 



L. ScHiAPARELLi, Tachigrafia sillabica nelle Carte italiane. Parte II. 
— Roma, Tipografìa del Senato, 1912; 8°, pp. 39, e n. vii 
Tavole. 

Lo studio sulla tachigrafia sillabica nelle Carte italiane, fe- 
licemente iniziato da L. Sghiaparelli, e del quale questo Archivio 
ha a suo tempo riferito (cfr. disp. 1^ del 1912), è stato continuato, 
com'era nei voti di quanti bramavano che il nome italiano si af- 
fermasse anche in questo campo, presso di noi troppo poco colti- 
vato; ed è stato continuato dal valoroso paleografo dell'Ateneo 
di Firenze in modo da soddisfare, anzi da superare ogni desi- 
derio in proposito. La Parte Seconda, infatti, del suo studio, che 
leggesi nel Bullettino delV Istituto Storico Italiano, n. 33, ci fa 
ammirati dell'acutezza e sottigliezza così nell'analisi degli ele- 
menti tachigrafici non di rado confusi e oscuramente intrecciantisi, 
come nella rispettiva interpretazione, sempre tale da persuadere, 
e da aver ragione su quelle eventualmente proposte da altri, come 
per es. accade per la Carta di Noli, 9 luglio 1005 (cfr. II, 10), delle 



RECENSIONI 



cui « note » la lettura che il Johnen {GescMchte der Stenograpkie, 
I, 245) riferisce come fatta da A. Cacurri troppo appare arbitraria 
e lontana dalla probabilità. 

Con le due serie di « nomi e titoli » e di « noti tiae » in « note 
tachigrafìche », che le due Parti della pubblicazione dello Schiapa- 
relli contengono, l'A. ha fornito agli studiosi, eoa rigore di me- 
todo tradotto e nitidamente riprodotto in ottimi facsimili, un ma- 
teriale cospicuo, dovuto alla diligenza e abilità della sua ricerca : 
e questo ninno non vorrà non riconoscerlo un merito insigne, pel 
quale solo egli avrebbe già diritto alla gratitudine degli studiosi 
stessi. Anche in questa Seconda Parte precedono l'esposizione del 
materiale, molto opportune, alcune « osservazioni » a schiarimento 
od a compimento di quelle generali che si leggono nella Parte 
Prima, dettate dall'A. con quella lucidezza di pensiero e precisione 
di forma, che sono una delle caratteristiche del suo modo di 
esporre. Invitiamo cui interessi a prenderne debitamente cogni- 
zione; qui piace rilevare intanto una sua conclusione, importante 
per la storia dell'uso delle note tachigrafìche: che cioè queste « non 
furono usate nelle sottoscrizioni con valore giuridico, né per au- 
tenticare il documento. I notai e i giudici se ne servirono a loro 
piacimento, allo stesso modo che alcuni si son compiaciuti di ripe- 
tere o per intiero o parzialmente la loro sottoscrizione in lettere 
greche.... »; inoltre, che «l'uso della tachigrafia sillabica per le 
notitiae rispondeva ad un interesse pratico: era la stenografia 
adoperata dai notai » per stendere la minuta o per prendere, forse 
anche dalla viva voce dei committenti, appunti di cui servirsi per 
la definitiva redazione degli atti : donde l'importanza che le si deve 
riconoscere nella disciplina diplomatica, dalla piena intelligenza 
di essa dipendendo spesso la cognizione sicura dei vari periodi 
della redazione degli atti stessi. 

Egualmente importante il quesito, suggerito all'acutezza dell' A. 
dal confronto fra le notitiae e il testo delle carte, a proposito 
dell'aggruppamento dei testimoni fatto dai notai secondo la pro- 
fessione di legge, in quattro degli esempi essendo tralasciata 
l'espressa indicazione della legge per il gruppo dei testi Lon- 
gobardi. Siffatta omissione sarà stata fortuita, ovvero fu di 
proposito voluta dai notai, che se ne fossero fatta quasi una 
norma, per essere in maggioranza i professanti legge Longobarda, 
« in altre parole, essendo la legge Longobarda quella dominante»? 
(p. 6). Così ben si domanda FA., il quale osserva ancora, e giu- 
stamente, come il quesito stesso, « sia pure con certe determina- 



SCHIAPARELLI, TACHIGRAFIA SILLABICA 77 

zioni, ha importanza per lo studio dei problemi attinenti alla 
personalità e territorialità del diritto e alla professione di legge 
dal IX al XII secolo. Si è trascurato finoradi esaminare in quale 
rapporto e in quale relazione stiano le professioni delle persone 
che fanno il negozio e le professioni dei testi ; eppure un siffatto 
esame può portare, a seconda dei luoghi, notevolissimi risul- 
tati » (p. 7). 

Questi punti delle pagine introduttive interessava rilevare par- 
ticolarmente prima di accennare al materiale che VA. somministra 
agli studiosi, distinto, come nella Parte Prima, in due paragrafi 
o capitoli. Un primo invero offre «nomi e titoli in note ta- 
chigrafiche nelle sottoscrizioni», numerati (in continua- 
zione alla serie iniziata nella Parte Prima) da HO a 160. 1 nomi 
sono registrati, come l'utilità pratica suggeriva, secondo l'ordine 
alfabetico; disposti cronologicamente, resulta che i documenti ci- 
tati vanno dall'anno 870 (?), "23 giugno, all'anno 1109, 9 aprile, nel- 
l'ordine seguente, cioè: dell'a. 87o la carta di cui al n. 112; del- 
l'a. 887 la carta di cui ai nn. 142 e 159; deH'NDS il placito di cui ai 
nn. 150 e 151; dell' SiV.ì la carta di cui al n. 149, e il placito di cui 
ai nn. 129, 143, 150 e 151 ; del t)02 il placito di cui ai nn. 124 e 144; 
del ;i 13 il placito di cui ai nn. 135, 148 e 152; del U19 la carta di cui 
al n. 136; del 921 quelk di cui ai nn. 123 e 130; del 920 quella di 
cui al n. 137; del 929 quelle di cui ai nn. 145 e 153; dell'a. 931 
il placito di cui al n. 155; del • 3» la carta di cui al n. 131; del 
9S6 (?) la carta di cui al n. 154; del 94."> il placito di cui ai nn. 119, 
139, 146 e 158 (ai nn. 139, 146 e 158 esso è indicato come del 
13 aprile, al n. 119 come del 1" aprile); dell'a. 962 il placito di cui 
ai nn, 141 e 157; del 972 la carta di cui al n. 125; del 973 la carta 
dicuialn. Ì60;del977 la carta di cui Siìn. 126; del 985 (984) le carte 
di cui ai nn. 113 e. Ì27; dell'a. 985 il placito di cui ai nn. 115, 117, 120 
e 121 ; del 98«» la carta di cui al n. 114; dell'a. 1018 (23 ottobre) il pla- 
cito di cui al n. 138 (« dell'Archivio Capitolare di Modena » : inav- 
vertentemente esso è designato come già « ricordato », mentre ne 
ricorre qui per la prima volta la menzione); dell'a. 1022 il placito 
di cui ai nn. 110 e 111; dell'a. 1028 la prima delle tre carte di 
cui al n. 156; del 1029 le altre due di cui allo stesso n. 156; del 
1030 la carta di cui al n. 147; del l<i32 le carte di cui al n. 140; 
del 1037 (1036) quella di cui al già citato n. 147; del 1038 il 
placito di cui ai nn, 128 e 132; del 1040 la carta di cui al n, 118; 
del 1046 la carta di cui al n. 122; del 1070 e del 1078 (1077) le 
carte di cui al n. 116; del 1102 e del 1109 le carte di cui ai nn. 133 



78 HECENSIONI 



e 134. — Spettano al Museo Civico Adriani di Cherasco i do- 
cumenti di cui ai nn. 145 e 153 \ a\V Archivio Capitolare di Modena 
quelli di cui ai nn. 122 e 138 \ aìV Archivio Abbasiale di Nonan- 
TOLA i docc. di cui ai nn. 118, 119, 124, 129, 135, 139, 140, 143, 
144, 146,148. 151, 152, 156 e 158; aìV Archivio Capitolare di No- 
vara quelli di cui ai nn. HO, IH, 141,142, 149, 157, 159&160;a,V- 
V Archivio di Stato di Parma quelli di cui ai nn. 116, 128 e 132, 
ed gàV Archivio Capitolare ibid. il doc. di cui al n. 155-, bìV Archivio 
Capitolare di Piacenza i docc. di cui ai nn. 112, 113, 116, 125, 
126, 127, 131, 133, 134, 147, 150 e 154; slÌV Archivio di S. An- 
tonino ibid. quelli di cui ai nn. 114, 123, 130, 136 e 137; tìnal- 
mente alV Archivio di Stato di Torino i docc. di cui ai nn. 115, 
117, 120 e 121. — Il confronto delle interpretazioni rispettivamente 
con le «note» di cui un nitido facsimile ci offrono le tavole I 
e IT, mentre attesta la perspicacia veramente straordinaria dell'A., 
singolarmente pratico nella decifrazione, tanto da dover esser in 
questo campo ritenuto fra noi facile princeps, ci fa persuasi an- 
che — chi prenda in diligente esame le « note » una per una —, 
che l'A. è stato critico acuto di se stesso nei casi dove somi- 
glianza di elementi potrebbe indurre altri meno versati nella ma- 
teria o ad una diversa lettura (come quando la nota per do appare 
similissima a quella che vale dus o dex: cfr. n. 116), od a qualche 
esitazione (come nel caso della lettura notarius al n. 119, della 
lettura iudex al n. 142. di quella Na{tal)-is [o Na{taU)s\ ai nn. 150 
e 151, ecc., o come quando schiettamente riconosce l'incertezza 
della interpretazione diversa data alle tre prime note, quasi iden- 
tiche fra loro, nel*n. 111. leggendo poi t la sbarra — e ciò tut- 
tavia con grandissima probabilità — che, invece che attraversare 
l'ultima nota, le attraversa tutte e tre, e sembrerebbe non dovesse 
che aver la funzione di unirle in monogramma). 

Il capitolo o paragrafo II ci dà, in continuazione allo stesso 
capitolo della Parte Prima, un interessante manipolo di « Noti- 
tiae in note tachigrafiche », che vanno dal n. 8 al n. 22, 
da documenti di cui il più antico ha la data « 9 gennaio 792 », 
il più recente quella del « 9 febbraio 1040 » (nella Parte Prima i 
docc. 1-7 andavano nell'a. 778, 20 aprile, ali 'a. 1035, 28 maggio). 
Esse sono state ricavate : a) da Carte di Asti (cfr. i nn. 11, 12 
e 14 rispettivamente degli anni 1008, 1011 e 1013); 6) dalla Carta 
di Noli di cui al n. 10 (9 luglio 1005) ; e) da Carte Novaresi (cfr. 
nn. 9 [1000, 29 marzo]; 15 [1016, 5 aprile); e 18 [1021?, 30 di- 
cembre], dove non è però chiaro il «e (") iteW» dopo «Joannes», 



I 



SCHIAPARELLI, TACHIGRAFIA SILLABICA 70 

la letterina «e» rimandando senz'altro all'annotazione in calce 
« (e) Si intenda anc », che riguarda un « ac » già contrassegnato con 
la stessa letterina «e» nella medesima pagina, ma nel documento 
n. 17); d)da Carte Pavesi (cfr. i nn.S [792, 9 gennaio: con una dimo- 
strazione che ci pare assolutamente persuasiva delle varianti appor- 
tate alla trascrizione già dallo Chatelain fatta di questa che è « la 
più antica no ti ti a, in tutte note tachi grafiche sillabiche, che finora 
si conosca»: certo inconfutabile U-val-per-t invece di V-al^er- 
tus, di US non vedendosi traccia; sottile come convincente la spie- 
gazione della forma della r in par-te] ; 13 [i012, 15 luglio-1 ago- 
sto]; 16, 17, 19, 20 e 22 rispettivamente degli anni lOlS [1019J, 1021 
[1024], 1029, 1032 e 1040) ; e) finalmente dalla Carta di Tor- 
tona 1036, 7 ottobre, di cui al n. 21. Con un'opportunità poi, che 
sarà giustamente apprezzata, l'A. ci ha dato pure il testo che leggesi 
sul diritto delle Carte Novaresi lOlG, 5 aprile (di cui al n. 15)e 1021(?), 
30 dicembre (per questa ci offre solo V escatocollo : cfr. il n. 18); e 
delle Carte Pavesi 1012, 16 luglio-1 agosto; 1021(1024), 16 aprile; 
1029, dicembre; 10:>2, 16 febbraio; di cui ai nn. 13, 17, 19 e 20. — 
E ozioso far rilevare anche qui quanto di pazienza, di acutezza e 
di perizia mostrano la lettura e la trascrizione di queste « note ta- 
chigrafiche », illustrate via via, conforme il caso richiedeva, con 
annotazioni tanto sobrie quanto precise; delle quali « note », fatta 
eccezione pei documenti di cui ai nn. 8 e 18, le tavole III-VII ci 
danno ottimi facsimili: questi parlano di per sé eloquentemente ! 

In conclusione: questa veramente ottima pubblicazione, pre- 
gevole anche per la bontà delle tavole, e — bibliograficamente 
giudicata — pregevolissima perchè appunto la bibliografia dell'ar- 
gomento vi si trova pienamente aggiornata, fa onore e al chiaro 
suo A., e al nostro paese, il quale grazie alle sue fatiche — pur 
troppo non apprezzate che da pochissimi ! — non sta davvero in- 
dietro alle altre nazioni anche nel campo, irto di tante difficoltà, 
dello studio della tachigrafia medievale. 

Firenze. E. Rostagno. 



Scritti varii di erudizione e di critica in onore di Rodolfo Benier, 
con venti tavole fuori testo. — Torino, Fratelli Bocca editori, 
1912; 4^ pp. xxxii-1158. 

Il 28 dicembre 1912 un comitato di discepoli e di amici, con 
a capo Arturo Graf, presentava a Rodolfo Renier una miscellanea 
di scritti varii preparata in suo onore da ben sessantotto studiosi 



80 RECENSIONI 



italiani e stranieri. La miscellanea, la maggiore, forse, di quelle 
fin qui apparse, si apre con una dedica dettata da Arturo Graf, 
che dice cosi : « A Rodolfo Renier — Vòlto l' anno trentesimo — 
Del suo insegnamento — Nella Università di Torino — E del- 
l'opera — Fruttuosa indefessa — Da lui consacrata — Al Gior- 
nale Storico — Della Letteratura italiana — Per pubblica testi- 
monianza — Di ammirazione di affetto di. gratitudine — Entro e 
fuori d'Italia — Plaudendo augurando — Amici colleglli disce- 
poli — Offrono ». E certo non si potevano meglio ricordare, con 
sintetica parola, le benemerenze del Maestro illustre, che, con gli 
scritti e con l'insegnamento, ha, da oltre trenta anni, tanto con- 
tribuito al progresso dei nostri studi. Della sua bontà d'animo, 
della sua elevatezza di sentire è prova il devoto amore di cui 
lo circondano i discepoli d'ogni età ; della sua mirabile attività 
di studioso, dentro e fuori i sessanta volumi del suo Giornale 
storico, abbiamo ora la documentazione quasi completa nella bi- 
bliografia de' suoi scritti fino all'anno 1911, la quale, nella miscel- 
lanea, tien dietro alla dedica, ed è dovuta alle cure amorose di 
Benedetto Soldati e di Francesco Picco, La bibliografia com- 
prende 608 numeri fra volumi, opuscoli e articoli di riviste o di 
giornali ! 

Gli scritti che compongono la magnifica silloge sono varii come 
la cultura e l'operosità del Renier: non potendo, per ragioni ovvie, 
discorrere qui largamente di ciascuno di essi, ci limitiamo ad ad- 
ditarli agli studiosi nell'ordine cronologico del loro argomento. 

MEDIO EVO. — Giuseppe Manacorda, Postille Gunsoniane. 
[Riprende in esame varie questioni su Gunzone, grammatico del 
secolo X]. 

Pietro Fedele, Teodora nella liturgia. [A proposito di un 
inno sacro in cui risuona il nome della bellissima moglie di 
Teofilatto, risolve un oscuro problema di topografia ed arte me- 
dievale in Roma]. 

Giorgio Rossi, Alcune poesie medievali latine sulla guerra di 
Troia. [Esamina tre poemetti latini : « Pergama fiere volo » ; « Divi- 
tiis, ortu, specie » ; «Fervet amore Paris », di derivazione classica]. 

Egidio Gorra, Ancora del ritornello dell'alba bilingue. [Com- 
batte le nuove interpretazioni del celebre ritornello, e torna a 
vedervi forme romanze]. 

Ireneo Sanesi, Sul ritmo bellunese [Studia le copie che ne 
abbiamo, e vi ravvisa un canto popolare compiuto]. 



SCRITTI IN ONORE DI RODOLFO RENIEII 81 

Giulio Bertoni, Il «pianto » m morte di Raimondo Beren- 
gario IV conte di Provenza. [Ne dà il testo critico e lo assegna 
a Peire Breraon Ricas Novasj. 

Flaminio Pellegrini, Cansone inedita di Matteo Palermo. 
[È la canzone * Fonte di sapienza nominato », dal cod. 445 della 
Capitolare di Verona]. 

TRECENTO. — Enrico Proto, La dottrina dantesca delle mac- 
chie lunari. [Dimostra che la vera fonte di Dante è, per la Com- 
media, l'esposizione tomistica del De coelo et miindo di Aristotele]. 

Adolfo Venturi, Luca SignorelU interprete di Dante. [Studia 
e illustra i celebri affreschi della cappella di S. Brizio del duomo 
di Orvieto], 

Arturo Farinelli, Il « Giudi sio » di Michelangelo e l'inspi- 
razione dantesca. [L'ampio studio conclude che « Michelangelo 
non traduce e non distende; si fa interprete della sua commedia, 
non della Commedia di Dante »J. 

Paget Toynbee, Chronological list, loith notes, of paintings 
and draivings from Dante by Dante Gabriel Rossetti. [Elenca e 
illustra i lavori che Dante ispirò al Rossetti ; sono circa un cen- 
tinaio e in massima parte derivano dalla Vita Nuova . 

Ezio Levi, Frammenti inediti di poesia trecentesca. [Ri- 
cava e illustra dai noti Memoriali di notai bolognesi, già stu- 
diati dal Carducci e da FI. Pellegrini, alcuni testi popolareg- 
gianti]. 

Alfredo Galletti, .La « ragione poetica » di Albertino Mus- 
sato ed i poeti teologi. fA proposito della teoria del Mussato circa 
le attinenze tra la poesia e la teologia, ne mette in rilievo l'ori- 
ginalità e il valore]. 

Carlo Cipolla, Il processo ecclesiastico contro Rinaldo Bona- 
colsi dal 1323 al 1326. [Illustra i documenti relativi al processo 
che si conservano nell'Archivio Gonzaga]. 

Pietro Toesca. Le miniature dell' «^ Entrée de Spagne ». [Studia 
le miniature del cod. Marciano fr. XXI]. 

Henry Coghin, Sur un manuscrit du « Bucolicum Carmen » 
de Pétrarque à la Bibliothèque Royale de Belgique. [Descrive un 
codice che dovette contenere tutte le egloghe del Petrarca e lo 
attribuisce alla mano del grammatico Moggio de' Moggi]. 

Enrico Carrara, Aridulum rus. [Ristudia 1' allegoria delle 
egloghe Petrarcliesche, sostenendo che in esse non si allude 
all'amore per Laura, ma alla sua gloria di sapiente e d'ar- 
tista. 

6 



82 RECENSIONI 



Arnaldo Della Torre, Per una nuova interpretasione dei 
* Trionfi ». [Dimostra che i Trionfi sono una autobiografia alle- 
gorica del Petrarca con intenzione moraleggiante). 

Letterio di Francia, Una fonte di Giovanni Sercambi. [Di- 
mostra che il Sercambi contaminò per una sua novella due rac- 
conti di una raccolta medievale di favole]. 

QUATTROCENTO. — Guido Manacorda, Frammenti di un 
ricettario medico olandese del secolo XV. [Da un codice Rondoni 
della Universitaria di Pisa]. 

Remigio Sabbadini, Tre autografi di Angelo Decembrio. | Utili 
alla biografia del Decembrio]. 

Giuseppe Zippel, Un cliente mediceo. |È il notaio Giovanni 
d'Attaviano Cafferecci di Volterra]. 

Roberto Cessi, Di alcune reiasioni familiari di Gasparino 
Barzissa. [Da lettere della Nazionale di Parigi]. 

Santorre Debenedetti, Spunti e motivi boccacceschi in un an- 
tico novelliere umbro. [Il novelliere è Simone Prudenzani d'Orvieto]. 

Arnaldo Segarizzi, Antonio Baldana. [Esamina la barbara 
poesia del B. contenuta in un codice della Palatina di Parma]. 

Pio Rajna, Le origini del certame coronario. [Mostra la pro- 
babile derivazione del certame coronario dai Puys, gare poetiche 
tolosane. In appendice studia L. B. Alberti quale autore di versi 
metrici italiani]. 

Edmondo Solmi, La politica di Ludovico il Moro nei simboli 
di Leonardo da Vinci. [Considera Leonardo come un possibile 
precursore dei così detti « caricaturisti della politica »]. 

Berthold Wiese, Zur Satire auf die Bauern. [Ristampa una 
barzelletta e due alfabeti contro i villani, della fine del 400]. 

CINQUECENTO. — Antonio Medin, Per la storia della seconda 
ambasceria di L. Ariosto a Roma. [Da lettere dì oratori veneti 
conservate nell'Archivio di Stato dì Venezia]. 

Vittorio Cian, Su l'iconografia di Leone X. [Studia, con nuove 
notìzie, i ritratti e le statue di Leone X]. 

Vittorio Rossi, Un aneddoto della storia della Riforma a 
Venezia. [Studia la figura dì Alessandro Caravio, scrittore di 
poesie in lengua sbisaesca, processato dal S. Uffizio per le sue 
ottave sulla Guerra dei Nicolotti e Castellani^. 

Francesco Picco, I viaggi e la dimora del Bandella in Francia. 
[Lo studio riguarda anche le novelle del B. di soggetto francese 
e i personaggi francesi che egli conobbe]. 



SCRITTI IN ONORE DI RODOLFO RENIER 83 

Alessandro Luzio, La prammatica del card. Ercole Gonsaga 
contro il lusso. [Ristampa e illustra questa importante prammatica 
del 1551J. 

Abdelkader Salza, / « lamenti » di Pasquino. [Illustra e ri- 
pubblica cinque Lamenti di Pasquino in terzine, importanti per 
la storia del costume]. 

Albert Counson, Louis Guichardin et la Belgiquo. [Rievoca 
Luigi Guicciardini, nipote di Francesco, e la fortuna della sua 
Descrittione dei Paesi Bassi]. 

Giovanni Crogioni, Giacinto Campana poeta e dantista dello 
scorcio del Cinquecento. [Mostra nel Campana l' imitatore del 
Tasso, del Marini, dell' Achillini e lo studioso di Dante]. 

Giovanni Sforza, Alberico Cybo Malaspina principe di Massa 
e il suo carteggio letterario. [Tocca dei vari letterati che ebbero 
carteggio col principe e più particolarmente di Francesco Ser- 
donati]. 

Ferdinando Neri, Le « moralità » di Fabio Glissenti. [Contri- 
buto alla storia del nostro teatro sacro e moraleggiante]. 

Giovanni Gentile, Veritas fìlia temporis. [Commenta un passo 
di Giordano Bruno nel quale appare per la prima volta il con- 
cetto, tutto proprio dell' età moderna, dell' importanza e della 
serietà della storia, come attualità dello spirito nel suo svolgi- 
mento]. 

Caroline Migaelis de Vasconckllos, Historia de una cangao 
peninsuìnr. [Fa la storia di un motivo di canzonetta popolare 
spagnuola che può avere ispirato anche Pietro Bembo]. 

SEICENTO. — Guido Mazzoni, Fioretti di S. Francesco tra le 
mani di un gesuita. [Dà notizia dei versi giambici latini con cui 
travesti i Fioretti un gesuita secentista, Angelino Gazet]. 

Luigi Fassò, Dal carteggio di un ignoto lirico fiorentino. [Si 
tratta di Nicolò di Tommaso di Simone Strozzi e delle lettere 
che gli indirizzarono il Testi, il Marini, l'Achillini, il D'Aglièecc.]. 

Enrico Bettazzi, Appunti biografici e bibliografici intorno a 
Federico Nomi. [Da documenti e codici di Arezzo]. 

Antonio Restori, Un elenco di « Comedias » del 1628. [Ristu- 
dia un elenco di commedie spagnuole già pubblicato da Ernesto 
Mérimée]. 

Paolo Savi-Lopez, Una cavalcata con Don Chisciotte. [Nuove 
indagini psicologiche sull'eroe del Cervantes]. 

Pietro Toldo, Quello che la signora di Sévigné scrive delle cose 
nostre. [Studia la cultura italiana della celebre scrittrice]. 



84 RECENSIONI 



SETTECENTO. ~ L. G. Pélissier, Ah temps de Louis XV. 
[Lettere di privati cavate da una raccolta arlesianaj. 

Fausto Nicolini, Spigolature vichiane. [Pubblica la prima 
stesura, autografa, e inedita, di un brano delle Vindiciae]. 

Attilio Momigliano, I limiti dell'arte goldoniana. [Esamina i 
difetti dell'opera goldoniana]. 

Luigi Piccioni, Tra abati e mangiapreti. [Lettere del Baretti 
all'abate Giov. Antonio Battarra di Rimini j. 

Giuseppe Biadego, Ippolito Pindemonte intimo. [A proposito 
di una lettera del Pindemonte a Lesbia CidoniaJ. 

Alessandro D'Ancona, Chi è l'abate Mario in « Guerra e Pace» 
del Tolstoi? [È il fiorentino Scipione Piattoli, di cui il D'Ancona 
traccia la vitaj. 

Alessandro Baudi di Vesme, Paralipomeni tiepoleschi. [Fa 
conoscere agli studiosi quanto materiale intorno al Tiepolo esista 
a Torino]. 

Luigi Foscolo Benedetto, Jean Jacques Rousseau tassofllo. 
[Mostra l'amore che il Rousseau ebbe per il poeta nostro e il va- 
lore sentimentale che diede alle sue sventure). 

OTTOCENTO. — Carlo Segrè, Alcuni cenni su le memorie del 
dott. Bossi. [Si tratta del milanese Augusto Bozzi, il patriottico 
autore deìV Appello ad Alessandro di Russia, attribuito al Foscolo]. 

Michele Barbi, Giordanico Gherardini contro madama di 
Staél'ì [Dimostra essere il Giordani l'autore della Lettera d'un 
italiano in risposta al discorso della Stael intorno alle traduzioni]. 

Egidio Bellorini, Il « Conciliatore » e la censura austriaca. 
[Da documenti dell'Archivio di Stato di Milano]. 

Giuseppe Gallavresi, Fra Stendhal e Cousin. [Sulle relazioni 
tutt'altro che cordiali tra i due]. 

Benedetto Soldati, Esperimenti foscoliani di versione da 
Omero. [Attingendo alle carte della Labronica di Livorno fa la 
storia dei tentativi foscoliani di traduzione deAVlliade]. 

Emilio Bertana, Intorno a « La Ginestra ». [Breve e succoso 
esame del canto Leopardiano]. 

A tutti questi studi così accennati sono da aggiungere i se- 
guenti, per ragioni ovvie non raggruppabili cronologicamente: 

Arturo Graf, Perchè diletta la tragedia? [È l'ultimo scritto 
del grande Maestro. Riassume la storia del problema e ne dà una 
soluzione sua]. 



SCRITTI IN ONORE DI RODOLFO RENIER 85 

Benedetto Croce, La teoria delV arte come pura visibilità. 
[Confuta la teoria di Hans Von Marées, di Conrad Fiedler, di 
Adolf Hildebrand]. 

Umberto Cosmo, Intorno alla metafora. [Si oppone al « de- 
creto di soppressione » della metafora, emanato dal Croce]. 

Matteo G. Bartoli, Bomdnia e 'Po/iavia. [Ricerca « se nel 
ritmo degli elementi romanici e romanzi del greco si trovi un 
criterio che ci aiuti a distinguere quelli da questi »]. 

Clemente Merlo, La carta 1093 dell' « Atlas lingnistique de 
la France ». [Su le denominazioni francesi della •« primavera »]. 

Carlo Salvioni, Gli scrittori greci e latini nelle versioni, pa- 
rafrasi e parodie dialettali italiane a stampa. [Sono 25 i clas- 
sici di cui il Salvioni si occupa]. 

H. R. Lang, The originai m,eaning of the metrical terms estro- 
hot, strambotto, estribote, estrambote. [Ritorna all'opinione che sul- 
l'origine dello strambotto ebbe Gaston Paris]. 

Francesco Novati, Contributo alla storia della lirica m,usicale 
italiana popolare e popolareggiante dei secoli XV, XVI, XVII. 
[Vasto studio con numerosi riferimenti da testi inediti'. 

Da ultimo ricordiamo che accrescono decoro alia grande rac- 
colta venti belle tavole fuori testo clie illustrano gli studi del 
Baudi di Vesme, del Cian, del Cochin, del Fedele, del Novati, 
del Rossi, del Toesca.e del Venturi. 

Firenze. Luigi Fassò. 



Hierarchia Catholica m.edii aevi sive Summorum Pontificum, S. B. E. 
cardinalium, ecclesiarum antistitum series ab anno 1198 usque 
ad annuìn 1431 perducta e documentis tabularii praesertim Va- 
ticani collecta, digesta, edita per Conradum Edbel, s. Th. d., 
Editio altera, Monasterii, Regensberg, 1913; pp. viii-580. 

L'opera del p. Corrado Eubel è nelle mani di tutti gli eruditi, 
perchè completa per quanto riguarda l' Italia, dal 1198 al 1503, 
la serie conosciuta del Gams, Tutti conoscono con quale sistema 
l'opera dell' Eubel è condotta, e quanto lavoro abbia necessitato 
una compilazione di tal fatta, che presuppone infinite ricerche non 
solo e non tanto in pubblicazioni, quanto, e più, nelle fonti ma- 
noscritte. I registri dell'Archivio Vaticano, che conservano infiniti 



86 RECENSIONI 



documenti sulle nomine dei vescovi, furono consultati daU'Eubel 
con infinito studio. 

L'opera dell' Eubel fu pubblicata in tre volumi, dal 1898 al 1901; 
e da allora in qua sostituisce per quanto riguarda il basso medio 
evo e l'Italia l'opera del Gams, ed è uno dei più usati ferri di 
mestiere nelle mani di tutti i medievalisti. 

Ma un'opera di questa natura diventa presto vecchia, poiché 
le ricerche critiche e le pubblicazioni dei documenti, che non si arre- 
stano mai, apportano di continuo aggiunte e correzioni. Ora co- 
mincia colla ripubblicazione del voi. 1 la nuova edizione dell'opera. 
Il voi. I va dal 1198 (cioè dall'anno in cui cominciano i Begesta 
del Potthast) fino al 1431. 

L'opera rimase nella sua intelajatura quella di prima : serie 
dei papi e dei cardinali cogli indici relativi; serie dei vescovi; 
varie Appendici, cioè le tavole delle provincie, i nomi delle dio- 
cesi ecc., con una sola variante, cioè alternata la seconda conia 
prima Appendice. Le mutazioni si trovano nella elaborazione del ma- 
teriale scientifico e nell'aumento delle annotazioni. Trattandosi di 
un'opera cosi usata, mi dispenso dall'entrare nei particolari, ma 
aggiungo soltanto una parola sui miglioramenti. 

L' Eubel introdusse nel suo lavoro tre specie di emendamenti: 
dati desunti da nuove fonti manoscritte, giacché aggiunse nuove 
notizie dai Registri dell'Archivio Vaticano; spogli da nuove opere 
a stampa, come dalle pubblicazioni francesi fatte in base ai Re- 
gistri Vaticani ; modificazione di alcuni passi passati dal testo alle 
note. Con questa cura, l'opera è riuscita molto mutata, specialmente 
nel numero e nella ampiezza nelle note. Paragonando la prima 
con la seconda edizione, apparisce che le vite dei singoli vescovi 
riescono alquanto ingrossate di date e di indicazioni biografiche. 
Meno frequenti sono le emendazioni, ma anche queste non man- 
cano. Che l'opera abbisogni ancora di nuovi ritocchi, appare 
evidente, che nuove pubblicazioni vennero in luce proprio di que- 
sti ultimi mesi e già apportarono nuove emendazioni; eppure le 
cure dell'Editore eran state così scrupolose che, sia in fine sia in 
principio dell'opera, furono introdotte aggiunte, le quali rappresen- 
tano le seconde e le terze cure complementari alla edizione rifatta. 

Ricordo la serie degli arcivescovi milanesi che fu testé illu- 
strata dal Savio (1), che ha cosi nobilmente continuata la storia dei 



(1) Savio, Gli antichi vescovi cV Italia, voi. I : Lombardia {Milano), 
Firenze, 1913. 




EUBEL, GERARCHIA CATTOLICA 87 

vescovi piemontesi. La serie degli arcivescovi di Milano, per un'epoca 
abbastanza conosciuta e dopo le indagini del Giulini, si poteva 
credere che non dovesse offrire novità, tanto più dopo che l'Eubel 
aveva già fatto ricorso per la sua prima edizione ai Registri 
Vaticani. Certo che le modificazioni non son gravi, ma non man- 
cano. Si badi alla elezione di Leone da Perego (1), che devesi far 
risalire al 15 giugno 1241, sebbene nella incertezza circa la legit- 
timità della sua nomina, papa Innocenzo IV sia intervenuto solo 
con la bolla 9 gennaio 1344. I ritocchi sono piccoli, ma giammai 
possono dirsi inutili. Notevole è la mutazione dell'anno ì'ìfS'ì cor- 
retto in 1263, riguardo al vescovo Ottone Visconti (p. 603). 

Hans Pancke (2) si occupò eruditamente dei vescovi di nazione 
tedesca dal 951 al 1264. Una parte interessantissima di questa 
monografia consiste in una ampia disamina della serie del Gams. 
In generale anche qui i cambiamenti non sono numerosi, ma ce 
ne sono, come p. es. vediamo sotto Caserta (p. 99) che il vescovo 
Andrea, passa sotto al 1240 dal 1233-34 dove ora si trova. Cam- 
biamenti gravi avverto rispetto a Cervia (pp. 75-76), la cui serie 
episcopale, per i secoli XIIl-XIV, riferita dal Gams, fu rifatta 
dall'Eubel, ma ora il Panke la ricostituisce. 

Paragonando l'edizione attuale dell' Eubel alla precedente, i 
miglioramenti sono così abbondanti, che veramente se ne deve con- 
chiudere che la prima edizione riesce troppo in arretrato e male 
servibile; eppure, ciò.non ostante, si deve riconoscere la relativa 
esattezza ottenuta fin dal principio, in modo veramente encomiabi- 
lissimo; poiché fra tanti nomi e tante date senza una somma di- 
ligenza era inevitabile cadere in un groviglio di inesattezze. 

Le ricerche recentissime ci hanno mostrato che un'opera 
complessa è ancora suscettibile di miglioramenti, senza che il va- 
lore dell'opera nella sua totalità vada a scapitare. 

Firenze. Carlo Cipolla. 



(1) Savio, op. cit., p. 594. 

(2)H. Pancke, Geschichte der Bischofe ftalieìis deufscher Nations 
voti 0òl-12()9, lderlin, 191.S, pp. 72 e segg. 



88 



RECENSIONI 



G. LuzzATTO, Le finanse di un castello nel secolo XIII (Estratto 
dalla Vierteljahrschrift fiir Sosial-und Wirtschaftsgeschichte, 
Band XI, Heft 1-2). — Berlin, Kohlhammer, 1913. 

Se pure la storia del Comune di Matelica ha un'importanza 
meno che secondaria, la conoscenza dei suoi istituti finanziari porta 
tuttavia un contributo notevole alla storia delle finanze nell'età co- 
munale, in quanto l'A. la desume da fonti specifiche, pregevoli 
per la loro antichità: i registri dei camarlinghi fino dal 1262 e le 
relazioni dei rationatores del 1280-81; d'altra parte il sistema tri- 
butario di quel castello non manca di notevoli particolari in piena 
rispondenza col carattere rurale di quella popolazione. 

I primi contrasti nella storia del Comune sono sempre di ca- 
rattere giurisdizionale, in quanto il nuovo organismo afferma la 
sua sovranità conquistando i diritti tributari dei signori feudali ; 
perciò l'A. premette una chiara esposizione delle prime vicende 
del suo Comune e dimostra come il castello di Matelica sorgesse 
intorno alla metà del secolo Xll con una certa autonomia ammi- 
nistrativa, alla stessa maniera di tanti altri castelli di origine 
feudale, la cui formazione veniva magari favorita dai conti, i quali 
nel nuovo organismo non vedevano che un consorzio di fideles, 
tutti obbligati in solidum, come una sola unità, all'adempimento 
degli oneri fiscali. Forse il maggiore tra i castelli dei conti At- 
toni, quello di Matelica, potè anche sorgere in opposizione alla 
yolontà del signore; certo, come il nucleo più notevole di medi 
proprietari, scese presto a conflitto con l'autorità comitale e con- 
quistando lentamente i diritti giurisdizionali giunse, verso la metà 
del secolo XIIl, a far cessare il dualismo dei due poteri. Anche 
il fodro, talvolta dall'imperatore condonato o alleggerito ai Mate- 
licani, finisce per essere riscosso nell'interesse della città e diviene 
la prima forma di imposizione diretta; anche alle tasse giudiziarie 
e alle condanne la finanza comunale estende la sua conquista e 
appena nei pedaggi lasciaai signori una certa partecipazione. Questi 
del resto, una volta ceduti i loro diritti e riconosciuto il nuovo 
ente giuridico, perchè costretti a parteciparvi, conquistano il potere, 
ma l'egemonia che conservano la esercitano come rappresentanti 
del Comune e non più in forza del diritto feudale. Se però il Co- 
mune è signore nel suo territorio, è limitato all'esterno dall'auto- 
rità della Chiesa, dopo la battaglia di Benevento definitivamente 



LUZZATTO, LE FINANZE DI UN CASTELLO NEL SEC. XIll 89 

ristabilita nella marca di Ancona, e in queste limitazioni, per cui 
c'è poca varietà di legislazione finanziaria e i tributi rimangono 
circoscritti entro le forme imposte dall'autorità superiore, sta la 
speciale flsonomia della finanza in questi comuni vassalli. 

L'A. fa precedere opportunamente lo studio delle spese a quello 
delle entrate perchè anche in questo piccolo Comune, dove la spesa 
ordinaria non doveva subire troppo forti oscillazioni, l'entrata fu 
sempre subordinata all'uscita. I bilanci non furono nelle abitudini 
dei nostri comuni, e il bilancio annuale che 1' A. ricostruisce dai 
registri dei camarlinghi — da lui ritenuti fonte unica per l'intero 
movimento di cassa — è soltanto approssimativo e non risponde 
affatto al bilancio reale di un dato anno. Queste spese, che clas- 
sificate in vari capitoli ascendono a circa 500 lire l'anno, non è 
possibile metterle in rapporto con quelle straordinarie; ma l'A. ne 
rileva la sproporzione per ognuno dei registri dei camarlinghi, che 
abbracciano generalmente la gestione di un trimestre. In questa 
sperequazione si rileva sopratutto il carattere politico del comune 
medioevale, mentre nel caso particolare in questa categoria di 
spese si riflettono le relazioni tra la Curia pontificia dominante 
e il Comune vassallo, sia per le condanne inflitte, sia per i con- 
tributi militari. 

[jC entrate sono pure distinte in ordinarie e straordinarie; 
quelle costituite quasi esclusivamente da entrate patrimoniali, giu- 
diziarie e da imposte indirette, forniscono presso a poco la spesa 
ordinaria, difatti il loro gettito annuale è calcolato sulle 600 lire. 
Fonte di entrate straordinarie più notevole sono invece le coUecte 
o imposte fondiarie. La norma generale che l'impòsta diretta entrò 
nel sistema tributario solo in regime di straordinarietà trova la 
sua conferma anche in questo castello, ove si faccia eccezione 
per il salario del podestà, spesa ordinaria pagata con una colletta, 
che del resto differisce dalle altre in quanto è personale, sui fuochi 
e non sulle sostanze. 

L'imposta diretta qui ha una duplice importanza, sìa perchè 
da sola regge le spese straordinarie come il maggror cespite di 
entrata, a differenza dei grandi comuni, sia perchè dalla tecnica 
di questa imposta emerge la politica tributaria del castello, quindi 
la sua struttura sociale e la sua particolare fisonomia. Difatti la 
colletta è il più notevole elemento tributario, perchè il castello si 
compone di una popolazione rurale di medi possidenti con scarso 
artigianato, donde al tempo stesso l' imposta fondiaria unica 
forma di tassazione diretta. Questa, sorta dal focatico, divenne 



90 RECENSIONI 



reale quando fu trasportata sulle terre, quando, cioè, dopo 
l'epoca feudale, cessato il rapporto diretto tra l'estensione della 
terra posseduta o coltivata e l'unità familiare coltivatrice del 
manso, sì sentì la necessità di imporre per lihrani, in proporzione 
alle sostanze. Non invalse l'uso di stimarle in base al reddito, 
ma piuttosto si preferì misurare e imporre l'estensione dei terreni, 
ragguagliando l'imposta sul moggio, unità di supertìcie. Questo 
è il sistema doìV appretium, vero e proprio catasto, che snWestimo 
ha il vantaggio di restringere l'arbitrio degli allibratori, ma che 
d'altra parte è possibile solo in territori poco estesi e dove la pro- 
prietà terriera sia l'unica forma di ricchezza imponibile. L'A. 
calcola tra 18 e 20 moggia di terra la proprietà media dì circa 
500 piccoli possidenti, di fronte a circa 24tìO moggia possedute da 
una cinquantina di fa^miglie nobili. Queste avevano pretese di esen- 
zione o almeno non volevano contribuire oltre un certo limite per 
ogni fuoco, preferendo l'imposta personale a quella sulle sostanze. 
I cherici, come sempre, erano esenti del tutto. 

Anche i prestiti ebbero la loro importanza, piìi i volontari 
che i forzosi in un territorio povero di capitale monetario; il da- 
naro bisognava cercarlo al difuori, e poiché lo scarso reddito delle 
imposte indirette non era sufficiente a garantire le restituzioni, si 
ricorreva a fideiussori, ai più facoltosi castellani, i quali veni- 
vano a crearsi una posizione politica privilegiata per il fatto che 
erano ad essi vincolati i redditi ordinari. 

Questo studio che il Luzzatto ha condotto con rigorosità di 
metodo, con sicura interpretazione dei documenti, merita di essere 
segnalato ai giovani come un utile esempio per la trattazione della 
storia finanziaria dei nostri comuni minori. 

Firenze. Bernardino Barbadoiu). 



Hans E. Rohde, Ber Kampf um Sicilien in den Jahren 1291-1320 
{Abhandlungen sur mittler. u. neur. Geschichte, herausg. 
von G. V. Below, H. Finke, F. Meinkcke, Heft 42). — Berlin 
und Leipzig, Rothschild, 1913, pp. 166. 

Il volume che annunziamo, a compimento del quale ne terrà 
dietro, secondo la promessa dell' A., un altro, si occupa dei primi 
anni della politica aragonese fino alla pace di Anagni (giugno 1295). 
Se note erano le vicende esterne della guerra, rimanevano però 
ancora oscure le trattative diplomatiche che la prepararono o la 



ROHDE, LA LOTTA PER LA SICILIA 91 

regolai-ono. TI R., rifacendosi alle feconde ricerche del Finke, il 
raccoglitore diligente degli Acta Aragonensia e l'autore dei ma- 
gnifici volumi su Bonifacio Vili, riallacciando la sua opera allo 
scritto del Cartellieri, e usufruendo le ricerche del Lecoy de la 
Marche e del Petit negli Archivi francesi, del Bofarull e di illu- 
stri studiosi tedeschi in Archivi spagnuoli, e di alcune sue inda- 
gini negli Archivi nazionali di Parigi, di Barcellona e di V^alenza, 
completa la narrazione della guerra del Vespro. 

Oltre il modo nuovo e acuto col quale sono studiati e ricol- 
legati fatti già noti, l'A. più che i singoli avvenimenti ha di mira 
soprattutto. la linea direttiva generale della politica tenuta da 
Giacomo d' Aragona per resistere alle pretese dei suoi nemici 
sulla corona di Sicilia e consolidare il potere. 

Conosciuta appena la morte di Alfonso, Giacomo, contraria- 
mente alle disposizioni testamentarie di lui, dichiara ai dignitari 
di Corte riuniti a Palermo e a Barcellona di voler unire in sua 
mano gli Stati di Sicilia e d'Aragona. Per vincere le ostilità dei 
suoi avversari, abbandona la politica strettamente egoista se- 
guita da Pietro III e si allea col re Sancio di Castiglia, che 
ha minacciosamente raccolte truppe alla frontiera. Manda quindi 
un'ambasceria al papa annunziandogli l'avvenuta sua assunzione 
al trono e promettendogli obbedienza. Niccolò IV, che consi- 
dera l'Aragona feudo della Chiesa e che mira a farsi cedere la 
Sicilia, lo scomunicai e, sotto minaccia di gravi pene, ordina al clero 
e ai vescovi di non riconoscerlo come re. Giacomo allora proi- 
bisce per il suo regno la predicazione della crociata; il papa gli 
rende ostili Carlo II d'Angiò e Sancio; concede a Carlo di Va- 
lois, che non nasconde le sue aspirazioni al trono di Sicilia, 
aiuto di denaro; e libera dal bando gli Aragonesi passati al par- 
tito del Valois. I Mori frattanto invadono dal sud l'Aragona. In 
tali frangenti, Giacomo si dichiara pronto a partire egli stesso 
per la crociata, sebbene allealo col Sultano, al quale poco prima 
ha chiesto aiuto per espugnar Napoli, a patto però che il papa 
venga a più miti consigli. Niccolò IV tien duro; Giacomo si ap- 
poggia al partito ghibellino italiano; e fiducioso nel valore mili- 
tare della sua flotta e soprattutto del suo ammiraglio Ruggiero 
di Loria, cerca di spezzare i fili della diplomazia avversaria. Ini- 
zia relazioni amichevoli con Sancio, sposandone la figlia Isa- 
bella, quando (juesta, nel dicembre 1291, non aveva compiuto 
nove anni ancora; e dando in pegno delle sue promesse parecchi 
castelli, si allea con Sancio; dichiara solennemente di non ab- 



92 RECENSIONI 



bandonar mai la sposa, di non concludere senza di lui la pace 
coi nemici comuni, e di non liberare, senza sua approvazione, i 
figli di Carlo prigionieri. Mutatasi così la situazione, Niccolò IV 
cambia politica, e cerca di procurare un armistìzio tra Sancio e 
Giacomo e Filippo IV il Bello, che ha mosso guerra agli alleati. 
Giacomo dal canto suo, stanco delle guerre e premurato dagli 
Aragonesi, si dichiara disposto a riconquistare la terra santa e 
a cedere la Sicilia a Carlo II, purché il papa gli tolga la scomu- 
nica. Quando le trattative per un accordo sono a buon porto, 
Niccolò IV muore. Nell'interregno dall'aprile 1291 al luglio '94 
riarde la lotta tra Carlo II da un lato, e Giacomo, il fra- 
tello Federico e Sancio dall'altro; finché, coli' intervento della 
Francia, dopo laboriose e lunghe trattative si riesce a sta- 
bilire tra gli altri patti che a Giacomo restino la Sicilia, le 
isole adiacenti e le coste Calabre occupate durante la lotta. Ma 
avendo Carlo nel Congresso di Logrono preteso che la Sicilia 
gli sia consegnata entro tre anni, si riaccende la lotta, Sancio si 
distacca dall'Aragona, e si unisce alla Francia. Giacomo, per 
vendicarsi, si avvicina a Carlo, accetta di sposarne la figlia e di 
consegnargli la Sicilia entro tre anni a partire dal 1" novem- 
bre 1294, dietro compenso; ma mira a tirare a sé le isole adia- 
centi alla Sicilia appoggiandosi al partito aragonese-siciliano, 
mentre intanto Carlo briga per l'elezione di un papa favorevole 
ai suoi interessi, e si dà parimenti a rinforzare la sua posizione 
in Sicilia. Sorgono inimicizie politiche e commerciali tra Francia 
e Inghilterra, e nella coalizione che si forma Giacomo e Sancio, 
riconciliatisi, sono collegati con Filippo IV, di cui Giacomo ha 
sposata la figlia Bianca. Dopo varie e non liete vicende, si sta- 
bilisce che la Sicilia sia definitivamente ceduta al papa (patto di 
Anagni, 20 giugno 1295). 

Qui finisce il volume, del quale non abbiamo dato che una 
rapida e pallida idea, necessariamente incompleta. Rimandando 
il nostro giudizio a lavoro compiuto, ora diciamo soltanto che il 
libro si legge volentieri per l'efficacia con cui sono esposti e rav- 
vicinati fatti e avvenimenti intricati, e per la larga conoscenza 
che l'A. ha del materiale archivistico, o del tutto nuovo, o pre- 
sentato con novità di vedute e con chiarezza d'esposizione. 

Firenze. ' R. Ciasga. 






OLIGER, DOCUMENTI SULLA STORIA DEI FRATICELLI 93 



Oliger P. LivARius 0. F. M., Documenta inedita ad historiam 
Fraticellorum spectantia (Estratto dall' Archivum Francisca- 
num Historicum, III-IV, 1910-13). Ad Claras Aquas (Qua- 
racchi) prope Florentiam, Typ. Gollegii S. Bonaventurae, 1913; 
8\ pp. iv-208. 

Il eh. A., già noto per la sua pregiata edizione critica del 
Commento Clarenitano sulla Regola francescana (vedi Archivio 
stor. ital., 1913, voi. I, pp. 192 e segg.), ha raccolto in questo 
nuovo volume i testi e le dissertazioni da lui pubblicati nell'^rcM- 
vum Franciscanwm Historicum sui famosi Fraticelli eretici, i quali, 
separatisi dalla Chiesa, subentrarono al movimento de' così detti 
Zelanti e Michelisti, e, favoriti dalla lontananza della Santa Sede 
fissata in Avignone, tramarono per lungo tempo contro il Papato, 
l'Impero e i Comuni d'Italia fino agli ultimi del Quattrocento. 

La raccolta dell'Oliger è la più ampia che esista su tale argo- 
mento, e supera e completa le simili precedenti pubblicazioni 
dell'Ehrle e del Tocco. Essa contiene interi trattati, processi, con- 
danne, bolle, atti notarili, ecc., ricavati dagli Archivi esplorati 
dall' A. negli Abruzzi, a Roma, nell'Umbria, nelle Marche e in 
Toscana. Ai singoli documenti, sono unite dotte dissertazioni, 
nelle quali troviamo usufruita tutta la letteratura storica sull'ar- 
gomento ; la qucile erudizione pone in grado l' A. di esporre nella 
loro vera luce nuovi fatti e documenti da lui trovati. 

1 testi scritti dai Fraticelli sono quattro, sotto i numeri 1, 
III, IV, VI. Il primo è una lettera latina diretta a tutti i Cri- 
stiani contro la Chiesa ; essa non ha data, ma l'Oliger con buone 
ragioni la crede scritta verso il 1389. I testi III e IV sono scritti 
in volgare: il primo tra il 1378 e 82, e, come pare, è indirizzato 
alle autorità di Perugia; l'altro, della medesima epoca, è diretto 
ai Rettori della città di Roma. In tutti e due i testi, i Fraticelli 
si dicono veri Frati Minori dell'osservansa della Regola, e quelli 
dell'Ordine dovrebbero esser chiamati È\ati Maggiori. La lettera 
de' Fraticelli di Perugia ha la singolarità di citarci Dante : « e 
non vogliate consentire alle loro falsitadi, siccome dice Dante, che 
non sarete schusati per non sapere il vostro danno » ; (p. 105) 
e si riferiscono al Paradiso, XXIX, v. 108. La lettera che ì 
Fraticelli diressero alle autorità di Narni (1353-54) si scaglia con- 
tro le ricchezze del Clero a danno de' poveri. L'introduzione di 



94 RECENSIONI 



questa lettera fu per la prima volta pubblicata dal eh. Luigi 
Fumi nel Bollettino della B. Dep. di Stor. patria per l'Umbria 
(voi. VII, 1901, pp. 355 e segg. : cfr. voi. XII, 1906, pp. 297); ma 
r Oliger ce la riporta integralmente con scrupolosa esattezza, e 
prova che la lettera è scrittura originale de' Fraticelli: esempio 
raro se non unico (n. VI». 

I trattati contro i Fraticelli sono due, sotto i numeri II e VII. 
Il primo è un'abile e moderata confutazione degli errori dei Fra- 
ticelli, composta dal fiorentino fra Andrea Richi e datata da Fi- 
renze 1381. Il Richi fino ad oggi era rimasto sconosciuto affatto 
ai bibliografi antichi e recenti, e risorge dall'oblio per merito del- 
l'Oliger. Il prof. Rodolico {La Democrasia Fiorentina nel suo tra- 
monto, Bologna, 1905, pp. 82-83) aveva fatto notare che nel 1381 do- 
veva essersi inasprita la lotta contro i Fraticelli di Firenze; ed ora 
il testo del Richi, scritto proprio in quell'anno per comando dell'In- 
quisitore di Firenze, viene a confermare l'induzione dell'erudito 
scrittore. Il trattato del Richi, oltre il valore storico contro i 
Fraticelli, è di somma importanza anche per la storia della 
famosa questione della Povertà e delle lotte politiche sotto papa 
Giovanni XXII e suoi successori. Nel trattato del Richi troviamo 
inserita la dichiarazione sulla Povertà fatta da Ubertino da Ca- 
sale nel pubblico Concistoro di Avignone nel 1322 (p. 22), e 
importanti notizie sui Michelisti pentiti e impenitenti, contem- 
poranei al Richi, il quale all'epoca della sottomissione dell'anti- 
papa Niccolò V (1333) si trovava a Montpellier (p. 26). Intorno al 
Richi, che era Inquisitore della Toscana dal 1370 al 1373, l'Oliger 
pubblica o indica nell'Appendice III (pp. 196-201) altri documenti, 
tolti dall'Archivio di Stato di Firenze. Nel 1353 il Richi appare 
teste in un rogito come semplice frate in Santa Croce di Firenze 
(p. 198). Come Inquisitore (p. 198) assolve un certo fra Matteo 
Rettore dello Spedale di Prato il 9 febbraio 1373. Egli stesso, 
ai 15 di marzo 1373, nomina il suo successore nell'officio d'Inqui- 
sitore fra Pietro di Ser Lippi (p. 199). 

L'altro trattato contro i Fraticelli (n. VII), trovato dall'Oliger 
nella biblioteca abbaziale di Subiaco, è un lavoro mediocre di un 
certo Giacomo, non altrimenti conosciuto, amico del famoso Alfonso 
l'Eremita, già vescovo di Jaén in Ispagna (1359-68), poi confes- 
sore di Santa Brigida di Svezia, morto a Quarto al Mare presso 
Genova nel 1388. Il trattato fu scritto dopo il 1368 e prima del 
1378 (p. 136); e l'Oliger, omessi i testi scritturali, pubblica solo 
l'Introduzione e la Conclusione. 



OLIGER, DOCUMENTI SULLA STORIA DEI FRATICELLI 95 

1 documenti Vili e IX sono bolle di Eugenio IV (1432) e di 
Niccolò V (1451): notevolissima quest'ultima, con la quale il Pon- 
tefice ordina al Domenicano fra Simone di Candia, d' impadronirsi 
de' Fraticelli sparsi in Grecia, specialmente del loro caporione che 
pretendeva esser loro papa e ctie doveva trovarsi in Atene. Curiosis- 
simi poi sono i testi datici sotto i numeri X e XI contro quel cer- 
vello bislacco di fra Filippo Berbegall in Ispagna, il quale voleva 
fondare un nuovo Ordine religioso con l'abito e con gli errori dei 
Fraticelli e degli Mussiti di Boemia. Le sue utopie furono combattute 
con veemenza dal celebre S. Giovanni da Capestrano, e l'eresia 
finì con la condanna promulgata coi brevi d'Eugenio IV nel 1434. 

Seguono nella raccolta cinque Appendici (pp. 181-207). Una 
riguarda i Fraticelli in relazione alle numerose comunità religiose 
di Terziari, che in sul principio del secolo XIV si formavano 
qua e là per l'Italia, mancanti di una norma fissa per la vita 
claustrale, e per giunta un po' sospetti a cagione che i Terziari o 
Beghini della Francia meridionale si erano compromessi per avere 
aderito a fra Giovanni Olivi (f 1298). L'A. ha raccolto in propo- 
sito un ricco materiale, ricavato specialmente dagli Archivi di 
Firenze e di Cortona, compendiandolo in forma di regesti, ovvero 
pubblicandolo per esteso. Notiamo fp. 184) l'elenco delle città ed 
altri enti della Toscana che nel 1322 spedivano lettere alla curia 
di Avignone per protestare della purità della fede de' Terziari re- 
golari o Mantellati, .come venivano chiamati. Terziari sembra fos- 
sero anche gli Apostoli (diversi dagli Apostolici), i quali, caso cu- 
riosissimo, durarono dal secolo XIII fino alla metà del secolo XVII, 
non ostante le condanne e le soppressioni. L'Oliger pubblica due 
documenti sugli Apostoli dai Libri clecemvirali di Perugia del 1391 
(pp. 185. 189-90). Seguono alcuni testi sui Clareni ortodossi, che 
come tali appariscono solamente nel quarto decennio del secolo XV 
(pp. 190-96). Nell'Appendice II (pp. 202-5) l'Oliger torna a parlare 
del cosi detto Defensorio dell'Occam, dopo aver già provato (pp. 86- 
93; che esso era una lettera circolare de' Fraticelli d'Italia della se- 
conda metà del secolo XI V ; ed ora nell'Appendice convalida le prove 
coi confronti del testo tolti dalla Summa Theologica di Sant'An- 
tonino di Firenze. L'Oliger, a cui dobbiamo una così bella e ricca 
mèsse di curiosissimi documenti, termina il suo erudito lavoro con 
alcune buone e nuove osservazioni sull'ultimo processo contro i 
Fraticelli a Roma nel 1466-67, e sulla finale estinzione di essi, 
non ostante che qualche traccia di loro apparisca ancora nel 1483. 

Firenze. G. Golubovich. 



9G 



RECENSIONI 



E. GoELLBR, Die pdpstUche Pònitentiarie von Ursprung bis su ihrer 
Umgestaltung unter Pius V. Zweiter Band : Die pdpstUche Pò- 
nitentiarie von Eugen IV bis Pius V. I Teil, Darstellung, 
pp.xii-216; IITeiì, QMe«ew,pp.vni-210.~-Roma, Loescher, 1911, 
(In Bibliothek des Kgl. Preus. historischen Institut in Eom, 
Band VII-VIII). 

Con questo secondo volume si chiude la storia della Peniten- 
zieria apostolica, che VA. ci ha narrato dalle origini fino alle so- 
stanziali riforme di S. Pio V. Possiamo quindi conoscer con 
precisione il meccanismo di vita, la costituzione interna e le vicende 
molteplici attraverso le quali codesto importante ufficio ecclesiastico 
passò (ino al tempo iu cui esso prese il moderno assetto definitivo. 

Pochissime le opere nuove d' indole generale chel'A. ha dovuto 
tener presenti per il secondo volume; di qualcuna, troppo difet- 
tosa, egli si è sbarazzato con severo, ma giusto, giudizio. Abba- 
stanza ricche invece le fonti manoscritte che il G. pubblica giudi- 
ziosamente nella seconda parte (1^. 



(1) Egli ha potuto osservare anche l'Archivio della Penitenzieria, che 
temette già smarrito nel periodo Napoleonico. Ne dà una notizia interes- 
sante, per quanto sommaria, nella sua puhblicazione J)as alte Arcliiv 
der pdpstlichen Poenitentiarie (estr. dal voi. Kirchengeschichtliche Fest- 
gabe Anton de Waal sum goldenen Priester-Jubilaeum dargebracht), 
Roma, Armanì e Stein, 191B, pp. 19. L'A. avverte che non potè studiare 
in modo esauriente i numerosi volumi di quell'Archivio conservato quasi 
intatto ; e di codesta manchevolezza risente forse anche il breve lavoro. Il 
G. trae per altro documenti utili ad arricchire di qualche nome le liste 
degl'impiegati, edite già da lui nei due volumi di storia, come pure per fare 
qua e là aggiunte, correzioni e conferme positive di precedenti congetture. 

Importante è la convinzione dell'A. che i documenti anteriori a 
S. Pio V contenuti nei regesti della Penitenzieria, devono riguardare solo 
argomenti così detti di foro esterno; mentre per gli altri di foro 
interno era norma che non venissero registrate le lettere e fossero re- 
capitate ai petenti con tinti nomi. Ma perchè non applicare allora la stessa 
distinzione ai casi di dispense richieste per ordinazioni ecclesiastiche e per 
matrimoni ? Ad ogni modo, nell'esposizione del (ì. non sono ben chiari i 
criteri praticamente adoperati nella Penitenzieria prima di S. Pio V, circa 
la distinzione di queste due categorie di colpe, potendo anche sembrare 
soggettiva e teorica la distinzione di esse secondo il formulario di Gual- 
tiero di Strassburg. 



GOELLER, LA PENITENZIERIA APOSTOLICA 97 

Come egli avverte con sicurezza, nessuna scoperta importante 
sarà più possibile ormai sull'argomento, giacché, malgrado le la- 
cune, quasi tutto il materiale utile è stato messo a profitto. E forse 
ha ragione. Ne ho una prova anch' io che mi sono imbattuto 
a caso in due formulari della Penitenzieria apostolica donati recen- 
temente alla Biblioteca vaticana dalla munificenza di S. S. Pio X. 

Non mi paiono privi d'interesse e ne do una breve descrizione : 

11 primo è un volume membranaceo di fogli 114 doppiamente numerati 
(noi seguiamo la più recente e la più esatta), di nini. 265x210; rilegato 
nel secolo XVI in cuoio marrone con fregi d'oro. 11 cartone superiore della 
legatura è avariato; sul secondo è impressa l'insegna pontificia, cioè le 
chiavi decussate con la tiara in mezzo. Fu scritto dal frate cistcrciense 
Michele di Benedetto, come si legge nella sottoscrizione al foglio 86, la 
quale ci fa conoscere anche l'anno della trascrizione: « Laus tibi sit, 
Christe, riam liber explicit iste. Ad raandatum Reverendorum dominorum 
penitentiariorura minoruin domini nostri pape, ego miniraus frater Mi- 
chael Benedicti ord. Cisterciensis transcripsi formulare istud ab antiquo 
officii penitenciariorum formulario fideliter, integre et complete. Florentie 
anno domini MCCCCXLO.die xxiii septembris, pontiflcatiis domini nostri Euge- 
nii pape un'' anno decimo, existente priore penitenciariorum frate Rolierto 
lohannis de Civitate Castelli >. Esso si riferisce al gruppo del codice D. 
descritto dal G. nel voi. I della sua opera a p. 71, e mentre il Cod. Vat. 
3994 appartiene al penitenziere maggiore card. N. Albergati, il nostro fu 
posseduto dai penitenzieri minori, come dimostrano, oltre la sottoscrizione 
più sopra riportata, anche i segni di attenzione, le numerose glosse mar- 
ginali e le aggiunte fatte da varie mani in varie età, che tradiscono l'uso 
quotidiano del volume. I penitenzieri poi tennero al corrente il loro for- 
mulario, trascrivendo man mano le nuove disposizioni emanate dai suc- 
cessori di Eugenio IV^ Si hanno così le seguenti aggiunte : 1 (f. 86 1;) bolla 
di Sisto IV « Provida Romani pontificis » (Gòller, voi. 11^, 77); 2 (f. 87 v) 
statuti del cardinale Filippo vescovo Portuense (G., ibid., 35-39) ; 5 (f. 89) 
mandato del Cardinale Giuliano della Rovere (G., ibid., 39). Segue una 
nota che riferisce una decisione presa e giurata 1' 11 dicembre 1542 da tutti 
i penitenzieri presenti, in forza della quale ogni atto del collegio dei pe- 
nitenzieri (specie ove si trattasse della nomina di un penitenziere nuovo 
o di un sostituto o di un coadiutore) non avrebbe avuto vigore, senza il 
suffragio segreto dei due terzi del collegio stesso: « due partes penitentia- 
riorum ». Ma a questa nota è apposta, d'altra mano contemporanea, la 
seguente osservazione : « sed hoc est centra statutum anticum quod {sic); 

4 (f. 89 v) pagamento fatto dalla Camera apostolica ai penitenzieri « prò 
valore vestimentorum » dopo la morte di Sisto IV (G., ibid., pp. 135-136); 

5 (f. 90) facoltà e privilegi concessi dal penitenziere maggiore Leonardo 
card, di S. Pietro in Vincoli (G., ibid., pp. 39-43); 6* (f. 91 v) è ripetuto il 



98 



RECENSIONI 



« moti! proprio » di Leone X: « Gain dilecti filii » contenuto nel documento 
precedente; 7 (f. 92) formula di giuramento dei penitenzieri minori; 
8 (f. 92 v) bolla di Leone X * Ex debito pastorali » (G., ibid., p. 90) ; S (f. 98) 
estratti dal formulario del sacrista e da' diari dei cerimonieri riguardanti 
ciò che si usa fare durante la malattia mortale del papa e dopo la morte. 
Gli estratti sono di mano del penitenziere G. Gaccia ; seguono poi i conti 
fatti dalla Gamera apostolica per le assistenze prestate dai penitenzieri 
nella morte di Sisto IV (G., ibid., pp. 136-138); 10 (f. 101 v) bolla di In- 
nocenzo Vili « Supra farailiam » (G., ibid., p. 85). Alla bolla è aggiunta 
dalla stessa mano del testo, ma di altro inchiostro, la nota seguente : 
« MccccLxxxxTi die VI augusti Rmi d. Cardinales S. Romane Ecclesie 
ingressi fuerunt conclave et die xi° (bora cancellata) paulo post 
horam xi»"' fuit electus Rmus d. Rodericus Borges, vice-cancellarius 
S. Romane Ecclesie Gardinalis, qui vocatus est Alexander sextus ». 
Segue di altro inchiostro e. s. « Et die xxv septembris accepit conflr- 
mationem in ecclesia S. lohannis Lateranensis » ; 11 (f. 102) breve di 
Alessandro VI * Attendentes, quod vos » (G.. ibid., p. 86); 12 (f. 103) 
bolla di Alessandro VI ♦ Pastoris aeterni» (G., ibid., p. 87); 13 (f. 104) 
concessioni di privilegi fatti ai penitenzieri da Alessandro VI per il 
giubileo del 1500 (G., ibid.); 7.9 (f. 105) bolla di Alessandro VI per l'anno 
giubilare « Inter curas raultiplices » (E. Amort, De origine, progressu, 
valore ac fnictìi inchtlgentiarnm, Venetiis, 1738, p. 80) ; 14 (f. 106) 
bolla di Giulio III « Pastoralis ofBcii » (G., ibid., p. 94); lo (f. 1091 breve 
di Gregorio XllI, col quale si concede il giubileo alla città di Milano, 
per intercessione di S. Carlo Borromeo, allora arcivescovo di quella 
città: «Salvator noster » [Ada ecclesiae Mediolanensis, ed. A. Ratti, 
Milano 1892, III, col. 153 e segg.). Segue infine l'indice del volume, di 
mano del secolo XVI ; l'ultimo articolo in esso contenuto è la bolla di 
Giulio III. 

L'altro codice è un formulario di lettere del tempo di Leone X, giac- 
ché le lettere stesse, quasi tutte non datate, sono scritte in nome del car- 
dinale penitenziere Leonardo Grosso della Rovere (f 1520). È un volume 
cartaceo di mm. 209x146 e di ff. 98 (fino al f. 91 la numerazione è antica e 
in cifre romane). Comincia (f. 1) con una lettera all'arcivescovo di Genova, 
che ha il titolo: «De contrahendo in 4° consanguinitatis vel afflnitatis, 
mutatis mutandis, et etiam servii prò 3°, ut infra.... Sedis apostolice pro- 
videntia». Questa lettera è datata sub sigillo ofpcii penitentiarie pon- 
tiflcatus domini Leonis pape decimi, anno primo. Termina con un 
estratto del formulario circa i correttori : « Item quod correctores non 
expediant litteras, nisi in officio etc. » : (f. 92) indice del volume ; (f. 96 v) 
lettera del penitenziere maggiore Lorenzo Pucci per l'assoluzione di 
un assassino di un sacerdote; è scritta d'altra mano; (f. 97) lettera del 
card. Lorenzo Grosso della Rovere per un caso di bigamia. Da notarsi 
ancora nel f. 87 v un esempio di lettera patente per ottenuta assoluzione 
da peccati, scritta in nome del penitenziere minore frate Claudio Cathelma 



GOELLER, LA PENITENZIERIA APOSTOLICA 99 



(per Cantelmo ? Probabilmente frate Claudio Francigena del documento 
ed. dal G., Il, 137). Nel f. 88 un'altra lettera simile, in nome del peniten- 
ziere minore frate Francesco Barthelai. 

Le prime lettere hanno moltissime correzioni e aggiunte nel testo e 
nei margini, anche di altra mano contemporanea. Generalmente nei mar- 
gini esterni di ciascuna lettera, in principio, è indicata la tassa. 

Nei fogli di guardia e sulla copertina moltissime frasi di nessuna 
imiiortanza, come questa « Vive le roi de Prance » ; ricorre più di una volta 
il nome « Aurelius Antonius scriptor penitentiarie », forse il trascrittore 
del codice ; e nella parte interna del secondo cartone della legatura il 
nome « lohannes Bochety » che una volta porta pure il segno di tabellione. 

In questo secondo volume l'A. non è stato più costretto a 
spiegarci ampiamente il sistema in uso presso la Penitenzieria apo- 
stolica, per la redazione dei documenti : nelle sue linee generali 
esso fu descritto già nel primo volume e le variazioni vanno con- 
nesse con gli ordinamenti emanati dai singoli pontefici e che l'A. 
riferisce volta a volta. Continua quindi in questo volume l'elenco 
dei penitenzieri maggiori, da Giuliano Cesarini fino a S. Carlo 
Borromeo; segue la lista dei penitenzieri minori e di tutti gli altri 
impiegati, quali il reggente, l'uditore {datarius), ecc. È dijfficile 
riassumere quanto dice l'A. sulle attribuzioni di ciascun impie- 
gato: le sue indagini accurate e le sue felici induzioni gli han 
concesso in questo campo di raccogliere mèsse abbondante per 
farci ad es. conoscerje meglio le funzioni del « Datarius poeniten- 
tiariae » e i rapporti che intercedevano fra il Datario della Can- 
celleria apostolica e la Penitenzieria. 

Naturalmente le innovazioni ebbero efficacia anche sulla reda- 
zione dei documenti e però il G. fa opportuni rilievi sulla com- 
posizione delle lettere delia Penitenzieria, degli originali delle quali 
ci dà un copioso elenco. 

Le riforme introdotte dai papi in materia della Penitenzieria 
erano imposte da dolorose esperienze di abusi che impiegati pre- 
varicatori o avidi di guadagno perpetravano con incredibile au- 
dacia. Pio II stesso nelle sue memorie accenna ad un brutto ten- 
tativo di falsilicazione riguardante proprio un documento della 
Penitenzieria. Egli riesci per caso a sventare la manovra, col- 
pendo severamente i rei; ma nel processo che ne segui dovette 
pure sentire « torvis oculis » le strane teorie messe in campo dalla 
difesa di uno dei principali colpevoli (1). 



(1) Vedasi la narrazione in Pii II Opera inedita a cura di G. Cugnoni in 
Jttid. Accad. dei Lincei, serie III, voi. Vili, an. 1882-1883, pp. 520 e segg. 



100 RECENSIONI 



Si aggiunga a tutto ciò la venalità di alcuni uffici ecclesia- 
stici, per cui al maggior offerente era lecito alle volte occupare 
posti abbastanza delicati, e si comprenderà bene il disordine che 
ne seguiva; come pure si spiegano i rivi di acqua limacciosa e 
putrida che, allontanandosi dalla maestosa corrente delia vita ec- 
clesiastica, potevano restare inosservati. Per arginare questa più 
saldamente furono fatti numerosi tentativi e riforme effettive, fra 
le quali notevoli quelle di Eugenio IV, in parte già esaminate nel 
voi. 1, poi quelle di Pio II, Sisto IV, Giulio II, Leone X, finché 
S. Pio V con atto energico, ponendo la scure alle radici dei mali, 
come si esprime l'A., circoscrive ancora più l'opera della Peniten- 
zieria, alla quale vengono ascritti unicamente i peccati riguardanti 
il « forum internum » cioè quelli occulti, vergognosi e vituperosi, 
come li definiva Gualtiero di Strassburg. 

Godesti tentativi sono minutamente esposti nel cap. Ili della 
prima parte. Nella seconda parte è trattata la questione delle tasse 
richieste ai fedeli per la spedizione dei documenti della Peniten- 
zieria. Una delle questioni più importanti, senza dubbio, giacché, 
se in altri campi le contestazioni fiscali han fornito sempre abbon- 
danti argomenti di lamentele, maggiori ancora dovevano essere 
queste, trattandosi di uffici ecclesiastici, nei quali sembrava spesso 
che si ragguagliassero a valori materiali grazie e concessioni pu- 
ramente spirituali. Il G., che da qualche tempo, insieme con un 
altro dotto tedesco si occupa di finanze pontifìcie, porta nell'argo- 
mento una competenza speciale. 

Contro le attestazioni del Gibbings, del Woker e del Dupin, 
egli espone il vero concetto della Santa Sede nel permettere la 
riscossione di tasse le quali non rappresentavano il correspettivo 
della grazia richiesta e dovevano andare principalmente a benefìcio 
degli estensori dei documenti. Per moderare, anzi, le pretese alle 
volte eccessive degli scrittori Benedetto XII redasse la sua lista 
delle tasse che è la più antica a noi giunta. 

Abbastanza giuste mi paiono in proposito le deduzioni 
dell'A. per l'esistenza di una lista di tasse contemporanea a 
Gregorio IX. L'uso di segnare le tasse sui documenti originali 
é per altro di parecchio posteriore alla prima lista di Bene- 
detto XII. 

Minuta poi é l'analisi sulle singole ricompense dovute agl'im- 
piegati della Penitenzieria e la notizia particolareggiata delle va- 
riazioni introdotte da Pio II e da Sisto IV, sotto il quale, pur- 
troppo, si accentua il male della venalità degli uffici. 



I 



GOELLER, LA PENITENZIERIA APOSTOLICA iOI 

Lo studio sulla tradizione di codeste liste di tasse conservate 
a noi in fonti sì manoscritte che edite è esauriente, mentre utili 
sono le indicazioni per i-iconoscere in alcuni documenti il loro ca- 
rattere privato e non ufficiale. 

Gl'inconvenienti lamentati sotto il pontificato di Sisto IV fu- 
rono presto combattuti dai suoi successori Innocenzo Vili, Ales- 
sandro VI e Giulio II, finché Leone X, con la sua bolla di riforma 
della curia, riordina pure la lièta delle tasse in uso fino ai suoi 
tempi. E strano che l'opera di Leone X per questo riguardo sia 
sfuggita anche a studiosi quali il Woker e il Gibbings, 

Nuove collezioni di tasse, o vecchie raccolte malamente note 
sono con diligenza elencate e discusse dall'A. per i pontificati 
successivi fino alla riforma di S. Pio V, del quale purtroppo 
non è stato conservato nulla che riguardi le tasse della Peni- 
tenzieria. 

L'ultimo capitolo è consacrato alle cosiddette «compositiones» 
o tasse esatte per commutazioni di voti, dispense e casi simili. 
Le « compositiones » hanno costituito una delle più grosse pietre 
di scandalo nell'amministrazione pontificia. 

L'A. esamina i singoli casi in cui le « compositiones » dove- 
vano farsi e, mettendole in relazione con le lettere della Peniten- 
zieria che ad esse si riferivano, conchiude non potersi qui parlare 
affatto di simonia. Certo per la giusta conoscenza di questo argo- 
mento sarebbe necessario applicare la stessa analisi minuta sui 
documenti della Cancelleria pontificia, dove pure erano in uso le 
« compositiones », come il G. stesso ci avverte. 

A similitudine del primo volume, abbiamo anche nel secondo 
un interessante « excursus » sulla « Bulla in coena Domini », di 
cui sono riportate le redazioni differenti e le aggiunte fatte dai 
vari papi per i casi speciali riguardanti il loro pontificato. 

Compaiono in queste bolle le scomuniche emanate contro i 
principali eretici od oppositori della Chiesa, quali Gregorio da 
Heimburg, Vincenzo Kilbasa e gli uccisori del vescovo di Aquila. 
Di una bolla « in coena Domini » emanata da Leone X abbiamo 
conservata la traduzione tedesca di Lutero. Se si pensa che tale 
documento doveva essere di pubblica ragione, si comprenderanno 
anche ivari incidenti che da esso potevano sorgere, specialmente 
nei secoli XVI e XVII. 

Così in questa storia della Penitenzieria, tanto ampiamente trat- 
tata dal G., noi troviamo raccolti materiali diversi, e necessari per 
la soluzione di problemi di diritto ecclesiastico non solo, ma che 



102 RECENSIONI 



si riconnettono alla vita pubblica e privata e all'amministrazione 
della Chiesa. La ricerca fra tanti documenti di studio è resa ora 
più facile, giacché in questo secondo e ultimo volume sono ag- 
giunti sussidi e indicazioni abbastanza utili per tale scopo. 

Roma. E. Carusi. 



Clare Howard, English Travelers of the Renaissance. — London, 
John Lane (The Bodley Head), 1914; pp. xvii-233. 

In questo libro, scritto piacevolmente e senza che l'ampia 
erudizione su cui si fonda offuschi la chiarezza dell'esposizione, 
Miss Giare Howard, del Barnard College di New York, raccoglie 
il frutto di lunghi studi fatti a Oxford sui viaggiatori inglesi 
dell'epoca del Rinascimento. 

Premessi alcuni brevi cenni sui viaggi e pellegrinaggi rae- 
dìoevali, l'A. determina nei due primi capitoli i nuovi ideali che 
si proponevano i viaggiatori inglesi del Rinascimento e che erano 
specialmente il culto degli studi umanistici, l'ambizione diplo- 
matica e lo studio delle lingue straniex-e. Essi ebbero per effetto 
un più completo sviluppo delle facoltà individuali, mentre se ne 
avvantaggiarono le pubbliche istituzioni inglesi e mentre si ve- 
niva creando una vera e propria letteratura speciale di libri e 
guide di viaggio, che l'A. esamina minutamente. Il terzo capitolo, 
assai interessante ed originale, descrive le caricature dell'epoca 
relative ai gentiluomini inglesi, che dopo i loro viaggi affetta- 
vano ridicole foggie e costumanze straniere, illustrando arguta- 
mente il proverbio An Englishman italianate the devil incaniate. 
L'A. espone quindi — con dati che peraltro avrebbero potuto essere 
assai più esaurienti e precisi — i pretesi pericoli dei viaggiatori 
protestanti nei paesi cattolici e le loro relazioni coll'Inquisizione, 
ed esamina l'influenza delle Accademie francesi sui viaggi e sui 
costumi inglesi (capp. IV e V). Gli ultimi due capitoli del vo- 
lume sono dedicati al cosidetto Grand Tour ed alla sua decadenza. 
Il Grand Tour, cioè il viaggio di Francia e il giro d' Italia, era 
di prammatica nei secoli XVII e XVIII nel programma di educa- 
zione dei giovani inglesi delle grandi famiglie. Anche per le mi- 
gliorate condizioni politiche questi viaggi erano più frequenti di 
prima, ma essi non erano più animati dalle nobili idealità del 
Rinascimento. Si viaggiava perchè così voleva la moda, per vedere 
e per farsi vedere e l'uso di questi viaggi venne decadendo per 



HOWARD, VIAGGIATORI INGLESI DKL RINASCIMENTO 403 

una serie di ragioni, che per l'A. sono essenzialmente l'insegna- 
mento di lingue straniere nelle Università inglesi, l'avversione 
alla cultura straniera, la più forte coscienza nazionale sviluppa- 
tasi in Inghilterra nel secolo XVIII, e il sorgere dei giornali. 
Così, mentre si moltiplicavano i libri di viaggi, terminava vir- 
tualmente quella peregrinatio animi causa, che aveva fatto parte 
della cultura inglese nei secoli precedenti. 

Questo, per sommi capi, il contenuto del libro, inteso a trac- 
ciare le linee generali della materia e che lascia il lettore col 
desiderio che l'A. si fosse addentrata più profondamente nei 
particolari dei viaggi stessi, e ci avesse dato notizie sulle con- 
dizioni dei viaggi, mezzi di trasporto, ecc., che sono invece bre- 
vissimamente accennate di sfuggita. 

Per l'Italia avremmo voluto soprattutto un maggiore svi- 
luppo delle desci'izioni e impressioni dì viaggi, ma ad ogni modo 
le ricerche dell' A. potranno servire di guida allo storico italiano 
che sì accìngerà a studiare i viaggi di inglesi in Italia nei se- 
coli XVI-XVIII. E per l'Italia vorremmo ancora rivolgere un'altra 
osservazione all'A. Nella Prefazione è detto (p. x) che la storia 
di questi viaggi dimostra how Italian immorality infected young 
imagiiiations e con ciò si ripete un'antica leggenda del Purita- 
nismo inglese, che è da un pezzo sfatata. Chi abbia letti, nell'edi- 
zione integra, ì celebri Diari di Samuel Pepys, che sono un do- 
cumento umano di grandissima importanza per la storia inglese 
del secolo XVll, vedrà che, francamente, i costumi dell'Inghil- 
terra erano tali da non dover temere l'esempio di altri paesi. 

Al volume è aggiunta una larga bibliografia distinta in tre 
parti : I) TAbri di consigli ai viaggiatori (disposti cronologicamente 
dal 1500 al 1700); II) Memorie, lettere e descrizioni di viaggi: 
III) Opere storiche e critiche. È questa una delle parti più notevoli 
del volume, che potrà servire agli studiosi come utile orienta- 
mento per ulteriori ricerche. Per l'Italia avrebbe dovuto esser ci- 
tata la eruditissima recensione di Arturo Farinelli (nel Giornale 
storico della letteratura italiana) del libro dell'Einstein, The Ita- 
lian Renaissance in England (London, I90'2), che costituisce una 
vera e propria monografia, con un'infinità di preziosi dati. Le il- 
lustrazioni del volume dell'Howard, che riproducono ritratti di 
viaggiatori e scene delle occupazioni dei gentiluomini dell'epoca, 
sono molto accurate, ma la scelta avrebbe senza dubbio potuto 
essere migliore. 

Innshruck. Andrea Galante. 



104 



RECENSIONI 



A. LoRENZONi, Carteggio artistico inedito di Vincenzo Borghini. 
Firenze, Succ. Seeber, 1912; 8\ pp. xi-196. 

Questa pubblicazione del prof. Lorenzoni è il frutto di lun- 
. ghie pazienti studi e indagini sui cento e più mss. di Vincenzo 
Borghini, il quale, come ben nota l'A., « studiato nella vita at- 
tivissima e nella produzione intellettuale molteplice, cresce fino 
a doventare una delle prime figure del suo secolo ». 

Religioso benedettino, spedai ingo degli Innocenti, letterato, 
amatore dell'arte e degli artisti, caro ai principi Medicei, Vin- 
cenzo Borghini, col suo spirito profondamente benefico, dignito- 
samente modesto, « pervade tutte le manifestazioni della vita 
fiorentina nel periodo corso fra il 1560 e il 1580 ». E questa mul- 
tiforme azione sapiente e benefica del Borghini è messa in piena 
luce dal suo carteggio artistico, che il Lorenzoni ha accurata- 
mente raccolto e scrutato e pone in luce in questo I volume e 
nell'altro, che sta preparando. 

Questo carteggio artistico del Borghini rivela notizie igno- 
rate e rivendica al loro autore opere attribuite ad altri o per di- 
sinvolta appropriazione di questi, o per fama divulgata da com- 
piacenti amici o da troppo facili ammiratori. 

E di una rivendicazione dovuta agli assidui studi del Loren- 
zoni, credo opportuno dar conto. 

Finora fu sempre attribuita a Giorgio Vasari la descrizione del- 
V Apparato per le feste fatte in Firenze nel 1565, per le nozze di 
Francesco dei Medici con Giovanna d'Austria. Di questa attribu- 
zione dubitò, a dir vero, con fine accorgimento letterario il dot- 
tissimo Milanesi, il quale si accorse della differenza che esiste 
tra lo stile del Vasari e quello nel quale è redatta la precitata 
descrizione, e nella sua edizione delle opere Vasariane (Tomo Vili, 
Scritti minori) la pubblicò come opera di Anonimo. 

Ora, il carteggio, che pubblica il Lorenzoni, dà la prova che 
autore di quella descrizione fu veramente Giambattista Cini, uomo 
colto, buon letterato, di carattere « bonario » e modesto tanto 
da essere saccheggiato e defraudato dell'opera sua; ispiratore 
del concetto artistico di quelle feste ne fu Vincenzo Borghini ; il 
Vasari fu soltanto di qneW Apparato, per incarico del duca Co- 
simo, l'esecutore. 

Il Borghini ebbe anche ragioni di ingerenza in rapporto al 
lavoro dei bassorilievi dei due pergami che il Cellini ebbe commis- 




LORENZONI, CARTEGGIO DI VINCENZO BORGHINl 405 



sione di fare intorno al coro di S. Maria del Fiore, e il Lorenzoni 
pubblica alcuni documenti inediti su tal lavoro, ritrovati tra i 
mss. della nostra Biblioteca Nazionale, ai quali aggiunge altri sei 
documenti Celliniani inediti, ripescati nelle filze della Depositeria 
nell'Archivio di Stato in Firenze. 

Il carteggio artistico Borghiniano, che il Lorenzoni ha in 
parte già pubblicalo, è di molto interesse e porge preziose notizie 
e attraenti particolari sugli artisti e sullo svolgimento della vita 
e delle opere loro in Firenze durante il quarto ventennio del se- 
colo XVI. 

Il libro del prof. Lorenzoni, organicamente disposto con or- 
dine cronologico e corredato di opportune note, è una pubblica- 
zione veramente utile e fa desiderare molto che 1' A. possa ap- 
prontare presto il II volume. 

Il libro, dedicato al eh. prof. Ermenegildo Pistelli, è stam- 
pato in bella veste tipografica e con elegante frontespizio Tor- 
rentiniano dallo Stabilimento tipografico S. Giuseppe. 

L'egregio prof. Lorenzoni attende ora alla ristampa del Car- 
teggio inedito di artisti già pubblicato dal Gaye: ci auguriamo 
di veder presto compiuto questo nuovo saggio della sua attività 
di studioso. 

Firenze. A. Canestrelli. 



E. FoRMÌ«GiNi Santamaria, L'istruzione pubblica nel Ducato Estense 
(1772-1860). — Genova, ed. Formiggini, 1912, pp. "230. 

E qualche tempo che si vanno succedendo tra noi i saggi e 
i contributi alla storia delle istituzioni scolastiche nelle varie parti 
d' Italia. A noi manca ancora un lavoro metodico, ordinato, cri- 
tico, d' illustrazione documentata delle vicende della vita scolastica 
italiana, quale la Germania va compiendo, e in parte ha compiuto, 
colla imponente pubblicazione dei Monumenta Germaniae paeda- 
gogica. Ma intanto son da salutare con vivo compiacimento tutti 
gli studi di tal genere, per quanto parziali, per quanto avulsi da 
un quadro totale dello svolgimento della scuola in Italia. Non 
è possibile comprendere pienamente la storia, sia interiore, spi- 
rituale, sia esterna, d'un popolo, senza guardarne i riflessi nelle 
sue istituzioni scolastiche, ancor più generalmente, nelle sue forme 
diverse d'attività educatrice, come non è possibile comprender 
pienamente la storia dell'istruzione e dell'educazione senza con- 



106 RECENSIONI 



siderarla in intimo legame colle vicende politiche, con tutta la 
storia d'una nazione. 11 fatto educativo è fatto di cultura; e la 
storia, nella sua essenza più profonda, è storia della cultura, cioè 
della civiltà umana, dello spirito umano. 

E per questa natura storica del fatto educativo, ond'esso co- 
stituisce insieme uno degli aspetti del movimento storico e uno 
.dei coefficienti della storia, cioè del progresso umano, è chiaro 
che è impossibile rendersi conto sia di quel che l'educazione pre- 
sente è, sia di quelle che sono le sue esigenze, senza ricercarne 
le radici nel passato. La storia della pedagogia, e, più precisa- 
mente, delle istituzioni scolastiche ed educative e dei fini di cul- 
tura umana rivelantisi in esse, è un terreno dove s' incontrano e 
s'armonizzano gl'interessi dello storico e quelli del pedagogista. 
Che se per l'Italia si presenta ben più difficile una sistemazione 
organica delle ricerche e una storia sintetica della scuola e del- 
l'educazione pubblica — come l'ha fatta, ad es., per la Ger- 
mania il Paulsen (e altri per partì speciali dell' insegnamento, 
come il Matthias per 1' insegnamento della lingua tedesca in 
un' opera ampia e poderosa) -- a causa della mancanza di 
continuità e d'unità nello spazio e nel tempo e d'una tradizione 
pedagogica salda, che costituisce una caratteristica sfortunata 
della storia italiana; non per questo sarà meno utile, a intender 
veramente il nostro passato e il nostro presente, l'aver davanti, 
raccolto e ordinato nel modo migliore, tutto ciò eh' è docu- 
mento delia vita scolastica ed educativa, cioè della cultura, 
nelle varie parti d'Italia traverso i secoli. 

La sig.^ E. Formiggini Santamaria, una valente insegnante 
di pedagogia, prima d'occuparsi dell' istruzione pubblica nel Du- 
cato Estense, si era già preparata a tal genere di ricerche minute 
e difficili con un altro pregevole lavoro su L' istruzione popolare 
nello Stato pontifìcio dal 1824 al iWO( Modena, Formiggini, 1909). 
Con questo nuovo saggio, nel quale sono notevoli le stesse qua- 
lità di diligenza erudita e di sagace accorgimento già dimostrate 
nell'opera precedente, l'A. viene ad aggiungere un contributo im- 
portante a quelli apportati da altri lavori storici dello stesso ge- 
nere, ch'essa conosce e cita, sebbene soltanto in parte, serven- 
dosene anche per opportuni raffronti tra le condizioni dell'istruzióne 
pubblica nel Ducato Estense e quelle d'altre parti d' Italia (1). Il 



(1) La slg.^ Formiggini Santamaria conosce soltanto (pp. ni e segg.. 
Prefazione) i lavori di G. Gapasso, per Parma ; di P. Barbanti, Lucca ; 



FOKMIGGINI, l'istruzione PUBBLICA NEL DUCATO ESTENSE 107 

lavoro di ricerca è stato certamente grave ed appare condotto con 
minuzia, talvolta quasi eccessiva. L'Archivio di Stato, quello Co- 
munale e quello dell'Università di Modena, che sono ricchi di 



di B. Peroni, Milaìio; di P. Trotto, Padova; di V. Rossi, Venezia; di 
A. LiziER, Novara ; di G. Monticolo, Sondrio ; di A. Poggi, Ducato di 
Panna ; di G. Mantellino, Piemonte e in specie Carniagnola (di 
questo lavoro lA. non indica la data, eh' è il 1909) ; della Angeli, 
Scuola elementare e popolare in tutta Italia; di G. Ferreri, Storia 
dell'educazione dei sonlomuii. Credo utile aggiunger qui — senza 
illudermi di essere esauriente — una lista di pubblicazioni (non tutte 
certo d'ugual valore) o trascurate dall'A. o successive alla pubblicazione 
del suo volume: 

L, Fumi, Lo Studio d'Orvieto, Firenze, 1870. 

A. Mainar DI, Dello Studio pubblico di Mantova, Mantova, 1871. 

C. Vignati, L' istrnsione classica secotularia in Pavia, Pavia, 1879. 

C. Campori, Storia del Collegio di S. Carlo in Modena, Modena, 1877. 

F. Pellegrini, Memoria sulle pubbliche scuole di Belluno dal- 
l'anno 1300 al presente, Belluno, 1881. 

D. Sassi, L' istruzione pubblica in Torino dal medioevo ai tempi 
nostri, Torino, 1881. 

L. B\RGiA.ccHi, Storia deyl' Istituti di Beneficenza, d'Istruzione e 
d' Educazione in Pistoia, Firenze, 1884. 

D. OxGARO, Le scuole pubbliche in Udine nel secolo XV, Udine, 1885. 

P. V. Baldissera, Alcune notizie storielle sopra le pubbliche scuole 
in Gemono, Gemona, 1887. 

V. Bellemo, L' insegnamento e la cultura a Chioggia fino al se- 
colo XV, in Archivio Veneto, tomo XXXV'I, 1888. 

G. SosTER, Documenti sulla istruzione pubblica in Valdagno dal 
1029 al 1712, Padova, 1889. 

V. Marchesi, Le scuole di Udine nei secoli XVI e X VII, Udine, 1890. 

F. Gabotto, Lo stato sabaudo da Amedeo Vili ad Emanuele Fili- 
berto, Torino, 1895, voi. III. (Contiene il Dizionario dei maestri di gram- 
matica die insegnarono in Piemonte prima delVa. 1500). 

C. Cessi, La scuola pubblica in Hovigo fino a tutto il secolo XVI. 
Appunti, Rovigo, 1896. 

A. Zanelli, Del pubblico insegnamento in Brescia nei secoli XVI e 
ZVY7, Brescia, 1896. 

lo., L' insegnamento pubblico in Brescia uei secoli XVII e XVI II, 
in Commentari dell'Ateneo di Brescia, 1896, Brescia, 1896. 

P. Tommasini-Mattiucci, Sull' istruzione in Città di Castello, Città di 
Castello, 1898. 

F. Aymar, La scuola normale di Pinerolo e il movimento peda- 
gogico e scolastico in Piemonte, Pinerolo, 1898. 



108 



RECENSIONI 



manoscritti e dì stampe relative alle scuole del periodo preso a 
studiare, e la Biblioteca Estense della stessa città, meno fornita di 
manoscritti e più di libri di testo dell'epoca, come l'Archivio dì 



A. Albertini e A. Silvestri, L' istruzione nolìa Provincia di Ascoli 
Piceno, Ascoli, 1899. 

E. Spadolini, Maestri di scuola in Ancona dal lSa:ì al lòòH, An- 
cona, 1900. 

Ulisse Papa, L'istituto di Desemano. Storia, biografia: 1782-1V01, 
Bergamo, Istituto d'Arti grafiche, 1901. 

Silvio Monaci, Storia del R. Istituto nazionale pei sordoìnutidi (Ge- 
nova, 2.' ed., Genova, Tip. Ist. Sordomuti, 1901. 

L. ToMASi, Il ginnasio di Trento, nel Tridentunt, a. V, 1902. 

Id., L'universitcì di Trento e il Liceo legale nel secolo XV IH, in 
Tridentum, a. Ili, 1900. 

A. Seghe, L' istruzione pubblica in Pisa, nei secoli XVI. XVII e 
XVIIL Pisa, 1904. 

Edmo Penolazzi, L'istruzione pubblica in Ferrara dal 1850 al 1902, 
Ferrara, Taddei, 1902. 

A. Sassetti-Saoghetti, Le scuole pubblicìie in Rieti dal XIV ed XIX 
secolo, Rieti, 1902. 

Degani, Le nostre scuole nel medioevo e il seminario di Concordia, 
Portogruaro, 1904. 

Fiori, L'istruzione primaria in Ascoli Piceno dal 1860 ad oggi, 
Ascoli Piceno, Cesari, 1905. 

G. Dalla Santa, Dccumenti per la storia della cnltnra in Vene- 
zia, ricercati da Enrico Bertanza, riveduti sugli originali e coordinati 
per la stampa, tomo I. Maestri, scuole e scolari in Venezia fino al 1500, 
Venezia, 1907 (Pubbl. della R. Deputazione Veneta sopra gli Studi di 
Storia Patria. Serie I, Documenti, voi. XII). 

Enrico Fornioni, La scuola di Stato nel Ducato di Parma, Pia- 
cenza, Guastalla sotto il regime di Maria- Luisa, 1815-1847, Piacenza, 1907 
(Opuscolo di pp. 16). 

G. MoNTiGOLO, Storia della pedagogia in Italia dal secolo IV ai no- 
stri giorni, nella Rivista pedagogica, aprile-maggio 1908. 

Mazziotti, Monografia del Collegio italo-greco di S. Adriano, Estr. 
da La Nazione albanese, Roma, Tip. Italia, 1908. 

Eugenio Cerreto, Per urna storia delle Scuole Normali. La Sctiola 
Normale G. B. Bodoni in Salusso, Saluzzo, 1909. 

Tullio Ronconi, Le origini del R. Liceo- Ginnasio Scipione Maffei 
di Verona, Torino, Bocca, 1909 (nel voi. Studi Maffeiani, e anche a 
parte). 

Ludovico Perroni-Grande, La scuola greca a Messina prima di Co- 
stantino Lascaris, con documenti, Palermo, 1911. 



formìggini, l'istruzione pubblica nel ducato estense 409 

stato e quello Comunale di Reggio, quest'ultimo importante so- 
prattutto per la raccolta di gride a stampa, sono stati dall'A. esplo- 
rati con diligente e curiosa attenzione. E un'altra fonte preziosa 



Antonio Ranucci, Cenni sulle origini della scuola primaria nel Ci- 
coìano e sulle ulteriori condizioni dal 1800 ai giorni nostri, Città di Ca- 
stello, Un. Arti grafiche, 1911. 

Aurelio Stoppoloni, L'istruzione pubblica ) iella provincia di An- 
cona dal regno italico ad oggi (1808-1911), sulla scorta di documenti 
inediti, Fabriano, 1911. 

Ern. Brenna, La scuola in Vald' Aosta, in li ivista pedagogica, ot- 
tobre 1911. 

M. Catalano Tikrito, La istruzione pubblica in Sicilia nel Rina- 
scimento, in Ardi. Stor. per la Sicilia orientale. Vili, 1, 2, 3, Catania, 
1911-12 (con documenti). 

D. LuGO, L'istruzione pubblica in Adria, con cenni comparativi 
sulle condizioni della scuola popolare nella regione veneta, Adria, 
Guarnieri, 1913. 

Giov. TiNivELLA, L' istituto italo-albauesc di S. Demetrio Corone, 
in lUvista pedagogica, 1913. 

Oltre ai quali scritti puoi anche confrontare sia la letteratura storica, 
per quanto ancora frammentaria, sulle varie università italiane, sia altre 
memorie anche più antiche o piìi particolari intorno all' istruzione media 
primaria di varie regioni, citate, con alcune di quelle quassìx riferite, 
nella larga bibliografia premessa dal doti. Paolo Barsanti alla sua dili- 
gente monografia, Il pubblico insegnamento in Lucca dal secolo KV 
alla fine del secolo XV III, Lucca, Marchi, 1905. Molta parte degli studi 
storici intorno alle diverse università hanno grande importanza per la 
storia dell'insegnamento che noi chiamiamo medio o secondario, per gli 
stretti legami esistenti fino, possiam dire, al secolo XIX tra università 
e scuola media, per il carattere, anzi, non ben distinto, per una parte, da 
quello d'istituto secondario, conservato per lungo periodo dallo Studio 
(com'è facile riconoscere ancora nelle università inglesi di tipo tradizio- 
nale). Noterò infine che non sarebbe stato inopportuno per la sig.* For- 
mìggini Santamaria citare, se non anche il volume del Barbagallo, Lo 
Stato e l'istruzione imbblica nell'Impero romano, Catania, Battiato, 1911, 
almeno l'opera del Salvioli, L' istruzione in Italia prima del Mille, della 
quale abbiamo ora una seconda edizione (Firenze, Sansoni, 1912), anche 
più importante, perchè ampliata e arricchita di nuove ricerche, e dove 
8on pure molte notizie particolari relative a scuole, soprattutto dell'alta 
e media Italia (per Modena e Reggio vedi pp. 82 e seg.) ; per non ricor- 
dare gli scritti dell'OzANAM, del Giesebrecht e del Novati. 

Aggiungerò poi qui che simili ricerche intorno alla storia della 
scuola e della cultura locale sarebbero da incoraggiare anche perchè, se 



ilO RECENSIONI 



di notizie non solo per la legislazione scolastica e per lo stato 
della scuola, ma per le condizioni e le correnti dell'opinione pub- 
blica, e che l'A. ha, con ottimo accorgimento, largamente sfrut- 
tata, è costituita dai periodici. Sono ventiquattro in tutto, sui 
quali l'A. ci dà pure informazioni interessanti: né ve ne mancano 
di propriamente pedagogici, qualcuno anche non privo di va- 
lore, come queir Educatore storico che usci a Modena dal 1841 
al 1848 e del quale fece le piìi alte lodi Enrico Mayer nella Guida 
dell'Educatore del Lambruschini. 

L'opera è divisa in tre parti. La prima tratta dalla legisla- 
zione scolastica; la seconda della vita interna della scuola; la 
terza dell'opinione pubblica. Le più interessanti sono la prima e 
quei capitoli della seconda che riguardano le materie, i metodi, i 
libri di testo, la disciplina, il materiale didattico, il sistema d'am- 
missione e promozione adoperati nelle scuole del Ducato Estense. 

La data del 17721 è contrassegnata da un avvenimento di re- 
lativa importanza, cioè la compilazione del regolamento per le 
basse scuole — com'eran chiamate nel Ducato Estense tutte quelle 
inferiori all'Università — per parte d'un Comitato nominato da 
Francesco III: un regolamento che contiene addirittura un pic- 
colo trattato di pedagogia, le cui fonti sono insieme Quintiliano, 
Locke e Rollin, e nel quale non mancan le buone osservazioni e 
i buoni consigli, sia per quello che riguarda la preminenza attri- 
buita alla lingua materna, sia per la reazione all'abuso degli eser- 
cizi di memoria o delle composizioni poetiche ecc. Tale progetto 
di riforma rimase per qualche tempo lettera morta, probabilmente 
— come l'A. ritiene — per l'opposizione dei Gesuiti. A tal pro- 
posito anzi va notato come l'A. cada implicitamente in una con- 
tradizione, o almeno in un'apparenza di contradiziono ch'essa non 
si cura di dissipare, in quanto, mentre sostiene l'esistenza d' un'op- 
posizione da parte dei Gesuiti, trova poi nel regolamento sud- 



condotte non con metodo e intento soltanto eruditi, ma con sincera simpa- 
tia e con caldo sentimento delle caratteristiche e delle vicende dell'anima, 
della mentalità, della vita delle singole regioni, contribuirebbero efficace- 
mente all' incremento di quella cultura regionale, che sarebbe pur così 
importante dal punto di vista educativo come da quello sociale, e eh' è 
ora — e non da ora soltanto — nobilmente e persuasivamente patro- 
cinata dal Crogioni nel suo bel lavoro Le regioni e la cultura nazio- 
nale (nella Coli. Scuola e vita diretta da G. Lombardo-Radice), Catania, 
Battiato, 1914. 



F0RMÌGG1N1, l'istruzione PUBBLICA NEL DUCATO ESTENSE IH 

detto applicato appunto il piano del Gesuiti. Con che renderebbe 
inesplicabile l'opposizione stessa. Il fatto è che nelle dottrine pe- 
dagogico-didattiche onde sembra animato quel progetto di riforma, 
accanto all' influenza sempre viva esercitata dalla tradizione e 
dall'esempio della scuola gesuitica, vi è poi anche, qua e là, uno 
spirito nuovo, che non procede solo da Rollin e da Locke, ma 
che s'accosta anche, e per l'importanza data alla lingua materna, 
e per l'opposizione, sia pur timida, all'eccessivo studio dell'elo- 
quenza e per un certo rilievo dato all' insegnamento geografico 
sulle carte, e più ancora, per la sobrietà voluta nella quantità 
della materia da insegnare come per la raccomandazione di me- 
todi facili e piacevoli, che facessero amare lo studio, s'accosta, 
dicevo, all' indirizzo innovatore rappresentato dai fllantropisti, che 
probabilmente erano ignoti agli autori del Regolamento, ma che 
l'A. esagera a mettere in assoluta opposizione con questo. Solo 
per l'esistenza, sia pur dissimulata e smarrita tra le anticaglie, 
di questo spirito nuovo, si comprende, mi pare, l'opposizione 
dei Gesuiti. 

Dopo la Bolla di soppressione dei Gesuiti di Clemente XIV, 
comincia un certo lavorìo per l'applicazione del Regolamento. Ma 
r indolenza del sovrano fece languire ogni riforma, anzi ogni vi- 
gilanza sulle basse scuole, mentre invece grandi cure erano rivolte 
alla università modenese. Né più attivo di Francesco III fu Er- 
cole III, che istituì soltanto (1786) l'Accademia di Belle Arti e 
aggiunse all'Università una scuola di veterinaria. La repubblica 
Cispadana, figlia della rivoluzione francese, dovea nascere colle 
stesse preoccupazioni culturali che la grande rivoluzione avea 
portate con sé. Senonché, di quanto si fece nel Ducato Estense 
dall'ottobre 1796 al 1799, non riman quasi traccia, perchè buona 
parte del mateiiale relativo a quel periodo è andata perduta. Solo 
è notevole il fatto (p. 24) che in seno al Comitato di governo il 
Lamberti facesse la proposta di rendere obbligatoria l'istruzione 
elementare: proposta ch.e — andava pur ricordato — era stata 
affacciata per la prima volta in Francia dal Ducos in seno alla Con- 
venzione il 18 dicembre 1792 (1), ottenendo la stessa sorte di quella 
del Lamberti, d'essere cioè rimandata ad altro tempo, ma ebbe poi 
consacrazione e sanzione nella legge Bouquier del 19 dicembre 1793, 
sebbene soltanto in via transitoria, perchè il principio dell' ob- 



(1) Pompeo Vaiente, La scuola popolare nella Eivolueione francese, 
Paravia, 1910, p. 48. 



H2 



RECENSIONI 



bligo scolastico fu nuovamente abbandonato colla legge Daunou 
del 25 ottobre 1795 (1). 

Né si limitano a questo, naturalmente, gì' influssi esercitati 
dall'attività legislativa della rivoluzione francese e del pensiero 
dei più o meno improvvisati pedagogisti della Costituente, della 
Legislativa e dèlia Convenzione sui più modesti riformatori del 
piccolo Stato italiano. Non mancano infatti — come osserva la 
sig." Formiggini Santamaria -- nella Costituzione della Cispadana 
le idee attinte alla relazione del Talieyrand (alla quale s'inspira 
in altre sue manifestazioni l'attività legislativa della Cispadana 
nel campo scolastico). E non è senza ragione, sebbene l'A. non 
lo avverta, che dal Talieyrand attinga quest'ultima più che, ad es., 
dai principi e dalla tradizione del pensiero del Condorcet, venuto 
dopo quello del vescovo d'Autun e di tanto a questo superiore ; 
poiché gli ultimi anni della rivoluzione francese, dopo la sconfitta 
della Gironda, e tra le continue, tumultuarie oscillazioni e com- 
petizioni politiche che seguirono, avevano segnato via via la ridu- 
zione a un minimo insignificante del progetto e del piano organico 
escogitato dal Condorcet e il ritorno, in certo senso, al liberalismo 
moderato, anzi timido, alle vedute frammentarie e anche a certi 
vecchiumi del progetto e della relazione del Talieyrand. 

Neppur molto si sa dell'opera della Cisalpina. L'A. si ferma 
a esaminare un progetto, pieno di modernità, presentato dal Dan- 
dolo al Gran Consiglio (vi sì insisteva, ad es., sulla necessità di 
scuole primarie femminili)., Fa maraviglia invece non veder fatto 
cenno dell'azione della Commissione nominata dal Gran Consiglio 
il dicembre 1797 per il riordinamento delle scuole pubbliche né 
ricordato il Mascheroni, che fu l'estensore appujito del piano trac- 
ciato da tale Commissione {"2). 

Dopo la parentesi di dominio austriaco, che distrusse quanto 
aveva fatto il governo repubblicano, la ricostituita repubblica Ci- 
salpina, per mezzo d'una Commissione, della quale facevan parte 
il Fabrizi e il Gagnoli, ricostituiva le basse scuole sul tipo tradi- 
zionale dei Gesuiti (grammatica infima, inferiore, superiore, uma- 



(1) Queste vicende, durante il periodo rivoluzionario, del principio 
dell'obbligo scolastico, destinato più tardi a trionfare in quasi tutte le le- 
gislazioni, spiegano certamente il nessun favore incontrato da esso presso 
i legislatori della Cispadana. 

(2) G. Mazzola, Lorenzo Mascheroni ed il plano generale di Pub- 
blica Istruzione per la Eepiibblica Cisalpina (1798j, Milano, 1911. 



formìggini, l'istruzione pubblica nel ducato estense H3 

nità, retorica), ma con qualcosa di nuovo, soprattutto per quanto 
riguarda la lingua italiana, e rinunziando al principio della gra- 
tuità (che di fatto era stato abbandonato anche in Francia colla 
citata legge Daunou) (1). Tutto ciò fu, peraltro, lavoro provvisorio. 
Un inizio di riforma organica si ebbe colla costituzione della Re- 
pubblica italiana, per opera della sezione di pubblica istruzione, 
una delle tre in cui fu divisa la Consulta di Stato. La legge del 
4 settembre 180i2 fu, come dice l'A., « la prima in Italia, che iniziò 
la serie delle riforme scolastiche, e che fu la vera espressione di 
un pensiero moderno e democratico » (p. 38). Saggio fu soprattutto 
il sistema di decentramento adottato. Senonchè in tal legge l'istru- 
zione elementare era soltanto toccata (per la nomina degl'inse- 
gnanti e per il riconoscimento, che ora s'afferma per la prima 
volta, del loro diritto a pensione) e il suo riordinamento era riman- 
dato ad altra legge. L'attività legislativa del Regno italico s'esplicò 
soprattutto nella formazione di regolamenti speciali in esecuzione 
della legge del 1802. Così, oltre a ribadire, per le scuole elemen- 
tari, il principio della gratuità, che per poco era stato messo da 
parte fra le generali proteste, e mentre si limitava il diritto di 
aprire scuole private, e s'insisteva per la creazione di scuole ele- 
mentari in ogni comune, si provvedeva alla costituzione dei 
licei col regolamento 14 marzo 1807, e, con decreto dell'ottobre 1810, 
si creava un embrione di scuola normale, in quanto si stabiliva 
che i maestri nel dicembre si recassero nel capoluogo del dipar- 
timento a rispondere davanti a una Commissione sul contenuto 
dell'opuscolo del Padre Soave, Compendio del metodo delle scxwle 
normali (cosi erano allora chiamate le scuole elementari) : prov- 
vedimento, questo, analogo a quello cui si era ricorso in Francia 
durante il periodo rivoluzionario. Infine, un passo decisivo innanzi 
era compiuto dalla legge 15 novembre 1811, che riformava l'istru- 
zione secondaria, e con le istruzioni del 15 febbraio 1812 sulla 
scuola elementare, che ora per la prima volta prende questo nome 
al posto dell' antico (scuola normale). Il progresso è veramente 
notevole, sebbene l'A. esageri parecchio trovando in quella riforma 
qualità e pregi non molto inferiori a quelli della nostra legge 



(1) Le ragioni sembran peraltro essenzialmente economiche. Infatti, 
come l'A. e' informa, Modena, che possedeva un fondo speciale per l'istru- 
zione, sanciva nel novembre 1800 il principio della gratuità per tutte le 
sue basse scuole. Nelle altre parti della repubblica rimanevan gratuite 
solo, dove esistevano, le scuole elementari per artigiani. 



114 RECENSIONI 



Casati del 1859. Non è nostro compito fermarci sul contenuto della 
legge e delle istruzioni, che l'A. esamina accuratamente. Basti ac- 
cennare che la legge fissava in quattro anni il corso del ginnasio 
— più una classe preparatoria, Limen, annessa alle scuole pri- 
marie per la parte più elementare della grammatica — , ne asse- 
gnava le materie d'insegnamento e i programmi uguali per tutto 

10 Stato (pur conservando l'antico errore, di far succedere le materie 
nei singoli anni, anziché farle procedere insieme), faceva obbligo a 
ogni comune capoluogo di dipartimento d'istituire un ginnasio, fis- 
sava in due anni il corso del liceo, vi introduceva nuovi importanti 
insegnamenti e vi limitava parzialmente l'errore della successione 
delle materie a cui s'accennava ora, ma togliendone lo studio delle 
lingue italiana e latina, limitate al ginnasio, stabiliva l'opzione tra 
certe materie, infine regolava gli esami, le ispezioni ecc. La scuola 
elementare era portata a quattro anni, colla provvida esclusione 
del latino, e sagge iniziative erano prese, sia per migliorarne il 
funzionamento e accrescerne la capacità educatrice, sia per otte- 
nerne la frequenza da parte di tutti, pur non essendovi obbligo 
scolastico. 

L'A. si occupa in seguito delle vicende dell'istruzione pub- 
blica sotto Francesco IV. sotto il governo provvisorio del 1831 
succeduto alla fuga di Francesco IV, poi nuovamente sotto il do- 
minio di questo, il cui governo non presenta di notevole che il 
regolamento del 1839, dovuto al Padre G. B. Tarasconi — diret- 
tore d'una scuola per la preparazione degl'insegnanti di lettere 
annessa all'Università — e che segna piuttosto un passo indietro 
che un passo innanzi rispetto a quello del 1772. Maggiore incuria 
ancora si ha con Francesco V, il quale, specie dopo il suo ritorno 
(agosto 1848), si mostra piuttosto propenso a non diffondere i be- 
nefìci dell'istruzione che a migliorarne l'ordinamento e a inten- 
sificarne il contenuto, come appare dal regolamento 20 ottobre 1849. 

11 decreto del 24 ottobre 1859 del dittatore Farini, per quanto af- 
frettato e manchevole in alcune parti, dà subito l' impressione d'un 
nuovo mondo. Già una nuova maniera di intendere i bisogni della 
scuola e di concepirne le necessarie riforme è rivelata dal fatto che 
all'ordinamento inaugurato con quel decreto si giunge dopo uno 
studio sui regolamenti vigenti nel Parmense, a Torino, a Firenze, 
a Bologna, e in base a relazioni fatte dai rappresentanti delle di- 
verse Provincie, convocati a tale scopo. In sostanza — prescin- 
dendo dalla scuola elemeotare — il decreto del Farini riprende il 
regolamento del 1811, con la divisione tra ginnasio e liceo, il primo 



formìggini, l'istruzione pubblica nel ducato estense 145 

di sei anni, su per giù colle materie che contiene attualmente e 
col latino dal terzo anno in poi, il secondo di due anni, con nu- 
mero di materie e di ore limitato (filosofia, letteratura ed eloquenza 
in tutti e due gli anni, algebra e geometria nel primo, fisica nel 
secondo). 

Evidentemente, si tratta d'un primo passo nella costituzione 
della scuola secondaria, della quale si considera per il momento 
più urgente e sufficiente il primo grado. Particolare notevole : è la 
prima volta che l' insegnamento di Dante è introdotto nelle scuole 
secondarie dell'Emilia. Né mancarono altri saggi provvedimenti, coi 
quali si preparava efficacemente la più larga attività riformatrice 
di cui l'antico Stato Estense e l'Emilia tutta avrebbero goduto 
colla loro unione al regno d'Italia: tra questi, il decreto 25 gen- 
naio 1860, che istituiva due scuole normali, l'una a Bologna, 
l'altra a Parma. 

Non ci fermiamo sulle parti II e III del volume, le quali hanno 
un interesse d'erudizione prevalentemente locale, perchè l'A. c'in- 
forma della distribuzione, del numero, della condizione delle scuole 
nelle varie città e regioni del Ducato Estense e delle vicende dei 
principali istituti come delle correnti dell'opinione pubblica rive- 
lantisi nei diversi giornali dell'epoca da lei spogliati accurata- 
mente. Ciononostante, è di qualche importanza generale l'appren- 
dere, ad es., come da un P. Schedoni fosse criticata aspramente (e 
non doveva essere un giudizio isolato), anche nelle dottrine pe- 
dagogiche, esposte nel libro IV, la Sciensa della Legislasione del 
Filangieri; come da altri fossero avversati i metodi del Lancaster 
(dell'insegnamento mutuoj, del Pestalozzi ecc., che invece trova- 
vano allora (verso il 1830j favore in altre parti d'Italia; come altri 
ancora condannasse, nel periodico Memorie di religione, di morale, 
di letteratura, le scuole infantili non solo dell' Ow^en, ma del- 
l'Aporti ecc. E una parte, ancora, veramente utile e istruttiva del 
libro della sig.^ Formìggini è quella dedicata all'esame dei libri 
di testo adoperati nelle scuole del Ducato Estense, a cominciare 
dagli abecedari e dai salteri del secolo XVI. I libri più adottati 
furono, dopo il principio del secolo XIX, quelli del Padre Soave. 
Ma una vera letteratura scolastica, per tutte quante le materie 
d' insegnamento, e più o meno importante secondo i tempi, e quindi 
secondo l' indirizzo dato alla scuola, è quella studiata dall'A. In 
tali libri di testo noi troviamo rispecchiata la diversa condizione 
fatta ai vari insegnamenti nelle successive legislazioni scola- 
stiche; tipico l'esempio dell'insegnamento storico e geografico, che 



146 RECENSIONI 



ha un rilievo notevole sotto il regno italico e poi è ridotto ai mi- 
nimi termini, anzi a una quantità trascurabile, onde da un testo 
per i licei in 700 pagine, molto buono (la geografìa del Guthrie 
tradotta in italiano, Milano, Destefanis, 1810), si passa ad es. a un 
testo di 16 pagine o a qualche altro più ampio, ma didatticamente 
insufficiente, come quello del Letronne adoperato in alcune scuole 
negli ultimi anni del dominio estense. 

Ciò che va notato su questi capitoli della parte 11, relativi 
alla vita interna della scuola, è soltanto questo, che la materia 
ivi sminuzzatavi avrebbe potuto esservi meglio condensata in uno 
o due capitoli, evitando ripetizioni inutili e tenendo più intima- 
mente unito quel che appunto si comprende meglio se presentato 
in un quadro unico totale. Meno buona ci sembra la Conclusione, 
ove l'A. mette in rapporto l'istruzione qual'era nel Ducato Estense 
con le condizioni di essa nelle altre parti d'Italia e d'Eui-opa. 
Il raffronto è fatto in maniera insufficiente, per via di accenni 
schematici, mentre sarebbe stato soprattutto importante il dare 
un'idea chiara e precisa dello svolgimento delle istituzioni scola- 
stiche in Italia e in Europa dalla fine del secolo XVIII alla metà 
del XIX per mostrare il posto che in esso spetta alla scuola del 
Ducato Estense, quello in cui essa segue e quello in cui s'allon- 
tana dagli altri paesi. Particolarmente opportuno, ad es., sarebbe 
stato, come abbiamo visto, il mettere in diretto raffronto la le- 
gislazione scolastica del Ducato Estense, per un certo periodo, con 
quella della Fx'ancia, e l' indagare esattamente l'azione esercitata 
da quest'ultima. Invece, in questa Conclusione dell'A., non solo 
l'esame delle condizioni della scuola negli altri Stati d'Europa, 
ma anche quello dei diversi Stati italiani è monco, frammentario 
e non privo di qualche inesattezza. Così, non si accenna affatto 
al Mezzogiorno; e sarebbe poco male; ma neppur si parla della 
Toscana, dove pure il risveglio educativo e l' incremento delle isti- 
tuzioni scolastiche erano veramente ragguardevoli. Diverse osser- 
vazioni ancora vi sarebbero datare sull'ultimo capitolo, contenente 
le Considerazioni generali. Non si comprende, ad es., come l'A. 
possa affermare (p. 221) che la Chiesa avversò << fi^nchè le fu pos- 
sibile la filosofia aristotelica ». E neppure si comprende come l'A. 
possa spiegare la superiorità dell'istruzione pubblica del Ducato 
di Parma su quella del Ducato Estense col fatto che in quello si 
diffuse il sensismo, il quale, secondo l'A., avrebbe portato una 
cultura maggiore (p. 224), mentre l' influenza dei Gesuiti, naturali 
avversari del sensismo, doveva rendere impossibile a Modena il 



formìggini, l'istruzione pubblica nel ducato estense hi 

godere dei benefici di questo. Sia detto di passaggio che l'accenno 
qui fatto dei pedagogisti parmensi, del Taverna e del Romagnosi, 
non è tale da dare un'idea del contenuto delle loro dottrine, che 
son prese alquanto all'ingrosso. Almeno su quest'ultimo, il la- 
voro del Mondolfo e quello più recente e più largo (sebbene non 
privo di difetti e d'errori) del Oraziani sarebbero stati utili all'A., 
anche per evitare esagerazioni e trarre dalla conoscenza della 
filosofia e della pedagogia del Romagnosi una considerazione più 
approfondita e più chiara dello spirito dei tempi. Ma il conside- 
rare il sensismo come la molla del progresso filosofico e pedago- 
gico è un vero e proprio errore, il quale poi s'aggrava d'una 
contradizione, quando l'A. riconosce che sommamente benefica 
sarebbe stata ai legislatori e agli educatori dello Stato Estense 
la conoscenza, che pare sia mancata del tutto, dell'opera peda- 
gogica del Rosmini. 

In complesso, non si può negare che ci sia nell'A. di questo 
saggio una tendenza a fare abuso, nell'apprezzamento dei fatti 
storici, di criteri non propriamente storici, la tendenza, cioè, a 
parlar troppo di reazione, d'oscurantismo ecc., piuttosto che a rico- 
noscere le ragioni immanenti dei fatti e la loro relativa giustifi- 
cazione nella dinamica storica. E d'altra parte, ciò che manca al 
lavoro della sig.* Formiggini è lo sforzo della sintesi che tragga 
il succo dai fatti e ne approfondisca il significato nella visione 
complessiva d'un movimento storico. Ma chi sa quanto sia diffi- 
cile in tal genere di ricerche la sintesi, non può non apprezzare 
anche di più l' intelligente accuratezza, il buon metodo, la pazienza 
erudita ond'è condotto il lavoro e la sua grande utilità per la 
storia dell'educazione. 

Firenze. Giovanni Calò. 



Adalbert Wahl, Geschichte des Europdischen Staatensystems im 
Zeitalter der fransósischen Revolution und der Freiheits- 
Kriege (1789-1815). — Munche'n und Berlin, Oldenbourg, 1912. 

Il periodo di intense commozioni sociali e di guerre sangui- 
nose che è compreso fra il 1789 ed il 1815, e che è dominato dalla 
grande figura napoleonica, ha off'erto forse più di qualunque altra 
epoca materia di ricerche, di studi e di conchiusioni allo storico, 
al filosofo ed al sociologo, per essere caratterizzato dall'aftacciarsi 
violento ed impetuoso alla vita politica e sociale di nuove cor- 



118 RECENSIONI 



retiti di pensiero e di nuovi strati popolari, dal balzo formidabile 
della potenza francese, dalla coalizione degli interessi della vec- 
chia Europa contro il pauroso astro della nuova Francia, dalla dif- 
fusione inconscia quasi, ma non meno profonda e duratura, di 
un lievito di libertà e di nazionalità nelle vecchie ed artificiose 
aggregazioni politiche. 

Ma se tutti o quasi tutti gli aspetti ed i lati più notevoli della 
storia di quel periodo furono argomento e materia di studio, 
merita ancora di essere posto in luce singolare lo svolgersi degli av- 
venimenti sotto l'aspetto della tradizionale rivalità fra la Francia 
e l'Inghilterra, e dal punto di vista del prevalere nei vari Stati 
dell'uno o dell'altro dei due principi — conservatore e nanonale — , 
il cui contrasto, rimasto nel retroscena durante la guerra d'armi 
combattuta da Napoleone, non tardò a manifestarsi più intenso e 
più vigoroso che mai. Aspetti speciali questi che costituiscono non 
la tesi -- perchè al concetto di tesi si ribella ogni intelletto mo- 
derno di storico - ma la conchiusione e la risultanza dell'opera 
del Wahl intorno alla storia della politica degli Stati europei 
durante la rivoluzione francese e le guerre d'indipendenza, opera 
che fa parte della serie dei manuali di storia medioevale e mo- 
derna Below-Meinecke, già nota favorevolmente agli studiosi. Come 
l'Autore stesso premette nella introduzione, l'opera ha un carattere 
di compendio di sintesi, rispondendo in ciò alla natura dei manuali 
di cui si tratta; cerca tuttavia di corrispondere ai desideri ed alle 
esigenze della più larga cerchia di lettori, supplendo alla brevità 
del testo con ricchi richiami bibliografici di fonti e di documenti 
ad ogni paragrafo, ntili per la consultazione e con riassuntive 
considerazioni per gran parte felici. 



I primi anni del periodo 1789-1815 sono caratterizzati dal re- 
gresso della Francia nel campo politico ed economico, conseguenza 
del profondo rivolgimento operato dalla rivoluzione, e dallo strin- 
gersi e dal riannodarsi attorno ad essa, con alterna vicenda, dei rap- 
porti dei maggiori Stati europei, che una vigile cura di parare il propa- 
garsi della rivoluzione teneva desti ed in armi. L'Inghilterra, giunta 
a grande potenza coloniale, e preoccupata — sotto la parvenza di 
un pacifismo tranquillante — di conservare l'egemonia sino al- 
lora goduta, quietamente si apprestava ai cimenti del mare, nei 
quali sapeva di poter prevalere sulla forza francese. E quando le 



WAHL, GLI STATI EUROPEI ALl'ePOCA DELLA RIVOLUZIONE 119 

aquile napoleoniche iniziarono il loro volo vittorioso sull'Europa, 
r atteggiamento inglese divenne più fiero e più minaccioso, determi- 
nando nella guerra marinara i rovesci francesi del 1801 e del 1802, 
la perdita di gran parte delle colonie della Francia e dei suoi 
alleati, e convincendo il primo console che la potenza inglese sul 
mare non era vincibile. 

Ma se la pace di Amiens (25 marzo 1802), cui le trattative di 
Talleyrand e le necessità politiche interne dell'Inghilterra favo- 
rirono, valse per un istante ad interrompere la grande contesa, 
ed a permettere il rassodarsi della potenza napoleonica negli or- 
dinamenti interni della Francia, ben presto riarse la guerra, per 
le competizioni nelle lontane colonie, per l'inasprimento delle re- 
lazioni diplomatiche, per l'acuirsi del disegno, sempre vagheggiato 
da Napoleone, di invadere l'Inghilterra, e di dettare la pace a 
Londra, non obbedendo ad un insaziabile spirito guerresco, ma 
ad una ineluttabile necessità di supremazia. 

E poiché la Francia, fallito il disegno dell'invasione dell'In- 
ghilterra, e dopo Trafalgar (1805), si sente impari nella lotta sul 
mare. Napoleone mira a colpire l'Inghilterra nelle fonti di sua 
vita, cioè nella libertà e nella pratica dei commerci; l'Elba ed il 
Weser sono chiusi agli inglesi; il trattato di Tilsitt (1807j stabi- 
lisce che il Portogallo — nel quale affluivano copiosamente merci 
inglesi — chiuda i suoi porti all'Inghilterra. Ed ecco infine il 
blocco continentale, che se escluse dall'Europa i prodotti inglesi, e 
se valse a rovinare i commerci della grande rivale, si ripercosse 
altresì sui paesi europei, e si tradusse in uno stato di malessere 
e di disagio per il rallentarsi degli scambi e per la conseguente 
diminuzione della ricchezza generale. Il sistema continentale 
poi eccitò da un lato le rappresaglie inglesi, dall'altro l'animo- 
sità e l'odio dei popoli feriti nei loro interessi economici, spar- 
gendo semi di rivolta e di sorda minaccia, mentre lo straordi- 
nario sviluppo territoriale francese conteneva in sé gli elementi 
della decadenza. 

Così quando l'infausta campagna di Russia — che riassunse il 
superbo disegno napoleonico di colpire Londra a Mosca — si chiuse 
col crollo del colosso napoleonico e col disfacimento della grande 
armata ; quando la battaglia di Waterloo segnò lo sforzo su- 
premo della potenza francese ed il sopravvento della coalizione 
europea, lo storico che spinge lo sguardo bene addentro nelle 
vicende delle competizioni dei popoli e nell'alterno succedersi 
delle guerre, che trae dagli avvenimenti il significato fondamen- 



120 RECENSIONI 



tale e riposto, rileva la fine di una grande contesa, durata 
oltre un secolo fra la Francia e 1' Inghilterra, per la conserva- 
zione a questa del primato sul mare e sulle lontane colonie. 
La supremazia assicurata all'Inghilterra nel 1815 fu definitiva 
ed incontrastata; pure, non scomparendo né attenuandosi per 
allora il tradizionale antagonismo anglo-francese, l' Inghilterra 
comprese che era opportuno lasciare aperta alla Francia la via 
per una certa espansione coloniale, ove potesse svolgersi la sua 
attività, eliminandosi il pericolo di una politica guerresca europea. 
D'altra parte, il grande sviluppo raggiunto dall'Inghilterra nel 
dominio coloniale, le cure della politica europea e mondiale, 
sempre più coordinata alla volontà ed all'influenza inglesi, sug- 
gerirono un atteggiamento dell'Inghilterra che non fosse in 
aperto contrasto con gli interessi e le aspirazioni francesi ; 
i più recenti avvenimenti, e le modernissime manifestazioni 
diplomatiche, sono prova del prevalere e del persistere di questo 
ordine di idee, che informò anche i rapporti di altri Stati, pur 
separati da profondi antagonismi economici e politici. 

Un altro fondamentale concetto trova illustrazione e svolgi- 
mento nell'opera in esame; concetto al quale fu già accennato 
nelle premesse e che si riassume e concreta nell'alterno e vario 
influire negli Stati del principio conservatore e della corrente na- 
zionale. 

L'avvento delle idee rivoluzionarie, la fulminea dominazione 
di Napoleone — che il Wahl chiama il dominatore ed il tiranno 
dell'Europa occidentale — hanno destato i popoli europei, sino 
alloi-a non pienamente consci dei loro destini, hanno gettato il 
seme di una corrente nazionale che alimentò l'idea dì costituire 
una sola nazione coi popoli di una sola stirpe, in parte divi- 
dendo come nei Paesi Bassi, in parte riunendo, come in Germania 
ed in Italia, dove si concretò nella forma più completa e dura- 
tura. Al ridestarsi del sentimento nazionale, non fu estranea 
la resistenza alle conquiste napoleoniche: si ricordano, come 
singolare esempio, i moti di Milano del 1798 e le guerre di 
Spagna nel 1806, che Napoleone credette di avere domato, e 
che diede invece prova dì singolare valore e resistenza agli altri 
popoli. 

Il principio conservatore si affermò, dandovi sostanza e conte- 
nuto, in un notevolissimo spìrito di solidarietà delle Potenze, che 
sarebbe erroneo ricondurre alla « Santa Alleanza », la quale ripete 
la sua orìgine — indipendentemente da quello — da necessità prò- 



WAHL, GLI STATI EUROPKl ALL'ePOCA DELLA RIVOLUZIONE 421 

prie e speciali, riposando, da un Iato, sulla opposizione alle cor- 
renti rivoluzionarie, dall'altro sul timore, connesso alla causa 
precedente, di vasti e dannosi sconvolgimenti guerreschi. Il prin- 
cipio conservatore agì sulle nazioni come tendenza politica gene- 
rale, avverso alle conquiste liberali e favorevole alle vecchie mo- 
narchie assolute, per un istante vacillate di fronte alla conquista 
napoleonica; esso rappresentò quasi un segnacolo ed un pegno 
di tranquillità europea, spontaneamente sorto per la comune di- 
fesa di interessi e di situazioni politiche, strettamente connesse 
fra loro. 

È riuscito il Wahl nel suo proposito, nettamente precisato 
nella introduzione? 

Si potrebbe osservare che, più dello Staaten^ystem, prevale 
nel libro la storia esterna della Francia, dall'inizio della rivoluzione 
alla pace di Vienna, e che forse il criterio informatore dell'opera 
non appare costantemente manifesto e seguito in ogni sua sin- 
gola parte. Non va peraltro dimenticata la necessità di una sintesi 
rapida e sommaria degli avvenimenti, che può aver avuto la pre- 
valenza, in qualche punto, sulla parte critica e conclusiva; d'al- 
tronde la completezza degli studi già apparsi in argomento — 
come ad. es. quello meraviglioso del Sorel — rende più severo il 
giudizio su ogni lavoro che esamini nel suo complesso la poli- 
tica europea dal 1789 al 1815. 

Vicensa. Achille Vago. 



William Miller, The Ottoman Empir (nella « Cambridge Histo- 
rical Series »). — Cambridge, University Press, 1913. 

Il volume di William Miller sull'Impero ottomano, pubblicato 
nella nota collezione storica dell'Università di Cambridge, esce In 
un momento opportuno, quando l'attenzione di tutto il mondo è 
rivolta verso la penisola balcanica in conseguenza delle vicende 
politiche che si stanno ivi svolgendo. L' A. è già noto per 
altri pregevoli studi tanto storici quanto politici sui paesi del 
vicino Oriente ; fra cui possiamo ricordare il volume sui Latini 
nel Levante, che è un importante contributo alla nostra cono- 
scenza su un periodo confuso. 

Nel trattare della recente storia balcanica egli ha il vantaggio 
di conoscere personalmente parecchi dei principali attori di quegli 



122 RECENSIONI 



avvenimenti e di goderne la fiducia, e inoltre conosce bene al- 
meno una delle lingue più diffuse in Oriente, il greco moderno. 
11 libro testé uscito non si limita, come indicherebbe il suo titolo, 
alla storia dell'Impero ottomano dal 1801 al 1913, ma comprende 
anche quella di tutti gli altri Stati balcanici, sorti sulle rovine 
della Turchia, e l'A. anzi si diffonde più specialmente e con ec- 
cezionale competenza sulla storia ellenica. Mentre tutta l'opera è 
una guida utile, chiara ed esatta, i capitoli sulla Grecia sono il 
frutto di ricerche in parte originali su documenti inediti, o almeno 
poco accessibili al pubblico occidentale. La bibliografia di cui è 
corredato il volume è assai completa, ed è stata ottima l'idea di 
aggiungervi un elenco completo dei At7tÀo|jidttxa 'Eyypa^z del Governo 
ellenico sugli argomenti di cui trattasi, la cui ricerca sarebbe al- 
trimenti assai diffìcile. 

Nelle pagine del Miller possiamo seguire lo svolgersi del san- 
guinoso dramma che è la questione d'Oriente, dagli inizi del se- 
colo XIX, quando l'Impero ottomano, quantunque già in deca- 
denza, possedeva ancora vasti domini ed era sempre una grande 
potenza, fino all'armistizio di Giatalgìa. V^ediamo il progressivo 
smembramento della Turchia, malgrado le ripetute e monotone 
assicurazioni della diplomazia europea di volerne mantenere l'in- 
tegrità, lo sfacelo di un popolo che un tempo fu il più potente 
del mondo e che per tre secoli rimase il terrore dei suo vicini. 
L'A. definisce la questione d'Oriente come « il problema di riem- 
pire il vuoto creato dalla graduale scomparsa dell'Impero turco 
dall'Europa», ma forse sarebbe più esatto dire: la creazione del 
vuoto per parte di Stati e popolazioni decise a riempirlo a modo 
loro. Ogni passo infatti di questo smembramento è segnato dallo 
scoppiare di un qualche movimento insurrezionale per parte delle 
popolazioni soggette al dominio ottomano, movimenti alle volte 
promossi e incoraggiati per i propri fini dalie Grandi Potenze, ma 
per lo più prodotti dalla intollerabile oppressione del Governo 
turco e dal sorgere fra le genti soggette e oppresse di sentimenti 
e aspirazioni nazionali. Quindi ad ogni perdita di territorio per 
parte della Turchia corrisponde o il sorgere di un nuovo Stato 
autonomo di religione cristiana o una occupazione per parte sia 
di questi nuovi Stati sia di grandi Stati europei. L'A. espone poi 
l'evoluzione e i progressi degli ex-sudditi ottomani dal momento 
della loro emancipazione fino ad oggi. Agli inizi del periodo di 
cui tratta il Miller le divisioni delle popolazioni balcaniche erano 
esclusivamente religiose. «Turco» e «Musulmano» ez*ano termini 



I 



MILLER, l'impero OTTOMANO 423 

sinonimi, come lo erano pure « Greco > e « Cristiano » ; allora non 
esisteva altra distinzione, e lo scrittore inglese Kinglake, per quanto 
finissimo osservatore, nel suo libro Eothen, che descrive un 
viaggio attraverso la penisola balcanica da Belgrado a Costanti- 
nopoli nella prima metà del secolo XIX, non accenna una 
sola volta ai Serbi o ai Bulgari; per lui non esistevano che 
« Turchi » e « Greci ». Oggi, per quanto la religione abbia an- 
cora in Oriente un'enorme importanza sui Musulmani come sui 
Cristiani, sono sorte fra questi ultimi numerose nazionalità con 
caratteristiche di razza e aspirazioni politiche loro proprie. Serbi, 
Romeni, Greci, Bulgari, Montenegrini, per quanto tutti di una 
religione sono vere e proprie nazioni ben distinte e spesso, 
come si è visto i)i più occasioni, ferocemente ostili le une 
alle altre. Fra i Musulmani invece si è mantenuta più salda 
r unità, e la religione comune anche oggi ne fa un sol po- 
popolo, una sola nazione, come al tempo della conquista di Co- 
stantinopoli. Nella storia delle varie agitazioni contro il dominio 
ottomano che ci narra il Miller vediamo come spesso i più feroci 
persecutori dei Cristiani fossero Greci, Bulgari, o Serbi, conver- 
titi all'Islamismo. Al tempo della conquista turca e soprattutto 
nel secolo XVII, grandi masse di Cristiani balcanici, sia per sfug- 
gire alle persecuzioni sia per godere dei privilegi riservati ai se- 
guaci della fede dei conquistatori, si erano fatti Musulmani, e colla 
loro conversione furono assimilati completamente ai Turchi, pur 
conservando la loro lingua e le lox'O caratteristiche di razza. In 
Bosnia-Erzegovina i Pascià turchi avevano un'autorità solo no- 
minale; il potere vero era nelle mani dei begs o proprietari no- 
bili, serbi ma musulmani, che parlavano tutti il serbo e non una 
parola di turco, e furono le feroci persecuzioni di questi che pro- 
vocarono le varie rivolte degli Ortodossi e che quindi condussero 
all'occupazione austriaca. Così in Creta, la « grande isola Greca », 
i massacri dei Greci cristiani furono per lo più opei'a di Greci 
musulmani, aizzati e istigati dai funzionari turchi, e la terribile 
strage di Bulgari a Batak nel 1876, che attirò l'attenzione del 
mondo civile sulla Bulgaria, dando occasione a Gladstone di 
fare la sua celebre campagna contro le atrocità bulgare, e che 
provocò l'intervento russo e condusse alla creazione dello Stato 
bulgaro, fu opera di soldati irregolari turchi di razza bulgara, 
i cosiddetti Pomak. Questa è la grande forza della religione isla- 
mica, che ha reso possibile la sua conquista. Ma è anche causa 
di debolezza, poiché dà a tutti i Musulmani la caratteristica turca 



124 hECENSlONl 



di essere un eserciito in paese di conquista. I Turchi non acqui- 
starono mai un vero amore per le terre balcaniche, dove erano 
soltanto accampati, e non conoscevano altro sistema di go- 
vernare i popoli soggetti che il massacro. Una volta che i Turchi 
si ritirano da un territorio non vi lasciano impronta del loro do- 
minio, per quanto questo abbia durato più secoli. Vediamo oggi Bel- 
grado, Sofia, Atene, che per tanto tempo furono sotto i Turchi, 
senza più traccia della dominazione ottomana, salvo qua una 
moschea quasi nascosta fra un Ministero e un albergo, là un ca- 
stello diroccato coi bastioni ridotti a giardino pubblico. E sarà 
lo stesso, non ne dubitiamo, colle città sottratte adesso al do- 
minio ottomano, ad Uskab, che per tanto tempo fu nome di 
terrore per la Cristianità poiché ivi si radunavano gli eserciti 
turchi quando si preparava un'invasione dell'Ungheria, della Dal- 
mazia, della Croazia ; a Monastir ; a Salonicco, che divente- 
ranno in breve volger d'anni completamente serbe o greche e 
nulla, fuorché il ricordo di qualche battaglia o di un massacro, 
vi rimarrà della decaduta potenza ottomana. Se il Turco non 
lascia la sua impronta sui paesi che furono suoi, non vi ri- 
mane in generale neanche la popolazione musulmana, sia essa di 
origine turca o di razza indigena. Le cifre che cita il Miller a 
questo proposito sono eloquenti: l'isola di Creta nel 1821 aveva 
una popolazione di 160,000 Musulmani quasi tutti di razza greca, 
e 130,000 Cristiani, mentre oggi i Musulmani sono ridotti a poche 
migliaia sopra un totale di più di 300,000, poiché dal giorno 
dell'instaurazione di un' amministrazione cristiana i Musulmani 
sono quasi tutti emigrati. Lo stesso è avvenuto in Tessaglia dopo 
che quella provincia fu annessa alla Grecia ; in Bulgaria pure 
son rimasti pochi Pomacchi nella terra dove un dì spadroneg- 
giavano, e così in Serbia non si trovano quasi più Musulmani. 
La Bosnia-Erzegovina rappresenta un'eccezione, e i Musulmani, 
salvo un piccolo numero che emigrò subito dopo l'occupazione 
austro-ungarica nel 1878, sono rimasti ; e ciò si deve forse, ol- 
treché al fatto che si trattava allora di una occupazione e non di 
una vera e propria annessione, anche al non essere i nuovi 
padroni austriaci gli ex-rayah già soggetti ai Musulmani locali, 
ma stranieri che stavano al di sopra di tutti gli indigeni qua- 
lunque fosse la loro religione, onde l'obbedire ai loro ordini 
non era pei fieri begs bosniaci così umiliante. 

I capitoli che il Miller dedica alla storia ellenica, oltreché 
per il loro valore intrinseco, meritano speciale attenzione in que- 



MILLER, L'iMPEUO OTTOMANO 125 



sto momento in cui il popolo greco per un complesso di ragioni 
gode di così scarse simpatie, soprattutto in Italia. La storia dei 
suoi sforzi eroici per acquistare l'indipendenza dall'oppressione 
turca e dei suoi ulteriori progressi per consolidarsi e acquistare 
la sua posizione, potrà essere un utile correttivo alla generale 
tendenza a disprezzare il piccolo regno. Il sorger delle libertà 
greche può paragonarsi, per quanto i fatti siano su scala ben 
più modesta, con quello delle nostre, poiché anche la Grecia ha 
avuto il suo risorgimento, al quale non pochi Italiani contribui- 
rono col loro sangue. Basta ricordare Santorre di Santarosa che 
nel i8'25 cadde, assieme all'idriota Tsamados nella cattura dell'isola 
di Sfacteria nella baia di Navarino: ivi un monumento perpetua la 
sua memoria, che ispirò un altro nostro concittadino 72 anni 
dopo, Antonio Fratti, caduto sui campi di Domokos. Anche Corfù 
si riconnette colla storia della nostra indipendenza: l'isola diede 
asilo a molti esuli politici dall'Italia, e in essa fu organizzata 
l'eroica, sfortunata, ma fatidica spedizione dei fratelli Bandiera; 
i membri di una società greco-italiana, la « Grande fratellanza », 
avevano sofferto il carcere nelle Isole Ionie quando vi era gover- 
natore il Ward; i radicali ionici facevano parte di analoghe asso- 
ciazioni in Italia, e un comitato centrale in Zante era in corri- 
spondenza con Garibaldi perii tramite del Lombardos. La campagna 
d'Italia del 1859 ebbe una forte ripercussione nelle Isole Ionie poiché 
incoraggiò le rivendicazioni nazionali degli isolani, i quali non vo- 
levano più restar sotto il protettorato inglese, ma ambivano 
l'unione col Regno ellenico. Il famoso dispaccio di Lord John 
Russell del 17 ottobre 1860, in cui lo statista inglese dichiarava che 
« gli Italiani erano i migliori giudici dei propri interessi », e par- 
lava con entusiasmo della loro libertà e indipendenza, vi fece 
pure grande impressione, e lo ionico Dandolo invitò il Russell 
ad applicare quelle dottrine ai Greci delle Sette Isole. L'A. dà un 
resoconto assai dettagliato delle vicende del protettorato inglese 
sulla « Repubblica Septinsulare » e della cessione di questa alla 
Grecia nel 1863, trattando la questione con molta imparzialità ; 
egli spiegale cause che resero impopolare l'Inghilterra, per quanto 
fosse materialmente ottima la sua amministrazione, sotto la quale 
le isole godettero di maggiore prosperità che non sotto la Grecia. 
Però l'unione fu un vantaggio morale per gli isolani, poiché « la 
maggior parte dei popoli, e gli Elleni cerio non meno degli altri, 
preferiscono essere governati dai propri connazionali, anche meno 
bene, anziché essere retti meglio da stranieri, specialmente se 



120 RECENSIOiM 



questi sono di un'altra fede ». La cessione del protettorato per parte 
dell'Inghilterra a favore della Grecia è stata variamente giudi- 
cata; molti attribuivano grande importanza strategica alle Isole, 
e Bismarck vedeva nel loro abbandono un primo segno della de- 
cadenza inglese. Ma i'A. osserva essere dubbio se una Grecia in- 
grandita e grata all'Inghilterra non rappresenti per questo un van- 
taggio maggiore che non il protettorato su una parte scontenta 
di una nazionalità ostile. Per quanto le circostanze odierne siano 
ben diverse, uno studio accurato di questi avvenimenti e delle 
loro conseguenze potrà essere non senza profitto per noi in un mo- 
mento in cui sono in giuoco tanti nostri interessi in Oriente. 

. Sulle vicende più recenti della Grecia I'A. si ferma a lungo, 
dandoci alcuni particolari inediti. Fu la infelice guerra del 1897 
che rese così impopolare la Grecia, poiché in essa il suo esercito 
non ci fece bella figura, e in seguito la storia del paese prese 
una piega che non augurava bene per il suo avvenire. La poli- 
tica non era che un groviglio di intrighi, di basse ambizioni e 
di rivalità personali, e i fasti della « Lega militare » sembravano 
indicare una profonda disorganizzazione del paese e di auspicarne 
il pronto sfacelo. Ma da quella rivoluzione quasi comica risultò 
una vera epurazione della vita pubblica del paese e dell'esercito; 
essa segna il principio di quel rinnovamento nazionale da cui 
uscì il trionfo sui campi di Macedonia e dell'Epiro e l'ingrandimento 
dello Stato che è venuto ad acquistare nuove e ricche provin- 
cia e a riabilitarsi moralmente di fronte all'Europa. Fu infatti 
da quella agitazione che emerse l'uomo del momento, Eleuthe- 
rio8 Venizelos, forse il più eminente statista che abbiano prodotto 
i paesi balcanici negli ultimi cento anni. 

Il Miller è abbastanza severo sull'opera della diplomazia eu- 
ropea nei paesi Balcanici, che risulterebbe dalle sue pagine egoista, 
incapace e poco sincera. Certo tutta l'Europa commise un grosso 
errore al Congresso di Berlino nel 1878 nella questione dei limiti 
del nuovo Stato bulgaro: la Russia lo voleva grande e forte, 
sperando di trovare in esso un potente alleato in una futura 
guerra contro i Turchi per la conquista di Costantinopoli, e un 
utile strumento di dominazione su tutta la penisola balcanica. 
L'Inghilterra, l'Austria e le altre potenze occidentali si opposero 
a tale progetto, appunto perchè temevano quello che la Russia 
desiderava, e insistettero perchè lo Stato bulgaro fosse mantenuto 
piccolo e il popolo bulgaro diviso fra la Bulgaria vera e propria, 
l'artificiosa « Rumelia Orientale » che durò per soli sette anni, e 



MILLER, l'impero OTTOMANO 127 

le terre bulgare ancora lasciate sotto 1 Turchi. Invece successe che 
il popolo bulgaro, per quanto dovesse la sua liberazione alla Russia, 
non volle affatto essere mancipio di questa, e tutta la sua poli- 
tica dal 1878 al 1885 si imperniò sulla necessità di eliminare l'in- 
fluenza russa dal paese. Lord Palmerston sin dal 1837 aveva pre- 
veduto che Stati liberi balcanici avrebbero formato il più formi- 
dabile baluardo contro l'influenza russa nei Balcani. Forse se a 
Berlino si fosse lasciata sussistere la Bulgaria di San Stefano, 
non si sarebbe mai più parlato del temuto pericolo pan-slavista, 
il quale, alla fine dei conti, si riduce ài pericolo russo. 

Gli avvenimenti recentissimi son trattati naturalmente in po- 
che pagine, poiché non è ancora possibile conoscerne tutto lo 
svolgimento e tutti i retroscena. Ma speriamo che in una futura 
edizione, che certo non mancherà, il Miller potrà completare la sua 
opera con una narrazione più particolareggiata di quelle vicende 
e darci un quadro del definitivo assetto della Penisola balcanica. 

Oltre alla ottima bibliografia, cui abbiamo già accennato, il 
volume contiene un elenco di tutti i sovrani balcanici nel periodo 
di cui si tratta, compresi gli Hospodari dei principati Danubiani 
e i principi di Samo colle relative date. Sarebbe stato utile ag- 
giungere alcuni dati statistici sull'estensione territoriale e sulla 
popolazione e forse anche qualche indicazione sullo sviluppo eco- 
nomico dei diversi Stati nei momenti più importanti della loro 
storia. Una traduzione italiana del libro riuscirebbe assai utile, 
poiché manca nella nostra lingua uno studio sulla questione 
d'Oriente serio e allo stesso tempo riassuntivo come questo, né 
crediamo del resto che ne esista uno in alcuna altra lingua. 

Bontà. Luigi Villari. 



F. E. WoLFE, Admission to American Tracie Unions {J ohns Hop- 
kins University studies in Historical and Politicai Science). 
— Baltimore, 1912. 

Questa notevole raccolta di studi economici e politici continua 
col presente volume lo studio descrittivo dei problemi relativi al 
mercato del lavoro. Dopo il marchio ai prodotti da parte delle 
unioni operaie, dopo la questione del lavoro riservato agli operai 
sindacati o aperto a tutti, dopo il salario tipo, è considerata in 
questo volume l'ammissione alle unioni operaie. Non è chi non 



448 RECENSIONI 



veda lo stretto rapporto tra i vari argomenti, come in genere 
fra tutti gli aspetti dei complessi fenomeni del lavoro sa- 
lariato: il principio del monopolio del lavoro per gli iscritti 
alle unioni operaie ha un significato difPerentissimo a seconda 
che si accompagni con una libera e facile ammissione ad esse 
oppure con limiti più o meno rigorosi: nel primo caso il mo- 
nopolio formale non esclude la libera distribuzione del lavoro 
fra i vari impieghi, nel secondo implica un vero ostacolo al giuoco 
delle forze economiche. D'altra parte, i limiti all' ammissione de- 
gli operai nelle unioni sono di significato assai relativo, se non 
si accompagnano alla imposizione fatta agli imprenditori di limi- 
tare l'impiego ai lavoratori iscritti ad esse, ma divengono gravi 
e pericolosi se imposti da unioni capaci di escludere i non iscritti 
da certi impieghi. 

Per questa ragione ci sembra molto lodevole il sistema se- 
guito dai compilatori di queste memorie di astenersi quasi del 
tutto da considerazioni generali e di limitarsi alla descrizione 
dei singoli argomenti studiati: il giudizio sopra questi diversi 
organi del mercato del lavoro non può essere analitico, ma deve 
essere sintetico ; lo studio di essi al contrario deve cominciare 
con l'analisi dei singoli elementi. Anche la classica opei-a dei 
Webb è senza paragone più efficace nella parte critica dei pre- 
giudizi correnti che non nella parte positiva, nella quale propone 
le nuove soluzioni dei diversi problemi, e deve la sua grande e 
giusta fama alla forte prevalenza attribuita dai suoi autori alla 
prima in confronto della seconda. 

Due coppie di forze opposte regolano e determinano la mag- 
giore o minore larghezza nell'ammissione di nuovi operai nelle 
unioni. Da un lato lo spirito monopolistico e particolaristico de- 
gli iscritti, dall'altro il bisogno di comprendere il maggior nu- 
mero degli impiegati, per non indebolire la posizione tattica 
dell'unione, e di trattare equamente gli operai degli altri luoghi 
per stabilire e conservare l'estensione nazionale delle unioni cor- 
rispondenti alla estensione sempre più larga del mercato indu- 
striale. Questa semplice contrapposizione delle forze intime e 
fondamentali ci consente di esprimere in poco spazio il largo e 
preciso materiale storico raccolto e diligentemente esposto dall' A. 

La storia delle disposizioni delle unioni operaie americane per 
procurarsi e conservarsi i soci si può dividere in tre periodi. Nel 
primo, che comprende la prima metà del secolo passato, il tipo pre- 
dominante dell'associazione era locale. Il secondo periodo, che va 



WOLFE, l'ammissione ALLE <( TRADE UNIONS )) AMERICANE 129 

dal 1850 al 1880, è specificato da un notevole movimento verso la 
estensione dell'organizzazione a tutta la nazione. In molte industrie 
le unioni locali si associano in unioni nazionali: l'ammissione 
ad una unione locale viene ad implicare certi rapporti con le 
altre unioni collegate con quella nella quale l'operaio è entrato. 
L' unione locale rimane per altro arbitra dell'ammissione dei suoi 
membri nella giurisdizione, per quanto cominci già a restringere 
i suoi poteri per coordinarli con quelli delle unioni di altri luo- 
ghi. Dopo il 1880 comincia il terzo periodo, nel quale le unioni 
nazionali assumono una attiva ingerenza nell'ammissione dei soci, 
in quanto li iscrivono direttamente, dove manchino le unioni lo- 
cali, e vigilano e regolano l'ammissione di essi alle unioni locali 
per mantenere criteri uniformi e compatibili con la loro azione 
armonica nelle varie parti del paese. In generale le regole im- 
poste alle unioni locali si possono raggruppare, in quanto si ri- 
feriscono alle qualità personali del candidato, alla tassa di am- 
missione ed alla procedura della votazione. 

Il lettore non può a meno di pensare alle antiche corpora- 
razioni, quando legge le regole restrittive imposte ancora da 
molte unioni all'entrata di nuovi soci con la determinazione del 
periodo durante il quale questi devono lavorare come apprendisti 
e delle minute e precise condizioni alle quali devono soddisfare. 
Lo stesso dicasi per il grado normale di abilità generalmente ri- 
chiesto per l'ammissione. Per quanto diversi siano gli effetti di 
queste disposizioni, data la sostanziale differenza fra una antica 
corporazione ed una unione moderna, non è da escludere qualche 
utile deduzione dal confronto fra le disposizioni passate e quelle 
ad esse attuali formalmente molto simili. 

Le categorie, contro le quali principalmente le unioni ameri- 
cane hanno manifestato i loro rigori, sono le donne, gli stranieri 
ed i negri: attraverso l'apparente problema del mercato del la- 
voro si scorgono qui dibattute le questioni piìi gravi del nostro 
tempo: il rapporto fra i sessi, fra le nazioni e fra le razze. 

L'attitudine delle unioni maschili verso le donne lavoratrici 
variò da industria ad industria, in gran parte a seconda della esten- 
sione assunta in esse dal lavoro femminile. Quando le donne comin- 
ciavano a competere con gli uomini in una industria, esse si incon- 
travano con la aperta ostilità di questi; ma quando erano già 
impiegate nell'industria, erano aiutate dagli uomini ad organiz- 
zarsi perchè non facessero diminuire troppo i salari. Appunto per 
questo la tendenza generale è verso la libera ammissione della 



130 KECENSIONI 



donna nelle unioni, almeno in quelle naturalmente corrispondenti 
ad industrie adatte alle loro forze. Tutto considerato, la partecipa- 
zione della donna al movimento unionista è piuttosto scarso ; e 
ciò dipende principalmente dalle condizioni particolari di domanda 
e di offerta del lavoro femminile. 

Dal decennio 1831-1840, durante il quale il movimento as- 
sunse grandi proporzioni, la legislazione restrittiva contro l'im- 
migrazione è stata di continuo invocata e spesso attuata. Ma da 
parte loro le unioni non hanno mancato di combattere i pretesi danni 
della immigrazione. E sono ricorsi alle due vie di promuovere la 
organizzazione degli immigrati stranieri o di limitare la loro am- 
missione. Tuttavia, secondo l'A., l'opposizione contro gli immi- 
granti ha ragioni piuttosto economiche che non etniche e sociali, 
e non si manifesta come impedimento all'organizzazione degli 
stranieri una volta che sono stati accolti nel paese Evidente- 
mente l'organizzazione degli immigranti è il solo mezzo efficace 
di protezione contro la loro concorrenza, come venne riconosciuto 
assai presto nelle pratiche delle unioni locali. Si distinguono pertanto 
unioni che ammettono gli stranieri come gli indigeni, unioni che 
fanno condizioni di favore agli stranieri per indurli ad unirsi a loro, 
unioni che fanno ad essi speciali difficoltà richiedendo da loro la 
naturalizzazione, il pagamento di tasse di ammissione elevate, 
l'approvazione ed il consenso dell'unione nazionale e la presen-' 
fazione del certificato di una unione straniera. 

Più recente è il problema dell'ammissione dei negri, per effetto 
della recente loro emancipazione politica e del conseguente progresso 
tecnico del loro lavoro. Per quanto non manchino le unioni che 
esplicitamente escludono i negri dal loro seno, la tendenza gene- 
rale, e specialmente quella della Federazione americana del lavoro, 
è per l'organizzazione dei negri insieme con gli altri o in appo- 
site unioni, per la semplice ragione che dal momento che non si 
può impedire ad essi di lavorare è meglio di farli lavorare nelle 
condizioni imposte dalle unioni anziché fuori e contro di esse. 

Il ritiro degli operai dalle unioni, la loro sospensione ed 
espulsione da un lato e la reintegrazione nella qualità di socio 
dall'altro sono minutamente regolati dalle unioni con l'intento 
di conservare il loro diritto di polizia «opra l'attività industriale 
dei soci, senza per questo ricorrere a disposizioni troppo vessa- 
torie e contrarie all'interesse fondamentale di mantenere il mas- 
simo possibile il numero degli iscritti fra coloro i quali lavorano 
nell'industria. Anche in questa parte vi sono molti particolari 
degni di nota, perchè chiariscono il carattere logico e necessario 



WOLFE, l'ammissione ALLE i< TRADE UNIONS )) AMERICANE 131 

di molte disposizioni ed attitudini, a primo aspetto irrazionali 
e capricciose. 

In una breve conclusione l'A. richiama sobriamente le accuse 
rivolte alle unioni da parte dei loro critici di costituire ii mo- 
nopolio del lavoro e le proposte di sostituire alla libera determi- 
nazione, da parte di ognuna di esse, delle regole di ammissione la 
disposizione coattiva della legge. Non stenta a ribattere in mas- 
sima le prime rammentando come in fatto la politica delle unioni 
sia liberale nell'ammissione dei soci, anche in connessione con lo 
scarso numero di industrie nelle quali esse hanno potuto conse- 
guire l'intento di escludere dall'impiego i non iscritti. In questa 
parte ci pare tuttavia che egli pecchi di alquanto ottimismo. In 
genere egli ha lavorato sopra materiale fornito dalle unioni 
stesse e più di una volta avrà, come ogni altro, ceduto alla sug- 
gestone ed accettato, oltre i dati di fatto, anche i punti di vista e 
gli apprezzamenti soggettivi degli informatori. D'altra parte, se 
pure qualche riserva si vuol fare, in massima è certo che l'organiz- 
zazione di mestiere non costituisce un monopolio dell' offerta del 
lavoro, perchè non riesce mai a chiudere tutte le vie, per le quali 
una effettiva concorrenza può essere mantenuta. Perfettamente 
giusta è poi la conclusione contro l'intervento dello Stato in 
questa materia. La legge, che non rappresenta la solidificazione 
dei rapporti ripetuti infinite volte nella stessa forma, costituisce 
un inutile impedimento ai rapporti che vuole regolare. Nessuna 
parte della vita sociale è ancora cosi varia, così complessa, così 
poco determinata come i rapporti fra lavoratori nell'ambiente indu- 
striale e perciò così poco preparata a limitarsi nelle forme rigide 
imposte ad essa dal di fuori per opera del legislatore. 

Parma. Gustavo Del Vecchio. 



Andrea Corsini. Il primo Congresso degli scienziati. (Estratto 
dalla Nuova Antologia, 1° gennaio 1914). — Roma, pp, 14, 

Il recente Congresso degli scienziati a Siena fa ricordare al 
C. la prima riunione dei dotti italiani tenuta a Pisa nel 1839. Spi- 
golando qua e là da una filza di documenti della segreteria di Ga- 
binetto del Governo Lorenese, l'A. mette in chiaro che il primo 
ad affacciarne in Italia l'idea fu Carlo Luciano Bonaparte, prin- 
cipe di Canino e di Musignano, appassionato cultore di scienze 
naturali, il quale ne fece la proposta a) Granduca. Questi gradì 
r idea, ed approvò volentieri il « progetto di lettera circolare » 



432 RECENSIONI 



■ 



per la prima convocazione degli scienziati italiani, presentatagli 
dal Principe, Ma non volendo destar gelosie negli altri principi 
italiani, e temendo soprattutto che il nome del Bonaparte desse 
ombra agli altri governi, si adoperò che tra i firmatari della let- 
tera vi fossero altri uomini chiari nelle scienze e insospettabili 
per le loro convinzioni politiche, Vincenzo Antinori, Gian Battista 
Amici, Gaetano Giorgini, Paolo Savi, Maurizio Bufalini. Cosi la 
circolare d'invito, preparata dal Bonaparte, corretta dall'Antinori 
e riveduta dal Gi'anduca, ebbe grande diffusione in Italia e fuori, 
visto che tra i 421 aderenti al Congresso vi furono francesi, austriaci, 
belgi, russi, polacchi, greci, e perfino ottomani, egiziani, brasiliani. 

Il Congresso, tenuto nel palazzo della Sapienza a Pisa, riattato 
all'uopo con la spesa preventiva di L. 6755, riuscì imponente per la 
munificenza del Granduca, che nulla trascurò per ricevere degnamente 
gli scienziati, dagli alloggi a buon mercato e in comode case, ai 
divertimenti più vari, .alle rappresentazioni drammatiche, ad un 
magnifico pranzo, ad una medaglia-ricordo donata agl'interveuuti. 

Alia munificenza e alla liberalità del Granduca, dimostrata 
specialmente nel volere risolutamente, non ostante la viva oppo- 
sizione dei preti, che gli ebrei partecipassero al Congresso e al 
pranzo da lui offerto, fanno contrasto le preoccupazioni vivissime 
e il guatar sospettoso delle autorità e dei funzionari di polizia 
specialmente sul principe di Canino. 

Ma, si domanda il C, ebbe quel Congresso uuo scopo vera- 
mente politico, come più tardi venne affermato? La calda appro- 
vazione del Granduca, l'aver egli contribuito economicamente e iu 
modo veramente regale al buon esito della cosa, le adunanze del 
Congresso, che ebbero un carattere assolutamente scientifico, fanno 
ritenere al nostro A. che movente politico non vi fu assolutamente. 
L'unico che avrebbe potuto vedere in quel Congresso un fine po- 
litico, il Bonaparte. agiva indipendentemente dalla Commissione; 
tant'è che nel terzo Congresso tenutosi a Firenze nel 1841, non 
riuscì ad essere eletto neppure presidente di sezione, come lo era 
stato nelle precedenti riunioni di Pisa e di Torino. Fu appunto 
pel carattere bollente del principe di Canino, per il suo nome e 
per la condotta da lui tenuta nei Congressi successivi che fu 
accreditata la voce che « le riunioni degli scienziati », scrive il C, 
estendendo la sua conclusione a tutti i Congressi, « avessero un 
carattere politico oltreché scientifico ». 

Ci duole di non poter sottoscrivere a tutto quello che af- 
ferma il C. 

Il Granduca, certo, non doveva vedere nei Congressi che un 



CORSINI, IL PRIMO CONGRESSO DEGLI SCIENZIATI 133 

fine semplicemente scientifico. Egli, come qualche anno più tardi 
scriveva all' Humboldt, riteneva che «ces réunions innocentes met- 
tent la science à connaissance de beaucoup de personnes et éta- 
blissent des relations utiles entre beaucoup d'hommes de merite 
qui se connaissent à peìne » (1). Se diversamente avesse pensato, 
siamo d'accordo col C, non avrebbe con tanto entusiasmo accet- 
tata, e, diciam cosi, fatta sua l'idea d'un Congresso nazionale (2). 
Ma il solo fatto che l'appello era rivolto non a toscani sol- 
tanto, a lombardi o a napoletani, ma a italiani, se allar- 
mava i retrivi, gli amici del quieto vivere e dell'Italia in pil- 
lole (3), doveva riaprire nei liberali il cuore alla speranza, e far 
vedere in quella prima unione italiana qualcosa più che pure e 
semplici disquisizioni scientifiche. Del resto, la proposta del Bo- 
naparte non doveva riuscire del tutto nuova per i nostri liberali na- 
zionali, che, per non citar altri, fin dal 1826 Melchiorre Gioia si 
augurava che cessasse « la fastidiosa solitudine in cui si viveva 
quasi separati dal mondo e da noi stessi » e che « onesti e colti cit- 
tadini, a quando a quando in un sol luogo raccolti, facessero fede 
di quanto fosse pregiata e fiorente la patria nostra » (4); e nel 1830 
il Tommaseo, scrivendo neW Antologia del Vieusseux, proponeva 
che i dotti si riunissero ora in una ora in un'altra città italiana, 
scorgendo in ciò un « perfezionamento fecondo di quelle idee dalla 
nazionale divisione quasi lacerate, un vincere, o, almeno, uno sce- 
mare di pregiudizi e di odii municipali » (5). Una parte dei nostri 



(1) Lettera del Granduca all'Humboldt del 20 luglio 1844, cit. in 
N. Bianchi, Carlo Matteucci e l'Italia del suo tempo, bovino, 1874, pp. 74-75. 

(2) Nessuno forse capì nei primi anni lo scopo cui miravano i Con- 
gressi scientifici italiani meglio del Metternich, il quale ne scriveva for- 
temente indignato al Granduca Leopoldo, minacciando di porlo in stretta 
tutela, ove non si fermasse nella via intrapresa. Cfr. N. Bianchi, Storia 
della diplomazia europea, voi. IV, pp. 21-23 ; N. Bianchi, Carlo Mat- 
teucci, p. 77. 

(3) Il Giornale letterario modenese, p. es. (voi. II, 1840, p. 138), 
« paventava * che « lo spirito tanto poderoso, astutissimo e proteiforme 
delle malvage innovazioni sociali e delle dottrine anarchiche eii*religiose... 
si annidasse perfino nelle assemblee dei Congressi, facendo le viste di 
tener dietro ai calcoli, di osservare gli esperimenti, di applaudire le me- 
morie di preclari professori ». 

(4) Melch. Gioja, Relazione annuale alla Società di lettura di Pia- 
cenza, 10 febbraio 1826, pp. 4-5. Carte Vieusseux nella Biblioteca Na- 
zionale di Firenze. 

(5) Antologia, dicembre 1830, voi. XL, fase. 120, p. 83. 



134 RECENSIONI 



scienziati e dei nostri liberali conosceva ciò clie in Svizzera e in 
Germania avevano operato i Comizi scientifi co-agrari e i Con- 
gressi dei dotti, nella Germania soprattutto, dove avevano ravvi- 
vato il sentimento della unità nazionale ed avevano cooperato nel 
preparare lentamente e sotto mano quello stato di animi e quella 
condizione di cose che portarono allo Zollverein, tanto ammirato 
e accarezzato dai nostri liberali moderati dal 1834 (si ricordi l'ar- 
ticolo famoso dì Carlo Cattaneo, scritto appunto in quell'anno) 
al '48. I promotori dei Congressi, o, almeno, se cosi piace al C, 
parte degli aderenti e degli intervenuti dovevano dunque, e per 
l'esempio d'oltralpe e per le proposte fatte in Italia prima di quella 
del Bonaparte, conoscere la finalità politica, oltre che scientifìcrt, 
dei Congi-essi. 

In realtà, questi se ebbero, come scrisse il Lattari (1), « la 
grande missione di ricondurre in Italia l'unità scientifica e l'uni- 
formità nelle pratiche applicazioni delle scienze, disgraziatamente 
perdute insieme con le politiche divisioni della Penisola », ebbero 
anche l'altra di « confermare sempre più i caratteri di nazionalità 
fra gli scienziati delle varie parti d' Italia e risvegliare ed alimen- 
tare i sacri affetti che li confermano fratelli di una sola fami- 
glia »• (2), « fare che per l'avvicinamento di persone intese ai me- 
desimi studi si avessero a creare utili simpatie e a distruggere le 
prevenzioni antipatiche; cooperare al bene della patria comune » (3). 

Sebbene nei primi Congressi i dotti dichiarassero di prescin- 
dere da qualsiasi questione di governo, tanto scrupolosamente da 
non aggiungere mai l'appellativo di « politica » alla scienza eco- 
nomica, facilmente dal campo speculativo passavano per necessità 
di cose alla pratica, dalle scienze morali a quelle sociali e poli- 



(1) Lattari, Gli scienziati a Lucca, in Progresso di Napoli, voi. 
XXX li (Serie nuovissima, voi. I), 1843, pp. 130 e segg. Notevoli fra le altre 
le seguenti parole : «A qual grado non s'innalzerebi)e nel campo dello scibile 
umano il nostro paese con quell'unità! Le scienze tutte non più sfiancate 
nella loro intima forza per direzioni diverse, ma animate e ristrette intorno 
ad un solo principio motore, quanto non progredirebbero! E se a quell'unità 
si unisse quell'uniformità, qual forza morale e sociale non acquisterebbe 
l'Italia?». Ibidem, p. 133. 

(2) Del III Congresso e dei futuri Congressi italiani, in Giornale 
agrario toscano, voi. XV, p. 453. 

(3) Pareto, in Atti del V Congresso, sezione dì mineralogia, geo- 
grafìa e geologia, sessione del 29 settembre, p. 292. 



■ 



CORSINI, IL PRIMO CONGRESSO DEGLI SCIENZIATI " 135 

tiche, ed erano naturalmente portati alla critica dei vigenti si- 
stemi governativi. Per essi, il frazionamento della Penisola rion 
esiste. Parlino di geologia, di geografìa, di chimica, di agricol- 
tura, di industria, di enologia, di associazioni industriali, consi- 
derano r Italia come un tutt'uno geografico, storico, politico. Il- 
lustrando, p. es., il concetto che l' Italia geologicamente è tutt'una, 
sorta tutta insieme dal mare, che la geografia ha limitati chiara- 
mente i confini politici e naturali, concludono che l'Italia è « per 
certo destinata più d'ogni altra nazione a rappresentare una unità, 
o se si mira ai bacini parziali che secondari monti, propaggini della 
partitrice giogaia principale, in sé racchiudono, è modellata anche 
a formare un insieme di parti, diverse bensì, ma in bello e saldo 
ordine connesse » (1). Al Congresso di Lucca si propone di isti- 
tuire un deposito generale di vini con sede a Milano, per inco- 
raggiare la produzione nazionale e per disvezzare gli animi dallo 
« stranierismo »• (2). Ad un concorso di vini italiani, il Principe 
di Canino presenta vini còrsi, ed essendo stati rifiutati, sostiene 
che * i corsi sono nazionali, e italiani come i lombardi. Qual colpa 
è la loro se soggiacciono a straniero dominio? Qual'è di noi che 
negherebbe il bacio di fratelli e il suo soccorso ai Lombardi qua- 
lora lo richiedessero per liberarsi dalla schiavitù? » (3). Né i nostri 
scienziati si restringono a fare quelle che oggi diremmo tirate 
accademiche; ma per rendere più omogenea la realtà cercano di 
estendere a tutti gli Stati italiani istituzioni esistenti solo in al- 
cuni. Così Cosimo Ridolfi, Bertone di Sambuy e il marchese Ric- 
cardo Vernaccia fanno voti e cooperano perchè Associazioni agrarie 
simili a quelle della Toscana e del Piemonte sorgano in tutta 
l'Italia, «le quali convergendo ad un centro comune vengano a 
fondersi in un'Associazione italiana » (4); Luigi Serristorì e il Mar- 
chese di Sambuy propongono mezzi per migliorare l'agricoltura e 
l'industria della lana in tutta l'Italia; il Conte di Salmour di 
Torino propone una istituzione di credito agrario per l'intera Pe- 
nisola (5); si discute a Milano e a Napoli sull'adozione di un unico 



(1) Atti del V Congresso dei dotti, Sezione di mineralogia, geografia 
e geologia, sessione del 29 settembre, p. 287. 

(2) Atti del Congresso di Lucca, p. 126. 

(3) Ibidem, pp. 168-69. 

(4) Atti del V Congresso, 1843, pp. 81 e 165; e Atti del VI Con- 
gresso di Milano, 1844, pp. 209-10. 

(5) Atti del VI Congresso, Sezione d'agronomia ; seduta del 16 set- 
tembre, pp. 104, 108. 



136 



RECENSIONI 



sistema di pesi, di misure e di monete per tutta l'Italia (1); il 
Lattari propone un'esposizione generale dei prodotti dell'industria 
italiana per «unificare l'industria e il pensiero industriale ita- 
liano » (2); Ludovico Bianchini ritiene necessario che per tale espo- 
sizione i governi italiani si accordino tra loro per francare da 
qualsiasi dazio di entrata, di transito e d'uscita gli oggetti de- 
stinati a quell'esposizione (3); Emerico Amari ne fa questione di 
gloria nazionale (4); Cesare Cantù. riscotendo gli applausi di più 
di 3000 presenti, progetta una rete ferroviaria per tutta l'Italia, 
per unificarla materialmente e per dissipare « i pregiudizi e le 
angustie municipali », a dispetto « delle barriere elevate tra fra- 
telli e fratelli » (5). 

Tutto ciò è qualche cosa più che una pura e semplice attività 
scientifica. 

Nel frazionamento politico, i Congressi s?.ientifici furono un 
primo mezzo d'intesa; servirono agli italiani per conoscersi per- 
sonalmente e da vicino; insegnarono a coloro che parlavano una 
stessa lingua, che erano legati dal medesimo vincolo di religione 
« quali membri sparsi di una sola famiglia » ad amarsi e a sti- 
marsi come fratelli (6). Il convegno di tanta parte dei migliori 
uomini italiani era un segno evidente dell'affetto comune da cui 
erano mossi e il comune bisogno di tutti (7). Pareva che «in tutti 
ci fosse un'anima sola» (8), che «i cuori di tutti si unissero con 



(1) Atti del VI Congresso, p. 75; Atti del VII Congresso, Sezione 
di tecnologia e agronomia; sessione del 20 settembre 1845, voi. l, 
pp. 21-23, 165 e 406. 

(2) Atti del VII Congresso, Sezione d'agronomia e tecnologia; ses- 
sione del 1° ottobre 1845, pp. 496 e segg. 

(3) Atti del Congresso di Genova, Sezione d' agronomia e tecnologia; 
sessione del 23 settembre, pp. 140-144, e sessione del 25 settembre, p. 158. 

(4) Atti del Congresso di Genova, Sezione d'agronomia e tecnologia 
del 25 settembre. 

(5) Cesare Cantù, Rapporto sulle strade ferrate, in Atti del Con- 
gresso di Genova; Sezione di geografìa, seduta del 26 settembre 1847, 
pp. 728-31. 

(6) Baruffi, Del Congresso di Torino, in Letture popolari, dì To- 
rino, n. 44, ottobre 1840, e in Giornale agrario toscano, voi. XIV, 
pp. 284 e segg. 

(7) Brofferio, in Messaggero torinese, a. XIII, n. 44, 31 ottobre 1845. 

(8) Atti del V Congresso, pp. 747-48. 



CORSINI, IL PRIMO CONGRESSO DEGLI SCIENZIATI 137 

sacri ed indissolubili legami, e all'animo di ognuno parlasse una 
voce di amore, di fratellanza, di concordia »(1). Furono appunto i 
Congressi che prepararono e promossero quel mirabile spirito d'in- 
tesa e quell'omogeneità d'intenti che è una delle cose più note- 
voli del nostro risorgimento. 



Il C, per dimostrare che i Congressi non ebbero uno scopo 
politico, riporta un brano di un opuscolo se non del Mazzini, come 
alcuno suppose, certo del partito repubblicano italiano, in cui 
l'anonimo autore si duole che « segga primo tra quei scienziati 
(di Pisa) e li diriga un Bonaparte!», e scrive che «quel grande 
che solo ebbe genio e possanza somma tra i suoi, dopo averci 
spogliati di ogni nostra ricchezza e rapiti gli oggetti d'arte e dopo 
V er dato il fiore della nostra gioventù in esterminio ai Monarchi 
d'Europa a suo danno congiurati, ci lasciò deboli, divisi, alla di- 
screzione dello straniero », e che i Bonaparte, nel 1815 e nel '21, 
« rifugiati a Roma o in Toscana furono mai sempre avari delle 
loro ricchezze o le serbarono a biscazzarle in vani tentativi di 
francese dominazione»; e conclude: «Lungi da noi costoro che 
Italia rinnega e non conosce per suoi» (%. Orbene, argomenta il 
C, se accordo politico vi fosse stato tra le Associazioni segrete e 
il principe di Musignano, o la sua persona non sarebbe stata toc- 
cata, o, se ciò fatto per mascherare la cosa, egli non sarebbe 
stato vilipeso e screditato fino a quel punto. 

Ma qui le « Associazioni segrete » non hanno proprio nulla 
che vedere. I Congressi scientifici non sono l'opera del partito maz- 
ziniano-rivoluzionario ; sono un effetto dell'attiva propaganda del 
partito moderato, che si è solidamente costituito dopo la infausta 
spedizione di Savoia del 1834 e che vedrà accrescere le sue file 
dopo la luttuosa catastrofe dei Bandiera, nel '44. Tra i moderati 
che svolgono la loro opera all'ombra dei governi costituiti, che 
cercano di sollevare il popolo procurandogli il benessere eco- 
nomico, morale e intellettuale, interessandolo con la trattazione 
di problemi pratici concreti, e preparandolo con l'elevazione indi- 
viduale e sociale ai futuri destini della patria, e il contenuto e i 
metodi della propaganda mazziniana fatta in odio ai governi che 



(1) Atti del V Congresso, p. 752. 

(2) Pag. 8 dell'estratto. 



138 RECENSIONI 



derivavano la loro ragion d'essere dal Congresso di Vienna, c'è 
una profonda differenza. Per convincersene, basta leggere lo scritto 
dello stesso Mazzini, del 1838, Sugli studi politici ed economici di Si- 
smondi{ì), che è una critica tutt' altro che benevola al partito mode- 
rato. Il Bonaparte, comunque ardente e impetuoso liberale, oltre 
alla parentela col grande di Sant'Elena, era per il Mazzini o, meglio, 
per il partito mazziniano, uno di coloro che «educati sotto l'antico 
sistema e avvezzi a vedere a giudicare ogni cosa attraverso il 
prisma annebbiato del presente, potevano difficilmente raggiungere 
chiara e perfetta l' idea del futuro » (2), era insomma un « eclet- 
tico », o un « retrogrado » (3), cioè un moderato. E questo ci spiega 
le parole veramente gravi verso il Principe di Canino. 

A parte queste osservazioni, di cui spero non si abbia a do- 
lere l'A., mi unisco con lui nell'augurare che siano pubblicate le 
carte segrete relative non solo al Congresso di Pisa, ma a tutti 
gli altri, convinto anch'io che da ciò verranno fuori materiali 
preziosi per conoscere come si sia venuto formando, tra il 1840 e 
il 1848, il nostro sentimento nazionale. 

Firenze. R. Ciasca. 



I 



(1) Scritti editi e inediti, di G. Mazzini, li edizione, per cura degli 
editori della pubblicazione nazionale, 1881, voi. VI (Politica, IV), pp. 18 
e segg. 

(2) Ibidem, pp. 20-21. 

(3) Ibidem, p. 23. 



Il TERZO CONGRESSO IHTERIIIIZIOtlllLE DI SEIENZE STORICHE 

(LONDRA, 3-9 APRILE 1913) 



Un uomo che non fosse poliglotta, onnipresente ed en- 
ciclopedico si troverebbe molto imbarazzato se, dopo aver 
assistito ad un congresso internazionale, volesse riferirne 
particolarmente; un congresso internazionale, dico, in cui 
i novantanove centesimi degli intervenuti parlavano lingue 
straniere se non del tutto ignote a lui; un congresso interna- 
zionale diviso in molte sezioni e sottosezioni, talune delle 
quali avevano sede, contemporaneamente, in luoghi diversi 
e lontani di una sterminata città; un congresso internazio- 
nale, infine, dedicato alla storia o, meglio, alle « scienze sto- 
riche », cioè a mezzo scibile umano, dalla teologia islamitica 
alle medaglie del Rinascimento italiano, dalle caste dell'India 
alla musica del XIX secolo, dalle abitazioni lacustri dell'In- 
ghilterra antichissima all'origine del principio di maggio- 
ranza, alla « Genossenschaft », alla « Universitas » e ad altre 
cosi fatte cose. 

Non essendo né poliglotta, nò onnipresente, né enciclo- 
pedico, quest'uomo, il sottoscritto, si limiterà, riassumendo 
pili che criticando, ad esporre brevemente ciò che ha po- 
tuto sentire, capire, sapere del Congresso Internazionale di 
Scienze Storiche tenutosi a Londra dal 3 al 9 aprile del 
corrente anno, al quale è lieto di aver assistito, rappresen- 
tandovi anche la Regia Deputazione Toscana di Storia Patria, 



140 G, VOLPE 

l'Archivio Storico Italiano e l'Accaelemia Scientifico-Lette- 
raria di Milano. Nella serie di siffatti congressi quinquen- 
nali, iniziatasi a Roma Fanno 1903, quello di Londra è il 
terzo. Che sfondo e che cornice, per un congresso storico 
internazionale! Dopo Roma, Londra, centro del nuovo im- 
perialismo britannico, è la più antica capitale d'Europa. 
« La sua storia è stata scritta per nove secoli e fatta qiuisi 
per venti », ha detto nel suo indirizzo il presidente onorario 
del Congresso, James Bryce, lo storico e il filosofo di qu(;i 
due imperialismi. Dopo Roma, ;.essuna città è così interna- 
zionale, nel tempo stesso che vita nazionale e sentimento 
nazionale vi sono antichissimi e radicatissinii ; nessun nome 
ha tra gli uomini dei vari continenti cosi ampia risonanza 
come Londra, espressione visibile e tangibile di quella unità 
del mondo che è in continuo crescere: unità linguistica e 
culturale, unità politica, unità economica e finanziaria so- 
prattutto. Di tale unità, anzi, che fa delle tante storie una 
storia unica e che permetterà ed imporrà allo storico del 
XX secolo il compito di una storia universale, basata non 
pili non più solo sopra una comunanza spirituale fra i po- 
poli, ma sopra effettivi, concreti, materiali legami tra nazioni 
e nazioni, tra continenti e continenti ; di tale unità, dico, 
r Inghilterra e Londra sono stati, nell' evo moderno, i mag- 
giori artefici. 

Il congresso, che aveva un General Organiziny Committee 
di oltre un centinaio di enti pubblici e di istituti scientifici 
dell' intero Impero britannico, comprese le Università di Ade- 
laide, di Alberta, di Allahabad, di Madras, di Manitoba, di 
Punjab, di Toronto ecc., ed un più ristretto comitato esecu- 
tivo presieduto dal dott. A. W. Ward, direttore della British 
Academy, era diviso in nove sezioni : I, Storia orientale ed 
Egittologia; II, Storia greca, romana e bizantina; III, Storia 
medievale; IV, Storia moderna (comprendente anche due sot- 
tosezioni di Storia delle colonie e di Storia navale e militare) ; 
V, Storia della Chiesa e delle religioni (ma limitatamente al 
Cristianesimo) ; VI a e VI ò, Storia del diritto e Storia econo- 
mica; VII, Storia della civiltà medievale e moderna {a, Fi- 
lologia, Linguistica, Letteratura; 6, Arte e Musica; e, Scienze 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 141 

esatte, Storia naturale, Medicina; d, Educazione; e, Scienza 
sociale) ; Vili, Archeologia, Preistoria, Arte antica (con una 
speciale Russian Session, che è stata come una piccola sod- 
disfazione data ai Russi, i quali non avevano ottenuto fosse 
la loro lingua ammessa ufficialmente al congresso, mentre 
potevano d'altra parte esporre risultati importanti di vaste 
indagini recentemente compiute nel loro paese); IX, Scienze 
affini ed ausiliarie (a, Etnologia, Geografia storica. Topo- 
grafia; b, Filosofia della storia e Metodologia storica; e. Pa- 
leografia e Diplomatica, Bibliografia, Numismatica, Genealogia, 
Araldica, Sfragistica ecc.j. Risparmiamo al lettore qualche 
piccola critica che di questa distribuzione dell'ampia materia 
— non molto diversa, del resto, da quella di Roma (19Q3) e 
di Berlino (1908) — sarebbe possibile fare: perchè, ad esem- 
pio, due diversi criteri di ordinamento, V uno cronologico 
(storia medievale, moderna ecc.) e l'altro sostanziale (storia 
del diritto, delle religioni ecc.)'? Perchè tante divisioni che 
rendevano difficile, anzi impossibile, ai congressisti di appa- 
gar molte loro legittime curiosità, pur mentre parecchi rela- 
tori avevano il vuoto e il freddo attorno a sé? Perchè in 
sezioni diverse ed in aule diverse, temi su la Gesellschafts- 
lehre di Dante (sez. III) e su le teorie politiche medievali 
(sez. VII), sul Decretum Dainasianum (sez. V) e su lo studio 
moderno del diritto ecclesiastico (sez. VI a), su la corrispondenza 
della regina Elisabetta con gli Czars (sez. VI h) e su i rapporti 
tra l'Inghilterra e la Russia, tra l'Inghilterra e l'Olanda (sez. IV)? 
Né raj^ioni pratiche né ragioni scientifiche suggerivano tutto 
questo. Piccoli difetti, tuttavia, questi ed altri che riguardavano 
l'intera organizzazione del congresso e che gli Inglesi stessi 
per primi rilevarono, facendosene una colpa più grande del 
dovuto, rammaricandosene anzi come altra prova di quel 
loro tradizionale individualismo che — dicono essi — li rende 
poco abili e solleciti ad avvicinare e sistemare gli sforzi 
molteplici. In compenso, molta semplicità, molto buon vo- 
lere, molta disposizione ad accomodar lungo la strada, caso 
per caso, ciò che fosse apparso malamente preordinato. Ra- 
gione per cui, il congresso si è svolto bene, con grande af- 
fiatamento; ed i congressisti, tornando alle loro case, ne hanno 



142 



G. VOLPE 



riportato un gradito ricordo, una bella provvista di cose 
udite ed osservate, più largo senso del mondo e degli studi. 
Qualche nome: il dott. William Ward (da pochi mesi, 
Sir William Ward), presidente effettivo del congresso, capo del 
Collegio di Peterhouse a Cambridge e benemerito per la 
parte avuta nel dirigere le grandi pubblicazioni di quella 
città : la Cambridge Modem History e la Cambridge History 
of English Literature\ il prof. J. B. Bury, anche esso di Cam- 
bridge, presidente della sezione II di storia antica; il pro- 
fessore Tout di Manchester e il prof. Firth di Oxford, messi 
a capo delle due sezioni III e IV; Sir F. G. Kenyon, diret- 
tore e bibliotecario capo del British Museum nonché presi- 
dente della sezione IX, e il prof. Hogarth, anche esso del British 
Museum, che sostituì, alla presidenza della sezione I, lord 
Reay, impedito di assistere e di presiedere, come gli davano 
diritto i suoi meriti di fondatore della Scuola di studi orien- 
tali a Londra; il prof. C. W. Oman, cui è riconosciuta molta 
competenza in fatto di storia militare; il prof. J. S. Reid, 
membro del comitato esecutivo e rappresentante della Scuola 
britannica di Roma, nonché della Society for the Promotion 
of Roman 8tudies\ W. Pember Reeves, direttore della scuola 
di economia e di scienze politiche in Londra; Mr. A. G. Little, 
cultore di studi francescani e l'autore, credo, del bel libro 
sul Conflict of Ideals in the Church of England di quattro 
cinque anni fa, in cui era lumeggiata la crisi che travaglia 
da tempo la vita inglese, difficilmente superabile sinché duri 
l'attuale unione della Chiesa con lo Stato; il prof. Paul 
Vinogradolf, presidente della sezione VI a di storia del di- 
ritto, il quale si é occupato anche di cose nostre e segue la 
tradizione — come ne occupa ad Oxford la cattedra — di 
Sir Henry Maine, lo studioso insigne di Village Comunities, 
dell' Ancient Law, dell' Early Law and Costum ecc.; Sir Fre- 
deric Pollock, autore col Maitland dell' ammirabile History 
of English Law before the Times of Edward 7; i professori 
W. J. Ashley, dell'Università di Birmingham, e W. Kunningham, 
presidente e delegato della Royal historical Society, che 
son forse i due piìi dotti cultori inglesi di storia economica, 
certo i pili conosciuti nel continente : quello con la sua In- 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 143 

troduction to the engUsli economie History and Theory, 
con le Surveys historic and economie e, in collaborazione 
con r Arthur, delle OutUnes of englisìi industrinl History \ 
questo con The Growth of english Industry and Commerce: 
il dott. A. I. Carlyle, apprezzato anche fra noi per le sue 
3Iedieval politicai Theories, di cui sono usciti due volumi, 
sino al XIII secolo; il prof. H. F. Pollard dell'Università di 
Londra, membro del comitato esecutivo e delegato della Hi- 
storical Association, così benemerita dell'insegnamento della 
storia nella scuola secondaria inglese; Mr. G. P. Gooch, che 
rappresentava la Sociological Society ed aveva pubblicato 
proprio in quei giorni un lodatissimo libro: History and Hi- 
storians in the 19J^' Century. Dall'America inglese eran ve- 
nuti il prof. Charles Andrewrs di Yale, i proff. Faust e Ber- 
nard Moses di Cornell, C H. Haskins di Harvard, del quale 
avremo occasione di dire più sotto. E fra i continentali : Ednard 
Meyer, lo storico antico che degnamente è succeduto, nella 
cattedra berlinese, a Teodoro Mommsen; i proff. Wilamowitz 
e Giorke, due antiche e salde colonne di quella Università 
anche essi; lo Schiemann, che a Berlino, dalla cattedra e in 
opere a stampa, si occupa specialmente di storia russa; il 
prof. Liebermann, editore e illustratore delle leggi degli 
Anglosassoni ; Otto Seek, di cui è ben conosciuto, fra l'altro, 
l'ampio quadro deW Untergang der antiken Welt ; il p"of. Sie- 
veking, a cui noi Italiani dobbiamo il bel saggio sul Banco 
di S. Giorgio e sulle finanze genovesi; il prof. Lamprecht 
di Lipsia, storico assai in vista e assai discusso della Deut- 
sche Geschichte\ il prof. Bernheim di Greifswald, il prof. Re- 
dlieh di Vienna, redattore delle Mittheilungen per la storia 
austriaca; il prof. Nicola Jorga dell'Università di Bukarest, 
buon conoscitore e amico dell'Italia, storico ed uomo politico; 
il prof. Altamira di Madrid e il Pirenne di Gand, che son 
tanta parte della moderna storiografia spagnuola e belga; 
il Van Ortroy di Bruxelles, il Batiffbl di Parigi e il Man- 
donjaet di Friburgo, assai noti scrittori di storia ecclesia- 
stica; l'Esmein e il Caillemer, giuristi, l'uno dell'Università 
di Parigi, l'altro di Grenoble; il prof. Lappo-Danilewski di 
Pietroburgo e Massimo Kovalew^ski, del quale la Russia mena 



144 G. VOLPE 

vanto come del più conosciuto dei suoi storici, fuori dei con- 
fini della patria. Infine, Andrea Galante, Salvatore Riccobono, 
romanista di Palermo, Gino Loria della Facoltà genovese di 
matematica ed il Palmarocchi componevano il gramo manipolo 
italiano : pochi ma buoni. Pochi, anche se ad essi aggiungiamo, 
un po' arbitrariamente, Roberto Davidsohn, che in Italia viene 
svolgendo da decenni la sua attività di storico di Firenze e 
della Toscana. Mancavano James Bryce, presidente onorario, 
e il dott. Tommaso Hodgkin, che doveva dirigere i lavori 
della sezione III di storia medievale. Ma l'uno era stato trat- 
tenuto a Washington dal suo uificio di ambasciatore britan- 
nico presso il governo degli Stati Uniti, ed aveva invece 
inviato ai congressisti una bella lettera augurale ed insieme 
ammonitrice, letta dal presidente effettivo dott. Ward nella 
seduta inaugurale ; dell' altro apprendemmo lì a Londra 
la recentissima morte, quasi la vigilia dell'inaugurazione. 
Alla sua memoria, il Ward stesso, il Tout aprendo la se- 
zione III, ed altri congressisti, dedicarono parole di vivo 
rimpianto e di alto elogio: continuatore della vasta opera 
del Gibbon, con la sua, Italy and her Invaders'^ « dilettante », 
si, ma dilettante come Grote, Mure, Hallam, di cui l'Inghil- 
terra va superba. 

Ho citato, senza ordine ne regola, pochi nomi. Ed erano 
accorsi a Londra, invece, oltre 500 storici della politica, del 
diritto, dell'economia, dell'arte, della letteratura, delie scienze 
tisiche e matematiche, della musica, di tutte le possibili cose. 
Comune, solo il modo di considerar l'obbietto ; cioè nel movi- 
mento, nel divenire, nel rapporto con l'uomo e con l'umana 
società. Tutti i rami grossi e piccini del grande albero erano 
rappresentati; un albero che era ancora arbusto meno di un 
secolo fa ed ora ha raggiunto proporzioni enormi. Voglio dire 
che in un secolo, « il secolo della storia », come è stato detto, 
la materia dell'indagine storica e gli oggetti dell'interessa- 
mento storico le spinte a scrivere storie sono decuplicati, 
dopo che, riabilitato il Medio Evo, riabilitato il passato^ in 
genere, gli uomini se ne innamorarono di amore filiale, pieni 
di un vago senso nostalgico o mossi da desiderio di pratiche 
restaurazioni; dopo che le scoperte di antichissime abita- 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 445 

zioni e di sepolcreti, con la rozza suppellettile, e le conquiste 
coloniali con relative esplorazioni geografiche ed etnografiche, 
ed il ritrovamento di antichità babilonesi egizie assire mi- 
cenee cretesi peruviane, ci aprirono gli occhi su l'infanzia 
della umana coltura, o ci fornirono materiali ingenti per Io 
studio non solo dei rudimentali aggruppamenti sociali 
d'Africa e d'Oceania ma della nostra vita stessa nelle età 
barbariche, o ci misero dinanzi civiltà grandi e misteriose ; 
dopo che giovani nazioni senza storia, affermatesi come co- 
scienza e come forza politica, si. misero a ricercar i titoli di 
diritto alla esistenza ed allo sviluppo, e nazioni vecchie ma 
vissute fuori del cerchio della nostra coltura europea entra- 
rono nella storia universale ed eccitarono in noi il desiderio 
di avvicinarle e conoscerle; dopo che, spostatosi il centro di 
gravità sociale, le masse imposero all'attenzione dello storico 
certi loro problemi di vita collettiva, gli diedero il gusto 
della storia economica, gli suggerirono canoni nuovi di in- 
terpretazione storica; dopo che, infine, mutati i Governi e 
rimasti senza più valore pratico tanti documenti, in seguito 
alla demolizione di vecchi istituti e diritti, si aprirono gli 
archivi. Insomma documenti nuovi e piìi copiosi ; spiriti di- 
versamente e simpaticamente atteggiati di fronte al passato; 
desiderio di studiar distintamente aspetti e manifestazioni 
prima ignorati o trascurati della storia e, viceversa, di consi 
derar nella loro unità aspetti e manifestazioni già visti e 
compresi l'uno separato dall'altro. Nella sua lettera al Con- 
gresso, James Bryce, un uomo che certo ha dovuto sentire 
e sperimentar molti degli impulsi nuovi che il XIX secolo 
poteva dare ad uno storico ; James Bryce lumeggiò talune di 
queste condizioni della moderna storiografia. Ho ricordato 
anche, più su, il libro recentissimo di G. P. Gooch : History 
and Historians in the 19J'' Century. Esso aveva visto la luce 
cosi a proposito ed era così ben intonato al convegno inter- 
nazionale di Londra, che vi ricevè una specie di consacra- 
zione ufficiale, nel discorso del dott. Ward. Ampliando il 
capitolo conclusivo della sua Cambridge modem History, 
dedicato appunto a The Growth of historical Science, e riat- 
taccandosi ad un saggio famoso di lord Acton su German 



145 G. VOLPE 

Scool of History inserito nel primo numero della Englisìi 
Historical Beview, il Gooch ha voluto « compendiare i mol- 
teplici aspetti della ricerca e della produzione storica du- 
rante il 1800, tracciare il profilo dei maestri della scienza 
storica, segnar lo sviluppo del metodo, misurar le influenze 
politiche religiose etniche che hanno contribuito alla elabo- 
razione dei libri più celebri, analizzar la loro azione su la 
vita e sul pensiero del loro tempo ». Vi si parla degli studi 
relativi alla storia romana, greca, orientale, ebraica, del cri- 
stianesimo, della Chiesa ecc.; vi si esaminano i contributi 
portati alla scienza storica dalla Germania, dalla Francia, 
dall'Inghilterra e dagli altri paesi d'Europa. Grandissimi 
quelli delle tre grandi nazioni ; scarsissimi gli altri. Circa 
20 capitoli dedicati agli storici tedeschi, inglesi e francesi ; 
poche pagine di un capitolo, dedicate all'Italia. Non diverse 
le proporzioni in cui gii studiosi italiani si sono trovati al 
congresso, di fronte agli altri.... 



* 
* * 



Inauguratosi il giorno 3 aprile, nella aula grande di 
LincoVn Inn, con un discorso presidenziale e con discorsi di 
delegati stranieri, quali il Wilamow^itz per la Reale Accademia 
prussiana, il Cordier per l'Istituto di Francia, l'Adams di 
Boston per la Società storica del Massachusets, il congresso si 
prolungò sino al 9 aprile, tenendo le sue sedute nella Great 
e nella Old Hall di Lincoln's Inn, in vari locali della 
Burlington House appartenenti a società scientifiche di 
Londra, nelle aule del King's College, àeìV University Col- 
lege, della Università di Londra, della Boyal unitet Service 
Institution. Di comunicazioni, circa 200; otto delle quali, 
il 4 ed il 7 aprile, in sedute generali: cioè di Eduard Meyer, 
del prof. Jorga, del Bernheim, di Henry Pirenne, del Whit- 
well di Oxford, del prof. Lappo-Danilewski, del Lamprecht, 
di Otto Gierke. Da par suo, da Re nel suo proprio regno, 
parlò sopra Ancient History and historical Besearch in the 
last Generation il Meyer, disegnando un ampio quadro, pieno 



I 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 147 

(li figure e di colore, dando rilievo ai momenti più impor- 
tanti ed agli uomini più significativi, accennando alle que- 
stioni più dibattute, alle conquiste ormai assicurate. E 
veramente non so chi possa oggi stargli a pari nella pro- 
digiosa dottrina in fatto specialmente di storia orientale antica, 
nella facilità con cni attinge alle fonti più disparate, lette- 
rarie, epigrafiche, archeologiche, etnografiche (anche in un'altra 
comunicazione fatta nella sezione I, intorno a Representation 
of foreign Races in the egiptlan Monuments, il Meyer diede 
saggio dei risultati di una spedizione da lui diretta in Egitto, 
per copiar quelle rappresentazioni), nella agevolezza con cui 
passa dalla storia dell'Egitto ai Mormoni d' America, dalla 
descrizione dello sviluppo economico dell'antichità a que- 
stioni di teoria della storia; attività ed attitudini varie che 
si rispecchiano ora nel volume in cui ha raccolto parecchi 
suoi Kleine Schriften zur Geschichstheorie und zur ivirt- 
schaftlichen- u. imlitischen GeschicJite des Alterthums. 

Con Nicola Jorga, i congressisti entrarono nel bel mezzo 
d'ella storia medievale, alla ricerca del Les bases nécessaires 
d'une nouvelle histoire du Moyen Age, sebbene anche esse 
poggino, dice il relatore, sull'antichità romana, sull' Impero, 
creazione ultima e più universale di Roma. Le basi di una 
nuova storia: poiché il Medio Evo, — oggetto prima di avver- 
sione, per amore e apprezzamento esclusivo della romanità re- 
pubblicana, egualitaria, illuminata; poi, rinnovatesi o cominciate 
ad affermarsi le vecchie e nuove nazioni alla fine del XVIII se- 
colo, amato sì e studiato, ma per curiosità di cose strane, 
fantastiche, sentimentali, quasi ne fossero esse l' essenza, o 
per desiderio di trovarvi i principi delle nazioni stesse, e 
quindi fatto a brani in tante diverse storie quanti i popoli ; 
caduto infine nelle mani di eruditi, chiusi ciascuno nel suo 
piccolo angolo di mondo — il Medio Evo, dico, vuole ora essere 
studiato come epoca di coltura, di determinata coltura che 
ha un valore di per sé ; studiato nella sua unità che non 
comporta ancora distinzioni nazionali. Questa unità, fondata 
da Roma, resistè ai barbari ed alla Chiesa. Barbari e Chiesa, 
anzi, cercarono pur essi di realizzarla in sé e per sé, rinno- 
vando l'Impero uno. Cosi i Franchi, i Tedeschi, perfino i 



148 G. VOLPE 

Bulgari e gli Arabi; così i Papi. I quali ultimi sembrano, 
con Innocenzo III, riuscire allo scopo, quando essi in occi- 
dente prendono il posto dell' Imperatore g-ermanico ed in 
oriente considerano loro vassallo il restaurato Imperatore latino. 
Insomma, ciò che avviene in Europa e nella vicina Asia 
araba, sino ar200, può essere classificato sotto il capitolo degli 
sforzi e delle lotte per ristabilir l'Impero, per avere l'Impero, 
l'Impero unico e solo. Ecco l'idea da mett -re a fondamento, 
])er sistemare in un tutto organico i fatti piìi vari di quella 
età, per avvicinar e coordinar la storia dei barbari e dei 
Romani, l'oriente e l'occidente, i primi e gli ultimi secoli del 
Medio Evo; ecco les bases necessaires di una storia medie 
vale che è da scrivere ancora e che deve essere parte es- 
senziale di quella storia universale che il prof. Jorga invoca, 
l)er appagamento di bisogni scientifici ed insieme per preoc- 
cupazioni d'ordine pratico. Poiché il Jorga vuol guardare e 
guarda anche il presente, nella sua attività di storico. Atti 
vita grande: è uscita dalla sua penna una GescUiclite des 
osmanischen Reichs, che fa parte della Geschichte der euro- 
paischen Staaten (parte, alla sua volta, di una Allgemeinc 
Staatengeschichtc) ed ha toccato, col 8° volume, il XVII secolo. 
La Rumenia gli deve una Geschichte des rumànischen Volkes 
im Rahmen seiner Staatsbildungen, in due volumi (Gotha, 
Perthes, 1905), una storia della Chiesa rumena (in rumeno), 
varie raccolte di documenti ed una copiosa serie di lavori, 
parecchi dei quali, da un anno in qua, vedono la luce in un 
Bulletin de la Académie roufnaine, section historique (Bu- 
karest, editore Charles Gobi), che è redatto sotto la sua dire- 
zione e per due terzi scritto da lui. Anche a noi Italiani egli lia 
dedicato una Breve storia dei Bwmeni con speciale considera- 
zione delle relazioni con l'Italia, pubblicata nel 1911 per il no- 
stro cinquantenario, come « omaggio di un popolo fratello ed 
amico », dalla Lega di coltura rumena. Fa parte di una serie 
di indagini che il Jorga ha compiuto per metter in luce i rap- 
porti prossimi o remoti fra Italia e Rumenia, fra coltura latina 
bizantina e coltura rumena. Anche nel congresso di Londra, 
un altro tema su cui egli ha riferito (sez. II) è stato quello 
de La survivance byzantine dans les pays rowmains:, e 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 149 

l'ultimo numero del Bulletin, pubblicando, insieme con altri 
articoli di attualità balcaniche, Quelques informations nou- 
velles concernant Vhistoire des Rouniains, dava notizia anche 
di « un precursore della confederazione balcanica » (pochi 
mesi fa si riteneva, questa, un fatto compiuto), l'italiano Marco 
Antonio Canini, esule da Venezia dopo il 1849 e vaj-vabondo 
per la Grecia Turchia Bulgaria Rumenia, professore gior- 
nalista agitatore di idee liberali e nazionali, «.ognatore di 
piani politici grandiosi che dovevano culminare — con 
l'aiuto della nuova Italia, conscia, in fatto di politica estera, 
della sua « principale missione di liberare e civilizzare i po- 
poli dell'Oriente europeo » in una confederazione di Ru- 
meni Serbi Greci Bulgari Armeni ecc., come unica possibile 
organizzazione in un paese incapace di più stretta unità, come 
unico mezzo per vincer la Turchia senza bisogno di aiuti 
europei, anzi proclamando il principio del non intervento, e 
nel tempo stesso alzar una diga contro la Russia invadente.... 
Chiedo scusa di questa mia divagazione balcanica e 
torno al congresso. Sempre nel campo del Medio Evo si ten- 
nero, del tutto in gran parte, il Whitwell, il Gierke, il 
Bernheim, il Pirenne, per quanto con assai diversi contributi. 
Il Whitwell fece e illustrò una sua Proposai for a new me- 
dieval latin Dictionary, per un nuovo e più ricco e più moderno 
Du-Cange. Da oltre un secolo e mezzo, egli disse, Carlo du 
Fresne du Gange ha pubblicato il suo dizionario (a. 1678) ; ed è 
lempo di pensare ad un'altra compilazione. L'Inghilterra, col 
cresciuto numero dei suoi studiosi e dei suoi istituti superiori, 
ne sente un vivo bisogno; ma non minore questo bisogno è 
altrove, dovunque i vitali problemi delle istituzioni, del pen- 
siero, della vita sociale del M. E. sono oggetto di studio. 
L'opera dovrebbe perciò essere il risultato di una collabora- 
zione internazionale di studiosi, come collaborazione di stu- 
diosi e di uomini colti inglesi è il New english Dictionary 
on historical Principles, compilato su materiali raccolti dalla 
Società filologica e conosciuto comunemente come The Oxford 
english Dictionary. Cominciato nel 1884, ora è quasi com- 
piuto ed occuperà 10 volumi. Un foglio di esso fu distribuito 
ai congressisti, come saggio di ciò che si può fare per il la- 



150 G. VOLPE 

tino medievale. Su proposta del Whitwell, il Cono-resso rivolse 
invito agli studiosi di ogni paese perchè preparino, ciascuno 
di su le opere e i documenti propri, la raccolta delle parole 
e citazioni, e sollecitò l'Associazione Internazionale delle Ac- 
cademie a voler coordinare l'opera dei comitati nazionali. 
In una lettera al Times del 5 aprile, il Whitwell esprimeva 
poi la sua fiducia nella riuscita dell'impresa e specialmente 
la fiducia di trovar in Inghilterra i fondi necessari: « io non 
posso immaginare »; aggiungeva, « un impiego di denaro più 
rimunerativo, nell'interesse degli studiosi ». Che la fiducia si 
comunichi agli altri ed agevoli l'impresa! 

Col Gierke e col Bernheim si salì a più concettuali sfere. On 
the Historij of the Majority Principle, cioè su idee ed istituti at- 
torno ai quali egli si travaglia da oltre mezzo secolo, per scopi di 
scienza e per desiderio di applicazioni pratiche, riferi l'autore 
della classica opera sulla associazione tedesca, perseguendo 
attraverso il diritto medievale e moderno tedesco il concetto, 
ora diffusissimo ma non spontaneo ed evidente, della mag- 
gioranza. Unanimità richiedeva la più antica legge germa- 
nica, magari ottenuta con la forza; ma lentamente, nel se- 
condo Medio Evo, il principio di maggioranza si affermò 
vittoriosamente anche in Germania, per quanto solo come 
mezzo per raggiungere l'unanimità: « minor pars majorem 
sequatur ». Ed ecco il concetto di « Genossenschaft », di « Fel- 
lowship », dal quale si salì a quello di corporazione, per 
mezzo di giuristi e canonisti che fondarono il principio di mag- 
gioranza sulla finzione che la « major pars » o, secóndo la 
Chiesa, la « major et sanior pars » dovesse giuridicamente 
valere come il tutto. La teoria della « persona ficta » pro- 
posta da Innocenzo IV, con la quale si violava ed annullava 
ogni qualunque sfera di diritti individuali, divenne teoria 
dominante; e nel secolo scorso il Savigny e la sua scuola fe- 
cero della persona fittizia la base della loro dottrina su la 
persona giuridica. La vecchia concezione collettivista non 
era stata, tuttavia, pienamente tolta di mezzo; anzi, la scuola 
del diritto naturale che risolveva ogni associazione, compreso 
lo Stato, in un insieme di contratti e che fondava anche il 
principio di maggioranza su un originario contratto unani- 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 151 

memente conchiuso, preparò la risurrezione dell'idea di « Ge- 
nossenschaft ». Ma poi la teoria del contratto sociale tramontò. 
In ogni modo, il principio di maggioranza, essendo per il 
Gierke solo un elemento nella sistemazione di quegli orga- 
nismi sociali che sono le associazioni, ha mero valore storico 
e relativo e la sua applicazione o limitazione è materia di 
norma legislativa. 

Più interessante, per chi non fosse storico e doramatico 
del diritto, riuscì la comunicazione del Bernheim. Frn gli 
studiosi tedeschi, egli è uno di quelli che con maggior com- 
piacenza si indugiano su speculazioni storico-filosofiche e in- 
sistono sull'idea della utilità che alla intelligenza della i)oli- 
tica e della vita pratica del passato ])uò venir dallo studio 
dei grandi sistemi filosofici o teologici. Ricordo tra V altro 
una sua memoria su Ottone di Frisinga, per chiarirne la po- 
sizione fra nominalisti e realisti; ed un'altra, ììgììsì Deutsche 
Zeitschrift fiir Geschichtswissenschaft del 1896, su Begriffe 
des 31. A. im Lichte der Anschauungen Augustins, in cui met- 
teva specialmente in evidenza uno dei concetti agostiniani 
che ebbe più importanza pratico-politica nel M. E.: cioè il 
concetto della « pax », della condizione di interno ed esterno 
equilibrio per cui ogni cosa creata si fissa al suo posto nel 
Cosmo e cosi partecipa in incondizionata coordinazione e 
subordinazione al supremo bene, all'unità in Dio; quella « pax » 
(contrapposta alla falsa pace o supina rassegnazione al male) 
che Gregorio VII voleva instaurare nel mondo anche con le 
armi e col sangue, ripetendo con Geremia il « maledictus homo 
qui prohibet gladium suum a sanguino». Ho ricordato questo 
scritto del Bernheim (e potevo ricordar anche l'altro, recentis- 
simo, Die AugusUnische Geschichtsanschauung in Ruotgers 
Biographie des Erzh. Bruno von Kòln, apparso nella Zeit- 
schrift der Savigny - Stiftung del 1912), perchè in esso c'è 
più di uno spunto di ciò che ha detto al congresso londi- 
nese su Die historische Inter pretation aus den Zeifanscha- 
uungen. Egli ha notato che l'idea secondo cui ogni età ha 
una sua propria impronta — idea fecondissima, sviluppatasi 
lentamente e solo con Hegel e Comte fondata sistematica- 
mente — non ha avuto l'applicazione di che sarebbe stata 



152 G. yoLi'K 

suscettibile, specialmente nel campo della vita spirituale, 
delie concezioni generali e fondamentali delle diverse età. 
Anche se tali concezioni sono all'ingrosso conosciute, non si 
conosce a suflficienza, nei diversi tempi, la loro influenza sulle 
idee particolari, sui giudizi e sugli atteggiamenti vari degli 
uomini e dei gruppi, svoltisi e derivati da queste generali 
concezioni. La interpretazione storica si priva così, assai 
spesso, di un efficace aiuto. Un esempio è dato dal mondo 
agostiniano che caratterizza tutta una età e ad essa imprime 
il suo potente suggello. 

A proposito di teorie medievali, di Innocenzo IV e di 
S. Agostino, mi sia lecito ricordar qui, seguendo un ordine 
sostanziale, le considerazioni fatte il 4 aprile, in seduta di 
sezione (sez. VII, Storia della civiltà medievale e moderna), 
dal dott. A. J. Carlyle, sopra The Sources of mediaeval po- 
liticai Theory and its Connexion with mediaeval Politics. 
Assai complesse, queste fonti. Si possono citare, tra esse, le 
teorie sociali e politiche delle scuole filosofiche degli ultimi 
secoli del mondo antico; talune concezioni specificamente 
cristiane, in particolar modo quella della natura divina del- 
l'autorità secolare e quella dell'indipendenza dell'autorità 
spirituale; i concetti impliciti nell'ordinamento politico delle 
nazioni germaniche; l'influenza delle controversie fra potere 
temporale e spirituale; l'influenza dei rinascenti studi di di- 
ritto romano nel XII e XIII secolo ; l'influenza di Aristo- 
tile ecc. Nell'insieme, alcune teorie medievali o alcuni aspetti 
di esse (come ad es. la concezione di legge naturale, la di- 
stinzione tra istituti naturali e convenzionali ecc.) eran tra- 
dizionali derivavano da fonti letterarie; altre invece erano 
connesse con l'assetto, col carattere della società medievale : 
cosi l'idea di un patto, di un contratto tra principe e società. 
Di esse noi possiamo e dobbiamo metter da parte, come poco 
più che speculazioni astratte, la teoria di uno Stato univer- 
sale e considerar esagerata l'importanza che si è voluta at- 
tribuire alla concezione teocratica dei Papi; ma di grande 
portata furono, senza dubbio, la teoria della indipendenza 
dell'autorità spirituale, la teoria del contratto come modo di 
fondazione dell'ordine politico e qualche altra ancora. 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 453 

Ed anche nella sezione terza, di storia medievale, vi 
sono state comunicazioni intorno a teorie su la società, su Io 
Stato ecc., nell'età di mezzo. Particolarmente notevoli, quella 
8U la Dantes Gesellschaftslehre del dott. Fritz Kern e l'altra 
del prof. Bloch su Kaisertum und Papstum in 13. Jahrhun- 
dert. La comunicazione del Kern, che ora vedo stampata 
nella Vierteljahrschrift fur Sozial-und Wirtschaftsgeschi- 
chte, voi. XI, 1918, pp. 289 e segg. e che è saggio di più ampio 
lavoro apparso quest'anno a Lipsia {Humana Civilitas (Staat, 
Kircìie und Kultur). Eine Dante- Untersuchung), pone e 
risolve nel senso di Dante varie questioni : quale il conte- 
nuto e lo scopo della scienza della società? Come sorge e si 
perfeziona l'organizzazione sociale ? Come si comportano lo 
Stato e la Chiesa, le due associazioni universali, di fronte 
all'individuo? Nel Medio Evo, dice il Kern, il tentativo di 
giungere ad una dottrina cristiana della società pareva do- 
vesse fallire, non potendo condurre ad essa nessuna delle vie 
allora battute. Poiché la dottrina della « Communio Sancto- 
rum » presentava non un organismo ma un semplice aggre- 
gato, una rilassata moltiplicità di esseri perfetti; e la dottrina 
aristotelica, invece, una complessa e serrata unità i cui ele- 
menti' singoli, gli individui, erano quasi annullati. Lì, perciò, 
coesistenza di anime, libertà piena che induce a fuggir il 
mondo per l' isolamento ascetico ; qui, asservimento degli indi- 
vidui all'organismo sovrano che ha esso solo vita propria e 
scopi propri. Queste due vedute, appunto, Dante si propone 
di fondere, nobilitando la dottrina aristotelica dello Stato con 
quella della comunione dei santi, conciliando libertà e subor- 
dinazione, individuo e società. E il tentativo è felicemente 
comj)iuto in special modo nella Divina Commedia, dove l'Ali 
ghieri sviluppa a modo suo il De civitate Dei di Agostino, 
ma evitando i due estremi e facendo della civile società 
un risultato dell'individuo che assolve tutti i suoi compiti e 
si affatica per la perfezione e la libertà, e nel tempo stesso 
un presupposto e un mezzo per il perfezionamento e per la 
liberazione individuale. La Divina Commedia rappresenta 
poeticamente e drammaticamente tutto questo ; in modo nega- 
tivo {'Inferno, positivo il Purgatorio e il Paradiso. Nel- 



154 G. VOLPE 

l'Inferno, più si scende, cioè più si va alle anime che sono 
state in balìa delle cupidige e delle passioni terrene, intem- 
peranti, violenti, fraudolenti, e più le forme della socialità 
sono instabili e imperfette. Vi è sempre l'istinto dell'associa- 
zione, proprio dell'uomo; ma sotto il dominio degli appetiti, 
si stringono sì legami, a scopo di godimento e d' interesse 
materiale, ma si rompono anche facilmente. E più si è mal- 
vagi, più si rifugge da essi. In fondo aìVTnferno, i traditori, 
specialmente quelli che han tradito lo Stato e la Chiesa, sono 
la negazione piena di tali legami sociali. Estrema abiezione 
morale ed estremo isolamento sono la stessa cosa. Invece, 
nel Purgatorio e nel Paradiso si presenta sempre più per- 
fetta l'unione delle anime, quanto più queste hanno espiato 
e si sono purificate, quanto più son vicine a Dio. Cioè, gli 
uomini singoli, vincendo i brutali appetiti, acquistando libertà 
spirituale, si mettono in grado di vivere in pace e in società. 
Vuol dire che, ad un certo punto, raggiunta la perfezione, 
riuscite le anime alla visione di Dio, per esse l'organizzazione 
non ha più valore. Siamo nella « Communio Sanctorum », 
neir Empireo, sede della vita contemplativa. Conclusione : la 
civile società sorge dalle anime singole che lottano vittorio- 
samente con la materia per liberarsi dalle scorie terrene, non 
da quelli che sono servi di essa, non da quelli che la hanno 
vinta del tutto e sono perfetti. Ma come si combatte, si chiede 
a questo punto il Kern, ricostruendo il pensiero di Dante ; 
come si combatte questa vittoriosa battaglia ? Abbiamo qui 
la terza delle tre questioni dette sopra. Ci vuole l'educazione, 
ci vogliono i mezzi di grazia. Ecco la comunanza, presupposto 
e condizione del perfezionamento individuale ; ecco lo Stato 
e la Chiesa, necessari ad esso. L'individuo preesiste alla 
comunanza e la produce, ma anche la comunanza preesiste 
all'individuo poiché lo foggia. Nato in condizione di peccato 
ereditario, l'uomo riesce a redimersi e spiritualizzarsi con 
l'aiuto dei beni che a lui dà o trasmette la umana comu- 
nanza, vuoi che questa agisca direttamente su di lui, cioè 
sopra il suo spirito, vuoi che agisca indirettamente, cioè 
sull'esterno. Ecco la Chiesa e lo Stato, rivolte ad uno stesso 
scopo, ma con mezzi diversi e in diverse sfere di attività; 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 155 

l'una coi mezzi della grazia, con la carità, sopra i sentimenti 
dell'uomo, l'altro con la coazione legale e con la legge, su le 
azioni, ma per giungere dalle azioni ai sentimenti, per riuscir 
con la legalità ad elevar la moralità, cioè alla mèta stessa a 
cui tende la Chiesa. La Chiesa è perciò piiì in alto dello 
Stato, poiché la sua azione va direttamente. Ma lo Stato è 
indipendente, è responsabile solo davanti a Dio che lo ha 
creato a sé stante, come ha creato la Chiesa. — Queste; alla 
meglio, le idee esposte dal Kern, il quale si rivelò un acuto 
studioso del pensi l'ro politico e sociologico dantesco e me- 
dievale in genere. Del resto, a quel periodo di tempo che 
sta tra il '200 e il '800 e che comprende appunto la vita e 
l'azione dell'Alighieri, il Kern ha dedicato anche altre inda- 
gini, i frutti delle quali sono raccolti nel volume degli Ada 
Imperii Angliae et Franciae ab an. 1267 ad an. 1313, pub- 
blicati da lui nel lolle riguardanti l'Italia oltre che l'Inghil- 
terra e la Francia. Uomini, questioni, istituzioni di quell'età 
tempestosissima e decisiva nella vita italiana ed europea, e 
specialmente quanto riguarda l'Impero e la letteratura politica, 
ricevono nuova luce da quei documenti e dalla illustrazione 
che ne diede allora il diligente editore. 

Sopra un Papa, specialmente, si ferma invece il Bloch: 
su Innocenzo IV, col quale l'Impero volge decisamente verso 
la rovina, solo per poco arrestata sui principi del '300. Di 
quella rovina la spiegazione prima deve essere cercata nelle 
complesse condizioni politiche e culturali del tempo. Ma In- 
nocenzo IV seppe utilizzare queste condizioni e guidò da 
maestro la lotta del Papato con l' Impero dopo il 1254, in- 
dicando ai successori i mezzi con cui sostener la supremazia 
papale e della Chiesa. Da Cardinale, egli aveva composto 
l'ampio apparato di Glosse alle Decretales di Gregorio IX, 
in cui fissò definitivamente le basi teoriche di quella supre- 
mazia; da Pontefice, edificò su quelle basi, cioè tradusse in 
realtà i suoi convincimenti. A ciò si servì della dottrina su la 
« specialis conjunctio » tra Papa ed Imperatore; questo, come 
« advocatus ecclesiae romanae », come tale cioè che deriva la 
sua autorità dal Papa ed è quindi un impiegato della Chiesa. Di 
qui la pretesa che, « vacante imperio, papa succedit in jure 



G, VOLPE 



imperii », accampata da Innocenzo IV forse più che non 
avessero osato i suoi predecessori (comincia ad apparire nel- 
rXI secolo con Pier Damiani, mi pare) e da lui fatta valere 
ripetutamente nell'esercizio di diritti imperiali, vuoi in Italia 
vuoi in Germania. In particolar modo la fece valere, questa 
sua prerogativa di vicario dell'Impero, nella questione elet- 
torale, poiché ad Innocenzo IV riuscì di assoggettare l'ol >- 
zione dell'Imperatore, considerato come un funzionario suo, 
alle norme del diritto canonico e di equiparar la elezione 
fatta dai Principi alle forme della elezione vescovile, con lo 
stesso obbligo di conferma papale, con lo stesso diritto del 
Papa di nominar esso l'Imperatore se l'elezione fosse man- 
cata ecc. Per un secolo, fino a Ludovico il Bavaro, gli Im 
peratori furono eletti così, secondo queste norme canoniche, 
le quali ebbero piena vittoria sull'antico diritto tedesco. Un 
trattato inglese di Lorenzo da Somercote (1254), del quale il 
Bloch diede interessanti notizie, permette di seguire assai da 
vicino questo strano, eppure — date le condizioni spirituali 
del M. E. — spiegabile processo. Il (piale dura sino a che 
non viene a turbarlo, dalla Francia di Filippo il Bello e 
dall'Inghilterra di Edoardo III, dall'Italia e dalla Germania 
della Rinascenza, il nuovo pensiero cui era riservato l'avve- 
nire: il pensiero dello Stato nazionale e laico. 

Fra altre teorie che le agostiniane o aristoteliche o teo- 
cratiche ci portò il Pirenne, lo storico della Geschichte Bel- 
giens, de Les anciennes démocraties des Pays-Bas (Paris, 1910) 
e, in generale, delle istituzioni, della economia, delle vicende 
civili delle città belghe e fiamminghe. Les étapes sociales de 
revolution du capitalisnie du XII/ mi XIX/ siede, diedero 
a lui materia di una brillante esposizione dinanzi all'assem- 
blea generale dei congressisti il 4 aprile. Sostenne falsa o 
esagerata la recente dottrina che il commercio medievale 
fosse un piccolo commercio di bottegai, che quei mercanti 
fossero anche essi artigiani, dediti al lavoro manuale per 
produrre o girovaghi per vendere, incapaci di realizzar grandi 
guadagni, anzi contenti di viver alla giornata e privi di spirito 
capitalistico. No! Vi è un grande commercio, vi sono abili e for- 
tunati speculatori, vi è la tendenza e la possibilità di accumulare. 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 157 

Ed il Pirenne cita documenti e dati biografici o autobiografici 
di mercanti belgi che dimostrano tutto (questo. Non solo; Ma, 
|)er il Pirenne, tale attività e spirito commerciale si sono 
svolti e manifestati, dall' XI secolo in j)oi. nella gente nuova, 
nei piccoli possidenti che hanno venduto l'allodio e si sono 
inurbati: elemento ardito, intelligente, tenace, come sempre 
quelli che mutano sede per tare o rifare la propria fortuna, 
come sempre gli artefici di sitfatte trasformazioni ! Sono essi, 
questi contadini che non possono più vivere nella campagna 
e vanno a darsi al commercio entro le città, i creatori del 
capitalismo. Gli antichi « rentiers » non vi ebbero una gran 
parte e furono soppiantati dalla nuova aristocrazia finanziaria 
e terriera che, radicale e rivoluzionaria prima, divenne con- 
servatrice dopo che ebbe raggiunto la mòta e lasciò il radi- 
calismo ad un'altra democrazia che si formò, per compiere 
alla sua volta lo stesso ciclo. Poiché non v'ò continuità, non 
v'è un piano in ascesa continua, in questa storia delle classi 
capitalistiche; vi son invece tante fasi, tante distinte unità. 
Come vedesi, è presa di miVa dal Pirenne la tesi fondamen- 
tale di Werner Sombart, svolta in Die Entstehung des mo 
dernen Kapitalismus: un altro critico, da aggiungere ai 
molti altri che, o discutendo sulle generali (il Delbriick e, 
con maggior competenza, il von Below) o saggiando quella 
tesi al fuoco della realtà storica ricercata in particolari am- 
bienti, a Venezia, a Firenze, ad i\.ugsburg (l'Heynen, il Melt- 
zing, lo Strieder ecc.), hanno non demolito ma solo ristretto 
il valore generale della teoria. Del resto, il Pirenne è com- 
parso al congresso storico di Berlino con grande spirito bat- 
tagliero. Se nella adunanza a sezioni riunite tirò sopra il 
Sombart, nella adunanza della sezione III (Storia medievale) 
volle prendersela anche col Biicher e con la teoria sua del- 
l' economia urbana (cfr. il libro quasi famoso su Die Ent- 
stehung der Volkswirtschaft), dell'economia delle città prima 
che queste si connettessero in maggiori organismi politici ed 
economici. Per il Bticher, quella economia urbana era ristretta, 
locale, essenzialmente protezionista. (Notisi qui la parentela 
Sombart- Bticher). Il Pirenne obietta che una siffatta economia 
esiste, 81, ma non già nel periodo classico delle città e della 



158 G. VOLPE 

vita cittadina. Esiste invece nel tardissimo Medio Evo ; ed 
esiste se mai, prima di allora, nelle piccole città, che non 
sono mai da prendere come norma e criterio di un'epoca e 
di un sistema. Il Bitcher è venuto alle sue conclusioni ap- 
punto perchè ha studiato Torganizzazione municipale del '300 
e '400, e perchè ha avuto sotto gli occhi specialmente città di 
secondo o terzo ordine, povere di vita nei primi tempi e di 
documenti che vi si riferiscano. Ma se ci si volge alle grandi 
città italiane, fiamminghe, renane, si vede che qui le cose 
hanno avuto un andamento affatto diverso da quello imma- 
ginato dal Biicher. Qui l'attività economica del XII e XIII se- 
colo è determinata da un gruppo di mercanti dati al commer- 
cio generale o intercomunale, i quali appartengono proprio 
al momento iniziale dell'economia capitalista. E facile trovar 
segni della loro influenza su 1' organizzazione di tutti i me- 
stieri che producono per esportare, su 1' organizzazione del 
commercio ; V una e 1' altra assai diverse da quelle che si 
son volute considerar come tipiche dell'economia urbana. La 
quale, così come è stata concepita dal Biicher, non è un 
fatto primitivo ma secondario ; non è della giovinezza ma 
della maturità e decadenza; è trasformazione di condizioni 
preesistenti assai diverse. Certo la tendenza regolamentare ;^ 
antica, ma solo tardi diventa angusto protezionismo e fasti- 
diosa limitazione, cioè col XIV secolo, quando gli artigiani 
salgono al potere in molte città e gli antichi mercanti e l'an- 
tico capitalismo scadono dalla posizione che avevano occu- 
pato. Allora i mestieri dominarono l'industria e il mercato; 
la legislazione si preoccupò specialmente della piccola bor- 
ghesia, volle più proteggere i lavoratori che aiutar lo svi- 
luppo dell'attività economica. Allora si entrò davvero nel pe- 
riodo dell' « economia urbana » nel senso del Biicher; e pur 
tuttavia, i suoi successi furono pieni solamente nel campo 
della piccola industria. 

Le due comunicazioni del Pirenne, cosi connesse che si 
potevan quasi dire due aspetti di una medesima questione, 
ebbero consensi ed applausi moltissimi. Un amico maligno 
insinuò che potevano essere applausi di mani inglesi e fran- 
cesi, cioè di duplice intesa; e parve voler rimanere della 




IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 159 

sua idea anche quando gli feci notare che in nessun paese 
il Sombart aveva avuto tante critiche (non risparmiate nean- 
che al Bticher), quanto in Germania, No, no. Il Pirenne parlò 
con brio, con spirito, con chiarezza, con calore e spontaneità 
quasi di improvvisazione; oltre che con quella dottrina e 
con quella consumata conoscenza delle fonti del suo paese 
che tutti gli riconoscono. E bastava, per il successo. Del 
resto, tutti al Congresso poterono rilevare come la sezione 
di storia medievale fosse delle più favorite da concorso e da 
interessamento vivo di ascoltatori. Quel mondo, così unito e 
coerente pur con la sua economia prevalentemente locale, pur 
senza telegrafo e vapore e politica intercontinentale, ha sem- 
pre tutto il suo fascino; quella storia è storia di tutti, quasi 
un comune possesso ed una comune patria, come forse nes- 
sun' altra. Per lo meno, nessun' altra può fornir tanta oppor 
tunia materia ad un congrèsso internazionale di storici! Una 
riconferma ne avemmo quando il dott. Davidsohn fece, in 
tedesco, la sua comunicazione On the early Period of fio- 
rentine Colture. Fu un rapido esame dei fattori che più ef- 
ficacemente hanno agito su Firenze, dopo il Mille, facendo 
di quel popolo così riccamente dotato un elemento costitu- 
tivo di tutta la vita intellettuale moderna. Quali, questi 
fattori? Si è molto parlato dell'influsso di Roma su la Rina- 
scenza; ma i fenomeni che caratterizzano la Rinascenza co- 
minciano a vedersi in Firenze già varie generazioni prima 
del Petrarca e di Cola di Rienzo: cioè la coltura che si uma- 
nizza e secolarizza, gli interessi terreni che sempre più oc- 
cupano di sé gli uomini. Giacche son questi, e non, come 
anche si è detto, il desiderio di un rinnovamento religioso, i 
segni e gli impulsi della Rinascenza. Tanto è vero che Fi- 
renze, con tutto il suo guelfismo, non solo ebbe, in due se- 
coli, innumerevoli conflitti con la S. Sede, ma anche, dopo 
Federico II, manifestò tendenze assai spiccate di pensiero 
razionalistico che era quasi ateismo. Guido Cavalcanti in- 
formi, egli che ebbe con Federico II una grande parentela 
spirituale : l'uno e l'altro influenzati dai commentatori arabi 
di Aristotele, l'uno e l'altro « epicurei », cioè increduli nel- 
l'immortalità dell'anima, come tanti a Firenze. È assai signi- 



160 G. VOLPE 

ficativo, osservò a questo punto il Davidsohn. che Dante, il 
quale pure aveva gli occhi aperti sull'Italia tutta e sul mondo, 
non conoscesse « epicurei » se non fiorentini. Certo a Firenze 
la lor pianta dovè attecchire e ramificare più rigogliosa- 
mente che altrove. Così potè acquistarvi rinomanza grande 
anche Michele Scoto, il principale elaboratore delle idee di 
Averroè e di Avicenna in occidente. Un influsso ghibellino, 
dunque, esercitato specialmente dal Re di Sicilia, il cui 
nome, morto egli appena, riempie la novellistica fiorentina 
e penetra presto, assumendo forme mitiche, anche in scritti 
di tali che gli erano stati nemici. Altri influssi, poi : quello 
romano, che certo non poteva mancare, come dimostrano la 
simpatia e la notevole conoscenza dei classici in Firenze^ i 
nomi delle persone sin dall' XI secolo, le leggende di Roma 
e di Troia, delle quali i Fiorentini alimentavano la loro in- 
fanzia; quello francese, esplicatosi specialmente dopo il 1267, 
al tempo degli Angioini e di Carlo di Valois, e fattosi sen- 
tire sui costumi, sulla letteratura, sul gusto in genere dei 
cittadini; quello dell'Università e della scuola poetica bolo- 
gnese, specialmente del Guinizelli, « padre » dell' Alighieri. 
A non contare il commercio, che metteva i Fiorentini, quinto 
elemento del mondo, in contatto eoi popoli di tutta Europa 
e con Asia e con Africa; le continue e accese lotte politiche 
e sociali interne, che tenevan desti ed alacri gli spiriti; l'at- 
tività continua e generale nelle cose tutte della vita pub- 
blica, in quanto riguardava le leggi, la guerra, la moneta, le 
linanze, le ambascerie, la sorveglianza su edifici e costruzioni 
d'ogni genere ecc., donde uomini versati in tutto, capaci di 
ogni sforzo, universali, nel senso nuovo della parola: Dante, 
Giotto, Leonardo, Michelangiolo. Vien fatto di pensare al 
Biicher ed alla sua teoria, trasportata dall' ordine dei fatti 
economici a qu.;llo dei fatti morali : la comunità cittadina 
deve trovare e trova nei suoi membri, collettivamente e 
singolarmente presi, di che soddisfare tutti i suoi bisogni, 
mediante prestazioni di ogni genere. Su la bella comunica- 
zione del Davidsohn vi fu chi prese la parola e svolse con 
una certa larghezza, consentitagli in forma particolarmente 
cortese dalla presidenza, alcune considerazioni che in parte 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 161 

corroboravano le idee del Davidsohn (specie in rapporto 
alla spontaneità del moto di Rinascenza ed alla sua autono- 
mia di fronte all'azione dell'anticliità classica, la quale non 
fece se non aiutar gli Italiani ad acquistar la coscienza di 
ciò che già avevan inconsapevolmente elaborato), e in parte 
le integravano, come ad esempio dove fu rilevata l' impor- 
tanza della storia di Firenze e delle città italiane in genere 
per quel che riguarda, almeno praticamente, i rapporti fra 
lo Stato e la Chiesa. 

* 
* * 

Comunicazioni di notevole valore ed interesse ebbe anche 
la sezione V per la storia religiosa ed ecclesiastica. E vi 
spenderemo attorno alcune parole, sempre nei limiti segnati 
dalia nostra competenza e dall'indole di questo periodico. 
The Relation of Cluny to sanie other Movements of monastic 
Reform diede materia di discorso (e fra poco di un libro) alla 
sig. Rose Graham, la quale lumeggiò le varie consuetudini 
suppletive alla regola benedettina che si svilupparono per 
opera di Cluny nel X e XI secolo e che poi, compilate e diffuse 
in Inghilterra, in Italia e in Germania quando Cluny era 
all'apice della sua fama, informarono di se i nuovi Ordini al- 
lora in via di nascimento. Quando infatti i primi monaci di 
Citeaux organizzarono la loro vita secondo le prescrizioni let- 
terali di S. Benedetto, non attinsero già immediatamente alla 
regola del grande e lontano fondatore, ma alle consuetudini 
di Cluny. Il quale si fece sentire anche fuori del mondo be- 
nedettino, direttamente o pel tramite dei Cistercensi. Cosi 
il « Liber usuum » dei Canonici regolari di S. Vittore, a Pa- 
rigi, tolse a prestito largamente dalle consuetudini di Ber- 
nardo di Cluny, ma risenti egualmente l'azione cistercense. 
Cosi i Premostratensi presero i loro istituti quasi intera- 
mente dalle consuetudini, dagli ordinamenti, dalla « Charta 
caritatis » di Citeaux. - Tra i Francescani, invece, ci condusse 
Mr. A. G. Little riferendo sopra Some new Discoveries con- 
cerniny the « Fioretti » and the « Legenda trium sociorum », 
cioè sopra un manoscritto da lui ritrovato ed ora da lui pos- 

11 



162 G VOLPK 

seduto, contenente la versione latina dei 6 capitoli dei Fio- 
retti che il Sabatier non trovò in nessun ms. degli « Actus 
B. Francisci », Vi sono conservati anche parecchi capitoli 
che non ricorrono nello « Speculum Perfectionis » e che sem- 
bra siano stati gli originali su cui Tommaso da Celano fondò 
alcune parti della sua « Legenda II ». Essi avrebbero così 
fatto parte della primitiva Leggenda dei Tre Soci, prima 
che Tommaso la rivedesse e pubblicasse. Al momento che 
scrivo, l'ultimo volume della British Society of franciscan 
Studies ha dato una descrizione e parecchi estratti di questo 
ms. — Sempre tra Ordini monastici, ma nel campo della loro 
attività scolastica, si intrattennero G. C. Coulton e il Mandonnet. 
Il Coulton parlò delle Monastic Scools of the Middle Ages, 
distinguendo tra scuole degli oblati, scuola « interna » e scuola 
« esterna », scuola dei novizi, scuola pei fanciulli e per le fan- 
ciulle ecc. Su queste ultime diede varie interessanti notizie, 
relative alle tre fasi per cui la loro storia passò : proibizione, 
parziale permesso, pieno riconoscimento. Chi desidera, può 
trovar pubblicata la ricerca del Coulton in The Contemporary 
Review. Maggior importanza hanno, per le istituzioni scola- 
stiche, i Domenicani, con i quali — precursori, in questo, dei 
Gesuiti — la scuola diventa veramente mezzo essenziale di 
propaganda e di formazione dello spirito. Appunto su La 
crise scolaire au débout du XIII. '^ siede et la fondation 
de l'ordre des Frères Précheurs ìntrattemìe gli ascoltatori il 
Mandonnet. In quel tempo, egli disse, tutta la cristianità, 
salvo forse pochi grandi centri, soffre per deficienza di scuole, 
non ostante l'innegabile progresso verificatosi nel mondo ec- 
clesiastico durante il XII secolo. Invano tentarono di rime- 
diarvi il Concilio lateranense del 1178 (che ordinò la istitu- 
zione di un maestro in ogni chiesa cattedrale) e quello del 1215 
(che volle un maestro di grammatica in ogni città vescovile, 
più uno di teologia in ogni arcivescovado); invano la Chiesa 
romana, direttamente o per mezzo dei suoi Legati, si adoperò 
per l'esecuzione di tali decreti conciliari, rimasti lettera morta 
in particolar modo per i maestri di teologia. Vennero final- 
mente i Domenicani, con quell'indirizzo essenzialmente dottri- 
nale dato loro dal fondatore e dalla Chiesa romana. E dove 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 163 

i Vescovi non erano riusciti, ecco riescono i nuovi religiosi 
con le loro lettere di fondazione, il lor titolo canonico di 
predicatori, la loro speciale vocazione agli studi, il loro ob- 
bligo di aprire una scuola pubblica di teologia in ogni con- 
vento. A tutte le sedi episcopali essi forniscono in breve un 
maestro di teologia. Nelle sedi universitarie dove questo in- 
segnamento esiste, i conventi domenicani che vi si stabili- 
scono riescono ad incorporare le loro scuole nell'Università; 
dove sorgono Università nuove per lettera apostolica, non si 
istituisce Facoltà di teologia, perchè la scuola dei Predicatori 
(e dei religiosi che ne seguono l'esempio) agisce essa, di fatto, 
come Facoltà di teologia. Che se, invece, Vescovi e Arcive- 
scovi credono, come avviene dalla fine del 1200 in poi, di do- 
vere stabilir per proprio conto quei maestri di teologia che 
i Concili avevano imposto, essi si rivolgono di solito ai Pre- 
dicatori. I quali, a quel tempo, contavano già un personale 
insegnante di oltre 1500 membri, con una metà circa dati al- 
l'insegnamento pubblico. Cifre eloquenti, che spiegano la po- 
tentissima azione dell'Ordine, nella scuola e ptM- mezzo della 
scuola ! 

Il congresso londinese non fu molto ricco di comunica- 
zioni relative alla lunga e varia serie di fatti che culmina- 
rono, durante il XVI secolo, alle grandi rivoluzioni religiose 
d'Europa. Tuttavia qualche cosa si potè ascoltare. Di que- 
stioni e personaggi della vita religiosa boema o venuti in 
qualche contatto con essa, parlarono Vlastimir Kybal, do- 
cente di storia all'Università czèca di Praga, e Mr. P. S. Alien, 
l'editore delle lettere di Erasmo da Rotterdam; il primo a 
proposito de Les dernières découvertes sur le motivement re- 
ligieux en Bohème avant lean Huss (L'oeuvre de Matthias 
de Janov, dit « Magister Parisiensis »), l'altro su Erasmus 
and the Bohemian Brethren. Il movimento preussita in Boe- 
mia, neir ultimo quarantennio del '300, conosce i nomi di Cor- 
rado di Waldhausen, monaco agostiniano, predicatore e scrit- 
tore, e dei due cèchi : Militch, già chierico del Re e arcidiacono 
dell'arcivescovado, divenuto, dopo una conversione che ricorda 
quella di Valdo e S. Francesco, predicatore popolare di pe- 
nitenza, autore d'un trattato su l'Anticristo ecc. ; Matthias di 



164 G. VOLPE 

Janov che scrisse fra 1' altro una grande opera, Eegulae re- 
teris et novi Testamenti. Attorno a costui, alla sua opera 
maggiore ed alla edizione della medesima, molto ha lavorato 
il Kybal. Il quale nel congresso volle esaminare quanto gli 
scritti di Matthias son da ritenere espressione del movimento 
religioso boemo del '300 ; se e in qual misura può parlarsi 
di una sua originalità di fronte agli altri scrittori paesani. 
Egli giudica profonda la critica che Matthias fa della Chiesa e 
della società del suo tempo; acuto l'esame dei problemi che 
allora, al tempo del grande scisma, erano più ardenti. Agli 
abusi che tutti lamentavano nell'amministrazione della Chiesa, 
agli eccessi nel culto delle immagini e in certe manifestazioni 
pagane del cattolicesimo, alla corruzione clericale e, più, mo- 
nastica, egli vuol portare rimedio con gli insegnamenti della 
Bibbia che gli suggerisce un nuovo sistema morale ed una 
serie di riforme. Egli attende il trionfo della vera legge cri- 
stiana, imposta da Dio, e della volontà divina, inconciliabile 
con la volontà umana; vuole l'intimità dell'uomo con Dio 
nella santa comunione quotidiana dei laici, idea che, pur ac- 
cennata già da Militch, solo ora è svolta largamente ed ha 
molti punti di contatto con quella del Calice, bandita poi da- 
gli Ussiti (per quanto Matthias si professi ortodosso in fatto 
di dogmi e non parli di comunione sotto le due specie, come 
gli Ussiti); batte su la necessità di una restaurazione della 
Chiesa nel suo stato primitivo, e di una larga divulgazione 
e spiegazione del Vangelo; esige che siano tolti di mezzo 
frati e monaci, da incorporar nel clero secolare, bastando 
papa vescovi e curati alla direzione della comunità cristiana ; 
attende, infine, perchè la riforma sia compiuta, l'avvento di 
un nuovo popolo che viva con virtìi ed in intimo contatto 
con Dio. — Dopo un secolo, l'aspetto religioso della Boemia è 
assai mutato: taboriti, valdesi, utraquisti, fratelli boemi ten- 
gono il campo. Questi ultimi, sono un ramo della Chiesa di 
Stato utraquista. Staccatisi sotto l'influsso di Pietro di Chèlcic 
sulla metà del '400, si erano uniti in una fraternità nel 14G7. 
mescolandosi con taboriti e valdesi, mantenendo relazioni an- 
che coi valdesi italiani, reclutando i propri membri fra con- 
tadini e artieri. Volevano rinunciare ad ogni cosa mondanar 



1 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 165 

vivere secondo la legge divina, ridurre il culto ai minimi 
termini, star lontani dalla scienza, perseguire insomma l'ideale 
di santità della Chiesa medievale, da realizzar per opera del- 
l' intera comunità. Ma verso il 1470 vi è discordia fra essi. 
Si è formato un partito « giovane », capitanato da Luca di 
Praga (quello stesso che era venuto in Italia per intendersi 
coi nostri Valdesi) e formato degli elementi più colti, deside- 
rosi di istituire rapporti ragionevoli con il mondo, lo Stato, 
il diritto, la scienza, la società borghese. Attorno al 1500, il 
partito giovane è vittorioso, ben organizzato da Luca e ca- 
pace di esplicar tutta una grande attività pedagogica e let- 
teraria in cui rivivono le vecchie concezioni e la let'cratura 
degli Ussiti. È il tempo che i Domenicani fanro grandi sforzi 
per convertirli. Dicono tuttavia che, se la loro dottrina è ese- 
cranda, la loro vita è buona. Poco dopo, vengono i rapporti 
con Erasmo, studiati da Mr. Alien, che ha già dedicato altre 
ricerche al grande umanista filosofo ed ha ora pronto per la 
stampa il 3° volume dell'epistolario (gli altri due, editi nel 1906 
e 1910). Nel quale, appunto, saranno alcune lettere di cui 
l'Alien parlando dinanzi al congresso dei rapporti di Erasmo 
con i fratelli Boemi, ha esposto e illustrato il contenuto. Alle 
opinioni della fraternità boema Erasmo non mostrò avver- 
sione, tutt'altro; per cui essa, quando si vide presa di mira 
dagli sforzi della Chiesa, specialmente dei Domenicani, e cercò 
procurarsi degli alleati in Europa, spedì a lui due dei suoi mem- 
bri. Ciò nel 1520, dopo che l'anno avanti era apparsa tra- 
dotta in boemo la nuova prefazione di Erasmo aìVEnchiri- 
(ìion militis christiani. Fu tuttavia un tentativo vano, ora 
e, una seconda volta, nel 1521. Erasmo non volle uscire dal 
suo riserbo. Ma rimase sempre un legame spirituale tra lui 
ed i fratelli Boemi, come dimostra il gran numero di opere 
sue tradotte in cèco nel XVI secolo; mentre Lutero, fin 
dal 1523, prese posizione contro la dottrina della fraternità 
boema. 

Ricordo ancora, in questa sezione di storia religiosa ed 
ecclesiastica, le comunicazioni di W. C. Davis su Canon 
Law and the Church of England, in cui discusse della effi- 
cacia di quel diritto in Inghilterra, della sua obbligatorietà 



166 G. VOLPE 

(come sosteneva il Maitland e ora il Galante) o meno ecc. ; 
del Battifol, intorno a Le Monotheisme dans la religion ro- 
nidine avant Constantin\ di W. C. Braithvvaite, che parlò di 
George Fox e del posto che esso ed il movimento quachero 
da lui promosso occupano nella storia religiosa specialmente 
d' Inghilterra, dove sin dal mezzo del '600 il quacherismo co- 
stituiva una società fortemente organata; di C. H. Turner 
sul Becretum Damasianum, di cui studiò la data in rela- 
zione al « Decretum Gelasianum » ed alla « Prefatio nicena » ; 
di F. van Ortroy della S. J., a proposito di S. Ignatius de 
Loyola et les premiers informateurs de sa vie (mi duole non 
aver dati per riferirne!); del prof. Arnold 0. Meyer di Ro- 
stock, che trattò, con Charles I and Rome, un argomento 
hen familiare all'autore di England u. die Katholische Kirclie 
unter Elisabeth und den Stuarts, recentemente pubblicato a 
Roma dal Loescher. In questo volume, il Meyer aveva affron- 
tato uno dei piìi difficili argomenti della moderna storia 
d'Europa: le relazioni fra il governo inglese ed il cattolice- 
simo romano, vuoi di Inghilterra, vuoi del continente. Diffi- 
cile, dico, per il gran numero di partiti religiosi e confessio- 
nali inglesi, per il loro carattere poco definito e oscillante 
tra il protestantesimo ed il cattolicesimo ecc.: tutte questioni 
su cui bisognava venir in chiaro per determinare il tempo in 
cui la gran massa dei cattolici inglesi divenne una piccola mi- 
noranza, il modo con cui tale conversione si compiè, la forma 
che il protestantesimo assunse nei nuovi convertiti, se tali ve- 
ramente si possono chiamare uomini che aderirono al prote- 
stantesimo più per un sentimento di lealismo alla Regina ed 
allo Stato nazionale che per un moto profondo dell'animo. 
Con Charles I and Rome, il Meyer si tiene sempre nel campo 
dei rapporti fra le due religioni e fra i due sovrani, l'inglese 
e il cattolico. Egli mostra come l'inclinazione di Carlo I 
verso il cattolicesimo avesse fondamento, parte in una vera 
simpatia per la dottrina e per la disciplina romana (indul- 
genze, confessione orale, celibato, culto delle reliquie, ado- 
razione dei santi ecc.), parte nella cultura e nei bisogni este- 
tici suoi. Di qui, anzi, la sua avversione ai Puritani. Tuttavia 
non intendeva far una semplice e incondizionata sottomissione 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 167 



a Roma, ma vagheggiava un'unione che risultasse di mutue 
concessioni. Attenuò in ogni modo le leggi penali contro i 
cattolici; ciò che contribuì a determinare la sua rottura col 
Parlamento ed il suo sempre maggiore estraniarsi alla na- 
zione, per lo meno agli elementi anglo- sassoni del sud-est, in- 
sorti contro gli elementi bretoni e normanni dell'ovest e del 
sud-ovest. 



* 

* * 



Le condizioni religiose dell' Inghilterra nel '600 ed i rap- 
porti fra la Corona inglese e Roma rientrano nella più am- 
pia storia interna di quel paese e nella storia dei suoi rapporti 
con il continente europeo. 11 mare e lo « splendido isola- 
mento » non hanno mai impedito questi rapporti, per cui la 
grande isola, molto amata e molto odiata dai popoli d' Europa 
come è accaduto in altra epoca alla nostra Venezia, ha eser- 
citato un influsso notevole sui vicini paesi di là dello stretto 
ma li ha anche subiti, pur in ciò che essa considera frutto 
di più autonomo e proprio sviluppo, cioè le istituzioni poli- 
tiche. Gli Inglesi stessi cominciano a riconoscerlo e ne trag- 
gono incitamento a studiar più da vicino la storia dell' Europa ; 
la storia, ad esempio, delle città francesi nel M. E., della mo- 
narchia normanna di Sicilia ecc. Le due sezioni III e IV 
(Storia medievale e moderna) del Congresso londinese furono 
piuttosto ricche di comunicazioni relative a questi rapporti, 
sia da parte di studiosi inglesi, sia da parte di continentali : 
cosa del resto perfettamente spiegabile in un congresso inter- 
nazionale tenuto a Londra. 

Riguardava i più antichi ordinamenti politici della razza 
germanica in Inghilterra il tema trattato dal prof. Liebermann, 
specialista in fatto di storia e diritto anglo-sassone, cioè The 
national Assembly in the anglo-saxon State. Il Liebermann 
mette in rilievo, in opposizione al carattere democratico delle 
antichissime assemblee dei Germani e forse anche di quelle 
di Kent che confermarono le prime leggi inglesi, il carattere 
aristocratico delle 300 « Witena Gemots », quelle assemblee 
di savi (« witan ») raccolte presso il Re dal 680 al 1066, la 



1 68 . G. VOLPE 

cui storia è strettamente connessa con la organizza/ione uni- 
taria del Regno, compiutasi sulla rovina delle piccole monar- 
chie dell'età più antica. Ne fanno parte i membri della fami- 
glia reale, Vescovi ed altri ecclesiastici, « caldormen » (il 
« princeps » di Tacito, il « dux » dei cronisti, il « comes » dei 
Normanni), ufficiali di corte ecc., ma raramente membri delle 
comunità. La massa del popolo è passivo oggetto di dominio. 
Da 12 a 100 membri compongono le « Witena Gemots »; da 
1 a 2 sono le adunanze annue; vari, di volta in volta, i luo- 
ghi di convegno. Periodicità e sede fissa rappresentano una 
più tarda importazione normanna. Loro funzioni principali, 
la elezione e la deposizione dei Re; ma hanno ed esercitano 
anche il diritto di esser consultate in ogni questione politica 
interna o esterna, di consentire alle leggi, alle imposte, alla 
alienazione di terre della Corona. Rappresentano, come si 
vede, la vita parlamentare in germe, prima che la con- 
quista normanna le trasformi radicalmente, sostituendo alla 
aristocrazia anglo-sassone, che (5 la vera signora dello Stato 
e della Monarchia, una aristocrazia straniera tenuta nel pugno 
fortemente dal Re. 

Fra le conseguenze della conquista sono da contare anche 
nuovi rapporti fra il Regno e la terra di Galles, fra il Regno 
e l'Irlanda. The Influence of Wales ujìon english politicai 
Hìstory in the M. A. studiò, appunto, J. E. LLoid, che crede 
quella influenza assai grande, più che non siasi creduto sin 
qui. Certo la politica di tutti i Re se ne risente, siano essi, 
nei riguardi del Galles, conquistatori (come Edoardo I), siano 
accorti negoziatori (Guglielmo I ed Enrico II). Assai interes- 
sante, anche per estranei alla storia inglese, riuscì Goddard 
H. Orpen, riferendo su The Effed of norman Buie in Jre- 
land (1169-1333). L'Orpen, irlandese, ma non eco delle lamen- 
tele solite degli scrittori irlandesi, considera il dominio nor- 
manno sull'isola verde come un beneficio. La cosidetta « età 
aurea» dell'Irlanda prenormanna non è mai esistita; se mai, 
solo nei monasteri, dove realmente arti e coltura avevano tro- 
vato favorevole luogo di conservazione e di sviluppo, pur 
tuttavia senza sopravvivere, anche lì, alle invasioni dei Wi- 
kingi. Ma nel X e XI secolo, l'Irlanda presentava un quadro 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 169 

miserando. Lo stato economico, bassissimo; l'ordine pubblico, 
sconvolto, per le discordie fra tribù. Facile allora, appunto 
per questo, la conquista e il dominio normanno. Il quale 
stabilì, nei distretti feudalizzati dell'Irlanda, la « pax nor- 
raannica »; rese possibile, con la pace così fondata, un pro- 
gresso sociale ed economico, in virtù di una più intensa e più 
larga coltura della terra; promosse direttamente nel XIII se- 
colo, col suo « manorial system », la formazione e lo sviluppo 
di numerose città e, insieme, dell' industria ; sollevò le condi- 
zioni della Chiesa, che fu meglio organata ed entrò in più 
stretti rapporti con quella dell' Europa occidentale, mentre 
splendidi monasteri sorgevano, con un nuovo e più aerato stilo 
di architettura ecclesiastica; indebolì quel sistema celtico a 
base di tribù, che era un ostacolo alla unità politica, oltre 
che all'ordine ed allo sviluppo della ricchezza; agevolò al- 
l'Irlanda, mediante l'unione con l'Inghilterra, l'acquisto di 
una parte maggiore di quelle idee di governo civile ed ec- 
clesiastico che il mondo deve a Roma; contribuì infine, rime- 
scolando lentamente le razze, a modificare e migliorare gli 
elementi negativi del temperamento celtico. Questi vantaggi 
sono per l'Orfen innegabili, anche senza disconoscere che un 
così grande progresso subì, dopo qualche tempo, un arresto. 
La storia delle città inglesi e delle istituzioni cittadine 
nel M. E., non ha trovato illustratori nel congresso, quantun- 
que esse, meno importanti e sviluppate che altrove, presen- 
tino tuttavia aspetti assai originali ed abbiano dato materia 
a molti dibattiti fra gli storici inglesi e francesi. Solo 
J. H. Round, uno dei vicepresidenti della sezione III, che 
molto si è occupato di quel periodo e di quelle istituzioni (fra 
l'altro, con una buona monografia su The Commune of London, 
pubbl. nel 1899), tornò su The « Garrison Theory » of the Bo- 
rough, cioè alla teoria che vede nei borghi altrettanti luoghi 
di organizzazione militare della contea in cui essi si trova- 
vano. Cominciati a sorgere, secondo questa teoria, al tempo 
delle invasioni danesi, i borghi sarebbero stati costituiti di 
case e abitatori appartenenti in tutto o in parte al Re ed a 
signori laici ed ecclesiastici; comunque, a molti signori, 
tutti interessati, per i possessi che avevano nella contea, allo 



170 G. VOLPE 

stato di difesa del luogo. Di qui il carattere militare e la 
« tenurial heterogeneity » che avrebbero contrassegnato i bor- 
ghi in confronto alle città. Tale teoria, formulata, in base ad 
una certa interpretazione dei dati del Bomesday-boolc, dal 
Maitland nei suoi Domesday-booJc and heyond (1897) e Totvn- 
schip and Borough (1898), e portata all'eccesso dal Ballard 
in Domesday-Borough (1904), non ha trovato grande fortuna. 
Ed anche il Round la rifiuta, considerandola come frutto di 
un esame superficiale dei dati di alcune città e di una gene- 
ralizzazione afl*rettata. Fa notare tuttavia la difficoltà e la 
portata non solamente inglese del problema; poiché ciò che il 
Maitland trattava un po' troppo come istituto peculiare dell'In- 
ghilterra è, con modificazioni locali, istituto di mezza Europa. 
E realmente, dovunque esistesse spezzettamento fondiario e 
giurisdizionale, quivi eran le condizioni per il costituirsi di 
un centro di popolazione ove si incontrassero naturalmente 
(senza bisogno di pensare a creazioni artificiali per iscopi di 
difesa militare), genti di diversa provenienza e diritti di si- 
gnori spesso assai numerosi. 

Con i Normanni ed un po' anche con i Comuni inglesi 
abbiamo il tratto d'unione tra l'Inghilterra e la terra ferma. 
Quelli crearono una organizzazione politica che per secoli 
tenne strettamente legati i paesi di qua e di là dallo stretto 
e per qualche tempo diede una certa unità a paesi di mezza 
Europa; questi sorsero, almeno un gruppo di essi, non senza 
molteplici influssi francesi che di recente sono stati assai bene 
studiati. Il prof. Charles H. Haskins, dell' Università ameri- 
cana di Harvard, espose al congresso i risultati di sue ricer- 
che sopra The Government of Normandy under Henry II. 
L' Haskins ha buona competenza in fatto di istituzioni nor- 
manne, che egli ha studiato anche in casa nostra, contri- 
buendo con l'Amari, col Resta, col Genuardi, col Garufi, col 
Brandileone, col Gay, col Caspar, col Niese, con lo Cha- 
landon, col Palmarocchi, alla storia di quel gran popolo 
il cui genio conquistatore e organizzatore non ha l' eguale 
nel M. E., dopo caduto l'Impero Romano. U English Histo- 
rical Review degli ultimi anni ha pubblicato una serie di 
articoli suoi su The Administration of Normandy under 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 171 

Henry I (1910, voi. XXIV), su Normandy under Geoffrey 
Plantagenet (1912, voi. XXVIII), di cui la comunicazione 
fatta al congresso è un seguito, e su England and Sicily 
in the t,welfth Century (1911, voi. XXVI), che è uno studio 
comparativo delle istituzioni dei due Regni, fondati egual- 
mente dai Normanni e per mezzo della conquista, egualmente 
riusciti a risolvere il problema dell'unione di razze diverse 
e ostili sotto un solo dominio e ad organare il più accen- 
trato governo e il più forte Stato dell' Europa medievale ; 
diversi solo nell'avcr lavorato l'uno su materiali anglosassoni 
assai primitivi, l'altro sopra un suolo ricco di antica coltura 
bizantina e araba e longobarda. Di qui, forse, il carattere più 
burocratico del regno normanno di Sicilia. Ciò non ostante, 
molti e notevoli i punti di contatto fra le istituzioni, vuoi per 
l'azione di idee che eran originario patrimonio dei Normanni, 
vuoi per influsso scambievole delle due dinastie e dei due 
governi e delle due classi dirigenti. Tipica, ad esempio, la 
storia di maestro Tommaso Brown, normanno di Sicilia, 
prima ufficiale di Ruggero II, poi, fuggiasco ai tempi di Gu- 
glielmo il Malo, accolto da Enrico II e deputato da lui « ad 
magna scaccarii negotia », cioè alle finanze. Egli potè agire, 
così, sopra i due sistemi finanziari e lasciarvi una impronta 
comune. E poi affinità tra le due cancellerie, tra i due for- 
mulari, tra i due ordinamenti giudiziari ecc.; affinità che al- 
cuni attribuiscono più all' influsso di ministri inglesi di Rug- 
gero II, altri più a quello di Italiani o educatisi in Italia e 
passati poi in Inghilterra. Comunque, ciascun Regno era in- 
formato delle cose dell'altro e faceva suo prò' dell'esperienza 
altrui. (Il pensiero va da sé, a questo punto, sulle questioni 
dell'arbitrio del legislatore, della trasferibilità o meno del di- 
ritto e degli istituti giuridici ecc., sulle quali da un po' di 
tempo si torna a discutere con una tal quale frequenza, certo 
non senza rapporto col risveglio degli studi vichiani!) The 
Government of Normandy under Henry II, invece, l'Haskins 
lo considerò al congresso, con la scorta delle pochissime fonti 
rimasteci — come il Ruolo o catalogo dello scacchiere del 1180, 
il frammento del 1184 e qualche altra carta — specialmente 
dal punto di vista della storia costituzionale inglese. Quegli 



172 G. VOLPE 

anni di governo della Normandia ebbero un grande influsso 
su Enrico e costituirono una bella preparazione per il futuro 
grande Re d'Inghilterra. Vi si intravede una attività orga- 
nizzatrice che poi più largamente si esplicherà nel Regno in- 
glese. Così, negli anni 1154-64, troviamo in Normandia già 
sviluppato il sistema dei giudici viaggianti (quei giudici elie 
sono una caratteristica istituzione dell'Inghilterra sotto En- 
rico II e di cui non è certo se il Regno normanno di Sicilia 
abbia avuto gli equivalenti) e l'uso regolare delle inchieste 
giurate in cause di possesso e nelle accuse fatte davanti alle 
corti ducale ed ecclesiastica; sistema di prova stabilito forse 
qualche anno avanti la «Grande Assise» che è l'editto con 
cui il Re d'Inghilterra autorizza il querelante ad ottener il 
riconoscimento del suo diritto non già col duello giudiziario ma 
con una inchiesta giurata. In materia ecclesiastica, poi, vi son 
provvisioni che preannunziano quelle di Clarendon. Nell'in- 
sieme, con Enrico II si instaura in Normandia, prima e nel 
tempo stesso che in Inghilterra, un vigoroso e centralizzato 
sistema di amministrazione fiscale militare giudiziaria che è 
di modello ai suoi vicini del continente. Molti punti oscuri, 
in tutto questo, sono ancora da chiarire; ma forse materiali 
nuovi porteranno i Regesta regum anglo-nornicmnorum, che 
H. W. C. Davis, segretario della sez. III, ha preparato con 
l'assistenza del Whitwell e che 1' « Oxford University Press » 
è sul punto di pubblicare o deve avere recentissimamente 
pubblicato. 

Un altro punto di queste relazioni tra l'Inghilterra e le 
terre francesi della Corona inglese toccò il Bémont, un assai 
distinto studioso della storia delle città dei due paesi nel 
Medio Evo (ricordo, fra l'altro, un suo lavoro illustrativo delle 
Charles des libertés anglaises): parlò, cioè, De Vintervention 
du Gouvernement angìais dans VadministraUon municipale 
en Guyenne. Intervento vario, secondo che si compie nelle 
città nuove, nelle villes de pariage (specie di condominio fra 
signori diversi, non escluso il Re), nelle città ove si impor- 
tarono gli « Etablissements de Rouen », come Bayonne, Ole- 
ron, Dax, Bazas, Libourne, Bordeaux, Bourg-sur-mer ecc. Gli 
« Etablissements » diedero a queste ultime grande autonomia; 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 173 

ma diedero anche al potere regio i mezzi legali per interve- 
nire efficacemente e per limitare al bisogno l'autonomia stessa. 
E le occasioni di intervento non mancarono, offerte dalle di- 
scordie cittadine fra le principali famiglie nel XIII e XIV secolo. 
Specialmente si segui il sistema di metter la « mairie » nelle 
mani del Re e diminuire il numero dei giurati. Cosi, a par- 
tire da Edoardo I, i « maires » non sono che agenti del go- 
verno, « maires de carrière», come dico il Bémont; nel tempo 
stesso, le città vengono amministrate da una oligarchia sem- 
pre più stretta e più sommessa all'influenza regia. La quale 
si fece valere anche per altre vie : con l'occupare militar- 
mente le città, col modiiìcare il regime della proprietà fon- 
diaria, sostituendo il feudo all'allodio ecc. Quando il dominio 
inglese in Guyenne cessò, le città erano mature per il regime 
accentratore francese, ostile ad ogni autonomia comunale. 

Data l'intimità di questi rapporti Francia-Inghilterra e 
l'importanza che essi ebbero sul governo dei due paesi, si 
capisce anche l'importanza che dove avere il loro progres- 
sivo allentarsi o rompersi. Se ne risentirono non solo i po- 
poli più direttamente interessati, ma tutta l'Europa occiden- 
tale. La vita costituzionale dell'Inghilterra, la posizione della 
monarchia francese nella Francia e nel continente intero, il 
sentimento nazionale dei due popoli furono modificati, affor- 
zati, promossi. Un momento essenziale nella storia di questo 
faticoso distacco è fra il XII e il XIII sec, nel bel mezzo 
del Regno di Filippo Augusto, quando Giovanni Senza Terra 
perde la Normandia. Pontificava Innocenzo III, a cui quelle 
controversie tra i due Re diedero lo spunto per talune so- 
lenni dichiarazioni di pensiero teocratico. Appunto su Philipp 
August und der Zusanimenhruch des angevinischen Beichs 
riferì, dinanzi alla sezione III, il prof. Cartellieri, comuni- 
cando alcuni risultati della sua larga opera — ancora incom- 
piuta — su Philipp II August Kònig von Frankreich, di cui 
è uscito a Lipsia nel 1910 il terzo volume, dedicato ai rap- 
porti tra il Re di Francia e Riccardo Cuor di Leone. Il Car- 
tellieri esaltò la figura di Filippo Augusto, l'uomo adatto al 
momento storico che la Francia attraversava, riuscito, con 
l'annichilimento della signoria angioina, ad instaurar il pri- 



174 G. VOLPE 

mato francese in Europa. Grande specialmente l'abilità con 
la quale, approfittando della morte del più pericoloso nemico 
suo, Riccardo Cuor di Leone, seppe servirsi del diritto feu- 
dale per fiaccare il vassallo Re d'Inghilterra, piìi di lui ricco 
e forte, e costringerlo a cedergli nel 1206 tutte le terre a nord 
e parte di quelle a sud della Loira. Vi sono, nel groviglio 
dei fatti di quegli anni, alcune questioni incerte sul processo 
sui processi orditi da Filippo contro Giovanni Senza Terra. 
Due processi, del 1202, per diniego di servizio e per disub- 
bidienza, e del 1204, per la uccisione del nipote Arturo di 
Brettagna, come dice, pur senza occuparsene di proposito, lo 
Stubbs? uno solo, quello del 1202, come credono ormai 
quasi tutti gli storici inglesi e francesi, dopo che 30 anni addietro 
il Bémont, in un articolo che vide la luce prima in latino (;1884) 
e poi in francese nella Revue Historique (1886, tomo XXXII), 
ebbe dimostrato che il secondo processo era una tarda inven- 
zione della corte francese? nessuno, come pure qualche 
studioso ha cercato dimostrare? Il Cartellieri si attiene, a 
quel che pare, alla più antica se anche non alla più accet- 
tabile opinione. 

Ancora nello stesso periodo storico ed entro lo stesso or- 
dine di fatti: il dott. Eugenio Déprez, antico allievo della 
scuola francese a Roma ed ora archivista ad Arras, parlò su 
La siiccession au Thróne de France, 1328-44, indugiandosi 
specialmente sul largo dibattito giuridico provocato nel 1840 
da Edoardo III d'Inghilterra contro Filippo di Valois in ap- 
poggio alle sue pretese sul trono di Francia; dibattito nel 
quale una folla di giuristi impugnò la penna in servigio 
del Re inglese e un torrente di trattati, libelli e memorie 
legali dilagò ; e il diritto comune, il diritto giustinianeo, il 
diritto feudale dei « Libri feudorum », persino il diritto ca- 
nonico e la storia sacra fornirono le argomentazioni ai soste- 
nitori di Re Edoardo. E tuttavia, dice il Deprez, la questione 
dinastica e le ragioni giuridiche erano pretesti per giustifi- 
care la guerra, per renderla accetta alla nazione inglese, 
come si vide chiaramente alla conferenza d'Avignone del- 
l'ottobre 1344, fra i plenipotenziari dei due sovrani davanti 
a Clemente VI, mediatore ed arbitro. Il signor Delachenal 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 175 

poi, con le Négotiations pour la delivrance de Jean II, roi 
de France, diede notizia di un primo e poco conosciuto trat- 
tato di Londra condii uso alla tine del 1358 tra Re di Francia 
e Re d'Inghilterra, per l'intervento del Papa e di Legati pa- 
pali. (Il più noto, anzi considerato come il primo, è quello 
deli' 8 marzo 13()0, a cui seguì la liberazione di Giovanni II 
di Francia, il 25 ottobre). Anche nel 1358 si trattò della li- 
bertà del Re; anche allora la pace fu fatta, per quanto a condi- 
zioni onerose per la Francia. Ma tutto fu vano, perchè Gio- 
vanni II non potè osservar le promesse e pagare il riscatto; 
e perchè certe difficoltà, sorte tra Edoardo III e il Papa, re 
aero piÌT esigente il Re inglese. 

Altri rapporti tra l'Inghilterra ed il continente, esposti 
al Congresso: England and Europe {1815) di Mr. Webster; 
England and Holland (1800-1813) del prof. P. S. Blok ; 
England and Russia (1853-54) del prof. Schiemann; Count 
Széchengi and the introduction of english Civilization to 
Hungary del prof. H. Marczali dell' Università di Budapest. 
Quest' ultimo ricostrusse un altro capitolo di quel libro del- 
l'anglomania anglofilia al principio del J800, che per l'Italia 
è stato scritto di recente da un compianto scrittore. Recatosi 
in Inghilterra dopo Waterloo ed ospite assiduo di Lady Hol- 
land e del principe reggente, il conte Széchengi ebbe del 
paese, della sua costituzione politica, delle sue macchine, dei 
suoi.... allevamenti di cavalli una profondissima impressione. 
Da allora, più volte rifece il viaggio e mai non tornò in patria 
senza portar seco qualche idea nuova, qualche progetto da 
realizzare, qualche prepotente impulso ad agire e riformare. 
L' Inghilterra rimase in cima ad ogni suo pensiero, durante 
l'opera di rigenerazione dell'Ungheria, a cui il conte Szé- 
chengi diede tutto se stesso. In particolar modo si mostrò 
entusiasta della libertà costituzionale inglese, in opposizione 
ai privilegi della nobiltà ungherese. Tuttavia non ebbe sim- 
patia per il nascente industrialismo e non vagheggiò, come 
vagheggiò Kossuth, l' ideale di affidare alle classi inferiori le 
redini del governo. — La Scozia non fu minore dell'Inghilterra 
nel destare interessamento, simpatia, passione di sé, in Europa, 
nel XVIII secolo. Anche l' Italia ne sa qualche cosa. E su le 



476 



G. VOLPE 



Intellectual Influences of Scotland on the Continent in the 
eighteenth Century intrattenne i congressisti della sezione VII 
(Storia della civiltà medievale e moderna) il prof. Hume Brown 
dell'Università di Edinburgo. Queste influenze costituiscono 
uno dei fatti più interessanti della coltura europea nel 700, 
tanti furono gli Scozzesi che, fuori o dentro i confini della 
patria, agirono sui loro contemporanei o destarono comun- 
que un'eco fra gli uomini colti. Le condizioni interne della 
Scozia, fra il XVII e il XVIII secolo, spiega il Brovv^n, 
ci aiutano a comprendere questa sua vigoria spirituale. Av- 
venne allora un mutamento profondo nell'atmosfera morale 
del paese; per cui, smesse le logomachie teologiche, le menti 
si volsero ad altro obbietto, aifermandosi specialmente nel 
campo del pensiero puro, della letteratura, delle scienze fisi- 
che. E si ebbero uomini come Francis Hutcheson, professore 
di filosofia morale a Glascow, che in Germania contribuì al- 
VAufkldrung e legò qualcosa di sé a Kant in fatto di idee 
estetiche e psicologiche; come Thomas Reid, il fondatore 
della scuola filosofica scozzese, che ebbe grande riconosci- 
mento in Francia nel XIX secolo; come Adamo Smith, che do- 
minò negli studi e nelle concezioni dell'economia e dell'etica; 
come David Hume, che fu storico e filosofo e divenne — non 
diversamente da Francis Hutcheson — uno degli autori pre- 
feriti di Augusto Comte, sino ad esser da lui considerato suo 
precursore. L' Hume tuttavia fu in Francia apprezzato forse 
più quale storico che quale filosofo: storico di fama europea, 
nel '700, come Robertson e, più ancora, Adam Fergusson. 
Quest'ultimo con i suoi Essay on civil Society e con i Prin- 
ciples of nioral and politicai Science^ ebbe, a detta del 
Brovs^n, una notevole azione sopra i metodi di ricerca e le 
concezioni della storia universale in Germania. 



Ma un congresso storico a Londra, sul principio del 
XX secolo, non è concepibile senza temi e discussioni di 
storia coloniale, che è stata ed è tanta parte della vita di 
talune grandi nazioni europee. Se ne sarebbe anzi fatta una 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 177 

sezione a se, se non si fosse voluto evitare, come dichiarò il 
presidente dott, Ward, una moltiplicazione eccessiva e ingom- 
brante di sezioni. E così se ne fece una sottosezione della 
sezione III, sebbene con organamento e direzione a sé. Ri- 
cordo qualche nome e qualche titolo : Sir C. P. Lucas parlò 
di Some historical Froblems in the West Indies (all' India 
si riferirono anche, nella sez. I, il prof. A. A. Macdonell con 
The early Hisfory of Caste, in cui, dopo aver definito la casta 
attuale, tracciò il processo per cui, dalle prime classi vedi- 
che si giunse alle caste; e sir William Lee-Warner, che spiegò 
The Evolution of indiati Histonj, attraverso le tre fasi per cui 
il popolo indiano è passato nel suo sforzo verso la libertà: il 
regime sacerdotale Hindù, la spada dell'Islam, la legge bri- 
tannica, che finalmente ha assicurato la pubblica pace e sop- 
presso cattive sopravvivenze del passato); Mr. E. A. Benians 
disse di taluni Aspects of dutch colonial Policy ; Raffaele 
Altamira di Some Aspects of spanish colonial History; Mr. Ha- 
rold W. V. Temperley esaminò Some Problems of british 
colonial Policy in the 19 J'' Century ecc. E su gli sforzi e su 
le organizzazioni per promuovere, con l'attività coloniale, lo 
studio dei problemi coloniali in Germania, diede copiose in- 
formazioni il prof. F. Keutgen, buon conoscitore delle città 
marittime tedesche nel M. E., esaminando The Aim and Or- 
ganization of the Hamburg colonial Institute. Anche della 
storia militare e navale si sarebbe voluto una sezione a sé; ed 
anche di essa si fece una sottosezione, a cui affluirono quasi 
solamente relatori inglesi: Mr. Julian Corbett parlò su Miti- 
tary and naval Staff Histories\ M. de la Roncière su Aspects 
of french naval History ; il prof. Oman fece A defence of 
military History. E poi Military History and Historians 
del colonn. sir Lonsdale Hale; Naval History and the Neces- 
sity for a Catalogne of Sources del luogotenente A. Dewar ; 
The History of naval Historians del prof, sir J. K. Laughton; 
Naval History from the Service Point of View del cap. Lionel 
Richmond ecc. A parte alcuni pochissimi che si occuparono 
di fatti particolari di storia militare (il Novak, ad esempio, 
del Feldmaresciallo Schwarzenberg e della campagna 1818-14, 
il dott. Holland Rose dei piani di Napoleone I per la cam- 

12 



178 G. VOLPE 

pagna del 1813, Mr. Atkinson delle truppe forestiere al ser- 
vizio dell'Inghilterra durante la grande guerra 1793-1815); a 
parte questi, dico, il tono generale della sottosezione di 
storia militare e navale è stato un tono di propaganda. Si 
volle affermare e dimostrare la utilità e necessità di tale sto- 
ria per il pubblico, per gli uomini politici, per i giovani uf- 
ficiali. Specialmente il cap. Richmond e l'Oman, autore di 
studi su The Hundred Years' War (1328-1485) e di un 
Hisfory of the Art of War che abbraccia nel 2° volume tutto 
il Medio Evo, hanno insistito su ciò. Ed alle loro parole dava 
speciale valore la presenza del primo lord dell'Ammiragliato, 
principe Luigi di Battenberg, uno dei vicepresidenti della 
sezione IV, che volle deplorare anche lui, inaugurando le se- 
dute della sottosezione, la mancanza di libri adatti per la col- 
tura storica dei giovani militari. Ma soggiunse che l'Ammi- 
ragliato molto ora si adopera per promuovere gli studi di 
storia navale ed ha, fra l'altro, nominato alcuni mesi addietro 
una commissione di tre competenti per ricostruire sulle fonti 
la battaglia di Trafalgar. (A tale proposito si può ricordare 
che, dal settembre scorso, anche in Italia è stata istituita, 
presso l'ufficio di Stato Maggiore della marina ed alla dipen- 
denza del suo capo, una organizzazione che dovrà attendere 
agli studi di carattere storico delle cose navali : omaggio, 
forse, alla memoria dello storico della marina, il Guglielmotti, 
di cui proprio quest'anno si è celebrato in Italia il centenario 
della nascita; desiderio di fare, per il nostro passato mari- 
naresco, ciò che si viene facendo, ed assai bene, per la no- 
stra storia militare, non certo ricchissima come storia di eser- 
citi e di ordinamenti nazionali, ma sì come storia di condot- 
tieri, di costruttori di fortezze, di armi ritrovate o perfezionate, 
di milizie combattenti sotto estranee bandiere). 

* 
* * 

Dalla storia coloniale alla storia economica il passo è 
breve. E noi anche di questa, rappresentata assai bene al 
congresso, diremo qualche cosa. Presiedeva il prof. Ashley, 
che nel suo « Presidential Address » fece un bel quadro di 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 179 

quegli studi ai quali ha dedicato, da trenta anni, il fiore della 
sua attività, sin da quando cioè si fece conoscere col primo e 
pur solido lavoro su James and Philip van Artevelde (ed. 1883). 
J relatori si tennero quasi tutti nei limiti dell'età moderna. 
Fra le eccezioni, Geldwirtschaft der Karolingerzeit del pro- 
fessore Dopscb di Vienna, uno dei redattori delle Mitthei- 
lungen, che ha già lavori su Farg-omento, oltre pubblicazioni 
ottime su « Urbare » austriaci pubblicati ed illustrati {Lan- 
desfilrstliche Urbare Nieder-und Oberòsterreichs e, con la 
cooperazione di Alfredo Meli, Die landesfilrstlichen Gesamt- 
urhare der Steiermark aus dem M. A., per incarico della 
R. Accademia delle scienze di Vienna). Poi, un salto al XVII 
ed al XVIII secolo. Una signora russa, M.me l^ubimenko, 
esaminò La correspondance de la Beine Elisabeth avec les 
Tsars riisses: una corrispondenza di oltre 90 lettere ad Ivan 
il Terribile, a Fedor Ivanovitch, a Boris Feodorovitch (1501- 
1(503), alcune già pubblicate, altre ancora nascoste negli ar- 
chivi inglesi e russi, eppur meritevoli di essere conosciute 
per i dati che ci offrono sopra i primi contatti commerciali 
e politici di quelle corti e di quei popoli, allora come ora e 
più assai di ora, diversi e quasi opposti in tante loro mani- 
festazioni. Sotto Ivan, già larghi privilegi erano stati con- 
cessi ad una compagnia di mercanti inglesi. Ma quel sovrano, 
mal sicuro in casa sua, vagheggiava anche una alleanza po- 
litica ed un parentado con la Vergine regina. Viceversa, que- 
sta, quanto era sollecita neiraccrescere i privilegi dei suoi 
mercanti, altrettanto rifuggiva da più intimi legami con la 
corte russa. Fu un giuoco di astuzie fra i due sovrani, cia- 
scuno per vender la sua merce senza compKar quella dell'altro ; 
ma la vittoria rimase alla donna, che mantenne i privilegi e 
rimandò alle calende greche alleanza e parentado. Mutarono 
le cose con i successori di Ivan ed i privilegi caddero. Ma 
gli Inglesi, conchiuse M.me Lubiinenko, avevano già mostrato 
all'Europa le vie della Moscovia ed assolto il loro compito 
di pionieri. — The Influence of Law's System in Switserland 
fu illustrata da H. Sieveking; a Les conséquences écononii- 
ques du blocus continental (1806-13) dedicò il suo discorso 
il prof. E. V. Tarle ; dell' Anglo-French commercial Rivalry 



180 G. VOLPE 

nella prima metà del 700, poco studiata sebbene fulcro della 
successiva storia politica d'Europa, rilevò l'importanza il 
prof. C. M. Andrews di Yale. Tema di interesse ancora più 
largo fu quello intorno a Les origines de la petite propriété en 
Frauce. Parlando di esse, il Kovalevsky, l'assai noto studioso 
del « Lo sviluppo economico dell'Europa sino agli inizi dell'eco- 
nomia capitalistica » (ed. tedesca, sinora 4 volumi), sostenne 
che la Francia dell'antico regime non era, contrariamente 
alla testimonianza di Arthur Young ed alle affermazioni del 
Tocqueville, un paese di piccola proprietà rurale, se con que- 
sta frase non si vogliono, come non si debbono, intendere le 
})iccole aziende agrarie rette da contadini ma appartenenti 
al grande proprietario nobile, ecclesiastico, borghese o legate 
con vincoli giuridici ed economici vari alla più grande unità 
fondiaria. La piccola proprietà sorse, invece, con la Rivolu- 
zione, la quale finì di sciogliere quei vincoli che ancora tene- 
vano avvinta la azienda contadinesca e riparti tra i conta- 
dini i beni comunali, mentre possessi ecclesiastici e possessi 
di emigrati andaron ad arricchire la borghesia. 

Ma un più complesso quadro schizzò Hermann Levy ri- 
levando Die òkonomische und soziologische Bedeutung des 
17. Jahrhunderts in England. Il Levy non è nuovo ai problemi 
della vita economica inglese. Si è occupato, ad esempio, delle 
vicende e delle condizioni attuali di quella agricoltura. Al con- 
gresso invece ha portato l' industrialismo ed il capitalismo in- 
glese del '600, le loro ripercussioni dottrinali e spirituali. Il '600, 
egli disse, deve essere più attentamente osservato di quanto 
non siasi fatto sin qui dagli studiosi di cose economiche. Di 
solito si prendono le mosse dalla rivoluzione industriale del 
XVIII secolo, considerando il '600 come l'età che si abbandonò 
tutta alle questioni politiche e religiose, ma poco innovò, operò, 
pensò in fatto di economia. E fino ad un certo segno è vero. 
Pur tuttavia, il punto di partenza della evoluzione successiva 
bisogna andarlo a ritrovar proprio li. Le ricerche del Rogers 
e di altri hanno già mostrato che il '600 segna gli albori del 
capitalismo e della relativa libertà industriale in Inghilterra; 
che esso assiste a grandi modificazioni nell'ordinamento del- 
l'industria mineraria, siderurgica ecc.; che proprio allora si 



I 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 181 

costituisce quello spirito specificamente inglese del liberalismo 
economico. In opposizione ad una classe di grandi capitalisti 
dominante sotto Carlo I, guadagna terreno una larga classe 
di medi capitalisti, che noi, se vogliamo intenderla nelle sue 
tendenze economiche, dobbiamo mettere in relazione con l'am- 
biente religioso. Gli studi recenti hanno scoperto una stretta 
parentela tra spirito capitalistico e neocalvinismo o purita- 
nismo. La vittoria del quale segnò anche un mutamento pro- 
fondo nelle idee economiche, nel modo di concepire la que- 
stione sociale, di trattare il pauperismo e la disoccupazione. 
Principi di individualismo e liberismo economico; alimentati 
appunto dal medio capitalismo, prevalgono su quelli cÉe avevan 
dominato nell'età di Elisabetta e dei primi Stuart; e trovano 
sostegno, specialmente dove vengono a mancare le basi reli- 
giose, nella filosofia dei lumi. Così il XVII secolo, da una parte 
mette le basi della futura grandezza materiale dell'Inghil- 
terra, dall'altra produce una elasse industriale che si presenta 
nella storia del capitalismo moderno come un fenomeno so- 
ciologico affatto nuovo e che vuol essere studiata nella sua 
intima struttura, se si vuol intendere le caratteristiche psico- 
logiche del moderno « homo oeconomieus ». 

Accanto alla sezione di storia economica, era ordinata 
quella di storia del diritto, unita ma non fusa con la prima: 
una sezione in due o due in una. E fu tra le migliori (1) per 
numero di temi e per valore di relatori, raccolti attorno al 
professor Vinogradoff dell' Università di Oxford, il quale, 
dopo un saluto di Sir Frederick Pollock ai congressisti, inau- 
gurò i lavori con un dotto .discorso su le varie fasi della 
« historical jurisprudence », facendo sperare la pubblicazione 
di altrettanti volumi o, almeno, saggi. Conosco del Vinogradoff 
vari lavori sulla costituzione agraria medievale in Inghilterra. 
Fra essi, una eccellente monografia sul Growth ofthe Manor, 



(1) Mentre corroggo le bozze, vedo l' annvinzio di pubblicazione del 
volume degli Essay in legai History read before the international 
Congres of historical Studies. ed. da P. Vinorradopf, Oxford University 
Press. 1913. Non pare che eguali volumi debbano raccogliere gli altri 
studi delle altre sezioni. 



182 G. VOLPE 

pubblicata nel 1905, su una questione, anzi su un complesso 
di questioni che sono state oggetto di polemiche e discussioni 
assai vivaci : T « openfield », la comunità di villaggio, il villa- 
natico ecc. (Dello stesso sono anche vari studi su Village Co- 
munities, Villainage ecc., apparsi nella seconda edizione della 
Encyclopaedia britannica). In esse il Vinogradoff ha preso una 
posizione a se. Non ha fatto coro con quelli che nello studio 
della costituzione economica e giuridica inglese credono di 
poter senz'altro cominciare dai Normanni, grandi demolitori 
e ricostruttori; non con quelli (ad esempio, lo Stubbs ed il 
Maitland) che vedono quasi solo nella società anglo-sassone la 
base di tutta la storia inglese posteriore all' XI secolo. Il Vi- 
nogradoff, come del resto i più fra i moderni indagatori di 
storia medievale nei paesi romano-barbarici, risale ancora più 
indietro: all'epoca romana. Si ricollega anche a questa ten- 
denza il lavoro che, pochi anni fa, il Vinogradoff dedicò alla 
Roman Law in mediaeval Europe (Londra, 1909). 

Nel congresso londinese, di diritto romano nel M. E. si è 
occupato il Caillemer, di Grenoble, esponendo Les idées cou- 
tumières et la Renaissance du droit romain dans le sud-est 
de la France. La sua comunicazione, insieme con l'altra del 
prof. Esmein, su La règie « Princeps legihus solutus est » dans 
Vancien droit frangais, ha potuto essere apprezzata anche dai 
non giuristi. Il Caillemer illustrò episodi e momenti della 
non vana resistenza che fece il diritto consuetudinario al 
rinascente diritto romano nella Francia del sud-est, nel paese 
cioè che pure è considerato come il paese del diritto scritto, 
in contrapposizione alla Francia del nord, paese di diritto 
consuetudinario. Questo diritto consuetudinario era invece 
ben vivo nella regione addossata alle Alpi, distinto dal di- 
ritto romano e risultante di elementi germanici, di elementi 
volgari romani e di elementi nati da se in corrispondenza 
ai bisogni nuovi della società medievale. Specialmente il di- 
ritto di famiglia era ricco di siffatte idee consuetudinarie : 
così la « laudatio » degli eredi ad atti di alienazione com- 
piuti dalla persona di cui son eredi ; così la stretta comu- 
nanza patrimoniale fra i coniugi, così certa particolar forma 
di testamento ecc. Tutto questo fu barriera alla recezione 



I 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 183 

pratica del diritto romano nel XII e XIII secolo, là dove 
studio e insegnamento di diritto romano si erano affermati 
prima che in ogni altra regione di Francia, per influsso della 
vicina Italia; e se non potè vincere, rese lenta, tarda e in- 
compiuta la vittoria dell' avversario. Invece, penetrò quasi 
senza contrasto in Francia, nel corso del XIII secolo, la mas- 
sima del « Princeps legibus solutus est » che doveva aver 
nello sviluppo del diritto pubblico francese (e anche d'altri 
paesi) una così grande azione, come quella del « Quod prin- 
cipi placuit legis habet vigorem », conservateci l'una e l'altra 
nel Digesto, tra i frammenti di Ulpiano. L' Esmein seguì le 
vicende di quella massima in Francia, dalla nascita alla 
morte. Nel XIV secolo essa è già invocata in testi ufficiali 
e, naturalmente, interpretata non nel senso originario (l'Im- 
peratore, cioè, sciolto, da quelle tali regole legali di cui egli 
poteva accordar la dispensa ad altri), ma nel senso datole 
dai glossatori di libertà piena del principe da ogni osser- 
vanza di leggi e consuetudini. Le conseguenze furono gravi, 
nell'ordine del diritto privato e, più, del pubblico : il Re potè 
amministrar arbitrariamente la giustizia; potè, con « Lettres 
de cachet », emanar ordini di ogni genere e, in modo speciale, 
imprigionar senza giudizio. In Inghilterra le cose andarono 
diversamente e fin dal '200 e '300 si volle il Re sottomesso 
alle leggi, dato che alle leggi egli deve la sua esistenza ; 
dato che Cristo stesso, di cui il Re è vicario, diede l'esempio 
di tale sottomissione. Ma in Francia bisogna arrivare al XVI, 
al secolo delle guerre religiose, dei monarcomachi e dei 
primi sforzi di fondar la libertà politica, per trovar una rea- 
zione al « Princeps legibus solutus », specialmente in quanto 
riguardava il diritto pubblico, l' amministrazione della giu- 
stizia, il governo dello Stato ; e la reazione non solo si trova 
in scrittori politici ma anche in giuristi. Da allora, l'autorità 
di quella regola decresce, anche fra i teorici dell'assolutismo 
nel XVII secolo ; ancor più decresce nel '700, quando la 
filosofìa riprende con vigore la dottrina dei monarcomachi 
contro il Re « legibus solutus » ed a favore della legge so- 
vrana. Siamo così alla fine dell'antico regime ed alla fine 
della formula giustinianea. — Sullo stesso tema delle ripercus- 



184 G. VOLPE 

sioni medievali di Roma antica si aggirò, nella IX sezione, 
Mr. Barker, mettendo in rilievo ciò che fu The roman Heritage 
in mediaeval and modem Politics. 

Dei romanisti puri nomino soltanto il Lene! di Friburgo, 
che espose alcune sue vedute Zur Geschichte des ròm. Testa- 
ments ; il dott. Wenger di Monaco, che spiegò quali debbano 
essere, a suo modo di vedere. Die heutigen Aufgahen der 
ròm. RecMsgeschichte\ il Riccobono, infine, che ha presentato 
addirittura un' ampia monografia mss. sulla quale ha rife- 
rito: Dalla « communio » del diritto quiritario alla com,pro- 
prietà moderna. Esposta la struttura del condominio romano, 
regolato in tutto dalle norme del « dominium ex jure quiri- 
tium », con un diritto assoluto di ciascun socio sulla cosa, 
solo limitato dal diritto concorrente degli altri titolari, il 
Riccobono esaminò poi le modificazioni profonde che il di- 
ritto giustinianeo portò a questa struttura. Con esse e per 
esse prevalse l'interesse sociale. Quindi, mentre prima ogni 
azione su la cosa comune doveva esser fatta col consenso 
di tutti e, in caso di dissenso, prevaleva il «jus prohibendi », 
che si effettuava con la difesa privata, magari con la violenza, 
da parte di chi proibiva; ora invece è decisiva la volontà 
della maggioranza e la difesa privata è sostituita da azioni. 
Così la comunione appare organizzata. La glossa metterà poi 
in evidenza questa nuova struttura del condominio e getterà 
i fondamenti della moderna comproprietà. 

Da Roma e dal suo diritto, alla Russia, con L'idée de 
V État et son evolution en Russie depuis les trouhles du 
XVII'"'^ siede, jusqu'aiix réformes du XVIII.""', illustrata dal 
prof. Lappo-Danilewski di Pietroburgo. Un mondo un po' lon- 
tano dal nostro occidentale germanico e, più ancora, latino; 
ma tuttavia non rimasto, anche nel passato, chiuso del tutto 
all'azione di questo. Il Danilewski ha distinto, in quel secolo 
di storia russa e per quanto riguarda l'idea dello Stato, due 
fasi. Una prima, nella quale dura ancora, sostanzialmente, 
quella idea più religiosa che laica la quale sino a tutto il '400 
aveva dominato senza contrasti in Russia. Essa, formulata e svi- 
luppata teoricamente nel XVI secolo, trovò allora il suo comple- 
mento nelle dottrine diffuse dai Gesuiti, nelle quali tuttavia si 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 185 

contenevano elementi di derivazione tomistica ed aristotelica. 
Rappresentarono perciò, queste ultime, come il passaggio ad una 
seconda fase, al principio del 700: il passaggio dall'idea religiosa 
all'idea secolare dello Stato, di cui si fecero promotori, in Russia, 
Simeone Polotzkij e Stefano Javorskij. L'idea secolare subì 
anche l'influenza della Rinascenza (specialmente pel tramite 
della Polonia e di scrittori polacchi) e della Riforma germa- 
nica. Episodio assai istruttivo della storia russa è appunto 
la penetrazione, nel paese, di queste idee e dei libri che le 
contenevano. Lo « Stato di polizia » di Pietro il Grande ha 
rappresentato un' ulteriore secolarizzazione dell' idea dello 
Stato. Ma vivendo in rapporti con governi e nazioni protestanti 
più che con cattolici, Pietro il Grande favorì la diffusione di al- 
cune idee di diritto naturale, di cui poi si fecero applicazioni 
varie secondo i vari interessi e tendenze che lottavano per 
la vittoria. Cosi, mentre gli Ozars e lor consiglieri si attac- 
cavano ad Hobbes che si prestava ad una costruzione auto- 
cratica dello Stato o, meglio, poteva giustificare la esistente 
autocrazia; Goliszine e Tatichtczew, studiando Grotius e Pu- 
fendorf, desumevano da essi gli elementi di una concezione 
giuridica o contrattuale dello Stato che poi cercarono appli- 
care nei lor progetti di costituzione del 1730. Niente ancora 
quasi niente l' idea della sovranità nazionale, ma almeno si 
concepirono, sia pur senza applicazione pratica, i rapporti tra 
sovrano e sudditi come una convenzione. 

Altri temi della medesima sezione: quello del Gierke sul 
principio di maggioranza, svolto, come già dissi, in seduta 
plenaria, certo per onore dell'uomo più che per il largo inte- 
ressamento che il tema potesse destare, non ostante l'intrin- 
seca importanza sua; quello del prof. A. Galante, l'uomo dalla 
larga dottrina e dalle molte favelle, su Lo studio moderno 
del diritto ecclesiastico, dove, tracciata la storia degli studi 
canonistici attraverso il M. E. e il Rinascimento, lumeggiò 
l'azione che su di essi ebbe, quasi soffiando lor dentro il 
proprio alito, la scuola storica del Savigny, e lo sviluppo che 
le ricerche storico-giuridiche su le istituzioni ecclesiastiche 
hanno avuto nei diversi paesi. Anche in Italia esse si trovano 
ora in una fase di particolare vigore, grazie alla iniziativa 



186 G. VOLPE 

di Francesco Scaduto, di Francesco Raffini e d'altri più gio- 
vani studiosi. Da ultimo, il Galante si indugiò sulle vicende 
del diritto canonico in Inghilterra, dove esso, escluso dal- 
l' insegnamento accademico per volere di Enrico Vili, fu quasi 
abbandonato. Eppure la sua importanza, anche pratica, è 
grande, in un paese che deve risolvere gravi problemi di se- 
parazione Stato-Chiesa nel Galles e di rapporti in genere fra 
le autorità civili ed ecclesiastiche. — Per entro sottili concetti 
di filosofìa del diritto guidarono gli ascoltatori il dott. Ha- 
zeltine, lettore di diritto inglese all'Università di Cambridge, 
e Sir F. PoUock, tratteggiando l'uno The early History of 
english Equity e l'altro The Transformation of Equity. La 
presenza e la partecipazione attiva di quest'ultimo al congresso 
fecero più vivamente sentire il rammarico di una perdita re- 
cente, quella del Maitland, in quanti lo avevano conosciuto 
di persona ed in quanti, venuti poco o molto in contatto con 
le sue opere, avevano anche subito il fascino della sua po- 
tente personalità. Federico Maitland è stato forse il maggiore 
degli storici del diritto inglesi nell'ultimo quarto di secolo, 
e dei rappresentanti della tendenza germanistica in Inghil- 
terra: sua, in collaborazione col PoUock, ìa mu-dhìle History 
of english Law\ sua, una traduzione e riduzione inglése, col 
titolo di Mediaeval politicai Theories, del Deutsche Genos- 
senschaftsrecht del Gierke, preceduto da una ampia e bellis- 
sima introduzione; suoi, molti studi sul « Domesday-book ». 
su Township and Borough e su altri argomenti di storia e di 
diritto inglese, molti dei quali sono stati recentemente raccolti 
in tre volumi : The collected Papers of Frederic William 
Maitland (1911, Cambridge University Press), nei quali non 
sai se più ammirare le attitudini filosofiche del suo spirito e 
la capacità di illuminar di luce filosofica le cose, traendola 
dal loro profondo, o il vivo senso storico, il senso del concreto, 
che lo fanno protestare contro le facili generalizzazioni dei 
sociologi, contro i ravvicinamenti spesso cervellotici dei com- 
paratisti, contro i ritrovatori di leggi storiche ad ogni pie so- 
spinto. Il mio pensiero tornava a lui ed a certe sue pagine 
di questa raccolta, ascoltando, nella sezione IX 6, una comu- 
nicazione del prof. Masson-Oursel di Parigi. 



I 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 187 

Egli parlava di Histoire et Philosophie de V Histoire e 
trovava le ragioni per giustificar l'esistenza di una filosofia 
della storia in una concezione assai discutibile della storia 
stessa. Il fatto storico, diceva, non è dato ma conquistato su 
l'oscurità del passato, su l'incertezza e scarsezza delle testi- 
monianze. La conquista è così ardua che si può affermare 

10 storico abbia esaurito il suo compito, dopo avverati i fatti. 
La storia, quindi, è un' « arte », una tecnica di ricerca, niente 
più. Quantunque partecipi del carattere scientifico per il suo 
sforzo di obbiettività, essa non è una scienza, perchè non 
vuole e non può stabilire leggi. Certo il fatto storico, come 
ogni altro fatto, chiude in sé delle leggi che vi si realizzano; 
ma lo storico è incompetente a liberamele, essendo la sua 
capacità proporzionata alla sua specializzazione ed avendo le 
leggi — che son fatti generali — una estensione di cui l'erudito 
raramente può rendersi conto. Per scoprirvi la legge, bisogna 
spogliare il fatto di quei caratteri di irreducibile individualità 
che danno loro interesse agli occhi di un curioso della storia. 

11 compito di questa ricerca è appunto da lasciare alla filo- 
sofia della storia, intesa nel senso non di un dogmatismo 
arbitrario che sfrutta i fatti storici a profitto di speculazioni 
campate in aria, ma di uno sforzo sistematico per comprender 
i fatti umani fondandosi su la storia. Qui la distinzione tra 
storia e filosofia della storia non potrebbe essere piìi netta- 
mente formulata! 

* 
* * 

Qualche lettore potrebbe, per avventura, desiderar notizie 
di altre due sezioni: la VII (Storia della coltura medievale 
e moderna), presieduta dal dott. G-. Prothero di Cambridge, 
e la IX (Scienze affini ed ausiliari), alla cui testa era sir 
F. C. Kenyon, direttore del British Museum. Ma è ora di 
chiudere questa già lunga se pur insufficientissima rassegna. 
Di alcuni temi delle due sezioni ho già fatto cenno altrove 
e chiedo venia del rimescolamento arbitrario: così ho accen- 
nato alle teorie politiche medievali del Carlyle, alle in- 
fluenze intellettuali della Scozia sul continente dell' Hume 



188 G. VOLPE 

Brown, alla storia e filosofia della storia del Masson-Oursel. 
Ma altro moltissimo vi sarebbe, su cui quel tale relatore 
onnisciente ed onnipresente, di cui sopra, potrebbe infor- 
marti, o lettore. Basti qualche altro titolo: Ihe Philosophy 
of Nicolas of Cusa del prof. J. A. Smith ; Juan Luis Vives 
in the Renaissance del prof. Fostcr Watson; The psycholo 
gical Bases of social Theory in England since 1776 di 
Mr, Graham Wallas; Palissy, Bacon and the Revival of naturai 
Science del prof, air Clifford Allbutt ; La gioire mathématique 
de la Grande Bretagne del professore j^enovese 6. Loria, che 
ha evocato chi sappia, con un bel libro d'insieme, mettere 
quella gloria in piena luce; Italian Opera in the 18 J'" Century 
and its Influence on the Music of the classical Period, di 
Mr. Edward J. Dent; On the History of literary History Aeì 
prof. Herford, le cui idee sono sostanzialmente contenute in 
un articolo della Quarterly Review, aprile 1912; Historical 
Method in Science di Mr. Whetham; The Relation of written 
to spoken Language, with special Reference to History del 
dott. Bradley ; persino Historiometry, a new Method in the 
Science of History del dott. Woods.... 

E poi araldica, etnografia, topografia, numismatica, ge- 
nealogia, bibliografia, sfragistica ecc. Di questi ultimi temi 
voglio, se non altro per obbligo di italiano, specificarne 
due: Certain « imprese » on italian Renaissance Meddls di 
Mr. Hill, del British Museuni ; e Sur l'origine et Vhistoire de nos 
chiffres dits arahes, del prof. N. Boubnov, del quale mi duole 
non aver potuto a suo luogo riferire, con la precisione neces- 
saria (per la mala fine incontrata da un mio appunto e, ahimè, 
non da uno solo !), quanto ebbe a dire sopra un altro tema da lui 
trattato nella sezione III, con molto interessamento mio e 
d'altri ascoltatori, cioè: Guillaume de Malniesbury et la le- 
gende de Gerhert (Pape Silvestre II). Sull'uno e sull'altro 
argomento, il Boubnov portò al congresso i risultati di lunghi 
suoi studi, in parte già dati alle stampe. E poiché ho fatto 
il suo nome, aggiungerò che il Boubnov fu l'estensore, per 
conto della Facoltà filosofica e del Consiglio dell'Università di 
Kiew, di una protesta, redatta in russo ed in francese, contro 
l'esclusione della sua lingua nazionale dal novero di quelle 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 189 

ammesse nel congresso: Les titres scientifiques de la langue 
russe pour Vadmission dans les congrès historiques interna- 
tionaux (Kiew, 1913). Ormai non c'è congresso internazionale 
in cui queste proteste, più o meno solenni, non si rinnovino. 
La coltura cresce in ogni angolo di vecchi e nuovi mondi, 
crescono i contributi delle varie genti al patrimonio del sa- 
pere, ed ogni giorno vi è una nazione nuova che ha o crede 
di avere, come unità, i titoli sufficienti per ottener la piena 
cittadinanza nella repubblica delle lettore : echi della poli- 
tica internazionale, che si ripercuotono nei congressi. Dopo 
tutto, si potrebbe ben lasciare ad ognuno di parlar nella lingua 
che vuole! Tanto, è difficile, all'atto pratico, che si porti ad 
un congresso una lingua che nessuno o troppo pochi cono- 
scono. Questa, all' incirca, anche l'opinione del Boubnov e dei 
suoi connazionali, i quali mettevano nella bilancia, oltre che 
considerazioni astratte, le benemerenze ormai innegabili della 
Russia in fatto di coltura storica, l'attività dei suoi archeo- 
logi, le ricerche allargate a tutto l'Oriente europeo ed anche 
all'Occidente (specialmente in ordine alla storia economica), 
gli istituti organizzati a scopo di indagine storica ecc. 

Su uno di questi istituti, russo o quasi russo, e su le fun- 
zioni sue, noi congressisti fummo particolarmente informati 
nella sezione IX, suddivisione 6, riservata alla filosofia della 
storia ed alla metodologia storica. Su la Méthode historico- 
géographique, appliquée par Vlnstitut de la société scientifique 
de Varsavie, riferì il signor Alessandro Jablonowsky, che di 
quella società è presidente. Scopo dell'Istituto è di prepa- 
rare e pubblicare carte e atlanti speciali, consacrati a tutti 
i fatti storici passibili di rappresentazione grafica, siano re- 
lativi alla politica o all'etnografia o alla vita sociale o al- 
l'economia o alle religioni. Presentemente, esso sta illustrando 
il processo di evoluzione storica della proprietà fondiaria sul 
grande territorio dell'antica repubblica polacca nelle varie 
epoche, tenendo conto della condizione giuridica delle terre, 
della loro ripartizione in regie o ecclesiastiche o nobiliari, 
dei successivi mutamenti in ordine alla grande o piccola pro- 
prietà ecc. Ed è in corso di pubblicazione un grande atlante, 
diviso in tre parti, rispettivamente per le Provincie etnogra- 



190 G. VOLPE 

fiche polacche (Polonia), per le Provincie lituane (Lituania), 
per le provincie rutene meridionali (Rutenia). La seconda 
parte è già uscita, per cura della Accademia delle scienze di 
Cracovia. 

Altra cosa è l'istituto lipsiense, di cui ha dato notizia 
Karl Lamprccht suo iniziatore. Il discorso su Die Organisa- 
tion des hóheren historischen SUidiums fu la relazione sopra 
gli esercizi di storia comparata che il Lamprecht, insieme 
con una ventina di altri docenti addetti ad altro ufficio, di- 
rige neir Institut fur Kultur- und UniversalgeschicMe, da 
lui fondato. Nell'ultimo anno, tali esercitazioni hanno avuto 
per oggetto il sorger del feudalesimo e delle città, specialmente 
in Germania, Italia, Francia, Scandinavia, Normandia e Sicilia, 
Inghilterra, America, Cina, Giappone. I giovani riferiscono 
e discutono, ravvicinando le vicende d'un paese a quelle di 
un altro, riassumendo poi la discussione e i risultati suoi 
in un registro, volta per volta, in modo da avere in ultimo 
un quadro d'insieme dei lavori dell'aùnata. Idea singolare è 
r intervento, nelle esercitazioni, di persone estranee — appar- 
tenenti ai vari paesi di maggior coltura — capaci di aiutar i 
discenti nella interpretazione delle fonti e di metterli in contatto 
con la speciale produzione storica e coi metodi più propri dei 
vari paesi. Fra questi estranei, «Auskunftspersonen », alcuni 
dei quali giovani, altri maestri provetti, il Lamprecht ricorda 
Gabriel Monod, Jeanmarie e Grillet dell'Università di Parigi, 
Loreday dell'Università di Cambridge, Hovel dell'Università 
di Mancester, Fergusson della Columbia University di New 
York, il prof. Shimmi dell'Università di Tokio ecc. Sotto la 
guida di costoro, appunto, i vari referenti ed i lor compagni, ed 
eventualmente anche altri che prendano interesse ai singoli 
temi, elaborano le loro relazioni. In ordine al feudalesimo ed 
alle città si è potuto, discutendo e comparando, arrivare a 
questi risultati: base delle nuove forme costituzionali sono, 
prima e dopo il 1000, due nuovi atteggiamenti morali della 
« fedeltà » da una parte, della « realtà » dall'altra; nuovi at- 
teggiamenti, del resto, che non sono se non aspetti partico- 
lari di più generali trasformazioni nel costume e che mo- 
strano la necessità di un attento esame della storia del costume 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 191 

stesso, come indispensabile fondamento di una esatta storia 
delle istituzioni. A parte gli speciali risultati delle eserci- 
tazioni ultime e ciò che in essi tradisce la discutibile pre- 
dilezione del Laiuprecht e della sua scuola per formule ed 
estratti concentrati di succo storico, mi par bello ed utile questo 
avvicinare i giovani in una discussione preparata e metodica, 
questo metterli in contatto con studiosi d'altri paesi, questo 
iniziarli alla storia di tutte le genti. Buon alimento per lo 
spirito imperialistico dei futuri storici della Germania! 



* 
* * 



Vorrei, per fare anche io una comparazione, poter rife- 
rire su The Chair of modem History at Cambridge Univer- 
sity di cui parlò al Congresso il Gooch, lo storico della storia 
nell'ultimo secolo. Ma le vicende di questa cattedra, fondata 
— li e ad Oxford — sul principio del '700 per fabbricar di- 
plomatici ed apologisti della nuova dinastia; affidata per lun- 
ghi anni.... al poeta Gray e rimasta sterile o quasi di risultati 
fino a! XIX sec, anzi sino a pochi decenni addietro, mentre 
pur le fiorivano attorno gli insegnamenti matematici e le 
scienze esatte; queste vicende non mi fu dato conoscerle al 
congresso dalla bocca del Gooch. Posso rimandare chi ne 
abbia qualche desiderio al libro del Gooch stesso, sopracitato, 
e magari ai rapidi cenni che dell'Università di Cambridge e 
del suo insegnamento storico, come delle Università e degli 
insegnamenti di tutta l'Europa centrale e del nord-ovest, 
diede anni addietro il Fredericq, di Gand, nel suo libro su 
L' enseignement supérieur de V Histoire (Gand e Paris, 1899). 
Ma se non propriamente di Cambridge e della sua cattedra 
di storia, posso dire, in succinto, delle condizioni attuali del- 
l'insegnamento della storia nelle Università inglesi, in base a 
ciò che ne riferirono al congresso due maestri di quella na- 
zione, il prof. Tout e il prof. Firth, l'uno di Manchester e 
l'altro di Oxford, inaugurando e presiedendo i lavori della III 
e della IV sezione. Il Tout è conosciuto per buoni lavori spe 
ciali e d'insieme della storia d'Inghilterra. Per esempio, è 



192 G. VOLPE 

dovuto a lui uno dei dodici volumi (e precisamente quello 
che va dal 1216 al 1277) della vasta Politicai History of 
England, edita da W, Hunt e da R. Lane-Poole; la 2* e la 
3^ parte — cioè da Enrico Vili alla Rivoluzione del 1688 e 
da questa alla morte della Regina Vittoria — di un'altra 
History of England, di cui la prima parte è del Powel, già 
« regius professor » di storia moderna ad Oxford ; ed altri 
scritti. Del Firtli io conosco solo tre recenti volumi, pubbli- 
cati a Londra nel 1911 per cura dello Statute Law Comitee, 
che sono una preziosa raccolta di Acts and Ordinances of 
the Interregnum. Il terzo volume contiene l'introduzione del- 
l'editore, ricca di dati su la legislazione durante la guerra 
civile e l'interregno nel XVII secolo; sul potere incostituzio- 
nalmente arrogatosi dal Parlamento di legiferare per via di 
ordinanze senza il consenso regio; su ciò che di questa legis- 
lazione parlamentare sopravvisse alla restaurazione e servì 
a dare unità a quei due periodi di storia inglese ecc. 

Il Tout, dopo aver commemorato l'Hodgkin, prese occa- 
sione da lui per constatare il cammino percorso dagli Inglesi, 
l'ultimo ventennio, in fatto di insegnamento superiore della 
storia; ma affermò ancora grandi, ciò non ostante, le defi- 
cienze nell'organizzazione tecnica sua. Lo stesso concetto svolse 
il Firth, che dedicò all'argomento tutto il suo discorso: The 
Stiidy of modem History in Great Britain, considered in 
Connection ivith Education, the Organisation of the Archives, 
and the documentary Publications ofthe Government; in con- 
nessione, cioè, con quelli che, egli disse, sono in ogni paese i 
fattori principali, e fra loro assai strettamente legati, del pro- 
gresso degli studi storici: insegnamento, archivi, pubblicazione 
di documenti. Di tali questioni anche da noi si è discusso e 
si discute. Ed i lettori di questa rivista ricordano certamente 
ciò che su gli Archivi italiani scrisse tempo addietro il Bal- 
dasseroni. A proposito: la sezione IV del Congresso londinese 
ebbe molti temi di argomento archivistico. Sui Belgian Archi- 
ves riferì il Pirenne; BUÌÌ'Administrationof Archives sincel789, 
Mr. Charles Johnson; sui Canadian Archives, Mr. A. Doughty. 
su lo Study and Arrangement of the hraziUan Archives, 
il signor Oliveira de Lima. Anche nella sezione V (Storia 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 193 

ecclesiastica), il prof. A. Cauchie parlò de Les Archives 
du Clergé de France ; archivi diocesani, provinciali e cen- 
trali, ricchissimi di documenti per lo studio della teologia, 
della giurisprudenza, dell'aniuiinistrazione patrimoniale eccle- 
siastica, cioè della storia della Chiesa di Francia che è tanta 
parte della storia della Chiesa cattolica nell'epoca moderna, 
e sorti in rapporto con quelle assemblee del clero francese che 
dal 1561 alla Rivoluzione servirono a votar i sussidi e doni 
gratuiti al Re, a difendere le immunità ecclesiastiche in ma- 
teria giudiziaria e finanziaria, a trattar questioni religiose come 
la Riforma, il Giansenismo, il Gallicismo ecc., dando origine 
ad una quantità di istituzioni elettorali, amministrative, giudi- 
ziarie fortemente organizzate. Ho già accennato, poi, al discorso 
inaugurale pronunciato il 3 aprile dal dott. Ward, il quale, 
prendendo le mosse dalla lettera di James Brjce ai congres- 
sisti, considerò il più liberale regime degli archivi in Eu- 
ropa, dopo la Rivoluzione francese, come un altro di quei fatti 
nuovi del XIX secolo da cui gli studi storici avevano tratto 
impulso ed alimento. Ma in Inghilterra, il loro ordinamento 
attuale sarebbe, a detta del Firth, pessimo o quasi pessimo. 
Già, son rimasti piìi chiusi che altrove, pel fatto stesso del 
maggior valore pratico che hanno conservato in quel paese, poco 
sconvolto da rivoluzioni, tanti documenti del passato. E poi, 
a differenza degli altri paesi continentali, in Inghilterra man- 
cano archivi provinciali o distrettuali ; manca un numero ade- 
guato di funzionari addetti ai vari Record Ofjtces dei tre Regni; 
manca, a quelli che vi sono, la preparazione sufficiente in 
fatto di paleografia, diplomatica, storia inglese, la cui cono- 
scenza non è richiesta. Donde anche la cattiva sistemazione 
delle carte, almeno dal punto di vista degli studi, e la defi- 
cienza di buoni cataloghi. 

Ma mettiamo da parte gli archivi e riassumiamo i dati 
e le osservazioni del Firth sull' insegnamento superiore della 
storia nella Gran Brettagna. Lo studio della storia moderna 
nelle nostre Università, egli disse, è stata una pianta a len- 
tissimo sviluppo. Per due secoli, niente insegnamento o unito 
ora con quello della storia ecclesiastica, ora con le antichità 
greche e romane, ora con l'oratoria o con la letteratura in- 



Ì9i G. VOLPE 

glese, ora con la storia naturale; per cui, bene spesso, nei 
corsi si faceva delia poesia o.... della zoologia. Bisogna ve- 
nire alla fine del XIX secolo per aver cattedre di storia 
moderna nel maggior numero delle Università britanniche. In 
Iscozia, ne fu istituita una, a Edinburgo nel 1889, dopo il rap- 
porto di una Commissione reale; nel 1894, a Glascow; nel 1903, ad 
Aberdeen. I progressi sono stati notevoli specialmente a Edin- 
burgo, che nel 1901 ha istituito anche una cattedra ordinaria 
'di storia scozzese e di diplomatica e nel 1912 un lettorato di 
storia coloniale. Presentemente, ha quattro professori di storia 
moderna e tre lettori, ed assai si giova degli aiuti che ai gio- 
vani suoi e delle altre Università scozzesi fornisce, nelle loro 
ricerche storiche, il Carnegie Trust. Assai meno bene 1' Ir- 
landa, dove solo nel 1909 Belfast ottenne una Università ed un 
professore indipendente di storia moderna, mentre l'University 
College di Dublino, unitosi con i due collegi di Galway e 
di Cork a formare un'altra Università irlandese, ha un pro- 
fessore di storia generale ed un altro di storia irlandese. Ma 
risultati scarsi. Cosi all' incirca nel Galles e nell'Inghilterra. 
Nel Galles, i tre collegi fondati nell'ultimo cinquantennio ed 
associatisi nel 1893, per formare una Università del Galles, 
posseggono tutti insegnanti di storia moderna e non mancano 
di certa attività negli studi storici; ma essa è limitata alla 
storia ed alle antichità galliche. L'Inghilterra poi, conta, oltre 
le due antichissime e celeberrime, altre 8 Università. Di esse, 
quella di Londra, fondata nel 1836 per esaminare e dare 1 
gradi accademici, si è sviluppata solo nel 1900 in un istituto di 
insegnamento superiore, pur essendo ancora in via di organiz- 
zazione per quanto riguarda i rapporti con i collegi che essa 
ha già assorbito e unificato o vuole assorbire ed unificare (1). 



(1) Proprio nei giorni del Congresso, una Commissione reale per 
l'istruzione universitaria in Londra finì i suoi lavori e ne presentò al 
Parlamento la relazione, dopo avere inquisito suU' Università di Londra 
e su gli istituti di istruzione superiore, vuoi generale vuoi professionale e 
tecnica ; e dopo avere escogitato misure utili per organizzar l'insegnamento e 
la ricerca scientifica universitaria nella metropoli e per sistemar le rela- 
zioni fra l'Università, i Collegi già incorporati ad essa, r«Imperial College 
of Science and Technologj^ > ed altre scuole superiori. 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 195 

Manchester, Liverpool e Leeds, già costituenti coi loro tre 
collegi la Victoria University sin dal 1880, hanno avuto, 

10 anni addietro, tre distinte Università. E poi: Birmingham, 
fondata nel 1900, Sheffield nel 1905, Bristol nel 1909. 
Tutte hanno professori di storia moderna e lettori che li as- 
sistono; ma la lor esistenza data da troppo poco tempo perchè 
se ne possano vedere i frutti. Di solito, il tempo degli inse- 
gnanti è occupato tutto da un gran numero di corsi ele- 
mentari, per preparare i giovani agli esami. Solo Manchester 
fa seri sforzi per dare una preparazione scientifica agli stu- 
denti di storia ed ha già avuto discepoli valorosi ed opere 
pregevoli. E fiorente è, pure, la Scool of economie and politicai 
Science di Londra. Nell'insieme, tolte Edinburgo e Manche- 
ster, le Università britanniche non forniscono un buon viatico 
ai giovani che vogliano incamminarsi per le ricerche storiche. 

11 loro corpo insegnante è insufficiente; mancano insegnamenti 
Ài discipline ausiliarie, manca una seria istruzione in fatto di 
metodo. Non v' è che un gran numero di lezioni, da parte di 
professori ed assistenti; nulla piìi. 

Rimangono le due vecchie e ricche Università di Oxford 
e Cambridge. Ed esse, veramente, i mezzi per una buona pre- 
parazione scientifica dei giovani storici li hanno. Ad Oxford, 
illustrata di recente dall'opera di Stubbs e di Freeman, « regi 
professori di storia moderna », sono circa 12 insegnanti di 
storia forniti dall'Università e circa 28 dai collegi; a Cam- 
bridge cinque o sei dall'Università e 27 dai collegi. Circa 200 
giovani prendono ogni anno l'esame in istoria in ciascuna 
delle due Università. Ma quelle che si chiamano scuole sto- 
riche di Oxford e di Cambridge « are », lo dico con le parole 
stesse del Firth, « are essentially attempts to give a general 
education through the medium of history, not attempts to 
train men for the study of history ». La storia cioè è un 
mezzo generico di educazione; non si persegue il fine di pre- 
parare alla indagine storica. In quelle Università si fornisce, 
sì, quella generale conoscenza di fatti storici che ad uno stu- 
dioso è necessaria come base, ma non si dà l'abitudine al 
lavoro metodico, non si iniziano i giovani alle scienze ausi- 
liarie. Sarebbe necessaria, dopo quella prima preparazione 



196 G. VOLPE 

generica, una preparazione specifica che ora manca. Ad Oxford, 
in verità, certi strumenti vi sono. Vi sono cioè paleografia e 
diplomatica, un seminario per lo studio della storia sociale 
e della storia del diritto nel Medio Evo, lezioni su fonti e 
bibliografia, qualche esercizio di metodo storico. Ma non v'è, 
in cambio,... la materia prima, cioè gli studenti che imparino 
tutta questa bella roba. Solo pochissimi, e vengono dalle 
università americane o da altre università britanniche. I 
giovani invece che hanno ottenuto V istruzione iniziale che 
Oxford fornisce, non si curano di quella speciale e comple- 
mentare. Una delle ragioni prime deirabbandono è, secondo 
il Firth, che uè questa speciale istruzione né scritti ori- 
ginali si richiedono per conseguire un posto nell' insegnamento 
della storia. Lo stesso a Cambridge, con l'aggravante che qui 
mancano anche quei sussidi speciali che Oxford fornisce. Le 
conseguenze di siffatto stato di cose sono poco liete, natural- 
mente, per le vecchie e per le nuove Università che reclutano 
li i propri maestri. Bisogna rimediare. Bisogna che le Uni- 
versità pensino sul serio a dare una miglior preparazione ai 
futuri storici ed ai futuri insegnanti. Quali i modi per giun- 
gere al risultato, lo diranno, in Inghilterra, gli uomini cui sta 
a cuore il sapere storico. Ma ce lo diranno, conehiudeva il 
Firth, anche i dotti stranieri convenuti al congresso, forti di 
esperienze varie e di esperienze piìi antiche. 

Se e in quanto il quadro tracciato dal Firth corrisponda 
a verità non sto qui a sentenziare io. Ma non v'è ragione di 
non credere a chi in quell'ambiente universitario vive e lavora 
da anni. Se mai, qualcuno potrebbe aver ricevuto l'impres- 
sione che il Firth abbia parlato — come dire? — piìidaj)ro- 
fessore che da storico, cioè con la tendenza a trovar nelle 
istituzioni scolastiche, nelle cattedre, nei mezzi tecnici le 
cause principali se non esclusive del vigoreggiare o del deca- 
dere degli studi storici, i rimedi da apporre ad eventuali e, nel 
caso nostro, reali deficienze. Ma in un congresso di professio- 
nisti 0.... aspiranti professionisti (almeno per la piìi parte!), que- 
sto è più che naturale. Vero che la Gran Brettagna ha avuto 
nel XIX secolo molti storici — ed alcuni di grande valore — 
che si sono formati da sé senza tirocinio tecnico, senza spe- 



I 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 197 

ciale apprendimento di metodo, senza Università. Ma ciò che 
bastava una volta, si risponde, ora non basta più. L'era del- 
l'empirismo e del dilettantismo è finita e bisogna organizzare, 
organizzare, organizzare. Bisogna ispirarsi ai sistemi delle 
migliori scuole storiche del continente, dice il Tout; bisogna 
guardare alla Francia, specifica il Ward, alla sua École des 
Chartes, alla sua École des hautes Études, alla sua École des 
Sciences politiques ; guardare più ancora alla Germania, ai 
suoi corsi pratici, ai suoi seminari scientifici. Ed alla Ger- 
mania si sono alzate lodi nel discorso inaugurale, a proposito 
di insegnamento storico secondario ben organizzato; si è messo 
Berlino sopra ogni altra sede di scienza, come quella che ha 
dato, dall'Humboldt in poi, il più potente impulso alla tras- 
formazione ed al progresso della storiografia.... Ma abbiamo 
anche sentito, fuori del mondo universitario e professorale, 
qualche nota se non opposta, certo un po' diversamente in- 
tonata: si, bisogna organizzare, per rendere più proficuo il 
lavoro individuale, bisogna preparare meglio i giovani storici, 
bisogna dar loro tecnica e metodo. Ma fa duopo anche guar- 
darsi da un sistema di studi universitari troppo strettamente 
tecnici che potrebbe forse darci dei pedanti, dei piccoli eru- 
diti che credono d'aver attinto la mèta quando abbiano sco- 
perto pubblicato e commentato documenti, filologicamente 
elaborato testi, imbastito un racconto con ogni possibile sus- 
sidio di testimonianze ineccepibili ; degli uomini, cioè, che, 
gli occhi ben fissi sull'albero, perdono di vista il bosco, come 
dice il proverbio inglese ; ma non darci degli storici nel 
pieno ed alto senso della parola. È anche poco desiderabile che 
la storia cessi di essere in Inghilterra ciò che in questo paese 
è sempre stata, ciò che specialmente è stata a Cambridge, 
cioè mezzo precipuo di coltura dello spirito, necessario avvia- 
mento alla comprensione della vita politica. Così, all'incirca, 
il Times, in un articolo conclusivo, dopo il Congresso. E lo 
stesso hanno detto uomini pubblici che si sono trovati, « inter 
pocula » a contatto con i congressisti e che rimangono piut- 
tosto fedeli air antica concezione e pratica della storiografia 
inglese. Nel pranzo offerto ai congressisti, al Cedi Hotel, il 
presidente del Board of Education, che teneva il posto d'onore, 



198 G. VOLPE 

rilevò ed esaltò la vecchia e pur non morta consuetudine pae 
sana per cui molti dei maggiori storici hanno vissuto nella 
vita politica, giovandosi delFattività teoretica per l'attività 
pratica e della pratica per la teoretica: Clarendon, Gibbon, 
Macaulay, Lecky, nel passato; lord Rosebery, lord Fitzmau- 
rice, sir George Trevelyan (lo storico dei tempi di Wiclitf e 
di Garibaldi), ai giorni nostri. Sebbene l'azione politica ri- 
guardi più il futuro che il passato, anzi voglia e debba pre- 
parare il futuro, egli era convinto che questo tradizionale e 
benefico legame non si sarebbe facilmente sciolto in Inghil- 
terra. Dei viventi, egli nominò fra gli altri, a titolo d'onore 
e d'esempio, James Bryce. Il quale, nell'indirizzo ai con 
gressisti, aveva detto anche lui qualcosa di simile: viaggiare, 
mettersi in contatto con le correnti della vita vissuta, studiare 
le popolazioni che si trovano ancora agli inizi dello sviluppo, 
osservare nell'ampio mondo ciò che la natura ha fatto degli 
uomini e gli uomini della natura, è una delle vie, e non la 
meno utile, per avvicinarsi alla storia. E lord Morley, nel ban- 
chetto di Oxford: oggi la scienza storica si è voltata con 
ardore e con fede ai documenti scritti, ad ogni sorta di docu- 
menti; ma un giudice competente, Bismarck, ha di già ammo- 
nito del pericolo che porta seco la troppa fede nei documenti. 
Invano si crede di ritrovare in essi e con essi le linee genuine 
del passato. Gli uomini non si conoscono solo attraverso i mate- 
riali diplomatici, ma osservandoli nella realtà della esistenza 
quotidiana. La quale potrebbe anche mostrare l'importanza 
della semplice intuizione, della improvvisazione, nella politica; 
laddove gli storici inclinano troppo spesso a veder negli av- 
venimenti l'effetto di meditati accorgimenti, di razionale e 
ponderata valutazione dei dati di fatto, da parte di chi dirige 
le sorti degli Stati e dei popoli.... 

Senza discuter troppo ne metter l'una di fronte all'altra 
queste due concezioni e, più ancora, questi due stati d'animo 
che, se non in tutto, certo in parte contrastano; è lecito ad 
un professore di storia di sentirsi quasi quasi più vicino 
al presidente del Board of Education, a James Bryce, 
a lord Morley, che non ai colleghi Tout e Firth? Riconoscere 
giuste le preoccupazioni di questi ultimi, ma nel tempo stesso 



J 



I 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 199 

essere persuaso che non in nuovi ritrovati scolastici la sto- 
riografia attingerà il vigore che le manca? Dire per lo meno 
che, in questo momento e per quanto riguarda l'Italia, egli è 
meno colpito dalle deficienze tecniche dell'insegnamento su- 
periore — innegabili deficienze anche da noi — che non da 
altre più sostanziali deficienze, come sarebbero la scarsa vita 
che circola dentro la nostra grama storiografia, il suo fiato 
troppo corto, il suo distacco dalla politica e dalle questioni 
della vita nazionale e internazionale di cui nessun'eco o de- 
bole eco le giunge, il suo scarso affiatamento col pubblico anche 
dei mezzanamente colti, al quale non sa dare ciò che questo 
le chiede con insistenza crescente e confortante? Vien fatto 
di invocare per noi Italiani un po' d'Inghilterra, della vecchia 
Inghilterra, pur mentre la vecchia Inghilterra invoca l'aiuto 
del continente per ammodernarsi e progredire. Ad essa certo 
non guardò invano, nel tempo della preparazione e della ma- 
turità, uno dei nostri migliori : Pasquale Villari. E ad essa, 
alla vecchia Inghilterra degli storici-politici, si potrebbe ancor 
oggi utilmente guardare da parte nostra. Se non altro, chi 
sa che non vi trovassimo un correttivo a certe esagerazioni 
degenerazioni erudite che, insieme con molte buone cose, 
ci sono venute un po' dai nostri dotti vicini del nord, oltre che 
dalla debolezza della nostra vita spirituale negli ultimi decenni! 
Ma, giusto per cominciare questi maggiori contatti con 
la storiografia d'oltre Manica,., gli storici italiani hanno fatto 
solo una timidissima comparsa al congresso londinese. Esso 
è passato inavvertito anche per la più parte degli istituti 
scientifici italiani. Il governo nostro credo non fosse neanche 
rappresentato. Pazienza! Poiché non è ai Congressi che si 
risolvono i problemi del sapere. Ma le occasioni di metter il 
naso fuori di casa noi Italiani forse meno degli altri dovremmo 
lasciarcele scappare. Potremmo prender qualche maggior co- 
noscenza diretta dei molti materiali del nostro passato, dis- 
seminati nei grandi e piccoli archivi d'oltr'Alpe; potremmo 
sentirci stimolati ad approfondir la nostra coltura, oggi 
scarsissima, della storia d' altri paesi, che è tanta parte 
della nostra storia; potremmo ricever suggestioni che solo 
il contatto con gli uomini e non quello con i libri può dare. 



^200 



Questi congressi internazionali, poi, sono una specie di esame 
delle varie nazioni; esame di certe energie delle nazioni 
stesse. E giudice non è solo il dotto di professione; anzi, non 
tanto lui che ha altri mezzi di informazione, quanto un largo 
ceto di gente colta che è poi il ceto direttivo di un paese. 



* 



È necessario aggiungere, a modo di suggello, che gli In- 
glesi fecero gli onori di casa con larghezza e cortesia gran- 
dissime? Un ricevimento generale la sera precedente l'inau- 
gurazione, alle Grafton Galleries, che erano come il quartier 
generale; un banchetto offerto al Cedi Hotel dal Governo; 
l'invito ad una rappresentazione dell'Hamlet eseguita da 
Forbes Robertson e dalla sua compagnia al Drury Lane 
Theatre\ una escursione pomeridiana, attraverso praterie ver- 
desmeraldo ed acque correnti, al castello di Windsor, un'ora 
di treno da Londra, ricco di tesori d'arte; un pranzo, a largo 
numero di congressisti, offerto dal Lyceum Club di Londra, 
il più importante club femminile della metropoli; un invito 
al Pubblio Records Office ed al British Museum, dove i due 
direttori sir Henry Maxwel-Lyte e sir Frederic Kenyon 
ricevettero gli ospiti e li guidarono alla visita delle due 
grandi raccolte; un sopraluogo ai resti romani di Londra, sotto 
la guida di Mr. Philip Norman; un ricevimento dell'Arcive- 
scovo di Canterbury al Lambeth Palace ed un altro all'Abbazia 
di Westminster, non senza una assai edificante predica del 
decano dott. Ryle che, per cortesia agli ospiti, volle augurare 
alla storia della Chiesa e delle Scritture un più attento 
studio da parte dei servi di Cristo, ora troppo disposti ad 
adagiarsi nella loro ignoranza per quanto riguarda le vicende 
passate della loro comunione e della Bibbia, i fondamenti 
della fede che professano, l'origine e lo sviluppo dei loro sa- 
cramenti, delle loro istituzioni, dei loro libri di preghiera. E 
poi ricevimenti parziali in case di privati (di sir George e 
Lady Trevelyan, di Mr. John Murray, del ministro cileno don 
Agostino Edw^ard ecc.) ; inviti personali presso l'una o l'altra 



IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 201 

famiglia; libera ammissione a gallerie pubbliche e private; 
il tutto condito di cordialità ed affabilità e semplicità che ri- 
mangono fra i ricordi più graditi del congresso. Questo elenco 
di belle e buone cose, Viste sentite o gustate, non è storia né 
antica ne medievale né moderna; ma é ingrediente necessario 
di un congresso, specialmente di un congresso di storici. Ai 
quali così é agevolata la comprensione di quel costume locale 
che deve essere sempre il presupposto e come la base di qua- 
lunque loro ricostruzione. Da siffatto punto di vista, nulla, 
durante la settimana del congresso, eguagliò la gita a Cam- 
bridge e ad Oxford fatta da due gruppi distinti di studiosi, 
ospitati lì nei collegi o nelle case di professori (e siano rese 
grazie ancora, per mio conto, al prof. Matheson di storia an- 
tica), e riuniti la sera a pranzo solenne, nella penombra sug- 
gestiva di antichi doppieri e tra fruscii di fiammanti rosse 
cappe accademiche, gli uni al King's College sotto la presi- 
denza del dott. Prothero, gli altri nel grande refettorio del- 
l' Ali Soul's College, col Visconte lord Morley. A quelli di 
Oxford, dopo il pranzo, fu anche offerto nella biblioteca del 
Collegio, dalla sezione locale della società per le danze po- 
polari inglesi, un caratteristico spettacolo di danze paesane. 
Alcuni congressisti forestieri colsero 1' occasione per vi- 
sitare l'una e l'altra città, di cui le grandi moli gotiche dei 
collegi sono tanta parte. Questi erano ancora chiusi e pieni 
di silenzio E non ridico il fascino di quelle chiese, di quelle 
sale dalle grandi invetriate a colori, di quei chiostri dagli 
ampi colonnati e dai molli tappeti erbosi, di quei parchi pieni 
d'ombre, tranquillo asilo di daini e caprioli. Ma proprio in 
quei giorni i giovani cominciavano a tornare, dopo le ferie; 
e noi potemmo vederne piccoli gruppi per le vie, alti, biondi, 
rumorosi, col capo nudo, piovesse o brillasse il sole. Ad Oxford, 
alcuni di noi avemmo la fortuna, dovuta a cortese invito del 
prof. dott. Hogarth presidente della sezione I, di passar dalle 
sedi della vita contemplativa (ma anche.... dello sport!) a 
quelle più propriamente consacrate alla vita attiva, anzi feb- 
brile. Ci fu dato, cioè, di visitare in ogni sua parte la grande 
tipografia della Università, edifizio di gran mole o, meglio, 
complesso di edifizi successivamente aggiuntisi al nucleo cen- 



202 G. VOLPE, IL CONGRESSO DELLE SCIENZE STORICHE A LONDRA 

trale, a mano a mano che l'azienda, con progresso lento e con- 
tinuo, si svolgeva e si accresceva. È la più antica d'Inghil- 
terra e conserva tutta intera la serie delle sue pubblicazioni 
dalla fine del 1500, cioè da quando, un secolo dopo la com- 
parsa della stampa ad Oxford, la tipografia si legò all'Uni- 
versità (a. 1585). Ha migliaia di operai ed operaie, centinaia 
di fragorose ed ahimè! assordanti macchine, stampa in oltre 
300 lingue, spedisce milioni di bibbie in tutto il mondo, ser- 
vendo così la causa della politica inglese e dell'espansione 
britannica, oltre che la causa della coltura. Costituisce un 
microcosmo ed ha tutto ciò che serve ai suoi bisogni : fa il suo 
inchiostro e la sua carta, fonde i suoi caratteri, incide le sue 
lastre, rilega i suoi libri. Cosa modernissima ma anche anti- 
chissima. Curtis medievale ed acciaierie Krupp. Certo pochi 
paesi come V Inghilterra presentano questo connubio di vecchio 
e di nuovo innestati e fusi l'uno con l'altro! 

Fra cinque anni, il congresso di scienze storiche, a Pie- 
troburgo. 



Milano 



G. Volpe. 



NOTIZIE 



Storia generale e studi sussidiari. 

— Teodoro Birt, La civiltà romana, traduzione di Giovanni 
Decia. Firenze, Ariani, 1912, pp. 214. — Finora non avevamo in 
Italia un'opera che ampiamente e diligentemente ci parlasse della 
coltura romana. A tale lacuna, per incarico della Società Italiana 
per la diffusione e l'incoraggiamento degli studi classici, ha rime- 
diato il prof. Decia, traducendo, in forma elegante ed efficace, da 
Teodoro Birt, il filologo illustre dell' Università di Marburg, gli 
« schizzi sulla civiltà romana », scritti col sussidio delle fonti più 
antiche, delle visite numerose fatte a Roma, a Pompei e in altri 
luoghi importanti, e di quella « impressione durevole » che lasciò 
nell'animo dell'A. la civiltà romana in trent'anni di studio ad essa 
consacrati. La vita di Roma antica ci apparisce in tutti i suoi 
aspetti: dalla casa, dai viali, dai bagni, dai giuochi e dai pubblici 
passatempi, all'educazione e alla vita spirituale, all'arte, alla mora- 
lità, al culto e alla fede, al diritto. Il libro, ricco di immagini e di 
paragoni suggestivi dell'antica vita romana con quella di oggi, si 
legge molto volentieri, e dà al lettore, oltre la conoscenza diretta e 
piena dell'ambiente, la impressione grandiosa della romanità che 
influì a lungo sulla letteratura e sulla civiltà posteriore e che sotto 
varie forme perdura anche oggi nella società moderna. 

R. C. 

— L' Università Hopkins di Baltimora pubblica nei suoi 
Studies (Series XXXI, N. 4; l'Jl:}) un lavoro del dott. Ralph Van 
Devan Magoffin, sui Quinquennales, quegli ufficiali che in molte 
delle colonie e municipi romani adempievano presso a poco a quelle 
stesse mansioni che in Roma erano affidate ai censori. È un ufficio 



204 NOTIZIE 

del quale, non ostante la sua importanza, poco si conosce. L'A. ri- 
costruisce la storia del censorato in Roma, e da questa trae analo 
gle e deduzioni per penetrar l'essenza della carica dei quinquen- 
nales, la funzione dei quali non è adombrata, come quella dei 
censori, nel nome (che qui però sembra doversi riguardare come 
una abbreviazione della dizione: Duumviri o Triumviri censoria 
potestate quinquennales), ma va rintracciata nella soluzione dei 
molti problemi che ad essa si riconnettono, e che il Van Devan 
ottiene sulla base dì tutte le fonti che potè rintracciare, sì nello 
monete, che nelle iscrizioni e nella letteratura. Egli viene così a jtro 
porre una classificazione degli ufficiali quinquennali basata sulla 
condizione loro come ufficiali politici nei municipi e come funzio- 
nari d'ordine non politico nei collegi e nelle corporazioni. La prima 
delle due suddivisioni è quella che attrae tutta l'attenzione dell'in- 
vestigatore, e viene studiata tanto nel periodo repubblicano quanto 
nell'imperiale; venendosi a dimostrare come questo ufficio in origine 
non fosse elettivo, ma di nomina del governo centrale, il quale più 
tardi si contentò di far la proposta alle singole municipalità, sinché 
si ebbe una vera e propria carica elettiva facente parte del locale 
cursus honorum. 

Il breve studio è condotto con buona critica delle fonti ed è 
promessa di più concludenti e solidi contributi alla storia della 
repubblica e dell'impero. U. F. 

— Federico Ciccaglione, Carattere delle istituzioni politiche 
italiane nell'alto Medioevo. Catania, Mattei, 1912; pp. 46. (Estratto 
dai volumi di imminente pubblicazione in onore di Angelo Maio- 
rana). — Sulla questione molto dibattuta se le istituzioni politiche 
in Italia durante l'alto Medioevo si siano modellate nei punti 
principali sui principi del diritto germanico, o romano-germanico, 
o romano soltanto, il C, riprendendo una tesi da lui sostenuta fin 
dal 1884 e man mano sviluppata in lavori posteriori, si schiera tra 
coloro, e son pochissimi, i quali sostengono che esse derivino soprat- 
tutto da principi del diritto sociale e pul)blico romano, cui attinsero 
i nuovi Stati formatisi in Italia in seguito alla caduta dell'impero 
romano d'Occidente. L'A. raffronta la natura delle istituzioni politi- 
che dello Stato germanico fondato in Italia e derivato dalla fusione 
dell'elemento romano-cristiano e germanico, con quello romano-bi- 
zantino, nel quale, se si ebbe la mescolanza tra elemento romano e 
cristiano, mancò il contatto con l'elemento germanico ; e trova che 
dalla caduta dell'impero romano allo sfasciarsi dell'impero carolingio 



: 



NOTIZIE 205 

e airaffermarsi del regime feudale in Italia, l'andamento dell'evo- 
luzione della vita sociale e politica e delle istituzioni militari, 
finanziarie, e giudiziarie fu uniforme in tutta l'Italia, e diede vita 
in tutta l'Italia a quel particolarismo potitico che preparò l'intro- 
duzione del regime feudale. Secondo l'A., fattore di questa unifor- 
mità è l'estendersi della costituzione politico-sociale romana negli 
ultimi tempi dell'impero e il persistere di essa sotto i primi due 
governi barbarici, salvo qualche leggiera modificazione dovuta non 
tanto all'opera politica dei nuovi governi quanto al lungo e con- 
tinuo contatto dei barbari con l' impero. La quale costituzione 
romana fu quindi pienamente ristabilita col governo bizantino, non 
fu alterata fondamentalmente da deviazioni e istituzioni del diritto 
e dalla società longobarda, che dalla civiltà romana aveva presi gii 
elementi necessari al suo sviluppo ; e continuò più accentuatamente, 
ma più avvinta all'influenza politica della Chiesa, anche più 
tardi durante la dominazione franco-carolingia e creò forme di as- 
sociazioni e di istituzioni che hanno la loro radice nel diritto ro- 
mano, o di cui sono alle volte naturale evoluzione. 

In questione di si grande importanza e tanto controversa, lungi 
dall'esprimere qualsiasi nostra opinione, noi non possiamo che am- 
mirare la cultura e la genialità con cui l'A. sostiene la sua tesi e 
augurargli un maggior numero di studiosi che condivida la sua 
opinione. R. C. 

— Carlo Bandini, Di S. Francesco d'Assisi e delle fonti per la 
sua biografia^ Firenze, 8°, pp. 47. (Estratto dalla Basttegna Nazionale, 
aprile-maggio 1912). — Sono « osservazioni e note esegetiche », 
scritte a proposito della nuova Vita di San Francesco pubblicata 
dallo svedese lohannes Joergensen, e tradotta in francese e in ita- 
liano- Superfluo rilevare che la brevità dello studio non comporta 
che l'A. si estenda in particolari dimostrazioni di valore storico 
notevole. E, non prendendo egli in considerazione i miei studi sulle 
fonti biografiche di San Francesco, naturalmente io mi trovo in 
continuo dissenso con lo scrittore; ma nulla sarebbe tanto inutile 
come il ripetere oggi la dimostrazione già fatta, tredici anni or sono, 
in questo medesimo Archivio. La questione biografica di San Fran- 
cesco oggimai non interessa più abbastanza il pubblico né gli stu- 
diosi, per essere con profitto risollevata. Ed è bene. Se ne parlò 
anche troppo, a suo tempo. Giova a tutti, ma più ancora alla 
scienza, che gli studi francescani, rianimati anni fa dalla virtù di 
uno storico illustre, si allontanino dall'età contemporanea e diven- 



206 NOTIZIE 

tino un fatto del passato. Tra qualche decennio, sedati o spenti gli 
sdegni personali e gli interessi di parte, potranno venir rievocati 
fruttuosamente, e riconosciuti lealmente i diritti e i torti, a vicenda, 
degli studiosi, i meriti e i demeriti dei polemisti. Per parte mia, 
attendo serenamente. S. Minocchi. 

- P. Ubald d'Alenqon, L^àme franciscaine, 2ème édition. Paris, 
Libr. Saint-Frangois, l!(13 ; pp. 140. — - Esiste nell'infinita varietà di 
tendenze dì caratteri di occupazioni dei seguaci del Poverello di .As- 
sisi un'anima che dia a tutta la vasta famiglia un'unità spirituale? 
Alcuni scrittori si sono già posta la questione, che più che la storia 
interessa la psicologia, rispondendo negativamente; il P. Ubald d'Alen- 
Qon invece risponde che esiste. Egli afferma (p. 31) che « lo spirito 
francescano.. . è uno spirito di ritorno all'osservanza primitiva del 
santo Evangelo, un amore personale e appassionato dell'umanità di 
Gesù Cristo .., il tutto animato da uno spirito di distacco assoluto 
fino alla povertà più estrema », ma non prova che questo spirito abbia 
animato e animi tutta la grande famiglia francescana: quello che 
prova — e bene — si è che questo spirito animò Francesco d'Assisi. 
Ora in ciò l'A. non ha detto nulla di nuovo, e tutto il libro appare 
un'amplificazione di quello che in breve è stato detto da Felice 
Tocco: « l'ideale francescano si riassume in tre parole: un ideale di 
amore, un ideale d'umiltà, un ideale di povertà ». A. P. 

— P. Girolamo Golubovich 0. F. M., Biblioteca bio-bibliografica 
della Terra Santa e dell'Oriente francescano, tomo II (Addenda al 
secolo XIII e Fonti pel secolo XIV con tre carte geografiche del- 
l'Oriente francescano de' secoli XIII-XIV). Quaracchi (Firenze), 1913; 
4". pp. iv-641. — Felice Tocco, dopo aver esaminato in questo Archivio 
storico (serie V, tomo XXXIX, 1907) il primo volume della Biblioteca 
del G., scriveva: «quest'opera sarà indispensabile non solo a' Pale- 
stinologi ma più ancora a tutti gli studiosi di cose francescane ». 11 
giudizio del valente studioso si può ben ripetere per il secondo vo- 
lume. Il p. Golubovich viene compiendo un'opera veramente notevole 
per lo studio della storia dell'Ordine al quale appartiene. Egli si oc- 
cupa dell'Oriente : ma quanti non furono i Frati Minori che passa- 
rono in Asia o in Africa o lasciarono scritti intorno a quelle re- 
gioni ? A voler, come fa TA., darci notizie non solo della fondazione 
delle Provincie e dei conventi francescani in Oriente, ma anche 
de' Frati che più o meno a lungo vi dimorarono o scrissero intorno 
all'Oriente si finisce col darci quasi tutti gli elementi per una sto- 
ria completa dell' Ordine. Perciò l' A., il quale doveva in questo 



NOTIZIE 207 

volume raccogliere il materiale storico del secolo XIV ci dà invece 
poche fonti per la storia di questo tempo e molte notizie riferentisi 
al secolo XIII come aggiunte al voi. I. rimandando al voi. Ili il 
materiale pel secolo XIV. Ciò non è di nocumento all'opera, dato il 
metodo seguito dall'A., di riportare cioè notizie e brani di cronache 
edite ed inedite scritte da' Francescani citati anno per anno secondo 
la loro andata o secondo la loro comparsa in Oriente o ad essi ri- 
ferentisi. Questo metodo crono-bio-bibliografico non è certamente 
il più indicato (per quanto sia il più comodo) a dare una conoscenza 
abbastanza chiara della storia dell'Ordine; ma il Golubovich non 
pretende di scrivere una storia, sibbene di offrire il materiale a chi 
avesse voglia di scriverla. 

Ed il materiale da lui raccolto è veramente ricco, e illustra 
non solo i fasti dell'Ordine francescano ma anche la storia politica 
e la geografia dell'Oriente nei secoli XIII e XIV. E non questa sol- 
tanto. Trasportato dal desiderio di illustrare la vita dei Francescani 
che per un verso o per 1' altro si trovarono in Oriente, egli tratta 
questioni che interessano la storia o la letteratura italiana. Le sue 
conclusioni non convincono sempre : cosi, per citare due esempi, 
come è possibile ammettere che il Fidenzio citato nelle lettere di 
Onorio IV del 1286 come nunzio di Venezia alla Santa Sede sia 
l'autore del Liher Recuperationis dall'A. pubblicato (pp. 9-60). 
quando si sa — e il Golubovich stesso lo dice (pp. 5-6» — che 
questi dal 1274 al 1290 circa stette in Oriente? E come si può 
ammettere che Dante abbia imaginato di sana pianta l'aneddoto 
del consiglio di Guido da Montefeltro in odio a Bonifazio VIII? 
(p. 503). Qual ragione particolare avrebbe avuto il Poeta per prender 
di mezzo Guido da Montefeltro? Il brano del cronista frate Elemo- 
sina in realtà non prova nulla col suo silenzio intorno all'episodio 
dantesco. Anche se il consiglio fosse stato realmente dato, il cronista 
francescano da buon frate e da buon figlio devoto della Santa 
Chiesa non l'avrebbe per fermo ricordato. Con ciò non si vuole af- 
fermare che l'accusa di Dante sia fondata, ma solo che tutta la 
dimostrazione del Golubovich — nonostante i richiami alla nomina 
di frate Elemosina — posa su una sua supposizione, che può essere 
in lui una convinzione, ma che ad ogni modo non ha troppo valore 
dì fronte a una affermazione recisa di un uomo che ne doveva sa- 
pere tin po' più di lui e forse anche un po' più di frate Elemosina, 
di un uomo cioè come Dante. A parte queste questioni, che direi 
di dettaglio, bisogna riconoscere in p. Golubovich una dottrina non 
comune e una serietà di ricerche che onora lui e il suo Ordine. 



208 NOTIZIE 



I 



Questo secondo volume contiene due ricchi indici, un onoma- 
sticon geografico pe' secoli XIII e XIV e tre carte geografiche fatte 
molto bene che facilitano le ricerche agli studiosi e rendono più 
pregevole l'opera. A. P. 

— ViNCENZ Samanek, Der Marschall des Kaisers im nachstau' 
fischen Beichsitalien. Rom, Loescher, 1912. (Estr. dalle Quellen u. 
Forschungen herausgegeben vom Koenigl. Prussischen Hischorischen 
Institut in Rom, Band XIV, Heft 1, pp. H8-67). — In questa breve 
monografia, che è completamento di alcune idee accennate qua e 
là dal S. e nel tempo stesso nocciolo e promessa di un altro più 
esteso lavoro, l' A. studia efficacemente e chiaramente l' alta po- 
sizione sociale occupata dal Maresciallo nella Corte imperiale, la 
sua autorità e la sua importanza come duce in campo, il potere di- 
sciplinare che esercita sui soldati mercenari, la sua giurisdizione in 
relazione alle città e al potere regio in Italia. Ricerca quindi e 
dimostra, con un acume che fa onore all'A., come la sua cerchia 
giurisdizionale si venga a grado a grado allargando, e come il 
Maresciallo arrivi ad essere considerato primo impiegato della Corte 
imperiale, durante il regno di Enrico VII e di Ludovico il Bavaro. 
Lavoro molto pregevole (e il pregio è accresciuto da un buon 
numero di documenti riportati in Appendice e da un elenco di ma- 
rescialli dal novembre 1310 al giugno 1330>, che ci fa sperare vi- 
vamente che l'A. dia presto alla luce l'altro lavoro promessoci. 

R. C. 

— Negli Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Mo- 
dena (serie IV, voi. XIV, anno XLV, 1912) G. E. De Toni prosegue 
la pubblicazione dei Frammenti Vinciani^ dando in questa sesta 
parte notizia di alcuni appunti e disegni botanici nelle carte leonar- 
desche, per dimostrare sempre più luminosamente la vastità e la 
profondità delle cognizioni del Vinci anche nel campo del regno 
vegetale e negli studi di applicazione pratica delle scienze bota- 
niche. G". D. A. 

— E. Benvenuti, I Turchi a Vienna nel 1683 e le satire italiane. 
(Estr. dalla Rivista Italia!., anno II, fase. 1). Torino, Unione Ti- 
pogr.-editrice torinese, 1913; 8°, pp. 8. — È un garbato articolo, 
fondato su documenti inediti e con interessanti illustrazioni, nel 
quale si studia il sentimento del popolo italiano verso i Turchi dopo 
la loro disfatta all'assedi© di Vienna nel 1683. I dotti intonarono 
canti eroici e celebrarono retoricamente i vincitori; il popolo, o chi 
se ne fece interprete, manifestò la sua gioia con un riso schietto e 



NOTIZIE ' 209 

burlesco, divertendosi a descrivere con particolari molto realistici la 
paura del gran Visir e di tutti i Turchi. Il iienvenuti riporta pa- 
recchi saggi di queste satire, che, se hanno scarsissimo valore poe- 
tico, non mancano di una certa naturale arguzia. F. M. 

— Paul Duchaine, La franc-magonnerie belge au XVIII siede, 
uvee préface par le comte Goblet d'Alviela (Ouvrage couronné par le 
Grand Orient de Belgique). Bruxelles, van Fleteren, 1911, pp. 517.— 
La letteratura massonica, specialmente nella Germania e nell'In- 
ghilterra, si è molto arricchita in questi ultimi anni ; ma non si può 
dire che i numerosi volumi, grossi e piccoli, che si vanno pubblicando 
abbiano, sotto l'aspetto storico, neppure una mediocre importanza. 
Le vicende interne delle loggie, con tutto 1' ingombrante bagaglio 
dei loro simboli, possono interessare poco più o poco meno delle 
lunghe discussioni sulle pretese origini massoniche dai tempi di Sa- 
lomone o da quelli della Torre di Babele ! In realtà, per la storia, 
la Massoneria sorse nel secolo XVIII, e fu allora qualche cosa di 
mezzo fra l'accademia e la società di mutuo soccorso. Vi apparten- 
nero tutti gl'intellettuali raffinati, laici ed ecclesiastici, che atteg- 
giavano volentieri le labbra all'ironia volteriana e, senza combattere 
direttamente le varie confessioni religiose, giuocarellavano col 
teismo o addirittura col razionalismo, si vantavano d'essere, al disopra 
dei pregiudizi nazionali, soltanto uomini, e, nell'attesa che, al cenno 
magico del Principe illuminato, incominciasse il regno della fratel- 
lanza universale degli spiriti eletti, facevano sfoggio di sensibilità 
ed esercitavano la filantropia, messa alla moda, com'è noto, da 
G. G. Rousseau Nella seconda metà del secolo XVIII la Massoneria 
era diffusa un po' dappertutto : viaggiatori forestieri l' avevano 
portata anche presso di noi, nei luoghi che pur oggi preferiscono 
visitare, a Firenze cioè, a Napoli e in Sicilia. Il Goethe narra che 
dalle loggie siciliane ebbe cordiale ospitalità ed utili informazioni 
durante il suo viaggio in Italia. 

La Massoneria contribuì senza dubbio alla diffusione di quelle 
idee dalle quali essa stessa era sorta, ma l'azione positiva che, se- 
condo alcuni, avrebbe svolta nel secolo XVIII nei vari paesi di 
Europa rimane ancora un mistero per gli storici. Anche il signor Du- 
chaine è muto a questo riguardo; sicché alla fine del suo ponderoso 
volume noi ignoriamo ancora se i Liberi Muratori belgi si conten- 
tarono d'essere un'accademia qualsiasi o se invece parteciparono 
in qualche modo al movimento prodotto dalle riforme di Giuseppe II. 
L'A. si diffonde a lungo nell'esporre il carattere della Massoneria 



210 NOTIZIE 



in generale e di quella bel^a in ispecie. illustra l'origine e la storia 
interna di ciascuna loggia, oflfre lunghi elenchi di fratelli e di al- 
cuni di essi, come il barone di Jéricot e il marchese di Gages, 
narra la vita avventurosa, e ci fa anche sapere che furono massoni 
Federico II (che non prese mai troppo sul serio questa sua qualità), 
l'imperatore Francesco le suo fratello Carlo, il duca di Erunswick, 
Luigi XVI e i suoi fratelli e forse il cardinal Lambertini, poi papa 
Benedetto XIV. Infatti, dice l'A., la Massoneria belga non era anti- 
religiosa e neppure anticattolica. Del resto, in molte parti del suo 
lavoro il signor Duchaine raccoglie semplicemente delle dicerie, 
come per es. là dove accenna agli aiuti che i /rafeZZi avrebbero dati 
a Federico II nella conquista della Slesia e a Giuseppe II nei suoi 
tentativi d'impadronirsi della Baviera, 

La parte più importante del volume si riferisce alle relazioni 
delle loggie belghe col governo di Vienna. Carlo VI, dopo la con- 
danna di Clemente XII. pubblicò contro di esse un editto (l'A. si 
sforza di negarne l'esistenza), che non fu applicato perchè la mag- 
gior parte dei piìi alti funzionari era ascritta essa stessa alla Mas- 
soneria. Maria Teresa, specialmente ■ dopo la morte del marito, 
proibì le loggie e perseguitò i fratelli; ma Giuseppe II, sebbene non 
fosse massone, fu piìi tollerante. Intanto però accanto alla Masso- 
neria, diciamo cosi, ufficiale erano pullulate, soprattutto nella 
Germania, numerose altre associazioni di carattere massonico. Quella 
degli Illuminati coltivava volentieri l'utopia politica; ma altre, 
offrendo campo propizio alle manovre degli avventurieri (basti ri- 
cordare il Cagliostro), pretendevano di richiamare i morti, di ope- 
rare guarigioni miracolose, di convertire in oro i metalli vili e 
persino, così si narra di una loggia viennese, di fabbricare i topi ! 
Il Blanc. nella sua Storia della rivoluzione francese^ dedica qualche 
capitolo a questo scoppio di credulità superstiziosa assai significa- 
tivo nel secolo del Voltaire. Intervenne allora Giuseppe II, il quale 
ridusse le loggie alle sole grandi città e le sottopose alla sua sor- 
veglianza. Nel Belgio non furono permesse che a Bruxelles, ma 
continuarono ad esistere anche altrove. L'A. non ci dice quale fu 
il loro atteggiamento di fronte all'invasione francese, mentre pro- 
prio su questo punto sarebbero utili ampie informazioni. Comunque, 
è noto che, sotto l'Impero napoleonico, la Massoneria divenne stru- 
mento dì governo, tenne le sue cerimonie all'aperto ed accolse nelle 
sue file quanti desideravano avanzare nella carriera militare e ci- 
vile. Dopo il 1816 i Liberi Muratori, rappresentando il razionalismo 
cosmopolita del secolo XVIII, perdettero importanza di fronte ad 



NOTIZIE 211 

altre società segrete, come la Carboneria, sorte dalle nuove correnti 
ideali e nazionali. Da noi si riorganizzarono dopo il 1860 con un at- 
teggiamento di difesa e di offesa contro il clericalismo minacciante 
allora, insieme con le conquiste liberali, l'unità della patria italiana; 
e, mentre le altre associazioni, compiuto il loro tempo, scomparivano, 
essi, senza diventar mai popolari, si rafforzarono traendo profitto 
anche dalla rinascita dì tendenze morali affini a quello del Sette- 
cento. La Massoneria esiste anche oggi. Sarebbe desiderabile che 
qualche fratello, bene addentro nei segreti dell'Ordine, ne illustrasse 
le benemerenze verso la patria e verso la civiltà, come recentemente 
auspicava il Luzio in una serie di articoli apparsi nel Corriere 
della Sera. F. L. 

— Giuseppe Rondoni, Disegno di Storia moderna e contempo- 
ranea con particolare riguardo alVItalia. Parte II: {1748-1900\ con 
numerose incisioni. Firenze, Succ. Le Monnier, 1913. — Con questo 
terzo volume (degli altri due, cioè del Disegno della Storia del Me- 
dioevo e della prima parte del Disegno di Storia moderna, facemmo 
un breve esame neWArchivio^i disp. 1* del 1911), il prof. Rondoni 
chiude degnamente il corso di Storia medievale e moderna, che è 
frutto della sua lunga ed illuminata operosità di insegnante. Il li- 
bro, come i due che l'hanno preceduto, non è compilato per uso 
esclusivo degli scolari, essendosi l'A. proposto di presentare in com- 
pendio, con forma semplice e piana ed in modesta mole, i risultati 
degli studi storici del nostro tempo per comodo di qualsiasi persona 
colta, che voglia con poco dispendio di tempo e di denaro prender 
cognizione dei moderni progressi in questo genere di studi. Tale 
criterio ha consigliato il Rondoni ad evitare una farragginosa espo- 
sizione di minuti particolari, a lasciar da parte le prolisse descri- 
zioni di fatti d'arme e di trattative diplomatiche, a non accumulare 
troppi dati cronologici e statistici: insomma ad alleggerire la nar- 
razione di tutto quell'ingombrante materiale, che rende spesso noiosi 
e pesanti i trattati scolastici ;Nmateriale che, non giova neppure a 
scopo didattico e educativo, in quanto affatica la mente e pone a 
dura prova le facoltà mnemoniche dei giovani, disamorandoli dallo 
studio delle discipline storiche. Chi come il Rondoni ha avuto lungo 
contatto con gli scolari sa benissimo che spesso lo scarso profitto 
della scuola deriva dalla pedanteria e difficoltà dei libri di testo, 
che gli alunni svogliati neppur leggono, ed i volenterosi compul- 
sano faticosamente, non tanto per coltivare la mente ed il cuore, 
quanto per conseguire buoni voti di merito. 



':212 NOTIZIE 

Senza indugiarsi in citazioni bibliografiche, che mal si adattano 
a compendi scolastici, l'A. mostra di aver esaminato ed usufruito 
le più recenti ed accurate monografie concernenti la storia moderna 
e contemporanea, e più specialmente la storia del Risorgimento ita- 
liano; donde nasce la sua avvedutezza nel correggere grossolani er- 
rori, nel rifiutare particolari ed episodi od inesatti od appassionati 
o del tutto favolosi, di cui sono ancora })ieni per inveterata tradi- 
zione i libri scolastici, anche i più recenti e che pur vanno per la 
maggiore. 

Ogni volta che la narrazione storica glie ne offre il destro, il 
R. accompagna il racconto dei fatti con opportuni richiami al grande 
movimento letterario, che vigorosamente promosse ed aiutò l'azione 
degli uomini di stato e di guerra, valse a risvegliare il nostro sen- 
timento nazionale, assopito dalla lunga servitù dell'Italia, contribuì 
ad educare le moltitudini, a tener desto l'odio contro il dominio 
straniero, a creare una opinione pubblica schiettamente liberale. Né 
trascura di lumeggiare qua e là gli avvenimenti coH'aneddoto, col 
motto satirico e mordace, raccolti dall'umile bocca del popolano, 
offrendoci quasi il succo della istintiva chiaroveggenza della molti- 
tudine, che sa cosi bene esprimere in forma semplice e scultoria i 
suoi sentimenti, e con mirabile acume giudicare uomini e fatti. 

Forse si nota una certa sproporzione fra le varie parti del libro 
del R.; ad es., sembra a noi ch'egli si sia fermato un po' troppo sul 
periodo della rivoluzione francese. Ammettiamo che questa parte del 
volume debba avere uno svolgimento abbastanza ampio, perchè le 
basi della vita contemporanea poggiano sull'opera della rivoluzione; 
ma le esigenze della scuola richiedono nel libro di testo la conci- 
sione e la esemplificazione anche nel racconto dei più importanti 
avvenimenti. Se in un volume di circa 800 pagine è necessario com- 
pendiare gli avvenimenti di oltre un secolo e mezzo di storia, l'im- 
piegarne 300 per un periodo di soli cinque lustri non risponde alla 
giusta proporzione, che deve essere osservata nello svolgimento della 
materia richiesta dal programma scolastico. Cosi è avvenuto che il 
R., per essersi troppo diffuso sull'argomento suddetto, ha dovuto 
poi restringersi eccessivamente in altre parti del libro, per non var- 
care i limiti che il corso di un anno gli imponevano; ed è stato 
costretto a compendiare in poche pagine gli avvenimenti dal 1871 
in poi ed a sorvolare su alcuni fatti, che nell'età nostra hanno avuto 
ed hanno importanza capitale Per citarne uno, più ampia tratta- 
zione richiederebbe il grande movimento coloniale degli odierni Stati 
dell'Europa, che insieme col problema delle questioni sociali imprime 



NOTIZIE 213 

un carattere nuovo alla storia contemporanea. Tuttavia questa lieve 
menda non toglie pregio al libro, che fra gli altri meriti ha quello 
di essere scritto in forma correttissima ed in stile di buon gusto to- 
scano. Incisioni numerose e bene scelte illustrano la narrazione e la 
rendono più piacevole ed efficace; onde è dato fin da ora di preve- 
dere che anche questo terzo volume riceverà dentro e fuori della 
scuola la buona accoglienza che già è stata fatta ai precedenti. 

P. S. 

— Lettres et documents j^our servir à l'histoire de Joachim Mu- 
rai {1767-1815), publiés par S. A. Le Prince Murat, avec une in- 
troduction ed des notes par Paul Le Bbethon. Paris, Plon, 1912-1913, 
voli. VI e VII. — Abbiamo annunziato altra volta quest'importante 
raccolta che giunge ora alla bella cifra di 4483 fra lettere e docu- 
menti vari. Si tratta in gran parte di cose già conosciute, ma giova 
l'averle riunite e ordinate in una sola opera. Anzi, poiché questi 
due volumi illustrano la condotta del Murat nella Spagna (aprile- 
luglio 1808) e il suo primo anno di regno a Napoli (15 luglio 1808- 
9 settembre 1809), può darsi che qualcuno sia incitato da essi a 
mettere nella sua vera luce tutto quello che l'infelice sovrano tentò 
fra difficoltà gravissime, ma non senza notevoli risultati, per la rige- 
nerazione del Mezzogiorno d'Italia. Tale studio renderebbe completa 
la storia del periodo napoleonico a Napoli, poiché notissime sono 
ormai le vicende della Repubblica partenopea e sul regno di Giu- 
seppe possediamo il recente ottimo lavpro di J. Rambaud {Naples 
sous Joseph Bonaparte. Paris, Plon, 1911), mentre del governo di 
G. Murat manca ancora, nonostante alcuni' pregevoli studi apparsi 
in questi ultimi anni, una storia che per serietà e larghezza di ri- 
cerche possa dirsi definitiva. F. L. 

— Th. Carlyle, Histoire de la revolution frangaise. Paris, Alcan, 
1912, voli. 3 in 16° {Bibliothèque d' histoire contemporaine). — Fra 
le numerose storie della rivoluzione francese forse nessuna si con- 
tinua a leggere con maggior piacere di quella del Carlyle ; la quale, 
sebbene apparsa nel 1837, rimane in sostanza non meno vera di 
quelle anche piìi recenti, mentre le supera forse tutte per la superba 
eloquenza dello stile. L' uomo di genio vede con uno sguardo 
d'aquila dove rimangono tenebre folte per chi crede che la storia, 
che è ricostruzione del passato, sia scritta nei documenti d'archivio. 
Il futuro autore degli Eroi inalza in questa sua opera un vero 
poema ad una forza di cui più tardi non tenne abbastanza conto, 
non individuale ma collettiva, all'energia e all'eroismo del popolo 



214 



NOTIZIE 



o, in altri termini, a quello ch'egli stesso chiamò sanculotfismo, de- 
stinato a trionfare con la forza della giovinezza sulla senilità delle 
esauste classi feudali. I tre volumi, tradotti da Jules Roche, sono 
preceduti da una bella Prefazione dell'Aulard, e da una notizia 
sul Carlyle di Elias Regnault e Odysse J:)arrot, F. L. 

— Per la storia del diritto pubblico è interessante la mono 
grafia del prof. Silvio Piva.no, Il primo esperimento costituzionale 
d'Italia. La Municipalità repubblicana di Alba (27 aprile-19 giu- 
gno 1796), in Miscellanea di studi storici in onore di A. Manno. 
Torino, li'12. — L'A. si rifa ai precedenti immediati della congiura 
del 171)4, e a quelli lontani delle lotte tra l'elemento « cittadino » 
e l'elemento « titolato ». la « città » e il « capitolo dei canonici ». 
Viene poi alla storia della Municipalità d'Alba durante l'occupazione 
francese dei 179(J, riferendo l'opera del Bonafous e degli altri pa- 
trioti., i quali intesoro sempre all'indipendenza della città .Muche di 
fronte alla Francia. 

Nella lucida esposizione sì susseguono fatti e documenti del- 
l'attività di questa specie di repubblica, che non potè del tutto 
sottrarsi all'azione dei generali francesi, e iìnì, per volontà del Bo- 
naparte, col riconoscersi dipendente dalle autorità francesi, lino a 
die non tornò sotto il regio governo. F. C. 

— F. KiRCHElSEN, Bibliographic du temps de Napoléon compre- 
nant Vhistoire des Etats-Unis. Genève, Kircheisen, 1912. Tome II, 
Première partie. — Ci occupammo a suo tempo di questo vasto re- 
pertorio bibliografico, non bibliografia critica, come pretende l'A. 
Le osservazioni che facemmo allora, nel dar notizia del primo vo- 
lume, valgono anche per questo secondo, il quale contiene la parte 
quarta: Napoléon et sa famille, e il principio della quinta: Mémoires, 
correspondances, biographies. F. L. 

— Felix Henneguy, Histoire de Vltalie depuis 1815 jusqu^ au 
cinquantenaire de l'Unite italienne (1911). Paris, Alcan, s. d. {Bi- 
bliothèque utile., voi. LXXIII). — È un breve lavoro di carattere 
popolare, che si raccomanda all'attenzione degli studiosi per la 
chiarezza, la sobrietà e l'imparzialità del racconto. In qualche parte, 
dove la storia dell'Italia s'intreccia con quella della Francia, con- 
tiene anche notizie che di solito non si rinvengono nel manuali 
italiani. F. L. 

— Commandant M.-H. Weil, Autour du Congrès de Vienne. Paris, 
Brodard, 191.S (Estratto dalla Bevue de Paris, 1 e 15 giugno 1913). — 



NOTIZIE 245 



Durante il celebre Congresso, la metropoli austriaca fu invasa da 
una folla di avventurieri, uomini e donne, che non sfuggirono al- 
l'oculata sorveglianza dell'alta Polizia segreta. Dalle sue carte l'A. 
trae ampie notizie sulla principessa di Bagration e sulla duchessa 
di Sagan, delle quali illustra le relazioni non troppo platoniche con 
lo czar Alessandro e col Metternich, rivali ugualmente in politica 
e in amore! Questi documenti, dice il Weil, «n'apportent pas de 
grands faits nouveaux; ils n' en sont pas moins intéressants et 
raéme utiles à connaitre, parce qu' ils sont un tableau de moeurs 
réel et réaliste où l'on voit, comme dans la vie, les petites choses 
se raéler aux grandes, et qu' ils dévoilent nettement, crùment mème, 
les faiblesses et les petitesses des grands personnages ». 

F. L . 

— Edoardo Benvenuti ricorda, in un articolo della Pro Cultura 
(anno 1912, fase. IV), L'umorismo del barone Giovanni a Prato, che 
fu deputato al parlamento di Francoforte nel 1848-49 e professò idee 
liberali; da alcun estratti delle sue lettere si rivela uno spirito 
agile, acuto e brioso. F. M. 

— Ernest JjÉmonon, L'Italie economique et sociale {1861-1912). 
Paris, Alcan, 1913. - L'A. di questo volume ha raccolto con grande 
amore e con scrupolosa diligenza una grandissima quantità di dati 
sopra la nostra storia economica è sociale durante il mezzo secolo 
di vita nazionale già trascorso. E ci ha reso in tal modo un vero 
servigio, in quanto ha fatto e farà conoscere ai suoi concittadini 
ed al più largo pubblico, che legge libri francesi e non libri ita- 
liani, un'opera certo notevole ne' suoi risultati, quale è stata quella 
di creare una economia nazionale non indegna di paragone con 
quelle piìi progredite, là dove mancavano cinquanta anni or sono 
gli organi più essenziali del progresso economico o erano scarsis- 
simi, ma del tutto meravigliosa se si valutano in modo adeguato 
gli ostacoli naturali e storici, politici e sociali, incontrati ad ogni 
passo del lungo cammino percorso. Ed un vero servigio ci pare abbia 
reso anche ai suoi concittadini, i quali se leggeranno questo libro 
si faranno un concetto più giusto delle enormi riserve d'energia, di 
cui dispone inesauribile il popolo italiano, e con vantaggio comune 
abbrevieranno il tempo che ancora li separa dal pieno e cordiale 
riconoscimento della nostra perfetta maturità. 

Del resto l'opera, divisa e suddivisa schematicamente: Italia 
economica ed Italia sociale, periodi di progresso e periodi di depres- 
sione, situazione economica, situazione finanziaria, ecc., ha un aspetto 



216 NOTIZIE 

ed un contenuto impersonale che non si presta ad alcuna forma di 
riassunto. Il lettore italiano, che cerchi in questo libro il giudizio 
originale e sempre degno di nota dello straniero, resta deluso. Tutte 
le opinioni correnti fra noi, quelle giuste e quelle false, sono ac- 
colte dall'A., per modo che il suo libro ci rida piuttosto la eco delle 
nostre stesse parole che non l'attesa parola dell'estraneo. Per questa 
ragione esso avrà presso di noi forse meno fortuna, di quanto me- 
riterebbe per la sua diligenza, per la sua compiutezza e per la sin- 
cera simpatia verso il nostro paese. G. D. V. 

— Pierre Albin, L'Allemagne et la France en Europe (1885-1894). 
Paris. Alcan, 1913; 8", pp. x-400 {Bibliothèque d'histoire contetnporaine). 
— L'A., dopo un rapido cenno sulla politica coloniale della Repub- 
blica sino all'anno 1885, quando cadde il ministero Ferry, spiega 
come la Francia rivolgesse allora nuovamente la sua attenzione alle 
cose dell'Europa cercando di liberarsi dai pericoli dell' egemonia 
germanica. Segue il racconto minuto dei fatti che condussero al- 
l'accordo diplomatico franco-russo del 1891, alla convenzione mili- 
tare del 18!)2 e al trattato di alleanza del 1894. Sebbene una storia 
vera, completa e imparziale di avvenimenti cosi vicini a noi sembri 
per adesso impossibile, tuttavia questo volume suscita grande inte- 
resse anche perchè se il sistema della pace armata ha origini più 
lontane, la gara di tutte le granj^i Potenze verso strumenti di di- 
fesa e di offesa sempre più formidabili data appunto da quel pe- 
riodo storico in cui si formò l'alleanza franco-russa. Inoltre l'opera 
del signor Albin, come altre apparse nella Bibliothèque d'histoire 
contemporaine dell' editore Alcan, conferma che in Francia la que- 
stione dell' Alsazia-Lorena è tornata in questi ultimi tempi allo 
stato acuto del 1871.- E, sotto questo aspetto, il presente volume 
potrebbe essere esso stesso, in avvenire, un documento per gli storici. 

F. L. 

— Vladimir Pappafava, De la constitutiou politique et du sta- 
tut jaridiqiie des iles de Samoa:, traduction de M. Albert Caleb. 
Paris, f.ahure, 1913; pp. 12. (Estratto dal Bulletin de la Socéite' de 
Législation compnrée, luglio -settembre 1913). — Ci dà in breve 
un' idea dell.i costituzione politica delle isole di Samoa, dette «Isole 
dei navigatori », quale risulta dal Samoa Act del 1887, concluso 
tra r Inghilterra, la Germania e gli Stati Uniti per sedare le lotte 
intestine tra le famiglie che aspiravano al governo civile e militare 
del paese. Non essendo cessate le lotte, e divisosi il territorio in 
vari protettorati nel 1899, quell'atto fondamentale venne in parte 



NOTIZIE 217 

modificato dalla Germania per quello che riguarda le statuto giu- 
ridico e l'organizzazione giudiziaria. R. C. 

— William Martin, La crise politique de V Allemagne contem- 
poraine. Paris, Alcan, 1013 ; 16°, pp. xv-288, (Bibliothèque d'histoire 
contemporaine). — Cinque capitoli di questo libro sono dedicati 
allo studio delle condizioni interne della Germania e specialmente 
della Prussia. L'A. pronunzia giudizi severi su Guglielmo II e fa un 
quadro assai fosco dello stato dei partiti nel Paese e nel Parlamento, 
del quale ultimo descrive l'impopolarità. Quattro altri capitoli sono 
dedicati alla questione polacca, a quella dello ^^chleswig, a quella 
guelfa, cioè dell'Annover, e infine a quella dell'Alsazia-Lorena. Il 
libro, che è una delle tante manifestazioni del rinascente spirito 
antitedesco dei francesi, si legge con grande piacere e, sebbene 
certi apprezzamenti sembrino esagerati e certe profezie eccessiva- 
mente ardite, serve a fornire un'idea non del tutto inadeguata di 
molti fra i maggiori problemi della Germania moderna. 

F. L. 

Storia regionale. 

Toscana. — Stradario Storico e Amministrativo della Città e del 
Comune di Firenze. Firenze, Barbèra, 1913; 4", pp. xxxvill-167. — 
Questo lavoro, che soddisfa veramente a un bisogno da lungo tempo 
sentito, fu compilato da una speciale Commissione nominata dalla 
Giunta Comunale in seguito di una deliberazione del passato Con- 
siglio della nostra città del 28 giugno 1912, ed è dovuto soprattutto 
alla iniziativa dell'assessore prof. Orazio Bacci. L'intento che la Com- 
missione stessa si prefisse fu, come si legge nell'Introduzione, non 
solo di riunire in un complesso organico copia di utili notizie d'in- 
teresse generale, ma anche di illustrare e diffondere le memorie di 
antiche vicende e costumanze, di molte istituzioni e principalmente 
delle corporazioni artigiane, che furono un giorno la forza e la 
gloria della nostra città. E bisogna pur dire,- a lode delle egregie 
persone che si sobbarcarono alla non lieve fatica, che, sia per la 
solerzia, sia per il modo con cui fu condotta, l'opera loro si merita 
la più viva riconoscenza. 

Però non i)08SÌamo fare a meno di osservare che, avendo i 
compilatori mirato a darci qualche cosa di più che un semplice ca- 
talogo di strade e di nomi, a raccogliere, cioè, notizie autentiche, 
chiare e precise intorno alle strade medesime, non sarebbe stato 



218 NOTIZIE 

male se, prendendo un poco più di tempo, avessero maggiormente 
approfondito le loro ricerche nelle fonti, non dico inedite, ma in 
quelle che per lavori pubblicati sono già divenute patrimonio comune 
de' nostri eruditi. Cosi si sarebbe potuto evitare qualche inesattezza, 
sia nella illustrazione storica che va promessa, sia nello stradario 
stesso, come anche altri ha avuto occasione di rilevare prima di noi (1). 

Ciò nonostante, crediamo che il lavoro riescirà di molto van- 
taggio e prima di chiuderne questo annunzio diremo del modo con 
cui è stato condotto. 

Nell'Introduzione storica a cui abbiamo accennato si trattano i 
seguenti argomenti: Lo stradario ; Le denominasioni stradali; I cri- 
teri seguiti dall' \mministr azione Comunale ; La denominazione stra- 
dale secondo gli antichi sistemi; GU attuali cartelli stradali; I 
vecchi nomi ; La numerazione delle case ; Le fonti del presente stra- 
dario ; La città romana ; La cerchia antica ; Secondo cerchio me- 
dievale; Terzo cerchio; Le mura d'oltrarno ; Demolizione delle mura: 
Aggregazione di nuovo territorio ; Spostamento della linea daziaria ; 
Le Corporazioni delle arti ; Le Jjoggie, le Torri, i Canti ; Suddivi- 
sioni amministrative e giudiziarie^ giurisdizione parrocchiale ; Su- 
perficie del territorio comunale ; Popolazione ; Statistica delle strade; 
Strade intercomunali. A corredo del libro sono annesse tre grandi 
carte topografiche, cioè : 1) Una pianta della città di Firenze nella 
scala di 1 a 8500; 2) La pianta rilevata esattamente l'anno 1783, 
disegnata da Francesco Magnelli e incìsa da Cosimo Zocchi ; B) Una 
pianta dell'intero comune di Firenze nella scala di 2 a 20,000. 

Il vero e proprio Stradario si divide poi in sette colonne. Nella 
prima si registra il nome attuale della via. piazza e volta, del corso, 
borgo, canto, chiasso e vicolo. Nella seconda e terza si danno brevi 
note sull'origine del nome e sulle antiche o precedenti denomina- 
zioni ; nelle altre quattro si accennano i confini stradali e la nu- 
merazione civica, la popolazione, il mandamento, il quartiere e la 
giurisdizione parrocchiale delle varie vie. Il tutto è corredato di un 
copioso e accurato indice dei nomi delle medesime. 

— L. GuERRA-CoppiOLi, Capitolati medici dei tempi andati- 
(Estr. dalla Rivista di storia critica delle scienze mediche e naturali^ 
anno III, n. 5). Grottaferrata, Tipogr. Italo-orientale S. Nilo, 1912; 



(1) Cfr. A. Mori, I nomi delle strade di Firenze, in Marzocco del 
30 novembre 1913, e le lettere di G. Carocci e G. L. Passerini, nel medesimo 
periodico del 7 e 14 dicembre 1913. 



NOTIZIE 219 

8°, pp. 10. — A proposito della condizione dei medici nei comuni 
medioevali, un documento del 1369, con cui si nomina maestro Fi- 
lippo di Taddeo da S. Miniato medico pubblico di Volterra, forni- 
sce curiosi particolari. Sembra che maestro Filippo (il C, per isvista, 
lo chiama costantemente Taddeo) godesse molta stima o che si 
avesse gran bisogno di lui, poiché gli viene assegnato lo stipendio 
annuo di 100 fiorini d'oro, mentre molti medici avevano stipendi 
assai minori o dovevano addirittura contentarsi dei guadagni rica- 
vati dalla loro professione presso i privati. Anche per questo il co- 
mune di Volterra stabilisce una « tariffa » a seconda del numero 
delle visite ; ordina anzi che il medico debba fare agli ammalati 
due visite al giorno. Ma in complesso l'arte medica appare stimata 
e onorata. F. M. 

— Comitato toscano per la Storia del Risorgimento nazionale. 
Leopoldo Galeotti, Adriano Man, Giuseppe Montanelli. Firenze, 1913 
È un discorso pronunziato il 29 maggio 1913 dall' avv. Agostino 
GoRl per commemorare il centenario della nascita dei tre illustri 
patrioti toscani. Commemorazione doverosa, dati i meriti singolari 
del Galeotti, del Mari e del Montanelli, per ingegno, carattere ed 
amor patrio; utile, essendo il nome dei due primi ignoto o poco 
noto: e infine, degna veramente per la nobiltà di sentimenti, che ha 
ispirata la ponderata parola dell'avv. Gori. Il quale certamente non 
ha inteso fare una completa monografia dei tre commemorati — il 
che .'wrebbe richiesta i)en altra documentazione — sibbene sempli- 
cemente tre profili. E in verità, le figure del Mari, patrocinatore ed 
oratore eminente, del solenne giureconsulto Galeotti, e del Monta- 
nelli, apostolo e tribuno, procuratore sollecito d'ogni immagine di 
bene a jiro della patria, « ieri sansimoniano, oggi fautore degli 
Evangelici, domani cospiratore e rivoluzionario violento, poi catto- 
lico, neoguelfo, riformista, giobertiano » — queste tre figure risul- 
tano abbastanza colorite. Per chi voglia occuparsi dell'argomento 
più esaurientemente, sarà utile la diligente nota bibliografica, che 
segue il discorso, a cura di Ersilio Michel. L. T. 

Lombardia. — Eniuc • Resta, I Capitanei sondriesi (Estr. dalla 
Miscellanea di Studi Storici in onore di A. Manno). — L'A. muove 
dalla vecchia leggenda edita da E. de Muralt nel Codex diplomaticus 
capitaneorum locarnensium, (! confronta il testo del codice con una 
versione italiana della (-ronaca stessa, conservata presso il dott. Giu- 
seppe Morelli. 

Esamina poi con irìolta perizia le inverisìraiglianze, gli errori 
storici e gli anacronismi della leggenda, criticandone anche i ten- 



220 NOTIZIE 

tativi di correzione. L'origine della cronaca vien da lui riportata 
a Locamo, e l'epoca in cui fu scritta fa risalire al secolo XIV. 

Seguono rapidi e chiari cenni di storia intorno ai Capitane! di 
Locamo e di Sondrio, dei quali si discute la comune derivazione, 
e viene anche illustrata una bolla di Pasquale I, finora ignota ed 
occorsa all'A. in una traduzione in volgare, per gentile concessione 
del nob. avv. G. G. Paribelli. 

II Besta termina accennando agli altri Cattanei, probabilmente 
connessi con la genealogia dei Sondriesi. ed alle varie vicende di 
questi nelle loro relazioni con l'impero, con i signori ed i vescovi 
vicini fino alla successione dei Beccaria nella stirpe dei Capitane! 
ed a quella dei Capitane! di Scalve in Sondrio stesso. F. C. 

Veneto. — Carlo Cipolla, Ricerche sulle tradizioni intonw alle 
antiche immigrazioni nella laguna. Il « Chronicon Altinate * in con- 
fronto col « Chronicon Gradense». Venezia, Ferrari, 1918; pp. 29. (Estr. 
dal N. Arch. Veneto, N. S., XXVI). — Nel 1879 il Simonsfeld pubblicò 
i suoi primi studi sul Chronicon Altinate^ del quale dette poi una edi 
zione critica nei M. G^., Script, (tomo. XIV, 188:^). Pochi anni fa è 
mancata, con la vita del compianto prof. Monticolo, una seconda edi- 
zione di questo prezioso monumeutodi antichissima storia veneziana. 
Quando il testo della cronaca venne alla luce per le stampe, il prof. 
Cipolla nel 1884 nel N. Arch. Veneto (voli. XXVII-XXVIII) ne riesa- 
minò il contenuto storico, rispetto alle antiche immigrazioni nella la- 
guna. Il Simonsfeld aveva già accennato, senza averlo completamente 
risolto, all'arduo problema dell'età della cronaca, come delle presumi- 
bili sue fonti. Il Cipolla nelle sue prime indagini fu condotto a conget- 
turare che la principal fonte dell'Altinate dovesse risalire al princi- 
pio del secolo X, e l'Altinate stesso, nel testo che ne abbiamo, alla 
fine del secolo medesimo, per la ragione che la nostra cronaca par- 
rebbe aver usufruito il Chr. Gradense, contenuto in un cod. Urbi- 
nate del principio del secolo XI. Peraltro, l'acuto critico non dette 
l'ipotesi come sicurissima, perchè, oltre all'età dei codici dell'Alti- 
nate, non più remoti del secolo XIII, v'erano altri indizi in favore 
di un pili tardo tempo della compilazione. Fatte poi altre ricerche, 
delle quali dette conto in nuovi opuscoli, il Cipolla vide vacillare 
ancor più la sua prima opinione, giungendo fino a supporre che la 
compilazione dell'Altinate, nella veste a noi nota, potesse ritardarsi 
fino all'età dei codici che la contengono, cioè fino al secolo XIII. Questi 
dubbi, condivisi in parte anche dal Monticolo, ebbero conferma in uno 
studio critico del Besta (A". Arch. Veneto, N. S., XV, 5), il quale venne 
alle stesse conclusioni, senza aver conosciuto gli argomenti che già 



NOTIZIE 221 

il Cipolla aveva esposti in favore della tarda età del Chr. Altinate. 
Ultimamente il Lenel Venetianisch-Istiiche Studien^ Strassburg, 1911 ), 
non persuaso del ragionamento del Basta, è ritornato all'idea della 
priorità dell'AItinate sul Gradense. 

Ora il prof. Cipolla riprende in esame la questione sotto un 
altro punto di vista; basando cioè la critica, non sul contenuto 
storico delle due cronache, ma sulla loro forma esteriore; e con- 
frontando la parte di esso che si assomiglia, limitata al primo 
membretto o paragrafo dell'AItinate, essendo gli altri dodici para- 
grati del tutto indipendenti dal Gradense. E poiché di quest'ultima 
cronica esiste, oltre l'antico codice Urbinate, un più recente codice 
veneziano del secolo XIII, in più luoghi dissimile da quello, e che 
il Cipolla chiama cod. Torcellense, per distinguerlo dall'altro, o 
Gradense propriamente detto; il Nostro, per facilitare il confronto 
fra le due cronache, lo fa precedere da un altro confronto fra il 
Gradense ed il Torcellense, e prova che i due codici attinsero ad 
un fondo comune ed a fonti diverse. 

Gli studi anteriori ed il presente accurato confronto tra le due 
cronache conducono il prof. Cipolla alle seguenti conclusioni, L'Al- 
tinate non è certo un lavoro fatto di primo getto, ma contiene 
parti molto antiche, autentiche e genuine. La forma, generalmente 
strana e barbara, contrasta con qualche substrato di sapore classico. 
Il primo nucleo, o meglio l'intelaiatura della cronaca fu un catalogo 
di Patriarchi: metodo del n-sto comune alla cronistoria medievale, 
e che tanto spesso si riscontra nelle cronache, che hanno per primo 
nucleo un catalogo di papi e d'imperatori. A differenza di quel che 
credette il Siraonsfeld, non sembra che vi siano tali differenze 
tra i vari paragrafi della cronaca, da far pensare ad una materiale 
cucitura di compilazioni diverse ; ben difficile è basare un simil so- 
spetto su piccole varietà di forma. È molto probabile la esistenza 
di antiche cronache, non pervenute fino a noi, anteriori al Gradense 
e all'Altinate. Il Chr. Gradense, quanto alla parte formale, rappre- 
senta una condizione di cose anteriore a,ÌV Altinate, nel corso delle 
successive trasformazioni della più remota storiografia veneziana; 
ma non si può affermare, coi testi che abbiamo alla mano, la deri- 
vazione diretta dell'AItinate dal Gradense. 

Sembra a me che si possa senza esitazione sottoscrivere a que- 
ste conclusioni, perchè il presente esame della forma esteriore delle 
due cronache avvalora i risultati, cui per diversa via eran giunti, 
con lo studio del contenuto storico, il Nostro ed il Besta ; e toglie 
consistenza agli argomenti in contrario del Lenel. P. S 



222 NOTIZIE 



— Giuseppe Dalla Santa, Di Callimaco Esperiente {Filippo Buo- 
naccorsi) in Polonia e di una sua proposta alla repubblica di Ve- 
nezia nel 1495. (Estratto dal Nuovo Archivio veneto, N. S., voi. XXVI), 
Venezia, Ferrari, li)13, pp. 30. — Di questo umanista di San Ge- 
miniano, giunto alla Corte di Polonia nella prima metà del 1470, 
nominato subito maestro dei figli di re Casimiro e segretario re- 
gio, e incaricato di varie ambascerie, l'A. precisa i termini di tempo 
e gli scopi dell'ambascerie :!a lui compiute a Venezia e a bisto IV. 
Finora, sulla scorta della tradizione tramandataci dallo Zeno, dal- 
rUzielli e da altri, si era creduto che il Huonaccorsi avesse coo- 
perato ad una lega dei principi cristiani contro il Turco. Documenti 
del Senato veneto, diligentemente studiati dall' A., oltre a rettificare 
moltissimi particolari erronei o esagerati, dimostrano che scopo 
della prima ambasceria, del 1477, fu di ottenere che la repubblica 
veneta si adoperasse perchè la Corte pontificia, sotto determinate 
condizioni, combinasse col Turco la proroga delle tregue che sca- 
devano alla Pentecoste di quell'anno ; e che l'altra, del 1486, anziché 
di una lega contro il Turco, trattava della pacificazione e di una ami- 
chevole intesa tra la Polonia e il Sultano. Fu appunto in seguito a 
quest'ambasciata che Callimaco, ritornato presso il re Casimiro, cum 
nihil a Venetis signi ficaretur, fu incaricato di una legazione al Turco, 
che condusse poi alla tregua dei due anni. Le relazioni tra Calli- 
maco e Venezia hanno termine con la proposta del 1495 alla Sere- 
nissima di assumere ai suoi servigi il duca Sigismondo, fratello di 
Giovanni Alberto re di Polonia e di Ladislao re d'Ungheria e di 
Boemia; la qual cosa avrebbe giovato molto all'autorità della re- 
pubblica, sia che Carlo Vili, il quale frattanto si preparava a scen- 
dere in Italia, mirasse alla conquista del regno di Napoli, sia pei 
sospetti che poteva ingenerare la condotta di Lodovico Sforza, 
« fautore dell'impresa de Franzesi » e imparentato con Massimiliano 
d'Austria. Ma la Signoria di Venezia, ringr.izijtndo il Buonaccorsi 
della proposta e scusandosene con lui. conduceva al suo soldo An- 
nibale Bentivoglio, e nominava governatore generale delle sue 
truppe in Lombardia Francesco Gonzaga, signore di Mantova. 

Della dotta memoria, ch'è un primo e felice tentativo di revi- 
sione delle vicende di Callimaco in Polonia, fatta in base a docu- 
menti ufficiali, va data gran lode all'A., non solo per l'accuratezza 
dell'esposizione e l'esattezza nei minimi particolari, ma anche per- 
chè ha voluto in fondo al lavoro aggiungere testimonianze contem- 
poranee al Buonaccorsi, le quali aiutano a preparare un esatto 
giudizio definitivo intorno all'attività da lui spiegata. R. C. 



NOTIZIE 223 

Emilia. — Alessandro Lattes, Pubblici divertimenti in Parma 
medievale. (Dag-li Studi storici e giuridici per nozze Prato-Pozzi). 
Asti; !>risnolo; 1913, pp. 14 — Si parla specialmente dei bagordi 
ihastiludium) e delle iiiasclierate {hidi ad carnisprivium). Ma l'argo- 
mento, interessantissimo, meriterebbe uno studio molto più vasto. 

L. T. 

— Giovanni Livi, che è andato rintracciando già interessanti 
biografie di notevole interesse storico, pubblica ora nel Musical 
Antiquari) (Aprii, 1913) un suo studio sulla famiglia bolognese dei 
Ferrabosco {The Ferrabosco Family), a proposito della quale egli 
nel 19i2 aveva già dato in luce due articoli in quel medesimo pe- 
riodico. Si tratta di una famiglia di artisti, die acquistò notorietà 
grande dal fatto che uno dei suoi membri esercitò alla corte di 
Elisabetta d'Inghilterra una forte influenza sulla scuola inglese di 
musica. Famiglia che nei secoli XVI e XVII diede all'arte non meno 
di trenta musicisti di valore e che per questo solo fatto è degna 
di richiamar l'attenzione dei cultori di storia della musica. 

I/A. ricostruisce l'albero dei Ferrabosco sino ai 1460, e ne studia 
individualmente i componenti, presentando una bella tavola si del 
ramo più antico od italiano come <lel ramo inglese, discendente da 
Alfonso II. Dà notizie inedite sui membri più interessanti della fa- 
miglia, su quel Domenico Maria (f 1574) musico stimato da molti 
principi italiani e da q-uegli splendidi mecenati che furono i Ben- 
tivoglio di Bologna, e sul figlio suo Alfonso (1543-88), che soggiornò 
alla corte di Elisabetta, a quella di Savoja più tardi ed a quella 
di Spagna; tocca dei discendenti di questo e chiude il buon con- 
tributo mettendo in rilievo i meriti di questa famiglia di fronte 
all'arte ed alla nazione U. F. 

Umbria -— Nei giorni 21-22 dello scorso settembre si tennero a 
Narni, nelle storiche sale del Palazzo Civico, le annuali adunanze 
della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria, presiedute, in sosti- 
tuzione del presidente prof. Oscar Scalvanti impedito da malattia, dal 
vicepresidente dott. Giustiniano Degli Azzi, coll'assistenza del Se- 
gretario dott. Francesco Briganti, Molti gl'intervenuti da ogni parte 
dell'Umbria, tra cui i soci ordinari comm. Giovanni Magherini- 
Graziani. prof. Pietro Tomui;isini-Mattiucci, prof. Angelo Sacchetti- 
Sassetti, cav. Giuseppe Sordini e mons. Michele Faloci Pulignani, e 
numerosissimi soci delle altre Categorie. Aderirono per lettere e te- 
legrammi, giustificando il loro mancato intervento, il Prefetto del- 
l'Umbria, il comm. Corrado Ricci, il Presidente della Deputazione 



224 



NOTIZIE 



Provinciale, il Sindaco di Perugia, ecc. Erano rappresentate al Con- 
gresso molte Società ed Accademie scientifiche, come le Deputazioni 
di Storia Patria della Toscana e dell'Emilia, la R. Accademia di 
Mantova, ecc 

In seguito ad una lucida esposizione fatta dal socio Tomma- 
sini-Mattiucci sui lavori compiuti nel biennio 1912-18, la Deputa- 
zione deliberò l'inizio o la continuazione d'importanti pubblicazioni, 
quali quella del Regesto de' più antichi documenti del Comune di 
Perugia affidata al socio Ansidei, quella dello Statuto perugino 
del 1279 preparata dallo Scalvanti e quella dello Statuto volgare 
del 1342, di cui a cura del Degli Azzi è già uscito in luce il primo 
grosso volume. 

Tra le pubblicazioni offerte in omaggio ai Congressisti ricor- 
diamo una Guida di Cascia e Dintorni^ edita dal socio collabora- 
tore dott. Adolfo Morini e una bella Guida Sanitaria dell'Umbria, 
ricca di notizie storiche e d'illustrazioni, edita a cura del prof. Luigi 
Guerra-Coppioli. 

Nell'Assemblea Generale furono proclamati: Socio Ordinario 
(in sostituzione del compianto prof. Filippo Sensi) il dott. Giuseppe 
Nioasi; Soci Collaboratori i signori dott. Antonio Briganti, cava- 
liere Odoardo Martinori, don Pietro Pirri e dott. Umberto Gnoli ; Soci 
Aggregati l'avv. Giovanni Mignini, il dott. Alberto Mori, l'avv. Ste- 
fano Lazzeri, il dott. Augusto Pergolani, l'ing. Rodolfo Ferrini, il 
dott. Virgilio Blasi, il conte Giancarlo Conestabile, il dott. Alceste 
Moretti, ecc. 

Numerose e interessanti comunicazioni scientifiche furono pre 
sentate e discusse al Congresso 

— Per le nozze Manzoni- Ansidei (XI agosto 191B). Perugia, 
Unione tip. cooperativa, 1913. — Fra le numerosissime pubblicazioni, 
fatte in occasione di questo cospicuo matrimonio, notiamo un bel 
volume di duecento pagine, edito a Perugia e dedicato al Conte Vin- 
cenzo Ansidei, padre della sposa : volume contenente scritti, più o 
meno brevi, di G. Bellucci, Orazio Antinori; A. Briganti, Inven- 
tari di robe ed oggetti d' ornamento femminile, donati «.propter nuptias»'^ 

F. Briganti, Ugolino di Fetruccio conte ai Montemarte ; V. Corbucci, 
Cucco di Gualfreduccio da Perugia ; 1d., Manfredino da Perugia ; 

G. Degli Azzi, Oggetti d'arte e oggetti preziosi dei Baglioni in due 
inventari del secolo XV I\ M. Faloci Pulignani, Una poetessa umbra 
del XVIII secolo ; E. Filippini, Frecce e frecciate d'Amore nel poema 
frezziano; L. Fumi, Memorie civili di Montesperello : G. Magherini- 
Graziani, Lettera inedita di G. B. Vermiglioli ; E. Ricci, Un'iscri- 



^ 



NOTIZIE 225 

zione medioevale ; A. Sacchetti-Sassetti, Pietro De Angelis a Parigi; 
0. Scalvanti, Le cantatrici in teatro ; G. Sordini, Resti di un antico, 
sconosciuto edificio, esistenti in Norcia ; P. Tomjiasini-Mattiucci, Un 
epigono di don Ferrante professore nella scienza cavalleresca. 

Non tutti gli articoli sono egualmente pregevoli, ma nel com- 
plesso, il volume è interessante e certamente serio. 

— Per la stessa occasione il dott. Raffaele Belforti (Perugia, 
Bartelli, 1913) pubblica in elegantissima edizione di stile cinque- 
sentesco alcuni brevi, ma succosi appunti su La famiglia Signorelli, 
che fu una delle più antiche e illustri di Perugia e alleata degli 
Ansidei, signori di Catrano, nei quali anzi si spense, legando loro 
i suoi beni ed il nome, per la morte d'un Camillo, ultimo di quella 
stirpe. 

Alla storia perugina, cosi feconda di famosi guerrieri, i Signo- 
relli diedero molti nomi illustri, da quel d'un Ridolfo, Capitano di 
guerra di Orvieto nel 1317 sino a Fabrizio IH, morto nel 1615, 
che militò negli eserciti di Carlo V, sotto Ottavio Farnese e Ca- 
millo Orsini, ed ebbe alte cariche nelle milizie pontificie, francesi 
e toscane. Vi furono anche valorosi scienziati, poeti, teologi, ecc. 
Il più celebre di questa schiatta è Fabrizio primo Signorelli, detto 
« Fabrizio delle Rondini », che fu uno dei più grandi capitani del 
suo tempo, e morì nel 1420. 

- - P. Papa, Storiografia spicciola (Estr. dagli Studi pubblicati 
in onore di Francesco Torraca nel XXXVI anniversario della sua 
laurea). Napoli, F. Perrella e C, 1912; 8°, pp. 8. — Pubblicando 
due lettere a Francesco Guardabassi, l'A. ne prende occasione per 
ricordare questo integerrimo patriotta perugino, perseguitato dal 
governo pontificio e sempre attivo per le sorti della sua regione. 
Delle lettere a lui dirette la prima (di autore tutt'altro che lette- 
rato) racconta efficacemente l' ingresso in Bologna nel 1832 delle 
truppe papaline, fiancheggiate e protette dai soldati austriaci; fra 
le accoglienze trionfali del popolo si registrano alcune sassate al- 
l'odiatissimo colonnello Zamboni, decorato cosi « con la croce di 
Sassonia». L'altra lettera ci trasporta a Roma nel 1847, e descrive 
con molti particolari l'agitazione dei giorni in cui venne scoperta 
una congiura di sanfedisti contro il nuovo governo. F. M. 

Napoli. — Gemma Caso, La Carboneria di Capitanata dal 1816 
al 1820 nella storia del Risorgimento italiano. (Estr. dall'^rcfe. Storico 
per le Provincie Napoletane, unno XXXYlll-XXXlX \ '^a^poli, Pierro, 
1913, pp. 120. — Un notevole contributo alla storia del Mezzogiorno 
nel periodo del Risorgimento portano queste pagine. 

15 



226 NOTIZIE 

Alcuni documenti riguardano un tal Napoleone Montanari, pre- 
teso emissario di Maria Luisa, duchessa di Parma. La Caso esclude 
che il Montanari sia stato un propagandista vero e proprio, e lo 
ritiene viceversa un pazzo, fissato su cose che aveva udite da altri. 
E giustamente, poiché, a parte tutto il resto, non v'è nessuna prova 
che Maria Luisa abbia avuta corrispondenza con lui. Ma sarebbe 
stato opportuno fare altre indagini sulla persona del preteso cospi- 
ratore, e vedere se e quali relazioni di parentela furono tra lui e 
quell'Antonio Montanari, romagnolo, le cui benemerenze negli eventi 
del Risorgimento sono state poste meglio in rilievo in una recente „ 
commemorazione del Rava. 

Continuando l'esame del lavoro, trovo assai notevoli le pagine' 
su Gaetano Rodino, che fu l'anima della rivoluzione del '20 in Ca- 
pitanata, e che, come appare dai documenti, divide con Guglielmo 
Pepe il merito di aver organizzato quel moto insurrezionale. Su 
esso veniamo a conoscere molti particolari nuovi, se non sempre 
interessanti. 

Maggiore interesse presenta il quarto capitolo relativo alla 
reazione. Vi si parla minutamente della setta dei Calderari, fon-* 
data dal principe di Canosa e diffusasi ampiamente, malgrado 
l'esilio del primo organizzatore ed i provvedimenti repressivi del 
Governo. Dopo la partenza del Canosa, troviamo a capo dei Cal- 
derari Francesco Borbone, allora duca di Calabria, e con nostra 
grande meraviglia, Girolamo Pignatelli, principe di Moliterno, gene- 
rale del popolo napoletano nel gennaio del 1799, passato al servizio 
della Repubblica Partenopea nei mesi successivi. Così, sotto la 
protezione di un ex-liberale, i Calderari continuarono ad agire e 
ad ostacolare l'opera di propaganda degli ascritti alla Carboneria. 

G. P. 

Puglie. — Saverio La Sorsa, La setta Angelica scoperta a Ca- 
stellaneta. Bari, Avellino, 191.3; pp. 19 (Estratto daW Annuario del 
B. Istituto tecnico e nautico di Bari, voi. XXXI, 1912). — Nel pe- 
riodo che va dal 1814 al 1860 non è infrequente il caso che la polizia 
dei vari Stati italiani, sospettosa ed iniqua, vedesse spesso attentati 
all'ordine pubblico, imbastisse processi e condannasse duramente gli 
accusati, dopo di esser ricorso a mille cavilli per convincerli di reità. 
La « setta Angelica » scoperta nel 1842 a Castellaneta, che non 
aveva nulla di politico, ma cercava di indovinare i numeri del lotto 
e di scroccare quattrini ai gonzi, è appunto una di quelle solenni 
montature della polizia. La « scoperta » preoccupò vivamente le 
autorità cittadine, l'Intendente di Bari e di Terra d'Otranto, e il mi- 



NOTIZIE 227 

nistro di Grazia e Giustizia che vi mandò il giudice Scafati con la 
speciale missione di procedere a una inchiesta, e di imprigionare 
tutti i presunti complici. Preoccupazioni che farebbero ridere se gli 
innocenti accusati, dopo circa venti mesi di duro carcere preventivo, 
non si fossero visti rovinati i loro alFari, perduta la loro reputa- 
zione, cadute nella miseria le loro famiglie. K. C. 

Calabkia. — Il dott. RiNiBRO Zeno, nella Rivista di diritto pub- 
blico, nn. 5-6, parte I, 1912, tratta deW Ordinamento amministrativo dei 
Municipi calabresi nei secoli XV e XVI. — L'A. illustra il sistema 
con cui si formava la legislazione in generale, ed accenna anche 
al placet che ne costituiva la sanzione sovrana. Viene quindi ad 
esporre i vari provvedimenti amministrativi, sia riguardo alle ele- 
zioni per le pubbliche cariche, sia riguardo alle attribuzioni di cia- 
scuna di queste, le quali, giova notarlo, erano retribuite. 

Segue lo studio dell'Amministrazione finanziaria, cioè del de- 
manio pubblico dei Municipi (il cui uso talora era soggetto alla 
fida), delle entrate consistenti in imposte dirette e indirette, e delle 
spese che si classificano in ordinarie e straordinarie. 

Chiudono la monografia i capitoli di Stilo e Castrovillari e i 
privilegi di Altomonte. F. C. 

Sicilia. — Natale Rapisakda, Sul sito di due antiche città etnee, 
Inessa-Aetna ed Ibla Galeotis. Catania, Giannetta, 1913; 8°, pp. 16. 
— In questa breve memoria, che è il primo passo ad una monografia 
completa su Aetna e Ibla, l'A. dimostra, con lo studio accurato delle 
fonti, col sussidio degli scavi archeologici e col confronto di culti 
e miti, che le due città della bassa valle del Simeto, le quali ebbero 
storia comune per contiguità di territorio, sorgevano la prima sul- 
l'acropoli di Licodia, sulla collina medesima ove ora trovasi Santa 
Maria di Licodia, luogo inaccessibile, vero nido di aquile, e Ibla 
Galeotis si raccoglieva « intorno alla gran rupe isolata ». 

R. C. 

— Francesco Gi/akdione, La Sicilia nella Rigenerazione politica 
d'Italia {1795-1860). Palermo, Reber, 1912; pp. vii-688. — Ben dice 
Ersilio Michel nella breve e succosa Prefazione a questo grosso 
volume, avere l'A. in un periodo di quasi quarant'anni dato alle 
stampe una larga serie di opere che hanno mutata in gran parte e 
rinnovellata la storia letteraria e politica della Sicilia. Ora si pub- 
blicano nel presente volume studi e ricerche già edite in giornali 
e riviste autorevoli, insieme con saggi e discorsi nuovi, tutti ugual- 
mente importanti, e che bellamente coordinati formano una storia 



'Ì'ÌS NOTIZIE 

continuata della Sicilia dal tentativo di Francesco De' Blasi nel 1795 
alla spedizione dei Mille. Fervido amore di verità e di giustizia, 
imparzialità scrupolosa e nobile desiderio di mettere nella debita 
luce uomini e vicende le più trascurate o sfigurate rendono queste 
pagine, fondate sempre su di una documentazione severa e copiosa, 
utili oltremodo ed ammaestrative. Precede un proemio : La Sicilia 
dopo cinquantanni dalla rivoluzione unitaria^ cospicuo per onesta^ 
franchezza. 

L'opera meriterebbe una lunga recensione; ma qui basti 
accennare ai giudizi su Maria Carolina di Austria, donna costante 
e forte più di quanto non si crede, ed alla politica inglese in Ci- 
cilia; agl'intenti del generale Giuseppe RosaroU, meglio interpretati 
e chiariti, nella rivoluzione del 1820-21; alla magnanimità di Gaetano 
Abela, fatta risplendere dall'A. in tutta la sua purezza. La lettera 
eh' eì scrisse al tìglio dalla Cappella di Castellamare in Palermo 
alla vigilia del supplizio non si può leggere senza commozione pro- 
fonda. Si aggiungano le critiche mosse dal generale Walmoden, 
austriaco, al generale Guglielmo Pepe nella Campagna del 1821, qui 
esaminate e discusse, e la esposizione dei moti politici dal 1831 al 
1848, in Sicilia, de' loro caratteri, pregi e difetti, con opportune 
considerazioni intorno al decreto del Parlamento siciliano sulla de- 
cadenza de' Borboni, sulla spedizione in Calabria e sulle ultime vi- 
cende della rivoluzione sfortunata. L'A, ha il gran merito di sfatare 
certi falsi od esagerati giudizi, dando proprio a ciascuno il suo, 
liberali e retrivi, amici e nemici. Rivela, sulla scorta dei documenti, 
i difetti e gli errori dei patriotti più insigni, rivendica la memoria 
dei più trascurati e negletti ; siciliano ed amante e narratore sin- 
cero delle gesta della sua isola gloriosa, non tace gli eccessi e le 
colpe dei siciliani, certe « piazzate e fanciullaggini », ire personali 
e regionali. 

Le figure meridionali all'assedio di Venezia, sono una rievoca- 
zione efficace di Alessandro Poerio, Cesare Rosaroll, Enrico Cosenz 
e Francesco Sammartino; Il Governo di Napoli e V Inghilterra, Il 
generale Carlo Filangieri al governo della Sicilia, Il Moto politico 
di Cefalù, (1866), sono illustrazione accurata di episodi poco e mal 
noti; La squadra sarda a Messina nel 1859 ci conduce fra le spe- 
ranze e gli entusiasmi degli anni della liberazione, descritta poi con 
scrupolosa diligenza ed intelletto d'amore nel saggio La Sicilia 
nella rivoluzione del 1860, nel Contributo straniero all'epopea ga- 
ribaldina, e nel Plebiscito nelle regioni meridionali d'Italia, dove 
forse l'A. si palesa troppo acerbo contro i moderati ed il Cavour.j 

G. R. 



NOTIZIE 229 

— Salvatore Romano tratta della Costituzione Siciliana riformata 
nel Parlamento del 1812. Palermo, Tip. Boccone del Povero, 1912. — 
Dopo aver riassunto la storia del Parlamento siciliano, che fa risa- 
lire al tempo dei Principi normanni, ricordai fatti che prepararono 
le riforme del 1812, e di queste espone, col sussidio dei documenti, 
le varie fasi e le linee fondamentali. 

Tra i documenti rileva sopratutto l' Atto parlamentario, alla 
pubblicazione del quale preludono queste pagine. 

Il Romano dimostra l' importanza di tali riforme, ed accenna 
all'entusiasmo che suscitarono in tutta la Sicilia, entusiasmo che 
dovette sbollire per i successivi avvenimenti, finche non risorse, 
trasformato, nei moti del '48, con la risposta del Comitato Generale 
costituito a Palermo, e la convocazione del Parlamento composto 
della Camera dei Pari e di quella dei Comuni. 

È opportuno qui ricordare il lavoro di Giuseppe Travali, Vi- 
cende che produssero le riforme costituzionali del 1812 in Sicilia^ 
in Rassegna contemporanea^ anno V, del quale si tenne parola in 
questo Archivio nella disp. 3"^ del 1913. I due lavori si confermano 
e si completano a vicenda. F. C. 



Storia artistica e letteraria. 



— Solo come semplice curiosità indichiamo tre opuscoli del- 
l'avv. Giuseppe Fregni, stampati a Modena nel 1913 dalla tipo- 
grafia G. Ferraguti e C. Sono studi « critici, filologici e letterari » 
su tre dei punti più controversi della Divina Commedia., che da 
secoli forniscono materia all'allegra fantasia degli interpetri. Anche 
l'avv. Fregni ha voluto dir la sua, colla ferma persuasione, natu- 
ralmente, di essere nel vero. Ci contentiamo di esporre le sue con- 
clusioni, lasciandone il giudizio ai lettori. Il Veltro allegorico del 
I canto ([e\V Inferno (cosi il primo opuscolo) sarebbe il papa Cle- 
mente V. che si chiamava Bertrando (o Beltrando) di Goth; Veltro 
sta per Beltro, cioè Beltrando. Dante, scrivendo prima di vedere il 
papa all'opera, s'augurava da lui la pacifica unione della Francia 
coiritaliad). 

Un altro studio è dedicato al verso Pape Satan, pape Satan 
aleppe (ormai spiegato, ci sembra, da Domenico Guerri) e sostiene 
che pape è corruzione di pavé =: « temi » e aleppe sta per alette, 



230 NOTIZIE 

cioè la furia infernale Aletto; quindi il verso significa: «Temi 
Satana, temi Satana Aletto ». 

Il terzo opuscolo s'intitola Su l'altro verso di Dante « Che ven- 
detta di Dio non teme suppe », e dà un'interpretazione davvero ori- 
ginale: la giustizia divina non teme inganni, raggiri, suppedi- 
tazioni. Veramente Dante invece di suppeditazioni ha scritto sìippe.... 
ma la parola è cosi troncata per comodo della rima. Purtroppo ci 
sarà ancora qualcuno non persuaso, che avrà da proporre, prima o 
poi, le sue nuove interpretazioni. Lo stesso avverrà per due altri 
studi che il Fregni ha pubblicato pei tipi della Società Tipografica 
Modenese (Modena, 1913): l'uno Sui versi di Dante « coloro che 
vìsser senza infamia e senza lodo » e « colui che fece per viltate il 
gran rifiuto », l'altro Sul grido di Nemhrod « Raphel mai amech zabi 
almi»: ambedue sconclusionati e pazzeschi. Basti dire che invece 
degli ignavi l'A. pone nell'antinferno quelli che Dante pose nel 
Limbo, i pagani che vissero senza far male, ma senza lodare Dio 
cristianamente {senza lodo), e a Celestino V sostituisce... Catone 
Uticense, che « rifiutò » la vita tenendola a « vile » e che si trova 
anche (lo dice proprio il Fregni) nell'Antipurgatorio! Quanto poi 
al verso di Nembrod, in forma semplice e chiara » è cosi spie- 
gato: «Oh! Raziel (l'angelo che insegnò tutto ad Adamo), il mae- 
stro delle lingue e delle arti meccaniche! e voi pure Zabii alma- 
nacchisti ed astrologhi ! ». Ma noi abbiamo perso troppo tempo e 
ripetiamo con Virgilio: « Lasciamlo stare, e non parliamo a voto». 

F. M. 

— Isidoro Del Lungo, Gli amori del Magnifico Lorenzo. Estr. 
dalla Nuova Antologia. Roma 1913, pp. 88. — Sono queste pagine, 
come l'illustre A. ama chiamarle, un Diporto ; ma un diporto che 
pubblica e interpreta documenti nuovi, illuminando di nuova luce 
figure importanti e interessanti, e tornando con acute osservazioni 
sopra fatti conosciuti, precisamente come qualunque studio critico 
condotto con metodo severissimo: in più ha, come è facile indovi- 
nare, quella dignità e nobiltà di forma di cui il Del Lungo pos- 
siede il segreto. 

Movendo da un passo del Canzoniere del Magnifico, in cui il 
poeta narra che alla morte della Simonetta Cattanei (1476) fu tratto 
a cercare se in Firenze fosse altra donna « degna di tanto onore 
amore e lode », osserva il D. L. che, mentre tutti gli storici rico- 
noscono in tale donna Lucrezia Donati, in realtà i documenti mo- 
strano che Lorenzo conosceva ed amava Lucrezia già da almeno 
undici anni. E per l'appunto sui documenti egli si sofferma con fine 



1 



NOTIZIE 21^1 

analisi per trarne quanta maggior luce gli è possibile sulla natura 
e sulle vicende di quell'amore. Cosi, insieme con una lettera già 
nota di Luigi Pulci a Lorenzo, ci pone sott'occhio un'altra lettera 
inedita, parimente diretta a Lorenzo, nel 1465, da Braccio Martelli : 
lettera scritta, per ciò che si riferisce ai nomi delle persone, in cifra, 
ma dal D. L., grazie ad un mirabile « assottigliamento di indagini», 
pienamente letta e chiarita. Da essa appare in modo luminoso che 
Lorenzo amò Lucrezia fin dal 1465, quand'ella era già fidanzata a 
quel Niccolò Ardinghelli, che nel medesimo anno la fece sua sposa. 
E di quale amore Lorenzo amò Lucrezia? Di un amore, crede il 
D. L., « innocente », e che « innocente » rimase anche in seguito ; 
opinione alla quale giunge però solo dopo un acuto esame delle te- 
stimonianze poetiche e non poetiche di contemporanei, come Luca 
Pulci, Ugolino Verino, Alessandra Macinghi -Strozzi, Luigi Pulci, 
Angelo Poliziano. Naturalmente non è possibile seguire qui la sot- 
tile indagine, che gli oflfre il destro a importanti osservazioni sulla 
vita privata del Quattrocento, sul carattere e sul valore del Canzo- 
niere di Lorenzo, sulla giostra cantata da Luigi Pulci, ecc.; ci con- 
tentiamo di avvertire che il Diporto contiene anche belle pagine 
dedicate alla buona, affettuosa e austera consorte del Magnifico, 
(Jlarice Orsini, e altre dedicate agli amori, non innocenti, dell'infedele 
marito di lei, come quello, che fu l'ultimo, per la Bartolomea de' Nasi 
ne' Benci e che richiama al D. L. certa novella anonima, giada lui 
pubblicata col titolo il Giacoppo, e ora attribuita senza esitazione 
al Magnifico. 

Adornano il bel Diporto mediceo, che è in sostanza un impor- 
tante contributo alla storia della vita quattrocentesca, quattro illu- 
strazioni sagacemente scelte, tra le quali particolarmente notabile 
Vlmpresa amorosa di Lorenzo e Lucrezia, tratta da una stampa 
della Nazionale di Parigi. L. F. 

— G. G. ZoRzi. Di una lettera di Torquato Tasso in reiasione 
con un'opera di Andrea Palladio. (Estr. dal Nuovo Archivio veneto, 
N. S., voi. XXIV). Venezia, C. Ferrari, 1912; 8°, pp. 51. — Questa 
monografia sagace e accurata prende occasione da una lettera del 
Tasso, che qualcuno sospettò apocrifa. In essa il poeta, scrivendo 
« da le Prigioni di S. Anna » a Giovanni Boterò, afferma di aver 
celebrato in un'ottava della Gerusalemme la 9^^ del canto XVI) lo 
splendido Parco fatto costruire in Torino dal duca di Savoia. Sono 
stati mossi dubbi sull'autenticità, perchè la lettera ci è giunta solo 
in una trascrizione di Vincenzo Malacarne della fine del secolo XVIII, 



232 NOTIZIE 

ed è parsa difettosa nello stile, e soprattutto perchè quando il Tasso 
venne a Torino nel 1578 il canto XVI della Gerusalemme era com- 
posto da due anni. A queste tre obiezioni lo Zorzi risponde vit- 
toriosamente, dimostrando con acute considerazioni l'attendibilità 
del Malacarne e la convenienza dello stile della lettera, e osser- 
vando che il poeta potè benìssimo aggiungere più tardi l'ottava in 
quistione, poiché apparve per la prima volta nella stampa del 1580. 
Crede anzi lo Z. di scorgere nel poema le traccie della posteriore 
inserzione, e veramente l'ottava è un po' slegata dal resto del rac- 
conto; ma sarà bene non dar troppo valore a tali argomenti, visto 
che un uomo come il Tasso sapeva anche accomodare con arte. Mag- 
giore importanza ha la dimostrazione (possiamo chiamarla cosi, per- 
chè persuasiva) che la lettera fu scritta al principio del 1579, poco 
dopo il soggiorno del Tasso a Torino, e che quindi il duca di Sa- 
voia ivi rammentato sarà Emanuele Filiberto. Ne consegue che a 
lui va attribuita l'idea e la prima sistemazione del parco di Torino, 
che il successore Carlo Emanuele portò a compimento. Infatti l'A. trae 
dai libri delle spese conservati in Archivio attestazioni relative a 
questi lavori fino dal 1568; e verso quegli anni (forse nel 15'ì6) era 
stato in Piemonte Andrea Palladio, a cui viene attribuito il disegno 
del parco e col quale Emanuele Filiberto si consigliò certamente. 
Lo Z. si vaio di antiche descrizioni degli splendidi giardini e delle 
opere artistiche che li adornavano per rintracciare fra i disegni del 
Palladio qualcuno che vi corrisponda; e infatti ne ricorda uno che 
nelle linee generali, specialmente di una villa, concorda con ciò che 
sappiamo del parco di Torino. Questo, peraltro, sub! modificazioni 
sotto Carlo Emanuele, e appunto in quel tempo lo celebrarono di- 
versi poeti, ai quali la Corte sabauda s'apri ospitalmente. Sono assai 
interessanti i saggi che lo Z. riporta in Appendice insieme ad altri 
documenti di cui si è valso nel suo studio. Nel secolo XVIII il parco 
era già in rovina, ed oggi ne rimangono appena le traccie. F. M. 

— Edgaedo Gamerea, Su alcune annotazioni inedite al « Diti- 
rambo » del Redi di Francesco Nuti da Bibbiena (secolo XVII) (con 
un'Appendice poetica del medesimo). Firenze, Piccini, pp. 24. — Il 
titolo dell'opuscolo dice tutto. In quanto al valore di codeste an- 
notazioni e delle poche poesiole raggranellate, siamo d'accordo con 
l'Editore. Ma, appunto per questo, sarebbe forse stato meglio non 
pubblicarle. L. T. 

— E. Benvenuti, Insieme con Giovanni Andrea Moneglia da 
Firenze a Bologna^ Trento, Innsbruck, Magonza, Amsterdam, Am- 



NOTIZIE 233 

bnrgo, Ulma nel 1667 (estratto dalla Rivista delle Biblioteche^ 
anno XXIII, n. 3-5). Firenze, Tipogr. Giuntina, 1913; 8°. pp. 45. — 
Il titolo è un po' lungo, ma anche il viaggio che si descrive è lungo 
e curioso. Fu compiuto nel 1667 dal principe Cosimo de' Medici, il 
futuro Cosimo III. e vi prese parte il bizzarro relatore di cui s'oc- 
cupa qui il Benvenuti. Giovanni Andrea Moneglia (1624-1700) fu 
medico rinomato, insegnante all'Università di Pisa e sempre pro- 
tetto dalla corte granducale, dove fu nominato archiatra dopo la 
morte del Redi. D'ingegno vivacissimo e portato alla satira, ebbe 
naturalmente molti nemici che lo ricambiarono con motti e invet- 
tive feroci e talvolta con appositi libelli, come il Cinelli e il Magliabe- 
chi. A tutti il Moneglia tenne testa con uno spirito pronto e tagliente, 
ma non sempre educato ; il Benvenuti ne riporta molti saggi (v. per 
esempio, a p. 17, un originale sonetto al dott. Corsi per certi suoi 
versi su Santa Maria Maddalena de' Pazzi) e, rivelato cosi il carat- 
tere dell'uomo, passa a riassumere la relazione del viaggio già ri- 
cordato, che egli ha scoperta, autografa, nel codice Palatino 804 
della Nazionale di Firenze. È tutta scritta in terzine, con molta 
spigliatezza, vivacità e arguzia, che forse talvolta fa eccedere nelle 
critiche; poiché il Moneglia, da buon fiorentino, trova tutto da bia- 
simare e da canzonare: la stagione pessima, il paese aspro e ug- 
gioso, gli abitanti rozzi e sudici, i cibi grossolani. A Innsbruck 
pensa con rimpianto al vino del Chianti! Quasi nessuna città o 
borgo, in cosi lungo viaggio, trovano grazia presso di lui ; solo 
ad Amsterdam riserba lodi entusiastiche per la pulizia, la gentilezza, 
il commercio. Questo « Itinerario » è proprio una lettura interessante, 
e il Benvenuti ha fatto benissimo a darne ampi estratti, dove si 
trovano terzine briose e macchiette vivacissime, come quella di un 
frate impazzito del monastero di San Benedetto in Alpe (pp. 23-24), 
o quella di un senatore di Ulma, la cui « bella faccia rubiconda - 
Un ceston di corbezzole sembrava ». 

F. M. 

— Nino Tamassia, La conversione dell' Innominato. Nota Man- 
zoniana (dagli Atti del E. Istituto Veneto, LXXIII, parte II). Ve- 
nezia, Ferrari, 1913, pp. 10. — Pochissime pagine, per dimostrare 
un'ipotetica fonte manzoniana. Secondo l'A., il dialogo celeberrimo 
fra r Innominato e il Cardinal Borromeo ricorda in alcuni punti 
la scena fra S. Giovanni e il giovane traviato, che si legge nella 
traduzione latina della storia ecclesiastica di Eusebio fatta da Ru- 
fino, e che Eusebio, a sua volta, trascrisse con lievissime modifica- 
zioni da un opuscolo di Clemente Alessandrino. L. T. 



234 NOTIZIE 

— G. BlADEGO, Vittorio Betteloni^ Discorso commemorativo. 
Verona, Stab. Gaetano Franchini, 1912 ; 8°, pp. 99. — Non è uno 
(lei soliti panegirici inconcludenti per qualche illustre ignoto, ma 
uno studio serio e ponderato, pur nella forma vivace di una confe- 
renza. Forse potrà sembrare a qualcuno che l'A. giudichi il suo 
poeta con molta benevolenza; benevolenza, del resto, rispecchiata 
più in certe espressioni ammirative che in un' esagerazione sostan- 
ziale dei meriti di quella poesia. E l'arte del Betteloni è via 
via illuminata dalla sua vita, poiché non è fatta in questo discorso 
la solita meccanica distinzione fra biografia e critica delle opere. 
Vari passi poetici son commentati con garbo dal Biadego, che ne 
rileva la freschezza e la semplice eleganza, e sa bene presentarci 
la serena figura dell'uomo e del letterato intimamente uniti si da for- 
mare un'anima sola, sincera ed aperta alla bellezza delle cose umili non 
meno che alle voci eterne dei suoi grandi confratelli nell'arte. Utile 
8uppleraento(e documento insieme della seria preparazione del B.) sono 
alcuni estratti di un diario giovanile del Betteloni, notevoli pei 
giudizi sul Byron e sul Rousseau, e un carteggio del poeta con illustri 
amici, primo di tutti l'Aleardi. Le lettere di questo sono parecchie e 
conservano valore più che di semplice curiosità, sia pei rapporti ideali 
col Betteloni, sia per il loro pregio letterario ; notevoli anche certi 
biglietti del Carducci, concisi e affettuosi. Né meno importante è 
la diligente bibliografia aggiunta in fine al volume, prima per le 
pubblicazioni del Betteloni stesso, poi per gli studi critici su lui; 
in modo che chiunque vorrà tornare a discorrere del nostro poeta 
non potrà esimersi dal consultare questo lavoro, che da conferenza 
si è trasformato in compiuta monografia. F. M. 

— C. De JOB. La défense de Mazagran dans la Uttératurc et les 
arts du dessin. — Coulmiers. Imp. P. Brodard, 1913; 8° pp. 23. — 
Ai primi di febbraio del 1840, secondo la relazione ufficiale, 123 
Francesi resistettero e respinsero a Mazagran, in Algeria, 12000 Arabi. 
L'entusiasmo in Francia fu grande e ai soldati vittoriosi furono 
assegnate ricompense e onori, che agli oppositori del governo par- 
vero (come sempre succede agli oppositori) insufficienti. L'A. non si 
occupa di proposito di questo e se il fatto sia stato o no esagerato, 
mane cerca il ricordo nella poesia e nell'arte riconoscendolo notevole 
per quantità, se non per qualità. Molti poeti, ma tutti di poco va- 
lore, cantarono la difesa di Mazagran, che dette argomento anche a 
parecchi spettacoli teatrali. Fra le rappresentazioni figurate l'unica 
superiore alla mediocrità è un quadro del Philippoteaux. Il capitano 



NOTIZIE 235 

Lelièvre, che comandava i difensori, non fu poi fortunato; poiché nel 
1842 fu posto in disponibilità e passò il resto della sua vita a Ma- 
lesherbes, sua patria, dignitosamente e modestamente. 

— Vittorio Gian, Arturo Graf maestro (dalla Nuova Antologia del 
16 giugno 1913). Roma, 1913; 8°, pp. 11. ~ Tutti gli ammiratori del 
Graf leggeranno con piacere, e insieme con rinnovato rimpianto, 
questo articolo dove si ricorda con commosse parole l'insegnamento 
del Graf dalla cattedra Universitaria di Torino. Il solo elenco dei 
cicli annuali di lezioni mostra com'egli percorresse tutto il campo 
della nostra letteratura ; e con quanta precisa ma non ingombrante 
erudizione, con quanta genialit.à, con quanta sobria eleganza sa- 
pesse farlo è attestato dai volumi di critica letteraria a cui quelle 
lezioni dettero origfne e dagli scolari che serbano reverente e affet- 
tuosa memoria del maestro. Dalle pagine del Gian questa nobile 
figura sorge come un esempio d'ingegno luminoso e di dolcezza. 

— Giorgio Del Vecchio, Il « Ladino » al bivio (d&lìa, Nuova An- 
tologia del 1° novembre 1012). Roma, 1912; 8^ pp. 21. — In questo 
notevole scritto si tratta una quistione che, più della glottologia, 
interessa l'italianità. Il ladino o romancio, specialmente nella Sviz- 
zera (Ganton dei Grigioni), non solo è parlato, ma insegnato nelle 
scuole e usato anche come lingua semi-ufficiale. Ghe sìa proprio 
una lingua e non un dialetto affermano con orgoglio i ladini ; ma 
esso non può vantare una vera tradizione letteraria, né ha potuto 
imporre il predominio di una parlata sulle altre, com' è avvenuto 
in tutte le lingue romanze. Gosì il ladino é minacciato dal tedesco 
che sempre più fa progressi; e i pangermanisti, sicuri della vittoria 
finale, ostentano di rispettarlo e lusingano colle apparenze l'amor 
proprio dei ladini, per impedire la diffusione dell'italiano, cosi af- 
fine al romancio. Ora l'A. osserva che proprio l'italiano, come lin- 
gua scritta, alleato al ladino, lingua parlata o dialetto, potrebbe 
salvare quest'ultimo dall'estinzione, e si augura che i ladini, anche 
per iniziativa nostra, cessino d'illudersi. F. M. 

Storia g-iuridica. 

— Vincenzo Lanusol, Note di letteratura giuridica. Albenga. 
Tip. V. Piccardo, 1912. — Nell'Introduzione a queste note si ha 
un continuo esaltamento delle glorie della letteratura giuridica ita- 



■236 NOTIZIE 



liana, e vi traspare un fin troppo vivo desiderio che queste glorie 
siano sempre meglio poste in luce, anche per i tesori di linguaggio 
giuridico che nelle opere dei nostri passati Autori sono rimasti 
quasi dimenticati. 

L'A. insiste sulla necessità di forbire il nostro linguaggio giu- 
ridico, dimostrando quanto sia giovevole una soda cultura scienti- 
fico-letteraria per l'arte forense, e quanto sarebbe opportuna l'isti- 
tuzione di un corso di Letteratura giuridica annessa alla Facoltà di 
Giurisprudenza. E di questa Letteratura dà un breve saggio ricor- 
dando la vita e le opere di Vico, Jieccaria, Mario Pagano e vari 
altri dei nostri Grandi, aggiungendo infine copiose note, elenchi e 
un indice alfabetico di scrittori e di opere di Letteratura storico- 
giuridica. F. C. 

— Gino Dallari, Filosofia del diritto e scienza storica dell'in- 
civilimento. Roma, tip. degli Ohni, 1913; pp. 22. (Estratto dalla i?t- 
vista italiana di Sociologia, a. XVll, fase. L gennaio febbraio 19l;5). 
— L' indole della nostra rivista non ci consente di estenderci lunga- 
mente, come desidereremmo, su questa magnifica prelezione al corso 
di filosofia del diritto, tenuta nella R. Università di Pavia. Diremo 
solo che nelle ampie lìnee che traccia di un poderoso lavoro, il 
D. dimostra la necessità che la filosofia del diritto venga fondata 
sulla conoscenza più ampia e più profonda della realtà, sia storica 
che vivente, del fenomeno giuridico, studiata con grande spirito 
obbiettivo e con senso critico e comprensivo penetrante. 

R C. 

— Del ius affidandi nell'Italia meridionale ci dà un'importante 
trattazione Nino Tamassia (in Atti del Beale Istituto veneto di 
scienze, lettere ed arti, 1912-13, tomo LXXII, parte II). — Egli ci 
offre uno studio accurato sulla natura e le probabili origini di questo 
ius; e, stabilito che V amidatura si riconnette alla commendatio, 
s'addentra in un esame lungo e paziente di moltissimi documenti 
che cita o riporta nel testo. F. C. 

— Federico Ciccaglione, Ancora della origine della comunione 
dei heni fra coniugi in Sicilia ed in altri paesi hizantini-italiani, 
in Arch. Storico per la Sicilia Orientale, 1912, anno IX, fase. III. — 
L'illustre A. torna sulla dibattuta questione, classificando i lavori 
pubblicati sull'argomento dopo il 1906, a seconda del sistema se- 
guito, e cioè sostenendo l'origine dell'istituto dal diritto germanico, 
riannodandola al diritto romano, o alle condizioni sociali, econo- 



n 



NOTIZIE 237 

miche e giuridiche dei paesi stessi, o, infine, combattendo unica- 
mente gli argomenti addotti contro la cosidetta opinione comune. 

Contro questa 1' A. fu il primo a portare il contributo di studi 
sui documenti dei paesi italiani già soggetti al dominio bizantino, 
ed ora torna a rilevare in proposito l' ostacolo grave all' origine 
germanica del regime comunistico matrimoniale derivante dal pri- 
mitivo diritto germanico e dall' assenza dell' istituto stesso nelle 
leggi, consuetudini e documenti delle provinole longobardo-franche 
in Italia. 

L'A. riconferma l' impossibilità di riportare alla comunione la 
tertia franca e la quarta longobarda, anzi viene a derivare quella 
dal diritto romano pregiustinianeo e volgare, e questa dal diritto 
giustinianeo. 

Passa quindi a dichiarare ancora una volta che, pur ricono- 
scendo l'origine romano- volgare dell'istituto della comunione tra 
coniugi, ritiene tuttavia che l'origine più immediata debba ricercarsi 
nel diritto romano-bizantino, e principalmente nell'Ecloga isaurica. 

Ma i germi della comunione che si ritrovano nell'Ecloga furono 
tratti dal diritto volgare, sostenuto e diffuso dal clero bizantino, 
diritto che trasse vari dei suoi elementi anche dai principi del cri- 
stianesimo. 

L'A. esamina quindi l'istituto relativamente alla Sicilia, Sar- 
degna ed Istria, riconoscendone il carattere d'universalità; e spiega, 
conforme alla sua teoria, perchè esso non ebbe altrettanto vigore 
nella Dalmazia. 

Accennando da ultimo alla questione per Malta, Antiochia e i 
ducati napoletani, conclude confermando che l'istituto comunistico 
tra coniugi sorse e si diffuse, durante l'alto medioevo, solo in quei 
paesi d'Italia e fuori, dove le consuetudini e le leggi, anche poste- 
riori, lo disciplinarono. F. C. 

Dr. Gustav Pescatore, Die Distinktionensammlung des Ms. Bo- 
non. Colleg. Hisp. Nr. 7.9. (Festschrift der Univ. Greifswald zum BeTc- 
toratstvechsel am 15. Mai 1913). Greifswald, Abel. 1913, pp. 49. — È un 
nuovo importantissimo contributo del dotto professore dell'Univer- 
sità di Greifswald alla storia letteraria della prima fase dello Stu- 
dio bolognese. Egli i)ubblica ora con la consueta esattezza e com- 
piutezza quella notissima fra le varie raccolte tutte esistenti delle 
cosi dette Distinctiones Albericane {1), che è contenuta nel ms. 73 



(1) Cfr. sulle cosidotte « Albericane » — o distinzioni del glossatore 
Ugo, rimaneggiate e aumentate dal glossatore Alberico — lo notizie di 



238 NOTIZIE 



del Collegio di Spagna di Bologna, dopo averne, in una breve e 
densa introduzione eliminati alcuni elementi estranei. Della raccolta 
bolognese si era recentemente occupato il Seckel nel suo dottissimo 
studio sulle Distinctiones Glossatorum ' 1). È noto come secondo la 
tradizione il glossatore Ugo avrebbe composta una raccolta di di- 
stinzioni che sarebbe stata poi rimaneggiata e aumentata da Albe- 
rico. Ma è tuttora assai dubbio qual parte, nelle dodici raccolte di 
distinzioni che van sotto il nome di Albericane, sia realmente at- 
tribuibile all'uno e all'altro dei due glossatori. Il Seckel considerò 
la raccolta bolognese {Coli. Hisp. 73) tra le più antiche recensioni 
delle Distinctiones Albericanae cioè fra quelle che possono presumi- 
bilmente attribuirsi ad Ugo (2). Il Pescatore, pure ritenendo la re- 
censione bolognese tra le piìi antiche, riconferma ora, ritornando su 
concetti già da lui espressi in una notevolissima nota critica allo 
studio del Seckel (3), essere certo che nessuna delle dodici raccolte 
contiene né il lavoro di Ugo né il rimaneggiamento di Alberico: 
che cioè le cosi dette Albericane risultano, nella forma in cui ci 
pervennero, dall'attività durata più decenni di un numero indeter- 
minato di persone. Ma certo appar verisimile che le distinzioni 
contenute nelle redazioni più antiche delle Albericane appartengano 
realmente alla raccolta originaria attribuita a Ugo o provengano 
da lui. E ad ogni modo la conoscenza esatta e completa della re- 



1 



I 



Savigny, Gesch., IV, pp. 160 e segg. ; 500 e segg. ; Pescatore, Glossen des 
Irnerius, 1888. pp. 67 e segg., e Beitràge zur mittelalt. R. G., 1889, 
II, pp. 91 e segg. ; Flach, Études critiqties sur l'Jiistoire du dr. rom. 
au moyen àge, 1890. pp. 311 e segg., pcc. 

(1) Vedi Seokel Distinctiones Glossatorum. Studien sur Distink 
tionen, Literatur der roman. Gìossatorenschuie, aus der Festsehrift der 
Berlin. Jurist. Fahultàt f. Ferd. v. Martits, Berlin. 1911, pp. 277-436. 

(2) Vedi Seckel, op. cit., pp. 310 e segg. 

(8) In Zeitschr. d. Sav.-Stift; XXXIII, Rom. Abt., 1912. pp. 502 e 
segg.; vedi anche in XXXIV, Rom. Abt., pp. 497 e segg., un'altra in- 
teressantissima nota del Pescatore, Verzeichniss legistischer Distinktio- 
nen mit Angahe des Verfassers, in cui l'A. ha cercato, valendosi della 
sua profonda conoscenza in questa materia, di raggruppare intorno ai 
nomi dei principali fra i più antichi glossatori (Irnerio, Bulgaro, Mar- 
tino, Iacopo, Ugo, Rogerio, Alberico, Guglielmo da Cabriano, Piacentino. 
Henrico de Baila, Pillio, Ottone Pavese, Lotario, Giovanni Bassiano, 
Azone, Ugolino) le varie distinzioni che a ciascuno di essi vengono nelle 
diverse raccolte a noi pervenute nominatamente attribuite. 



NOTIZIE 239 

censione bolognese potrà assai giovare alla soluzione dell' arduo 
quesito, in quanto, come osserva l'A , questa segna un momento 
importantissimo delle varie fasi attraverso cui, nei successivi rima- 
neggiamenti, è passata la raccolta originaria F. E. 

— Francesco Ercole, Sulle fonti e sul contenuto della distin- 
zione fra tirannia « ex defectu tituli •» e tirannia « exercitio ». Fi- 
renze, Stab. G. Carnesecchi e figli, 1912. — Codesta distinzione è 
di pretta origine italiana, e fu enunciata per la prima volta, nella 
sua forma classica, da Bartolo, nel secolo XIV; dopo di lui essa 
apparisce novamente in Coluccio Salutati. 

L'A. sostiene che il concetto di Bartolo e la dottrina aristote- 
lica sono in rapporto assai meno stretto di quel che si è voluto 
far apparire, soprattutto perchè manca in Aristotele qualunque ac- 
cenno ad una distinzione tra tirannia in senso giuridico e tirannia 
in senso politico-morale. Il concetto aristotelico, tuttavia, ebbe una 
lunga e complessa elaborazione, e di questa l'Ercole dà alcuni cenni 
storici, ricordando Polibio. Cicerone, Seneca, Sant'Agostino, Sant'Isi- 
doro e S. (iregorio Magno. Si hanno poi i concili e gli scrittori cu- 
rialisti e anticurialisti, e da ultimo quelli del Rinascimento fino a 
Bartolo e Coluccio. Ma la distinzione delle due tirannie ebbe pre- 
cedenti, all'infuori della dottrina tradizionale della tirannia, in due 
passi di S. Leone Magno e di S. Tommaso; senonchè, in Bartolo e 
in Coluccio ebbe una nuova ed ulteriore esplicazione. 

L'A. passa ad illustrare il contenuto della distinzione mede- 
sima, notandone le differenze nei due scrittori che primi l'enuncia- 
rono, e, traendone riferimenti positivi, l'applica alle condizioni 
politiche delle città italiane del tempo. F. C. 

— L'opera diretta di Francesco V nella formazione del codice 
penale estense, viene posta in evidenza dal prof. Alessandro Lattes. 
in Memorie della R Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Mo- 
dena (Serie III, voi. X, parte II, sezione scienze): La formazione 
del codice penale estense. Egli vi fa una breve storia della com- 
missione incaricata di tale preparazione, accennando alla parte che 
vi ebbe il Palmieri ed al contributo anche di persone estranee. 

Ma sopratutto illustra l'azione personale forte e persistente del 
duca stesso, e rileva l'efficacia di tale azione sul testo definitivo 
del codice. 

Espone poi lucidamente alcuni criteri giuridici fondamentali 
che informarono il codice stesso, ponendo anche questo in correla- 



240 NOTIZIE 

zione col regolamento di polizia, e accenna alle più importanti di- 
sposizioni riguardanti i delitti maggiori e quelli più singolari. 

F. C. 

— Lo studio de' Codici anteriori alla costituzione del Regno 
riceve un nuovo contributo dal chiaro prof. Francesco Ercole, Il 
diritto delle persone e il diritto di famiglia nel codice civile par- 
mense studiato nei lavori preparatori (in Bivista di Diritto civile^ 
nn. 5-6, 1912). L'A. vi espone il lavoro delle commissioni che prepa- 
rarono il codice parmense, e ne desume le notizie preziose dagli 
atti conservati nell'Archivio di Stato in Parma. 

Le opposte tendenze delle commissioni e l'opera di Maria Luigia 
sono abbondantemente documentate, e ci si spiega in tal modo le 
ragioni delle definitive disposizioni del codice stesso. 

Nella seconda parte l'A. esamina, con la sua nota dottrina, le 
principali di queste disposizioni, relativamente alla capacità delle 
persone, al matrimonio, al regime patrimoniale dei coniugi ed alla 
famiglia, in generale, unendo in fine, in Appendice, la trascrizione 
d'importantissimi documenti. F. C. 



Iiuigri Tedici, responsabile. 



xNOTE PALEOGRAFICHE 

SEGNI TACHIQRAFICI NELLE NOTAE IVRIS 



In tutti i manuali di paleografia si snoie avvertire 
che alcune note tironiane furono adoperate, come forme 
compendiarie o abbreviative, nella scrittura comune dei 
codici e delle carte. Ma l'elenco che essi ne danno non 
è completo, e le presenti nostre osservazioni, sebbene 
ristrette soltanto ai compendi che si trovano nei più 
antichi manoscritti giuridici, cioè alle notae iuris, 
mostreranno come parecchie altre abbreviature, fra 
quelle comunemente dette per segni con signifi- 
cato proprio o relativo ovvero per segni con- 
venzionali, derivino pure da antiche note tachigrafiche. 

I. — J segni abbreviativi delle lettere p e q. 

Questi segni sono generalmente considerati come 
aventi un significato relativo, e le abbreviature che ne 
risultano sono annoverate tra quelle per segni speciali. 
Di tali compendi conosciamo in gran parte la storia, 
almeno nelle linee principali, vale a dire sappiamo quale 
forma hanno avuta e quale uso se ne è fatto nei vari 
generi di scrittura, nelle diverse epoche ; ma la loro ori- 
le 



242 L. SCHIAI'ARELLI 



I 



gine rimane ancora presso che ignota (1), e gli studiosi 
che si sono occupati in modo speciale e con maggiore 
competenza delle abbreviature latine, si contentano di 
rimandare alle notae iuris del IV o V secolo, come 
alla fonte più antica. Ma come sorsero? La loro forma 
particolare ha una spiegazione ? Perchè, ad esempio, 
nell'abbreviatura per quae la lineetta è sopra la tj* e in 
quella per qiiod si ha nn tratto obliquo che taglia la g? 
Sono tali forme il prodotto inventivo di uno scrittore 
oppure di una scuola, o non avranno esse piuttosto 
relazione con particolari forme e segni di una piiì an- 
tica scrittura compendiaria e tachigraflca? Incomin- 
ciamo dalle abbreviature della q. 

quae (que). 

Confronteremo l'abbreviatura comune (col trattino 
orizzontale sopra la g), quale già si trova nei più an- 
tichi manoscritti giuridici, colle corrispondenti forme 
nei commentari di note tironiane e nella tachigrafìa 
italiana, sia delle carte sia di un codice bobbiese e di 
altro della biblioteca Capitolare di Verona (tav. n. 1) (2). 
Lo scrittore della nota tachigraflca nel codice di Bobbio 
visse non più tardi del secolo VII o della prima metà 
dell' Vili; egli si servì, per la pagina che stese in quel 
codice, di note tachigraflche frammiste a parole in scrit- 



I 



(1) Già U. F. Kopp, come tosto vedremo, aveva spiegato, nella sua 
grande opera Palaeographia oì-itioa, I (Mannhemii, 1817), l'origine di al- 
cune di queste abbreviature; ma non pare che delle sue osservazioni si 
sia tenuto sempre il dovuto conto. 

(2) Per il codice di Bobbio, conservato nella biblioteca Ambrosiana 
di Milano, O. 210 sup., cfr. Chatelain: Introduotion à la leeture des notes 
tironiennes (Paris, 1900), pp. 117-20, 229-31, planche XIII; Uncialis scriptura 
oodicum latinorum novis exempUs illustrata (Parisiis, 1902), tab. LXVIII ; 
e per il codice veronese, n. XXII, cfr. Ciiatei.ain : La tachygraphie latine 
des manusorits de Verone, in Bevue des hihliothèques, XII (1902), 2, 3 ; Un- 
oialis scriptura, etc,, tab. LXVII. 



NOTE PALEOGRAFICHE 243 



tura comune, cioè nella minuscola corsiva usata dai notai 
dello stesso territorio, e quale possiamo esaminare nelle 
più antiche carte longobarde originali del secolo Vili. 
Le note tachigraflche del codice veronese non sarebbero, 
probabilmente, secondo lo Ohatelain, posteriori al 
secolo VII. Nelle carte italiane la prima nota per qiiae 
si ha nel secolo X, ma poiché questa sillaba non ri- 
corre nei testi in tachigrafìa delle carte anteriori, finora 
conosciute, ed i caratteri delle note tachigraflche nelle 
carte del secolo Vili sono i medesimi che occorrono 
posteriormente; in altre parole, poiché dall' Vili all'XI 
secolo, durata dell'uso della tachigrafia sillabica nelle 
nostre carte, appare adoperato un unico sistema, non 
esiteremo a ritenere che la nota per quae, nella forma 
riferita in carte del X e XI secolo, possa rimontare al 
secolo Vili. Dunque tanto le carte quanto i codici con- 
corderebbero nell'attestarci che questa nota tachigrafica 
era già usata nel VII e nelP VLIL secolo, se non prima. 
Lo Ohatelain, che ci fece conoscere la nota dei co- 
dici di Bobbio e di Verona, ebbe ad osservare: « quae 
n'est nullement conforme au système de Tiron, il faut 
y recounaìtre le q tironien surmonté d'un trait don- 
nant au signe la valeur de quae, par analogie avec 
l'écriture ordinaire » (1). Egli ritiene, insomma, che la 
nota tachigrafica sia stata foggiata ad analogia della 
nota iuris, in uso nella scrittura comune. Ma osser- 
veremo, che nella scrittura libraria dell'epoca dei no- 
stri codici, cioè nell'onciale e nella semionciale — i due 
codici sono in semionciale del VI o del VII secolo — la 
nota iuris per quae è usata quasi esclusivamente nei 
codici giuridici, pochissimi di numero. Eicorre bensì 
spesso questa nota nei più antichi codici (che si sogliono 
datare tra la fine del VII e 1' VIII secolo) usciti dallo 



(1) Chatblain, op. cit., in Reime des bibliothèques, XII, 8. 



244 L. SCHIAPARELLI 



scrittorìo di Bobbio (1) ; ma dobbiamo anche aggiun- 
gere, che lo scrittore della nota bobbiese non solev^a 
servirsi del compendio q (con trattino soprascritto), e 
infatti nella pagina del citato manoscritto, quando egli 
vuole o deve scrivere quae secondo P uso consueto, non 
adopera la detta abbreviatura (che ha analogia colla 
nota tachigratìca), ma scrive in tutte lettere dell'alfabeto 
comune. E nella scrittura dei documenti originali del- 
l'epoca longobarda (dal 721 al 774) non troviamo un 
solo esempio della nota iuris. L'abbreviatura poi per 
quae GoWsi q tagliata trasversalmente è meno antica; 
ebbe in Italia un uso molto limitato e vita breve, tanto 
nei codici quanto nelle carte (2) : tra la fine del se- 
colo Vili e il principio del IX andò perdendo il suo 
primitivo significato e fu usata, da allora in poi, solo 
per qui, salvo poche eccezioni (3). La nostra nota ta- 



(1) E soltanto per il pronome ; è rara invece nei codici veronesi. 
Cfr. le opere citate a p. 245, nota 2. 

(2) Ed è usata quasi soltanto per l'enclitica ; ho notato nei documenti 
longobardi solo questi altri casi : in una carta del 755 (Gabotto, Le più 
antiche carte dell' Archivio capitolare di Asti, I, n. I) « q(ue)m » ; in altra del 
773 maggio 8 (Bonelli, Codice paleografico Lombardo, tav. 14) « uniq(ue)ni- 
q(ue) ». In due carte piacentine, una del 30 dicembre 770, nella sotto- 
scrizione di « Paltrude », e altra del 6 maggio 774, nella sottoscrizione 
di « Petroniae », (Bullettino dell'Istituto stor. it., n. 30, pp. 70, 72) si ha 
piire tale abbreviatura, ma non è del tutto sicuro che debba scio- 
gliersi que, poiché in quest' ultima ricorre già l'abbreviatura per qui in 
uguale forma (« q(ui) in hoc seculo dat parva »). Altrettanto può dirsi per 
le carte merovingiche : nei diplomi, si hanno due soli esempi di questo 
compendio del pronome quae (cfr. Lauer et Samaran, Les diplómes 
originaux des Mérovingiens, Paris, 1908, tav. 18, r. 2 e tav. 33, r. 4 [si lesse 
erroneamente quod »]). Uso e fortuna consimili ebbe questo compendio 
per quae, (que) nei manoscritti, e non solo in quelli italiani ; cfr. Lindsay, 
Contractions in early latin minuscule mss. (in St. Andreivs University puhli- 
oations, V (Oxford, 1908), 41-43). Vedasi anche la nota 2 a p. 245. 

(3) Fi queste eccezioni quasi soltanto per l'enclitica. Cfr. la nota 
precedente. Di questo compendio, usato prima per que e poi per qui, ci 
occuperemo in uno studio sulle abbreviature nelle carte longobarde. 



NOTE PALEOGRAFICHE 245 

chigraflca è inoltre da considerarsi come una forma ca- 
ratteristica della scrittura tachigraflca delle carte notarili 
italiane, non della tachigrafìa nei codici di Bobbio e di 
Verona (1) ; e tutto induce a ritenere che essa non 
derivi da un compendio usato nella scrittura delle carte, 
come neppure si può supporre che sia un'imitazione 
della nota iuris fatta nel secolo Vili, poiché queste 
notae rimasero sconosciute agli scrittori dei docu- 
menti dell'epoca longobarda (2); Un'altra osservazione : 



(1) Nella tachigrafia sillabica delle carte italiane quae è sempre 
rappresentata dalla stessa nota, salvo in un caso, in cui la e è sostituita 
da due punti ; la nota tironiana non ricorre mai (cfr. Bullettino dell' Isti- 
tuto storico italiano, n. 33, p. 34, nota 3). Solo nel citato codice veronese 
si trova usata la nostra nota tachigraflca, mentre in altri manoscritti vero- 
nesi ricompare quella tironiana. Ritengo che A. Mentz abbia alquanto 
ecceduto nel considerare la nostra nota come propria del sistema tachi- 
grafi co di Bobbio (ofr. A. Mentz, Beitrage zur Gesehiehte der Tironisohen 
Noten, in Archiv fiir Urkundenforsohung, IV (Leipzig, 1912), 22 e segg.) ; 
su alcune sue acute osservazioni intorno alle note bobbiesi e all'origine 
della tachigrafia sillabica italiana avremo occasione di trattenerci in 
altro lavoro. 

(2) Delle abbreviature del p e del q, che ricorrono tra le notae 
iuris, si trova usata solo quella di per; e le caratteristiche principali 
del sistema di abbreviature negli antichi codici giuridici non si ri- 
scontrano nelle carte longobarde. Quanto si è detto per le carte vale 
in genere anche per i codici, del secolo VII e di gran parte dell' Vili, 
nella medesima scrittura, sebbene più accurata e calligrafica (sono i co- 
dici, usciti da scrittorii dell' Italia settentrionale, detti da alcuni in 
scrittura semicorsiva o minuscola antica o lombarda). Si differenziano i 
codici bobbiesi, che seguono, qiiale più quale meno, il sistema di abbre- 
viatura insulare; in questi si ha un uso abbastanza esteso delle notae 
iuris del p e del q, però la loro datazione non poggia ancora per tutti 
su elementi sicuri, e quindi non è da escludersi ohe alcuni dei più an- 
tichi, classificati tra la fine del VII o il principio dell'VIII secolo, possano 
essere della fine dell' Vili o dei primi anni del IX. Intorno all'uso par- 
ticolare delle abbreviature nei codici di Bobbio, si cfr. Lindsay, jTAe 
Bobbio soriptorium, ite early minuseule abbreviations, in Zentralblatt fiir Biblio- 
theksivesen, XXVI (1909), 293 e segg. e Steffkns, Ueber die AbkUrzungsme- 
thoden der Sohreibsohule von Bobbio, in Mélange» offerta à M. Emile Cha- 
TELAiN (Paris, 1910), pp. 244 e segg. Per i codici veronesi in minuscola. 



246 



L. SCHIAPARELLI 



le notae iuris, dopo un primo periodo di sviluppo, eb- 
bero poi un periodo di rilassamento, che va dai divieti 
imposti da Teodosio II (438) e da Giustiniano (533) 
di usare nelle loro raccolte di leggi i compendiosa 
aenigmata (1), fino all'epoca in cui le notae ripre- 
sero novello vigore, verso la fine del secolo Vili o 
al principio del IX, cioè all'epoca incirca della rina- 
scenza, letteraria e scrittoria, Carolingia. Ora, poiché 
l'analogia tra la nota tachigraflca e la nota iuris è 
tale da far supporre che in un dato momento siano state 
adoperate contemporaneamente, vien fatto anche di sup- 
porre che la nota tachigraflca possa risalire all'epoca 
in cui era molto usata la nota iuris, vale a dire al 
tempo, se non jjrima, dei divieti imperiali, e precisa- 
mente alla data approssimativa dei più antichi esempi 
delle notae iuris, che si hanno in codici giuridici 
dal IV al VI secolo. 

Posto ciò; tra le due forme, la nota iuris e la 
tachigraflca, vi è soltanto analogia, o non piuttosto 
vera dipendenza ? 

In entrambe si distinguono due elementi o segni 
(cfr. tav. n. 1). Nella nota tachigraflca italiana il segno 
maggiore, diremo meglio il radicale, non è altro che la 
lettera q dell'alfabeto tironiano, e il segno minore e 
ausiliare, cioè la desinenza, ha la forma di un trattino 
orizzontale (2); nella nota iuris abbiamo la g secondo 



cfr. A. Spagnolo. Abbreviature nel minuscolo Veronese, iu Zentralblatt 
fiir Bibliothekswesen, XXVII (1910), 531 e segg. e la nota aggiuntavi dal 
LiNDSAY, pp. 549-552. 

(1) Divieti che ebbero certamente una ripercussione in altri co- 
dici giuridici di quel tempo. 

(2) È da osservare che questo segno non è mai staccato, cioè sopra 
la q tironiana, come neppure taglia la coda della q; interseca sempre il 
radicale nella parte superiore, talvolta tocca soltanto la curva, come una 
tangente (e nella nota dei codici di Bobbio e Verona passa per 11 ver- 
tice, o poco al disotto, dei due tratti che formano la q). 



NOTE PALEOGRAFICHE 247 



l'alfabeto comune e un tratto di linea precisamente come 
nella tachigraflca. Ma è da escludersi che nella nota ta- 
chigraflca, dato il carattere di tale scrittura, il tratto 
orizzontale sia un segno abbreviativo: esso sta per certo 
a rappresentare la vocale e; infatti nella scrittura tiro- 
niana la e, sia come lettera iniziale sia come desinenza, 
è rappresentata non di rado, così isolatamente come in 
nesso, da un tratto rettilineo, orizzontale o in posizione 
varia. Orbene, poiché il tratto orizzontale non è certa- 
mente un segno abbreviativo nella nota tachigraflca, 
ne consegue che esso non può essere stato riprodotto 
da una forma compendiaria in cui fosse adoperato con 
tale funzione. E mentre siamo così indotti a rigettare 
qualsiasi dipendenza dalla nota iurìs, veniamo a ri- 
conoscere invece la dipendenza di quest' ultima dalla 
nota tachigraflca. 

La nota iuris appare una riproduzione della cor- 
rispondente nota tachigraflca, quale doveva essere già 
usata nel IV e nel V secolo: il radicale è dato secondo 
l'alfabeto della scrittura comune; al contrario il segno 
ausiliare fu mantenuto identico, ed ebbe originaria- 
mente lo stesso valore. In altri termini, l'abbreviatura 
latina conserva il segno tachigraflco uguale ad e ed 
equivale a q colla letterina e soprascritta. Risulta chiaro 
pertanto, come tra la nota i uris e la nota tachigraflca 
vi sia perfetta corrispondenza: si hanno gli stessi ele- 
menti nell'identica posizione. 

qiiod. 

La nota per quod nella tachigrafla delle carte ita- 
liane presenta particolare somiglianza con quella di un 
codice di Madrid, che contiene un commentario di note 
tachigraflche, in gran parte, se non tutte, anteriori al- 



L. SCHIAPARELLI 



l'epoca Carolingia (cfr. tav., n. 2) (1). Hanno le due 
note forma molto simile (solo con piccola differenza 
grafica) (2), sia nel radicale, dove scorgesi la q tiro- 
niana, sia nella desinenza, rappresentata dalla d, pari- 
mente dell'alfabeto tironiano. Singolare è la nota che 
per quod si ha nel citato codice bobbiese, della mano 
stessa che eseguì la nota per quae: il segno ausiliare 
(la (l), di forma molto piccola, non interseca il radicale 
via q), ma è in alto a guisa di esponente (tav., n. 2) (3). 
Questa nota non può essere derivata da analogia della 
abbreviatura per contrazione qd, che non era ancora 
in uso, salvo qualche rara eccezione, nel VII e in prin- 
cipio dell' Vili secolo (4), quando si scrissero le note 



(1) Le note del codice di Madrid furono pubblicate da W. Schmitz, 
Studien zur laieinischen Stenogrwphie, in Panstenographikon, I, 2 (1869). e in 
parte dallo Chatelain, Introduction etc, pp. 168-176; cfr. Johnkn, Ge- 
schichte der Stenographie, I (1911), 237, 246 e Mentz, op. cit., 20 e segg. 

(2) Le note di Madrid ci sono pervenute in un manoscritto del se- 
colo XVI, e certamente non tutte in forma precisa. 

. (3) Nella nostra tav. è la seconda notaitaliana. Finora non è stato 
segnalato alcun esempio di questa nota nei codici veronesi ; ma le due note 
che lo Chatelain, op. cit., in Bevue des Mbliothèques, XV (190.5), 349, n. 116, 
interpretò quod in [avvertendo : « lei nous sommes obligés de deviner. Pour 
quod on volt le signe régulier de qui». Le signe tachygraphique in est 
place en l'air ; l'analogie des exemples permet de voir tum dans la finale »], 
non ci daranno gMO<? soltanto ((jf + (?) come nel codice bobbiese? Si cfr. le 
note simili in lìevue des hibliothèques, XII, 35, n. 30, 36, nn. 31, 32; oc- 
correrà forse riprendere in esame queste note e rivederle sugli originali. 
La nostra nota per quod si confonde colla tironiana per quos. 

(4) Nessun esempio nelle carte longobarde ; ricorre bensì tale forma 
di compendio, ma per quondam. Nessun esempio neppure nei diplomi 
merovingici. I più antichi esempi datati si hanno forse nelle carte di 
S. Grallo degli anni 757, 764, ohe sono però in scrittura prevalentemente 
libraria [cfr. Steffens, Paléographie latine (1910), tav. 38, e Akndt und 
Tangl, Schrifttafeln zur Erlernvng der laieinischen Palaeographie, III (1903), 
tavv. 71 h, 72^; e cfr. Steffens, Die Ahkiirzungen in den latein. Hand- 
schriften des 8 und 9 Jahrhunderts in St. Gallen, in Zentralhlatt filr Biblio- 
thekswesen, XXX (1913), 487, che riporta pure le principali abbreviature 
nei documenti di S. Gallo dell' Vili e del IX secolo]. 



NOTE PALEOGRAFICHE 249 



del codice di Bobbio; essa poi, rispetto a quella di 
Madrid e delle carte italiane, presenta solo lieve diffe- 
renza nell'esecuzione, ma non ha affatto origine diversa. 
La somiglianza tra la nota iuris e la tachigrafica 
non ha bisogno di essere messa in rilievo, e riguardo 
all' uso della nota iuris nelle carte e nei codici 
dal VII all' Vili secolo (1), come riguardo alla sua di- 
pendenza dalla nota tachigrafica potremmo ripetere le 
osservazioni fatte per il compendio e per la nota quae. 
Dunque anche la comune abbreviatura per quod è fog- 
giata sulla corrispondente nota tachigrafica, ed il tratto 
obliquo non è altro che un segno tachigrafie© uguale a d. 

qua/m. 

L'origine, dalle note tironiane, dell'abbreviatura per 
quam (quale si ha tra le notae iuris), fu già avver- 
tita dal Kopp, quando scriveva: « In aliis etiam com- 
pendiis Tironianae syllabae, literis viilgaribus adiectae, 
facili negotio discernuntur, ut I=^Am in qq = quam- 
quam, NQ, POQ = Nusquam, Postquam » (2). Possiamo 
ora avvalorare il suo giudizio con un elemento nuovo, 
confrontandola nota iuris con la forma corrispon- 
dente nelle note di Madrid (la nota relativa è ivi costituita 
dal radicale q e dalla desinenza am: cfr. tav., n. 3). Si 
veda anche la forma che nella raccolta di Madrid ha 
la nota per quamquam, dove il tratto obliquo per am 
interseca il radicale, proprio come nella nota iuris 
(cfr. tav., n. 9) (3). Nella tachigrafia delle carte italiane 



(1) Nessun esempio nelle carte originali del periodo longobardo e 
nei diplomi merovingici (cfr. p. 244, nota 2). 

(2) Kopp, op. oit., I, 335. Nel testo che riferiamo, non figura, per 
mancanza di adatto segno tipografico, la lineetta obliqua che taglia la q. 

(3) Non credo che si debba vedere nel secondo segno, che ci dà la 
desinenza, un'altra forma di q tironiana; la differenza delle note di 



250 L. SCHIAPARELLI 



non è conosciuta finora la nota per qiiam, e quella che 
lo Ohatblain registra nel suo pregevole elenco di sil- 
labe in tachigrafia italiana, dipende da una svista di 
lettura, invece di que (1). 

quia. 

L'abbreviatura per quia ha nelle notae iuris una 
forma alquanto strana e a tutta prima indecifrabile. 
La congiunzione quùi non ricorre nei testi finora noti 
in tachigrafia italiana, ma è molto probabile che i notai 
si siano serviti all'occorrenza di due note distinte, an- 
ziché di una sola, di quella per qui e della nota a. Nei 
commentari tironiani e nelle note di Madrid è rappre- 
sentata da <? + « in nesso (cfr. tav., n. 4) (2). 

Tale legatura si ritrova pure, a nostro modo di ve- 
dere, nella nota iuris, dove il tratto inferiore a de- 
stra della q non sarebbe altro che la lineetta piccola 
della a tironiaua {h) in nesso colla q; senonchè nel 
comune compendio vi è in più un trattino obliquo, in 
alto, che si inclina verso sinistra fino a toccare l'asta 
della q nel punto in cui principia il segno caratteri- 
stico della a. Questo secondo segno o elemento dev'es- 
sere il segno per i, quale appunto troviamo nella nota 
tachigrafica italiana e anche nella nota iuris per qui 



Madrid per quam e quamquam sta nella diversa forma del radicale e nella 
diversa posizione del segno per am. 

(1) Lo Chatelain, nella lettura della nota, si lasciò forse sviare 
dalla grammatica : non si ha « Carta olfersionis quam feoit », ma « que 
fecit »; cfr. Introduotion, etc, p. 231, planche XIV. La nota che egli ripro- 
dusse a p. 159 non è neppure precisa, che il tratto dovrebb' essere oriz- 
zontale e intersecare entrambe le aste della q. 

(2) La nota tironiana per quia diflferisce da quella per qua solo nel 
tratteggiamento della q, ohe è diritta in quia (cfr. la nota per qui ; e nel- 
l'asta diritta della q può vedersi il nesso q -{- i) e inclinata verso sinistra 
in qua. 



NOTE PALEOGRAFICHE 254 



(tav., n. 5) (1): la nota tachigraflca differisce dalla nota 
iuris solo nel tratteggiamento, in quanto nella prima 
il trattino uguale ad i è eseguito in unione coll'asta 
della q. Non contraddice alla nostra spiegazione il fatto, 
che nella nota iuris per ^wm i due trattini di destra 
siano ordinariamente eseguiti con ductus corsivo, 
senza distacco della penna, come un unico segno, a 
guisa della cifra 2. 

Il compendio per quia sareVjbe adunque uguale a 
q-\-i-\- a, colla desinenza espressa dai segni tachigra- 
flci i e a collegati alla q (2). 

2)er (jjaì'Jf prue fprej, prò. 

Intorno alle abbreviature della p il Kopp aveva già 
osservato: « In compendiis etiam scribendi, quae tam 
in scripturam Romanorum capitalem irrepserunt, quam 
per medium aevum usurpatae sunt, lineam illam trans- 
versam, ut E per eam notaretur, adhibitam esse, ex 
tritis illis compendiis . . . . , praepositiones Per et Prae 
signiiìcantibus, recte colligimus » (3), e altrove : « Ab 
antiquissimis inde temporibus in vulgari etiam Ro- 
manorum scriptura praepositiones Per, Prae et Pro, 
correpte scriptitatas fuisse . . . . , nemo est qui ignoret. 
Harum adumbratio est in notis Tironianis.... » (4); se- 
condo lui si avrebbe adunque nelle abbreviature per, 



(1) Nella tachigrafia doAìe carte italiane questa nota prende tal- 
volta una forma che parrebbe risultare dalla legatura di q -\- ui (cosi 
ebbi già a supporre; cfr, Bullcttino dell' Ist. stor. ital., n. 31, p. 62, nota?); 
ma ora ritengo ohe sia costituita come l'altra nota, e che la differenza sia 
soltanto apparente e grafica. Si cfr. la seconda nota per qui con quella 
corrispondente di Madrid, 

(2) Delle abbreviature per qui (col tratto orizzontale ohe taglia la q) 
e per quem, avremo occasione di occuparci in altro lavoro. 

(3) Kopp, op. oit,, I, 85, 86. 

(4) Kopp, op. cit., I, 224. 



252 L. SCHIAPARELLl 



prae, il segno tachigrafico di e: sarebbero uguali a 
2) + e. Mentre non ci pare dubbio che così si abbia 
nel compendio di prae (tav., n. 7; e si veda quanto è 
avvenuto per quae, che ha pure il tratto in alto sopra 
la q), nel segno invece di per scorgiamo una r, e l'abbre- 
viatura consterebbe dìp -\-r (vedi tav., n. 6). Si confronti 
infatti il nostro compendio colla nota per ar nei com- 
mentari tironiani (tav., n. 10) e per er e ter nelle note 
di Madrid (tav., nn. 11, 12), dove troviamo la r rap- 
presentata da un segno simile e nella stessa posizione (1), 
e si veda particolarmente la nota tachigraflca, del tutto 
conforme alla nota iuris, che di per ci oifre il ricor- 
dato codice veronese (tav., n. 6) (2). Lo Ohatelain, 
segnalando quest'unico esempio, avvertiva: «per est 
étrangement exprimé par un P traverse d'une barre, 
absolument comme dans l'écriture ordinaire. O'est 
l'usage d'un procède analogue à la formation de quae 
constatée plus haut » (3). A differenza di quanto ab- 
biamo rilevato per la nota iuris del ^««re, l'abbrevia- 
tura ])er fu usata largamente, senza interruzione, anche 
nel periodo e nelle scritture in cui non figurano altre 
nota e iuris, ad esempio nelle carte merovingiche (col 
tratteggiamento proprio della comune abbreviatura prò) 
e longobarde; inoltre la nota tachigraflca del codice ve- 
ronese non ricorre nella tachigrafia delle carte italiane, 
dove si adopera un segno simile a quello tironiano 



(1) Nella tachigrafìa delle carte italiane, in alcune sillabe, la r ha 
la forma di un trattino perpendicolare, in basso; efr. tav., nn. 13, 14 
nelle sillabe 1)ar, quar, e cfr. BuUettino dell' latit . star, it., n. 31, p. 58, 
nota 6; p. 60, nota 2 e n. 33, p. 16, nota 3. 

(2) Nella nostra tav. è la terza nota italiana. Nella tachigrafia 
delle carte italiane per è rappresentata da nota improntata alla tirouiana, 
per lo più con un punto in basso, talvolta anche con punto in alto (ve- 
dasi tav,, n. 6 : questo punto è uguale ad?-); cfr. BuUettino dell'Ist. stor. 
itaì., n. 31, p. 58, nota 2; n. 33, p. 16, nota 3 e p. 29, nota 6. 

(3) Chatelain, op. oit., in Revue dea Mbliothèques, XII, 9, n. 9. 



NOTb: PALEOGRAFICHE 253 

(cfr. tav., n. (ì) (1). Ora, da tali considerazioni parrebbe 
non improbabile che detta nota veronese fosse im- 
prontata alla forma del compendio nella scrittura co- 
mune; ma non è neppure da escludere, anzi sembra a 
noi pili probabile, ricordando appunto quanto si è ve- 
rificato per le altre abbreviature delle lettere q e p, cbe 
il citato esempio ci oifra un'altra forma tachigraflca di 
per, antichissima. Non possiamo poi supporre che lo 
scrittore della nota veronese ignorasse il valore di quel 
segno che adoperò per intersecare la p tironiana, e 
l'abbia usato come un semplice segno abbreviativo. An- 
che le notae iuris di j/rae e prò non ricorrono nelle 
carte originali longobarde (dal 721 al 774) (2). 

Al Kopp rimase incerta l'origine del compendio 
2ìro. « In lapidum quidem titulis, qui vulgaribus literis 
scripti sunt, eadem praepositio saepius exaratur .... : 
attamen haud scio, an aversae in Tironiana nota literae 
P causa ex illa forma sit repetenda, an potius ex 
nota . . . . = POR = FEO » (3). Nella tachigrafìa delle 
carte italiane la nota usata per 2^'*'o è la tironiana, 
con piccola differenza nel tratteggiamento; in un caso 
però (4) si ha una nota ugnale a quella di Madrid, in 
cui è manifesta la legatura delle lettere tironiane 
p -\- r -\- (cfr. tav., n. 8). 

Sembra a noi che la nota iuris risulti dal nesso 



(1) Cfr. p. 252, nota 2. 

(2) Nelle carte italiane si ha già qualche esempio di prò alla fine 
del secolo Vili; ad esempio, nella copia del secolo Vili della carta luc- 
chese 713-714, Troya, n. 394. Neppure nei diplomi merovingici ricorrono 
le notae iuris di praeepro; si hanno già invece nelle citate carte di 
S. Gallo degli anni 757 e 761 (cfr. p. 248, nota 4) e in una del 762 
(cfr. Chkoust, Monumenta palarographica, 1 ser., XIV, tav. 2). Per l'uso 
nei codici del VII e VIII secolo, e particolarmente di quelli bobbiesi, 
cfr. i citati lavori del Lindsay. 

(3) Kopp, op. cit., I, 224, 

(4) Cfr. Bullettino deìVUtit. stor. ital., n. 33, p. 26, nota 2. 



254 



L. SCHIAI'ARELLI, NOTE PALEOGRAFICHE 



dell'occhiello della jì colla nota tironiana ro (cfr. tav., 
n. 15). Il combaciamento dei due occhielli (della p e 
della o) ci avrebbe dato il noto compendio, che corri- 
sponderebbe a ^> + ro, colla desinenza espressa da un 
segno tironiano. E sarebbe così spiegata, della comune 
abbreviatura, la composizione, nonché la forma e il 
posto del suo segno caratteristico. 

Da tale origine dei compendi delle lettere i> e g, 
non consegue che gli scrittori tutti che di essi si son ser- 
viti, anche nel periodo in cui era vivo l' uso delle note 
tachigraflche, abbiano conosciuto il valore dei singoli 
segni abbreviativi, come non vengono infirmate le no- 
stre osservazioni dal trovare alcune abbreviature con 
segni in posizione diversa (1) o adoperate con altro si- 
gnificato (2). 

Rimandiamo ad un articolo successivo l'esame di 
altre notae iuris con segni tachigrafia e alcune con- 
siderazioni generali. 



Firenze. 



L. SCHIAPARELLI. 



(1) Come, ad esempio, nelle notae iurie p e q (con trattino in 
alto inclinato da sinistra verso destra) = prae, quam. 

(2) Come, ad esempio, q (tagliata trasversalmente) =: quia. 



Nota 
Tironiana 


Nota 

di 

Madrid 


Nota 
Italiana 


Nota 
iuris 




2 
1 




^^ 


^ 


— quae 


2 


> 


^ ^ 


3> 5^ 


r- quod 


3 

5 

Z 




. . 


1 ^ 

LL 7 




=; quam 
= quia 

=: qui 
=r per 


1 

7 






P P 


:= prae 


7 

8 


2^ 


1 ^ 


/ 


= prò 


9 iO ìì n 13 14 15 



3 



^ 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 



1. Alla domanda di cui il Villari si servì come ti- 
tolo per un suo noto scritto: La storia è una scienzaf {1\ 
il Croce rispose una volta in modo decisamente nega- 
tivo: la storia non è scienza, ma arte (2). Egli distin- 
gueva, allora, la rappresentazione della realtà concreta, 
ossia la conoscenza del particolare o dell'individuale 
(arte), dalla conoscenza del generale o dell'universale 
(scienza- filosofia); e, riconosciuto che la storia non ela- 
bora concetti astratti al modo della scienza-filosofia, 
bensì riproduce la realtà nella sua concretezza, nelle 
sue particolarità fuggevoli (fatti, avvenimenti), era lo- 
gico concludere riconducendo la storia sotto il concetto 
{lato sensu) dell'arte (8). Si poteva soltanto fare una 



(1) Villari, SorUti vari, Bologna, 1894, pp. 3-136. 

(2) Croce, Il concetto della stoi'ia nelle sue relazioni col concetto del- 
l'ai-te, Roma, 1896, ristampa, con aggiunte, di due precedenti scritti : 
La storia ridotta sotto il concetto generale dell'Arte, negli Atti dell' Accad. 
Pontaniana di Napoli, voi. XXIII (1893), e Di alcune obiezioni alla mia me- 
moria sul concetto della storia, ivi, voi. XXIV (1894). 

(3) Crock, op. cit., p. 59 : « Sempre che si assume il particolare 
gotto il generale, si fa della scienza, sempre che si rappresenta il par- 
ticolare come tale, si fa dell'arte. Ma noi abbiam visto che la storio- 
grafia non elabora concetti e riproduce il reale nella sua concretezza e 
perciò le abbiamo negato il carattere della scienza. È dunque una fa- 
cile conseguenza.... che se la storia non è scienza, dev'essere arte ». 



256 W. CESARINl-SFORZA 



distinzione fra storia e arte in senso stretto, in quanto 
quest'ultima è la rappresentazione anche del partico- 
lare possibile o fantastico, mentre la prima non può esser 
rappresentazione che del particolare realmente acca- 
duto (1) : ma, a parte ciò, nessun contatto fra il quid 
jìroprium del pensiero storico e il quid proprium del 
pensiero scientifico e filosofico. 

Per giungere a quella ben diversa concezione della 
storia che domina nella sua Logica e ne' suoi più re- 
centi studi storiografici, il Croce doveva mutar com- 
pletamente le basi della sua filosofia. Infatti, finché si 
accomuna la conoscenza filosofica con quella scientifica, 
per il supposto comune carattere dell' universalità in- 
tesa come astrattezza, la conoscenza storica, col suo 
evidente carattere della concretezza, sembra necessa- 
riamente appartenere ad una sfera spirituale tutta di- 
stinta. Ma fondamento del sistema filosofico crociano è 
diventata non solo la distinzione fra l'individuale e 
l' universale, sì anche quella fra l'universalità vera della 
filosofia e P universalità falsa della conoscenza scienti- 
fica, fra il « concetto puro », atto del pensiero, e gli 
« pseudoconcetti », costruzioni pratiche, raggruppa- 
menti di rappresentazioni senza universalità, oppure 
universali vuoti di rappresentazioni. Poiché il concetto 
puro, il pensiero come tale - organo della filosofia — 
è V universale concreto: accostamento di termini che può 
parere oscuro soltanto se non si è compreso il signifi- 
cato di ciascun termine. Universalità vuol dire trascen- 
dimento di tutte le singole rappresentazioni, e concre- 
tezza significa immanenza in ogni rappresentazione 
singola: il concetto, dice il Croce, « è l'universale ri- 
spetto alle rappresentazioni, e non si esaurisce in nes- 



(1) Croce, op. cit., p. 67 ; analogamente Gentile, Il concetto della 
storia, nella rivista Studi storici, Vili (1899). 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 257 

suna; ma, giacché il mondo delia conoscenza è mondo 
di rappresentazioni, il concetto, se non fosse nelle rap- 
presentazioni stesse, non sarebbe in nessuna parte.... 
La sua trascendenza, dunque, è, insieme, immanenza; 
come quel tale linguaggio veramente letterario, che 
Dante vagheggiava, il quale, rispetto alle parlate delle 
varie parti d' Italia, in qualibet redoìet civitate nec cubai 
in lilla » (1). Così tra filosofìa e scienza è scavata una 
distinzione profonda e invarcabile ; la scienza è il regno 
dell'empiria — cioè delle generalizzazioni superficiali 
o provvisorie, o, in ogni modo, incomplete — e dell'astra- 
zione — cioè del pensiero senza contenuto reale; — la 
filosofia è invece conoscenza della realtà concreta, qual'è 
fornita dalle rappresentazioni, e riferentesi a tutte le 
rappresentazioni. Ciò posto, se l'assoluta distinzione 
fra conoscenza storica e scienza viene ancor meglio 
confermata, non ha d'altra parte più ragion d'essere 
l'assoluta distinzione fra conoscenza storica e filosofia: 
la storia non può essere scienza, ma dev'essere un quid 
composto d'arte e di pensiero (2), basandosi su l'ele- 
mento « rappresentazione concreta », che è anche l'ele- 
mento comune a queste due prime forme dello spirito 
teorico. Però un passo ulteriore è ancora possibile. 

Nella Logica, infatti, lo svolgimento del pensiero 
del Croce è, su questo argomento, pervenuto piiì oltre, 
a un punto che sembra definitivo, slìì' identificazione, 
cioè, della storia con la filosofia. Il filosofo stesso, fa- 
cendosi storico del proprio pensiero, ne ha così esposto 
codesta ultima fase: « dall'accentuazione del carattere 
di concretezza, che la storia ha rispetto alle scienze 



(1) Croce, Logica\ Bari, 1909, p. 31. 

(2) È la tesi affermata dal Croce, nei Lineamenti di una Logica 
come Scienza del concetto pwo (Estr. dal voi. XXXV degli Atti dell' Acoad. 
l'ontaniana, Napoli, 1905). 



17 



258 W. CESARINI-SFORZA 



empiriche e astratte, io sono passato, via via, ad ac- 
centuare il carattere di concretezza della filosofìa ; e, 
condotta a termine l'eliminazione della duplice astrat- 
tezza, le due concretezze.... mi si sono svelate, in ul- 
timo, una sola » (1). Si veda ora come a questa conce- 
zione si ricongiungano intimamente gli ultimi studi 
storiografici crociani. 

2. La tesi posta a fondamento di questi può essere 
così riassunta, con le stesse parole dell'Autore : « Oro- 
naca e storia non sono distinguibili come due forme di 
storia che si compiano a vicenda o che siano l'una su- 
bordinata all' altra, ma come due diversi atteggiamenti 
spirituali. La storia è la storia viva, la cronaca la sto- 
ria morta : la storia, la storia contemporanea, e la cro- 
naca la storia passata; la storia è precipuamente un 
atto di pensiero, la cronaca un atto di volontà » (2). 

Suol distinguersi fra la storia del passato, che può 
essere un remotissimo passato, e la storia contempo- 
ranea, dei tempi più vicini a noi, dei tempi che sono 
ancora nostri. Ma (usando di nuovo le parole del Croce), 
« a voler pensare e parlare con rigore, "contemporanea" 
dovrebbe dirsi solamente quella storia che nasce imme- 
diatamente sull'atto che si sta compiendo, come coscienza 
dell'atto.... E " contemporanea " sarebbe in tal caso ben 
detta, appunto perchè essa, come ogni atto spirituale, 
è fuori del tempo (del prima e del poi), e si forma " nel 
tempo stesso " dell'atto a cui si congiunge, e da cui si 
distingue mercè una distinzione non cronologica, ma 
ideale. " Storia non contemporanea ", " storia passata " 
sarebbe invece quella che si trova già innanzi a sé una 
storia formata, e che nasce perciò come critica di quella 



I 



(1) Croce, Logica, nota a p. 227. 

(2) Croce, Storia, oronaca e false storie (Estr. dal voi. XLII degli 
Atti dell' Accad. Pontaniana, Napoli, 1912), p. 6. 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 259 



Storia, non importa se antica di millenni o recente di 
un'ora» (1). Tuttavia, dandosi il caso che la storia anche 
del più remoto passato vibri nelVanimo dello storico^ 
che questi sia mosso a cercarla da un interesse che 
non può essere che presente, in modo che quel pas- 
sato appaia come immediatamente costitutivo della co- 
s(;ienza del presente, in che cosa la storia passata dif- 
ferirà dalla storia contemporanea, cioè attuale, che vive 
e che si vive ? Storia passata, già vissuta, morta, sarà 
quella che più non vibra nel nostro animo, che più non 
ha presa nel nostro spirito : storia passata e ben morta 
sarà, ad esempio, quella della civiltà ellenica o della 
filosofìa platonica o del costume attico, per chi di queste 
cose non s'interessa, nel momento in cui più non se 
ne interessa. Ma « quando lo svolgimento della cultura 
del mio momento storico.... apre innanzi a me il pro- 
blema della civiltà ellenica, della filosofia platonica, o 
di un particolare atteggiamento del costume attico, 
quel problema è così legato al mio essere come la sto- 
ria di un negozio che sto trattando, o di un amore che 
sto coltivando, o di un pericolo che m'incombe: e io 
lo indago con la medesima ansia e sono tenuto dalla 
medesima coscienza d'infelicità finche non riesco a ri- 
solverlo » (2). In questo, e in tutti gli altri infiniti casi 
che possono immaginarsi, la storia è vissuta — o ri- 
vissuta, il che è lo stesso — , e allora tutta la storia di- 
venta storia contemporanea, conoscenza dell'eterno pre- 
sente : poiché il passato, se è vivo, è presente. 

Condizione indispensabile della contemporaneità, 
quindi, della qualità di vera storia, è il possesso o l'in- 
telligibilità dei documenti. Se questi sono scomparsi, op- 
pure se stanno davanti allo spirito muti e incompren- 



(1) Croce, Storia, cronaca e false storie cit., p. 1. 

(2) Ibid., p. 3. 



260 W. CESARINI-SFORZA 



sibili, la storia non è storia, non è atto di pensiero ossia 
di vita. Se i documenti mancano o sono, per lo spirito, pur 
esistendo, cose morte, allora il passato non può diventare 
presente, e la narrazione, se ciò non ostante vien fatta, 
non è più pensiero vivente. Si avranno delle parole, delle 
proposizioni, dei periodi ai quali niente corrisponderà di 
reale, perchè la realtà è attualità dello spirito, è vita del 
pensiero; e quelle vuote parole, vuote di realtà, suoni o 
segni grafici, saranno tenute insieme e mantenute « non 
per un atto di pensiero che le pensi (nel quale caso sa- 
rebbero tosto riempite), ma per un atto di volontà, che 
stima opportuno (quando stima opportuno) serbare 
quelle parole, vuote che siano: la mera narrazione non 
è dunque altro che un complesso di vuote formole o 
parole, asserito per un atto di volontà » (1). Ed ecco in 
tal modo posta la distinzione fra cronaca e vera sto- 
ria : la prima è la storia in quanto è morta, passata, 
divenuta narrazione vuota, senza interesse, atto di vo- 
lontà ; la seconda è la storia viva, vivente, contempo- 
ranea, atto di pensiero. Dovrà perciò dirsi che « ogni 
storia diventa cronaca, quando non è più pensata, ma so- 
lamente ricordata nelle astratte parole, che erano un tempo 
concrete e la esprimevano » (2) ; e che non la cronaca 
precede la storia, ma viceversa: « far nascere la storia 
dalla cronaca tanto varrebbe far nascere il vivente dal 
cadavere, che è invece il residuo delia vita, come la 
cronaca è il residuo della storia » (3). 

3. « Abbassata la cronaca al suo ufiìcio pratico e 
mnemonico, e sollevata la storia alla conoscenza del- 
l'eterno presente, essa si svela tutt'uno con la 



(1) Croce, Storia, cronaca e false storie cit., p. 5. 

(2) Ibid., p. 6. 

(3) Ibid., p. 7. 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA "261 



filosofìa, la quale, da parte sua, non è altro mai che la 
conoscenza dell'eterno presente » (1). 

È un concetto fondamentale della Logica del Croce 
l'identità della filosofia con la storia: la profonda di- 
stinzione ora posta fra quest'ultima e la cronaca non 
è che una conseguenza, o, meglio, un altro aspetto di 
quell' identificazione. La storia, la vera storia, la storia 
tutta contemporanea, è l'atto stesso del conoscere, o 
del pensiero, conoscenza della realtà che non è né pre- 
sente né passato, in cui il presente non può staccarsi 
dal passato né il passato dal presente. Si consideri qua- 
lunque giudizio individuale o storico. Esso consiste nella 
sintesi fra una rappresentazione e un concetto, fra un 
elemento intuitivo e un elemento logico: mediante il 
primo si ha la visione del fatto accaduto, nel mentre 
che, per mezzo del secondo, si qualifica il fatto come 
accaduto, come realtà, e lo si definisce. Il giudizio sto- 
rico é dunque, essenzialmente, definizione di un sog- 
getto individuale mediante un predicato (concetto, uni- 
versale o pseudouniversale): ma, d'altra parte, non si 
può pensare il predicato se non attribuendolo ad un 
dato soggetto, non si può concepire l'universale se non 
individualizzandolo, se non attraverso un particolar fatto 
concreto. Così, appunto, ogni proposizione e definizione 
filosofica è la risposta a una domanda, la soluzione di 
un problema o di un dubbio, i quali sono sempre indivi- 
dualmente condizionati, nascono nella psiche di un deter- 
minato individuo, in un determinato punto del tempo e 
dello spazio, e fra circostanze determinate : ora la natura 
della domanda colora necessariamente di sé la risposta, 
ossia il pensamento di quel concetto, di quella defini- 
zione (2). Ma la definizione, nel rispondere alla domanda. 



(1) Croce, Storia, cronaca e false storie cit., pp. 31-32. 

(2) Croce, Logica, parte I, sezione III, cap. I. 



262 W. CESARINl-SFORZA 



illumina insieme quella condizionalità individuale e 
storica, quel gruppo di fatti, da cui sorge: in altre 
parole, lo qualifica per quel che è, lo apprende come 
soggetto, dandogli un predicato, lo giudica: e, poiché 
il fatto, il soggetto, è sempre individuale, forma un 
giudizio individuale o storico. Le due asserzioni che il 
giudizio storico non è possibile senza l'elemento logico, 
e che d'altra parte non è possibile il pensiero (giudizio 
definitorio) senza un contenuto intuitivo, corrispondono 
ai due aspetti secondo i quali può pensarsi la combi- 
nazione o sintesi in cui l'atto del pensiero consiste: 
allo stesso modo, la convessità di ima lente si sinte- 
tizza con la concavità e questa con quella, nò può pen- 
sarsi l'uno aspetto senza l'altro. Il pensiero (filosofia) 
non può non essere concepimento di una rappresenta- 
zione, ed è quindi giudizio storico, storia: viceversa, si 
può dire che quest'ultima è sempre, essenzialmente, pen- 
siero, filosofia. 

Tale identità è certo incomprensibile, finché non 
si sia pervenuti a superar l'immagine consueta della 
storia come questa o quelfopera storica : assurdo sarebbe, 
infatti, presentar come « opera di filosofia », per esempio, 
il De hello gallico o la BomiscTie Gescliichte. In generale, 
non bisogna confondere fra l'atto del pensiero che co- 
nosce storicamente, e i prodotti di tale attività o fatti 
materiali che ne risultano — proposizioni, discorsi, li- 
bri — fra l'atto del conoscere (conoscenza del passato 
come eterno presente, e del presente come continuo 
passato), e questa o quella determinata storia, sia « dì 
Roma nel Medioevo », come P ha narrata il Gregorovius, 
o « della Letteratura italiana », come l' ha scritta il De 
Sanctis, o « del Materialismo », come 1' ha esposta il 
Lange. Codeste opere che ci stanno davanti, sotto forma 
di libri composti in certe guise, non sono ormai che 
prodotti morti della conoscenza, i quali hanno servito 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 203 

e servono come strumenti per fissare mnemonicamente 
dei particolari atti conoscitivi: ma la storia (l'attività 
storica), filosoficamente intesa, non si esaurisce in quelle 
successioni di parole, di periodi e di pagine, né in tutte 
le altre composizioni analoghe (1). 

Superando qualunque varietà di composizione e di 
argomento, per considerare l'atto logico che in tutti i 
casi si forma, si constata appunto che quest'atto è 
sempre il medesimo, e, preso nella sua essenziale pu- 
rezza, è l'atto stesso del pensiero, pensamento della 
realtà (2). Tuttavia chiunque potrà sempre obiettare 
che il De hello gallico non è filosofia (o che il Fedone 
non è storia), che dunque la storia si pone come qual- 
checosa di proprio, di specifico, di indipendente dalla 
filosofia. Ora, se tale obiezione, come si e in questo 
punto notato, filosoficamente non regge, non è detto 
però che, fuori della filosofia, non sia esattamente fon- 
data. Certo, la distinzione tra conoscenza filosofica e 
conoscenza storica non potrà avvenire nell'atto logico, 
ai danni dell'atto logico, appunto perchè questo è uno 
ed unico: ma non è detto che non possa essere extra- 
logica o empirica, che non possa, cioè, succedere nei 
prodotti materiali del pensiero, dopo che questo è sorto 
ed ha funzionato. Si chiama filosofia « quella forma di 
esposizione, in cui è dato rilievo al concetto o sistema, 
e storia quella in cui è dato rilievo al giudizio indi- 



ci) Come, d'altra parte, suo oggetto possono essere, e sono di con- 
tinuo, non solo materie così grandiose e importanti, ma tutti i piti sem- 
plici e banali accadimenti : è atto di storia tanto la proposizione : Napo- 
leone fu sconfitto a Lipsia, o la biografia di Napoleone, quanto la notizia 
che ieri faceva bel tempo o il racconto del come il droghiere all'angolo 
della via lia trascorso la sua gioventù. 

(2) D'altra parte, considerando le varietà medesime, ossia l'infi- 
nita varietà di contenuti che quest'unica forma logica può ricevere, si 
comprende come l'identità della forma possa sembrare inesistente. 



264 W. CESARINI-SFORZA 



vidiiale o racconto » (1): è dunque nella sua comuni- 
cazione che l'atto logico assume due forme diverse. 
Questa o quella proposizione, questo o quel discorso o 
libro sono opera o di filosofia o di storia: l'atto logico 
è sempre il medesimo, ma la medesimezza, anzi l'iden- 
tità intrinseca, scompare dietro la varietà delle forme. 
Nella comunicazione qualunque atto del puro pen- 
siero (2), il quale non è filosofia senza esser storia e 
viceversa, diventa necessariamente o filosofia o storia, 
o definizione o narrazione, serie di formole concettuali 
o di formole narrative; e queste sono vere e proprie 
cose attraverso e mediante le quali l'atto logico viene 
realizzato e comunicato. Se poi dal considerare queste 
cose, queste costruzioni pratiche, si risale all'atto lo- 
gico, lo si scopre necessariamente identico in ambo i 
casi, sì che filosofia e storia si convertono l'una nel- 
l'altra, e la distinzione dei termini non ha più ragion 
d'essere. 

Ogni comunicazione o espressione dell'atto logico 
(e altrettanto dicasi dell'atto estetico) è fatto pratico: 
come tale, ubbidisce alle leggi della jjratica, e si mo- 
della in forme che, appunto perchè di origine pratica, 
sono — rispetto alla logica — empiriche. Il meccanismo 
ideale della definizione filosofica e della narrazione sto- 
rica è il medesimo, è un'unità inscindibile; pur tut- 
tavia, la pratica divide, classifica, fa una cosa per volta, 
e vi è chi bada a narrare, senza preoccuparsi degli uni- 
versali che adopera, mentre altri bada a filosofare, 
trascurando le intuizioni che gli servono per formare i 
concetti. Ora, se vengono considerate rispetto all'atto 
del pensiero, queste forme di comunicazione, queste 
costruzioni pratiche, appaiono come cose morte, che 



(1) Crock, Logica, p. 225. 

(2) Esclusa dunque la scienza, che non è pensiero puro. 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 265 

rimangono a testimonio di un atto di vita, e delle quali 
chiunque può servirsi, appunto come di cose, come di 
strumenti del pensiero, senza poi effettivamente pen- 
sare, senza rivivere quell'atto di vita da cui sono sorte. 
Vero è che altri può compiere questo passaggio dalla 
morte alla vita, dalle cose allo spirito, e allora le defi- 
nizioni e le narrazioni diventano strumenti di vita, e 
da forme vuote si mutano in forme piene di pensiero. 
Ma in questo rivivere la distinzione scompare, salvo a 
ricomparire se ed in quanto scompare un'altra volta 
la vita: poiché la vita in questo caso è l'atto logico, 
l'atto del pensiero, unico e identico, e la div^ersità delle 
forme si può riconoscerla soltanto su P involucro mate- 
riale di questo atto, non nell'attività del pensiero, ma 
su le sue spoglie. 

4. La concezione che il Croce offre della storia, 
come conoscenza dell'eterno presente, e perciò tutt'altra 
cosa della < cronaca », equivale, dunque, alla identifi- 
cazione della storia con la filosofia; ma ciò in definitiva 
conduce a superar la distinzione tra filosofia e storia, 
e a considerare una sola forma spirituale, quella del- 
l'atto del pensiero, del pensamento della realtà, che è 
continuo passato ed eterno presente. E allora non si 
sfugge ad un'altra conseguenza. 

Quella forma del conoscere che usa chiamarsi pro- 
priamente storia, distinguendola, per caratteri estrin- 
seci molto chiari e indubbi, dall'altra forma che chiamasi 
propriamente filosofia, non può essere, in quanto forma 
propria, distinta, specifica, che una speciale costruzione 
pratica dell' atto del pensiero, o, meglio, una forma 
speciale del morto involucro espressivo che quest'atto 
necessariamente riveste. Ciò vuol dire che alla storia 
non si contrappone la cronaca, come un atto pratico 
all'atto del pensiero, ma che a quest'ultimo, il quale 
non è, in sé, né storia né filosofia, si contrappongono 



266 W. CESARINI-SFORZA 



e storia e filosofia. Se la storia è « storia contempo- 
ranea », cioè atto logico vivente, non ha nulla a che 
fare con quella storia che si distingue dalla filosofia: 
e se la distinzione avviene, allora non può piiì consi- 
derarsi il puro atto logico, ma si ha davanti una con- 
formazione pratica particolare, un atto di volontà, per 
cui sono tenute insieme tante formule narrative che 
in so, nel loro proprio significato e funzione, sono vuote 
di pensiero. Quel che di concreto esse potrebbero espri- 
mere, non è la storia, ma qualchecosa di concepibile 
anteriormente a questa denominazione; ciò che po- 
trebbe riempirle è il puro atto del pensare, per il quale 
esse non rappresentano che un mezzo di comunicazione, 
costruito e predisposto dallo spirito pratico. Il pensa- 
mento della realtà non è né filosofia né storia; ma 
queste due forme di conoscenza sorgono in quanto al 
pensiero occorrono dei mezzi pratici, mnemonici, comu- 
nicativi. Perciò cronaca e storia sono sinonimi. Oronaca 
è la stessa storia in quanto si distingue come tale dal- 
l'atto idealmente primitivo del pensare. Il passaggio 
dalla storia alla cronaca va dunque concepito non nel 
senso che quella si degradi in questa allorché non é 
più pensata, ma solamente ricordata nelle astratte pa- 
role, che un tempo erano concrete e la esprimevano: 
bensì nel senso che la storia sorge in quanto all'atti- 
vità concreta e attuale del pensiero si accompagna 
l'atto pratico del ricordare e del comunicare. 

Ohe dovrà dirsi, allora, del rapporto fra storia e 
documenti? Aftinché si abbia della viva storia e non 
della morta cronaca, bisogna, secondo il Oroce, che i 
documenti siano vivi nell'animo dello storico, che la 
storia passata sia dallo storico riconosciuta, attraverso 
le tradizioni e gli avanzi, « come suo proprio presente ». 
Ma se si considera la storia propriamente detta, cioè 
una delle forme espressive che può rivestire l'atto del 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 267 

pensiero (conoscenza dell'eterno presente), si vede che 
i documenti complessi di segni, ne costituiscono il mezzo 
o il materiale sempre necessario: la storia è tutta con- 
testa di tradizioni e di avanzi, ordinati, combinati ed 
espressi in molteplici guise, anzi non è altro — a dirla 
in. breve — che una collezione di documenti. I quali 
sono, in sé, sempre qualcosa di morto, cose, non atti 
spirituali: ciò che già implicitamente si afferma quando 
si dice che la storia — insieme di documenti — è una 
cosa, ossia non un atto spirituale, bensì prodotto di 
un atto spirituale pratico. E la storia medesima — che 
è sempre una determinata storia — può considerarsi 
come il « documento » per eccellenza. Ma attraverso 
Vespressione storica del pensiero, attraverso il documento, 
si può risalire al pensiero: attraverso la forma espres- 
siva e, in sé, muta, il pensiero può rivivere, e rivive 
effettivamente ogni volta che non lo si considera dal 
di fuori, nell'involucro materiale per cui si comunica, 
prendendo la particolar forma storica. Poiché la storia- 
cronaca, la storia in senso proprio, non si contrappone 
all'atto del pensiero come cosa a cosa, ma se ne di- 
stingue idealmente. 

L'atto del pensiero non può fare a meno di una 
forma espressiva. Se si considera quest'ultima isolata- 
mente, la si può denominare « storia » come qualche- 
cosa di diverso dal puro pensiero (e dalla filosotìa): ma 
se si supera il punto di vista estrinseco, certamente il 
puro pensiero non é più « storia » (come non è più 
« filosofìa »), eppure non potrà fare a meno di tradursi, 
di comunicarsi, in una di queste forme. Allora la storia 
è viva, i documenti parlano, l'eterno presente vibra 
nell'animo dello storico. E tutta la storia può vivere, 
e qualunque documento può essere parlante; storia e 
documenti che un momento prima nelle mani di chi 
per essi non era né sollecito né appassionato, e li guar- 



268 W. CESARINI-SFORZA 



dava perciò dal di fuori come oggetti senza interesse, 
erano morti e muti. Così una pagina di musica è per 
l'ignaro o per l'indifferente un complesso di segni che 
nulla dicono, e sui quali l'occhio scorre quasi senza ve- 
dere; ma per il musicista quei segni diventano stru- 
mento e occasione di un atto spirituale, e perciò essi 
medesimi diventano atti di vita. 

Se la storia non è altro — da un certo punto di 
vista — che collezione di documenti, dovrà dirsi che 
essa è sempre storia filologica. Osserva il Croce che « co- 
struire una storia su cose esterne è semplicemente im- 
possibile.... Le cronache ripulite, tagliuzzate, ricombi- 
nate, riordinate, restano pur sempre cronache, cioè 
narrazioni vuote; i documenti restaurati, riprodotti, de- 
scritti, allineati, restano documenti, cioè cose mute » (1). 
Ma, d'altra parte, sappiamo che la storia non può es- 
sere costruita che, appunto, su cose esterne: l'attività 
interiore, o del pensiero, è soltanto pensiero, non storia. 
Potranno poi le cose esterne, cioè i documenti morti e 
muti diventare mezzi di vita, ossia servir come stru- 
menti per quell'attività interiore; ma già prima, di per 
sé stessi, costituiscono pienamente la storia, vale a dire 
uno dei mezzi di espressione o di comunicazione di 
codesta attività. 

Quella che propriamente si chiama « storia » è, 
insomma, un prodotto empirico, un qualchecosa conce- 
pibile soltanto empiricamente. Da una parte vi è la 
conoscenza della realtà come tale, ossia la funzione co- 
noscitiva dello spirito, che pensa ciò che è, ciò che av- 
viene, secondo le sue forme; dall'altra vi è la storia., 
cioè un mezzo di comunicazione di questo pensiero. Ed 
è prodotto empirico, in quanto è atto pratico, e perciò 



(1) Croce, Storia, cronaca eoo., p. 11. 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 269 



ubbidisce alle leggi empirico-economiche della pratica (1). 
Effetto del carattere empirico della storia è l'interna 
costituzione di questa. Essa — come abbiamo già osser- 
vato — è sempre storia di qualcosa, ossia di detei-mi- 
nate parti o frammenti del reale, definiti naturalmente 
per mezzo di concetti empirici. Se, intendendo per storia 
il pensamento della realtà, non ha senso la divisione dei 
fatti in storici e non storici (2), viceversa, considerando 
la storia in senso proprio, tale divisione è logica e ne- 
cessaria. « Poiché un fatto è storico in quanto è pensato, 
e poiché nulla esiste fuori del pensiero, non può aver 
senso alcuno la domanda quali siano i fatti storici e 
quali i fatti non storici » (3) : tuttavia, P atto pratico 
del far la storia non può basarsi che su di una serie 
di discriminazioni e di adattamenti compiuti sul mate- 
riale troppo abbondante, e tutto di egual valore, for- 
nito dalla conoscenza immediata della realtà. La scelta 
dei fatti non ha, di fronte a questa, alcun significato, 
ma non perciò è meno una delle funzioni costitutive 
della storia. E altrettanto dicasi della divisione crono- 
logica, del periodizzamento, che il Croce medesimo at- 
tribuisce al « bisogno pratico del cronachismo »; anzi 
scelta e periodizzamento costituiscono proprio il cro- 
nachismo, il quale a sua volta è sinonimo di storia. N^on 
diversamente si giustifica la distinzione della storia in 
tante « storie speciali », alle quali può sovrapporsi una 
« storia generale », che poi si risolve anch'essa in una 
storia speciale, giustapposta alle altre: l'atto pratico 
del far la storia si rivolge sempre, di necessità, a questo 



(1) P. lo stesso procedimento che fonda la scienza. Cfr. il nostro 
scritto : Sul contenuto xoientifioo della utoriografia giuridica (Estr. dalla ri- 
vista Il Filangieri, 1912), specialmente p, 4. 

(2) Croce, Questioni storiografiche (Estr. dal voi. XLIII degli Atti 
dell' Aocad. Pontaniana, Napoli, 1913), ^ III. 

(3) Ibid., p. Ifi. 



270 W. CESARINI-SFORZA 



o a quell'oggetto particolare. Scrive il Croce: « le divi- 
sioni, che si sono fatte e si sogliono fare della storia, 
non si originano altrimenti che in forza del medesimo 
processo pratico e astrattivo che abbiamo visto rom- 
pere l'attualità della storia viva e sceverarne i morti 
documenti ed ordinarne gli inerti materiali nello schema 
temporale, reso estrinseco. In tal modo le storie già 
prodotte e, come tali, passate, ricevono un titolo (ogni 
pensiero storico, nella sua attualità, è " senza titolo ", 
ossia ha per titolo solamente sé medesimo), e ciascuna 
è separata dall'altra, e tutte esse, così separate, sono 
classiJScate sotto concetti empirici più o meno generali 
e mercè classificazioni variamente incrociantisi »(1). La 
storia, in senso proprio, sorge appunto qnando si rompe 
l'attualità di quella che il Croce chiama la storia viva, 
e che è l'atto del pensiero: rimane, come cosa a se, un 
particolar mezzo di comunicazione di questo pensiero, 
tutto contesto di materiali inerti, ordinabili e classifi- 
cabili nelle più svariate guise. 

5. Nello scritto « Intorno alla storia della storio- 
grafia » il Croce, prima di esporre un suo disegno di 
questa storia, discute sul metodo che le è proprio. Egli 
nota giustamente che « in una storia della storiografia 
in quanto tale, i libri di storia non possono venir con- 
siderati sotto l'aspetto nel quale si considerano in una 
storia della letteratura, cioè come semplici espressioni 
di sentimento, e perciò come forme belle » (2) : oggetto 
di quella storia è lo svolgimento del pensiero storio- 
grafico, non il significato letterario delle opere storiche. 
Avverte inoltre che bisogna tener distinta la storia della 
storiografia da quella della filologia o dell'erudizione. 



(1) Croce, Questioni storiografiche cit., pp. 26-27. 

(2) Croce, Intorno alla storia della storiografia (nella rivista La Cri- 
tioa, XI, 1913, fase. Ili), p. 162. 



INTORNO ALLA STORIA E ALLA STORIOGRAFIA 271 



La filologia è « raccolta, riordinamento, ripulitura di 
materiali, e non già storia. Per questa sua qualità essa 
rientra piuttosto nella storia della cultura che non in 
quella del pensiero, né si potrebbe disgiungerla dalla 
storia delle biblioteche, degli archivi, dei muscn, delle 
università, dei seminari, delle écoles de óìiartes, delle in- 
traprese accademiche ed editoriali, e di altre istituzioni 
e procedimenti di spiccante carattere pratico » (1). Ma 
si può osservare che, praticamente, questa distinzione 
non vuole esser tanto rigorosa. La storia della storio- 
grafìa è storia dell'espressione del pensiero storico, della 
quale espressione la filologia è, come si è visto, lo stru- 
mento indispensabile. Si dovrà dunque escludere da 
quella storia la menzione dell' attività filologica in 
quanto ispiratrice di istituzioni e intraprese partico- 
larmente letterarie, ma non in quanto attività diretta 
a scopi storici : la storia della metodica delle fonti, 
per esempio, è parte integrante della storia della sto- 
riografìa, e il Fueter medesimo (la cui Geschichte dar 
neueren HistoriograpMe ha fornito 1' occasione allo 
scritto del Croce), pur professando di non volersi oc- 
cupare della storia filologica, non può non tener conto 
delle varie teorie metodologiche. Assai più accettabile 
è la consigliata distinzione fra la storia della storio- 
grafia « e quella delle tendenze pratiche o dello spirito 
sociale e politico, che si manifestano o lasciano le loro 
impronte nei libri degli storici »: infatti « quelle ten- 
denze, quello spirito sociale e politico appartengono 
alla materia e non alla forma teorica della storia; sono 
non già storiografia, ma storia in atto e nel suo fieri •» (2). 
Vi sono, viceversa, delle altre distinzioni che di 
consueto si fanno, ma che non possono logicamente giu- 



(1) Crock, Intorno alla storia della storiografia cit., p. 163. 

(2) Ibid., p. 164. 



272 W. CESARINI-SFORZA 



n 



stiflcarsi. Quella, soprattutto, fra storia della storiografia 
e storia delle teorie storiograflclie. « La storia e la teoria 
della storia sono entrambe opere di pensiero, così le- 
gate fra. loro come è legato in sé il pensiero, che è 
uno; e non v'ha storico che non possegga in modo più 
o meno sviluppato una sua teoria della storia, giacché, 
per non dir altro, ogni storico polemizza esplicitamente 
o implicitamente contro altri storici (contro le altre 
" versioni " di un fatto); e come mai potrebbe pole- 
mizzare, come criticarli, se non si riferisse a un concetto 
di quel che sia e debba essere la storia, a una teoria 
della storia? » (1). Non è dunque possibile far la storia 
della storia senza insieme considerare i diversi modi in 
cui questa é stata concepita, senza cioè la storia del 
pensiero storico. E neppure si può lasciar di conside- 
rare la filosofia della storia, « per la ragione medesima 
onde é ingiustificabile escludere le teorie storiografiche, 
ossia la coscienza che la storia ha di sé medesima.... 
per l'omogeneità, anzi V identità di queste cose con la 
storia, di cui non sono ingredienti accidentali o ele- 
menti materiali, ma costituiscono l'essere proprio » (2). 
La storia della storiografia non può aver per argo- 
mento che il modo secondo cui le varie opere storiche 
sono state concepite, ossia la forma mentale onde i 
vari storici costruirono le loro narrazioni. 

Ma da quest'ultima osservazione di metodo il Croce 
ricava una conseguenza, attraverso la quale gli ora 
esposti concetti tornano ad inquadrarsi nel suo generale 
sistema gnoseologico. Se si ammette che « lo storico 
pensa sempre, insieme col fatto storico, per lo meno 
la teoria della storia », bisogna anche ammettere « che 
egli pensi, insieme con la teoria della storia, la teoria 



(1) Croce, Intorno alla storia della storiografia cit., p. 166. 

(2) Ibid., pp. 167-68. 



INTORNO ALLA STORTA E ALLA STORIOGRAFIA 273 

di tutte le cose che narra; e, veramente, narrarle non 
potrebbe senza intenderle, ossia senza teorizzarle ». 
Perciò non è lecito distinguere tra pensiero di storico 
e pensiero di filosofo: gli storici rispecchiano sempre, 
nelle loro opere, quella determinata concezione filosofica 
della realtà (e quindi dell'etica, del diritto, dello Stato, 
della religione, «lell'arte, ecc.) che domina nel loro tempo. 
« Sicché ex parte historicorum non c'è modo di distin- 
guere pensiero storico e pensiero filosofico, che nelle 
loro narrazioni si fondono perfettamente. Ma non c'è 
modo di mantenere tale distinzione neppure ex parte 
philosopìiorum, perchè.... ogni tempo ha la filosofia che 
gli è propria e che è la coscienza di quel tempo, e, in 
quanto tale, è la sua storia, almeno in germe ». Il che 
torna a dire che filosofia e storia coincidono ; donde 
un'ulteriore conseguenza. « Se esse coincidono, coin- 
cidono altresì la storia della filosofia e la storia della 
storiografia: questa non solo non distinguibile da quella, 
ma nemmeno a lei semplicemente subordinabile, perchè 
tutt'uno con lei » (1); 

Le osservazioni già fatte sn l'identificazione della 
storia con la filosofia possono ora applicarsi a questo 
nuovo aspetto dello stesso principio. La storiografia è, 
per così dire, l'attività del far la storia, ossia la com- 
posizione storica, la comunicazione storica del pensiero : 
è quindi, necessariamente, fatto pratico. Ora è appunto 
in questo momento pratico, in quanto si considera non 
più il fatto logico o l'atto del pensiero, ma il suo in- 
volucro espressivo, che si fonda la distinzione fra co- 
municazione storica e comunicazione filosofica del pen- 
siero stesso. Si può parlare di storiografia solo e proprio 
in quanto tale distinzione avviene od è avvenuta. E 
della storiografia, ossia della composizione storica, come 



(1) Croce, Intorno alla storia della storiografia cit., p. 169. 

18 



274 W. CESARINI-SFORZA, INTORNO ALLA STORIA, ECC. 

della composizione filosofica, si può fare la storia, in 
quanto l'una e l'altra sono fatti pratici. Il pensiero, in 
sé, non ha storia, è fuori della storia o del tempo, ma 
poiché, d'altra parte, il pensiero deve sempre comuni- 
carsi, e ciò sempre avviene nella forma o della storia 
o della filosofia, così è possibile la storia di queste forme, 
come si presentano nei tempi. E si avranno due ordini 
di storia ben distinti, anche se materialmente o lette- 
rariamente uniti. Può infatti darsi che in una storia 
del pensiero filosofico si tenga conto anche di qualche 
storico, a causa del carattere filosofico della costui cul- 
tura, o che, viceversa, in un libro di storia della sto- 
riografia si noti l'influsso esercitato su questa da de- 
terminati principi filosofici: ciò sta a dimostrare l'unità 
fondamentale del pensiero in qualunque forma si comu- 
nichi, ma insieme pone meglio in rilievo l'esistenza di 
forme diverse di questa comunicazione, fra le quali si 
possono osservare reciproche influenze e tentativi di 
compenetrazione, ma non mai fusione e identificazione 
complete. 

Bologna. W. Oesarini-Sfokza. 



I Municipi di Calabria nel periodo aragonese 



Sommario. — La legislazione dei Municipi nelP Italia meridionale. — 
I Municipi di Calabria : carattere ; costituzione. — Ordinamento 
amministrativo. — Demani, usi civici e diritti di promiscuità. — 
Statuti municijjali : caratteri ; contenuto. Statuti di polizia. — Vi- 
cende dei Municipi calabresi dojjo gli aragonesi. 

La le^slazione dei Municipi dell'Italia meridionale 
segue le vicende politiche del regno. Essa diventa ab- 
bondante man mano che le condizioni della corona 
sono rese incerte dalla potenza dei baroni feudali, ri- 
belli a qualsiasi forma di soggezione sovrana ; va, in- 
vece, rapidamente assottigliandosi nel periodo delle 
rivendicazioni sovrane. 

Con gli Aragonesi la legislazione municipale è nel 
suo maggiore sviluppo. Quei sovrani furono costretti, 
dalle torbide vicende del tempo, a largheggiare verso i 
grandi feudatari, i quali costituivano il vero legame po- 
litico del regno. Alcuni, che erano gli antichi signori 
ed avevano già ottenuto dai sovrani Angioini numerose 
concessioni, altre ne ottennero dagli Aragonesi, dive- 
nendo così un serio pericolo per la sicure/zza della co- 
rona; altri invece, per la maggior parte militi di antiche 
compagnie di ventura, nei grandi rivolgimenti del regno 
la fecero da predoni, ed anch' essi si atteggiarono a 
signori feudali, reclamando dall'autorità sovrana il rico- 
noscimento di diritti e di immunità connesse al feudo. 



RINIERO ZENO 



L'esempio lo avevano gìh dato i sovrani angioini, 
mercè l'alienazione delle giurisdizioni fendali : gli Ara- 
gonesi furono tratti a favorire maggiormente i baroni 
vecchi e nuovi, e dal bisogno di batter moneta sorsero 
appunto le numerose infeudazioni di gran parte del 
territorio (1). 

Alfonso I d'Aragona non solo fu costretto a seguire 
la politica angioina, ma dovette largheggiare verso i 
feudatari per non vedere sconvolte le basi del suo re- 
gno (2). Da principio, nel parlamento tenuto a IS^apoli 
il 28 febbraio 1443, avendo i baroni chiesto il rico- 
noscimento delle giurisdizioni feudali, egli tentò di 
resistere e rispose con un rifiuto. Ma poi, anche per 
indurre i feudatari a riconoscere come erede della co- 
rona suo Aglio Ferrante, natogli da illegittimo amore, 
cedette e fu largo di nuove concessioni, le quali creb- 
bero a sì gran numero, che di 1150 tra città e terre 
abitate nel regno di Napoli solo centodue erano libere 
e demaniali, le altre essendo tutte infeudate (3). 

Il periodo delle rivendicazioni dell'autorità sovrana 
contro i baroni si iniziò inv^ece con Ferrante d'Aragona. 
Questi colse occasione dalle continue minacele di ri- 
volta e dalle congiure dei baroni contro di lui, per 
favorire il movimento di riscossa che partiva dalle po- 
f)olazioni, oppresse dalla tirannide feudale. Dopo la 
prima congiura del principe di Taranto, limitò i loro 
poteri, parte venen<lo a patti coi feudatari, parte spo- 
gliandoli; in seguito, dopo la seconda e celebre con- 



(1) Faragt.ia, Il Comune nell'Italia meridionale, Napoli, 1883, 
pp. 79 e segg. — Cfr. anche Trifone, Feudi e Demani, Milano, 1908, 
pp. 24 e segg. 

(2) Ametller y Vinyas, Alfonso de Aragòn en Italia, Gerona, 1904, 
voi. I. 

(3) Bianchini, Storia delle finanze del regno di Napoli, toI. I, pp. 134 
e seg. Cfr. anche Faraglia, op. cit., 118. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 277 

giura (lei baroni, decisamente si schierò dalla parte 
del popolo, rivendicando o riscattando gran parte delle 
terre infeudate. Ed a migliorare le condizioni del re- 
gno emanò alcune leggi, tra le quali van ricordate la- 
celebre prammatica de appretio, del 1467, con la quale 
ordinò la formazione del catasto, allo scopo di provve- 
dere ad una equa distribuzione delle imposte (1); quella 
del 1469, diretta a tutti i Municipi per estirpare gli 
abusi dei baroni, i quali opprimevano i sudditi pre- 
tendendo continui e gravosi adiutori. Con questa pram- 
matica Ferrante dispose che nessun barone potesse 
pretendere dai suoi vassalli gli adiutori, se non nei casi 
ammessi dalle leggi ; che i sudditi fossero liberi di ven- 
dere le cose loro lil)eramente, minacciando la pena di 
diecimila ducati contro coloro che avessero tentato di 
contravvenire alla legge (2). Alla difesa dei demani 
provvide con una celebre prammatica del 1482, con la 
quale limitò l' abuso dei signori, che erano soliti di 
chiudere arbitrariamente a difesa le terre delle Univer- 
sità feudali : quod defensae omnes sive forestae noviter insti- 
tutae, qiiae scilicet antiquitiis non sint, ab omnibus cuiusvis 
conditionis, dignitatis^ gradus, seii praerogativae^ prorsus 
et omnino dimittantur (3). Altre leggi del sovrano ara- 
gonese mirarono all'abolizione degli ingiusti diritti di 
passo che i baroni riscuotevano. Era questo uno degli 
abusi che pii^i riusciva gravoso ai dipendenti e nel con- 
tempo al commercio del regno; e però Ferrante ordinò 



(1) Giustiniani, Nuova collezione di prammatiche, voi. VI. 

(2) Giustiniani, op. cit., voi. VI : « Providemus, statui luus et ordina- 
iinis, quod unicuique sit libera facultas, sua quaeque victualia, ani- 
malia, et alia quibus iure licet, prout iure, ex legibus sibi permittitur 
vendere et de illis contrahere, cura quibus et prout voluorit vendenda et 
alienanda conducere atque deferre, nec ab eoruni dominis directe vel in- 
directe, prohibeantur.... ». Per gli abusi dei baroni feudali cfr. WiN- 
SPEARE, Storia degli abusi feudali, Napoli, 1811. 

(3) Giustiniani, op. cit., voi. VI. 



278 RINIERO ZENO 



che tutti quei baroni che pretendevano di potere esi- 
gere i diritti di passo dovessero presentare alla E. Ca- 
mera i titoli di concessione. Più tardi, con una pram- 
matica del 1408, ordinò che fossero aboliti tutti quei 
diritti di passo che non fossero giustificati da un titolo 
originario d'acquisto (1). 

Tutte queste leggi, nel fatto, non ebbero generale 
applicazione, per gli abusi dei feudatari, i quali mal 
sopportavano limitazioni al loro potere. Ed allora i 
Municipi chiedevano sotto forma di grazie o di privi- 
legi il riconoscimento delle leggi comuni del regno, e 
laddove l'autorità sovrana fu impotente a frenare l'ar- 
bitrio dei signori, furono gli stessi dipendenti che ot- 
tennero, mercè sanguinose rivolte, l'applicazione delle 
leggi comuni. 8i ebbero così le capitolazioni o capitoli, 
di cui rimangono parecchi esempi - specie del pe- 
riodo aragonese — , che erano speciali contratti dì 
diritto pubblico tra dipendenti e signore, mediante i 
quali quest'ultimo si obbligava a rispettare gran parte 
delle norme contenute nelle prammatiche del regno (2^. 

Ma l'opera di Ferrante d'Aragona non avrebbe sor- 
tito alcun effetto, ove l'accorto sovrano non avesse aiutato 
i Municipi a staccarsi dalla giurisdizione feudale per far 
parte del regio demanio. Da ciò quel numero notevole 
di Statuti e di leggi municipali, che costituiscono la 
più ricca fioritura legislativa del periodo aragonese. 

Con la dominazione straniera i Municipi ebbero 
varie vicende; alcuni ritornando sotto la tirannide ba- 
ronale; altri ricorrendo all'espediente di proclamare il 
territorio spettante al demanio regio mercè il riconosci- 
mento dell' ius praelationis ; altri infine, e fu questa la 



(1) Giustiniani, op. cit., voi. VI. 

(2) Cfr. ad es. i Capitoli di Castrovillari concessi nel 1521 dal Duca 
Spinelli ed il lungo elenco pubblicato dalFARAGLiA, op. cit., pp. 132-34. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 279 

sorte dei piccoli comiinelli rurali, divenendo dipendenza 
dei grossi municipi. Carlo V cercò di porre un freno 
aoli abusi feudali, emanando alcune leggi, le quali però 
non ebbero vigore in tutto il regno. Tra i provvedi- 
menti legislativi di questo sovrano va ricordata la 
prammatica del 22 marzo 1536, con la quale fu proi- 
bito l'esercizio del mero e misto impero a quei baroni 
che non avessero tale diritto nel titolo originario d'ac- 
quisto. E perchè l'amministrazione della giustizia non 
avesse a soffrirne, fu comminata una pena di cento 
once a quei baroni che avessero venduto all'asta le 
cariche di governatore e di capitano delle Università (1). 
Altre leggi, intese a limitare i poteri giudiziari dei ba- 
roni, il diritto di nomina degli ufiSciali pubblici, la li- 
bera imposizione dei tributi, furono concesse con suc- 
cessive prammatiche (2). 

In questa lotta tra l'autorità sovrana ed i baroni 
feudali, la vittoria arrise per lungo tempo all'elemento 
feudale, ed anche quando il riscatto delle Università 
si avverò mediante il pagamento di grosse somme ai 
feudatari, l'autonomia dei Municipi non durò a lungo, 
perchè i sovrani li rivenderono nuovamente allo scopo 
di far quattrini. Ciò fu causa non soltanto di muta- 
menti frequenti di feudatari, mutamenti che si risol- 
vevano in nuove angherie per i dipendenti, ma del ra- 
pido esaurimento economico dei Municipi baronali, sui 
quali gli acquirenti si rifacevano. Di qui venne che 
alcune Università, per non essere novellamente infeu- 
date dopo il riscatto, ottennero dal sovrano che fosse 
loro conservato in apparenza il carattere feudale, e 
che fosse data l'investitura col titolo relativo ad uno 
dei cittadini, generalmente scelto tra i più poveri. 



(1) Giustiniani, op. cit., voi. VI. 

(2) Ibid. 



280 



RIMERÒ ZENO 






Tra le Università dell'Italia meridionale quelle di 
Calabria presentano alcune caratteristiche che è bene 
notare, anche perchè la legislazione dei Municipi ca- 
labresi ha una flsonomia ed uno sviluppo particolari. 

Alcuni scrittori hanno sostenuto che nell'Italia me- 
ridionale la sorte dei Municipi sia stata legata per lungo 
tempo alle vicende della feudalità (1). Il Oiccaglione, 
tra gli altri, ha affermato che, mentre nelle altre parti 
d'Italia le istituzioni comunali, attraverso il rapido 
evolversi delle varie classi sociali, ebbero una spiccata 
prevalenza sugli ordinamenti preesistenti, nell' Italia 
meridionale, iuvece, il Comune solamente tardi potè 
staccarsi dal feudo (2). 

Certo la feudalità nell'Italia meridionale si è abbar- 
bicata in tutta la vita sociale, costituendo lo sfondo 
dal quale poi rampollarono in gran parte le istituzioni 
politiche e giuridiche. Qui, meglio che altrove, per le 
numerose infeudazioni a laici e ad ecclesiastici, il feudo 
aveva la ròcca più gagliarda, da cui solamente tardi 
doveva esser bandito. Ma non bisogna generalizzare. 
In alcune regioni, come nella Calabria, la feudalità 
non ebbe la medesima diffusione che nel Napoletano, 
sicché i Municipi conservarono una certa autonomia e 
in essi potè formarsi, prima che altrove, una legisla- 
zione municipale, che abbraccia l'ordinamento am- 
ministrativo locale. Di fatto i Municipi calabresi, nel 
periodo aragonese, erano staccati gli uni dagli altri, 
e soltanto di nome dipendevano dal sovrano, dal quale 



(1) Faraglia, op. cit., pp. 110 e segg. 

(2) CicCAGLiONE, Feudalità, nel Digesto Hai. , ])a.rte V, oap. 2; Ma- 
nuale di Storia del dr. ital., II, pp. 197 e segg. 



1 MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 284 



ottennero il riconoscimento dell'autonomia amministra- 
tiva ed anche, salvo le vecchie infeudazioni, il carat- 
tere di demanialità. 

I documenti pubblicati dal Trincherà (1), dallo 
Spanò Bolani(2), dal Di Lorenzo (3), valgono a dimo- 
strare, contrariamente all'opinione autorevole di alcuni 
scrittori, che se da un canto i baroni fin dal secolo XV 
ebbero in loro balìa la maggior parte delle Università 
dell' Italia meridionale come feudi, non in tutte le re- 
gioni la feudalità trovò modo di espandersi e di preva- 
lere. Nelle Università della Calabria prevalse il sistema 
della demanialità, sicché in esse possono cogliersi, fin dal 
periodo aragonese, i medesimi caratteri di quelle isti- 
tuzioni municipali che permasero anche dopo l'aboli- 
zione della feudalità. 

Ma è bene tener presente, a questo proposito, una 
osservazione. 

II feudo, come istituto politico, penetrò in tutta 
l'Italia meridionale, ma ebbe una espansione maggiore 
soloàn alcune regioni, dove diede una forte tinta fen- 
dale alle istituzioni politiche; come istituto giuridico, 
invece, pervase tutta la vita del diritto italiano, dove 
introducendo nuovi istituti, dove trasformando quelli 
del diritto civile, i quali — come ad es. il dotarlo, la 
vita milizie, il ballato, e via dicendo — presero una 
impronta tutta propria (4). 



(1) TuiNCHEKA, Codice diplomatico aragonese, voi, IH. 

(2) Spanò Bolani, Storia di Reggio Calabria, voi. III. 

(3) Di Lorenzo, Un manipolo di cronache oalaìyresi, Reggio Cala- 
bria, 1897. Cfr. anche i documenti inediti da me pubblicati come appen- 
dice all' Ordinamento amministrativo dei Municipi calabresi, nella Rivista di 
Diritto pubblico, 1912, nu. .5-6. 

(4) Cfr. i nostri lavori : Gli assegni maritali nel diritto siculo, Ca- 
tania, 1909 — Q II baliato nel diritto siculo, nel Volume in onore di F. Chi- 
roni (in corso di pubblicazione). 



282 RINIERO ZENO 



Durante il periodo aragonese i Municipi dema- 
niali di Calabria erano numerosi. Tra i tanti ricordiamo 
quelli di Catanzaro (1), Reggio (2), Monteleone (3), 
Stilo (4), Tropea(5), Scilla (6), Aieta (7), Tortora (8), Ge- 
renzìa (9), Cotrone (10), Bianco (11), Roccabernarda (12), 
Seminara (13), Taverna (14), Squillace (15) ecc. Questi 
Municipi facevano parte del regio demanio e si regola- 
vano con leggi proprie concesse dai sovrani. Qualcuno, 
come ad es. Taverna, lottò tenacemente contro l'in- 
vadenza feu<lale, per mantenere il carattere di dema- 
nialità. Di Taverna esiste ancora manoscritto il fascicolo 
dei privilegi concessi dai sovrani aragonesi, confermati 
poi <la Carlo V, in cui è detto: 

Itera pete la dieta Università et homini de quella 
actenlo a loro fo concesso per vestra maiestà lo 
infrascripto capitulo videlicet: che sempre et orane 
tempore la dieta terra et Università stia e sta et 
debia essere de doraanio in doraanio et per nullo 



I 



(1) Capituli et ordinationi di Catanzaro, pubblicati dal Fa h agli a, 
op. cit., pp. 135 e segg. 

(2) Capitoli di Ueggio, pubblicati dallo Spanò Bolani, Storia cit., 
voi. III. 

(3) Capitoli del governo di Monteleone, pubblicati da Bisogni, ediz. 
del 1704. 

(4) Cfr. il nostro cit. lavoro: L'ordinamento amministrativo dei Mu- 
nicipi calabresi, pp. 23 e segg. 

(5) Trincherà, Codice aragonese ait., voi. Ili, pp. 255-60; 387-88. 

(6) Ibid., pp. 298-300. 

(7) Ibid., pp. 26-30. 

(8) Ibid., pp. 26-30. 

(9) Ibid., pp. 222 e segg. 

(10) Ibid.. pp. 33-36. 

(11) Ibid., pp. 300-306. 

(12) Ibid., pp. 132-34. 

(13) Ibid., pp. 181 e segg, 

(14) Ibid., pp. 348 e segg. 

(15) Ibid., pp. 345-47. 



1 MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 283 

tempo debìano ne possano essere venditi, impignati 
né per nullo tempo alienati a' baroni né sottoposti 
ad guberno de persona nulla, ma sempre et omnino 
futuro tempore stare et commorare ad obedientia et 
fldelitate de la regale bona via et in caso quisti non 
credino la maiestà vestra li alienassi o vero cac- 
ciasse per alcuno modo de domanio o donasse ad 
guberno, loro sia licito sempre invocare lo nome 
de Re et rebellarse contra che venesse per altra via 
cioè cambiarli del domanio, possano li ammazare 
senza essere tinuti ad pena nulla et ipsi ave- 
nirsi (sic) sempre remanere in domanio et che non 
loro possa essere imputato in rebellione né in nullo 
genere de delicto siano liberi ab omni pena (1). 

Ma i biso<ini della corona sosping:evano talvolta 
i sovrani a rivendere i Municipi al miglior offerente, 
nonostante il privilegio di demanialità. Così avvenne 
per Taverna con -Carlo V. Questi confermò da un canto 
il privilegio di re Ferrante, che abbiamo trascritto, 
dall'altro concesse in feudo la città a tal Andrea Gat- 
tolo, la qual cosa mosse lo sdegno dei cittadini di Ta- 
verna, i quali indirizzarono al sovrano un lungo piato. 
Ma fu fatica sprecata: l'imperatore tenne fermo, ed 
ordinò senz'altro al feudatario di prendere possesso 
della città (2). Venne il nuovo signore in Taverna; ma 
il popolo, fiero dell'antico privilegio, si levò in armi e 
lo uccise, facendolo precipitare da cavallo. La rivolta 
fu causa di gran rumore alla corte del sovrano, il 
quale, per salvare le apparenze, ordinò che fosse im- 
bastito con grande pompa un processo, ma si guardò 
betoe di vendere nuovamente la città. 



(1) Ms. apiiartenente al barone Catìzzone di Catanzaro. 

(2) Per la Pretara di Tavtrna, Catanzaro, 1891, pi). 13 e segg. 



284 



RINIERO ZENO 



Esaminando, intanto, il ricco materiale legislativo 
edito ed inedito del ducato di Calabria, è bene distin- 
guere quattro gruppi di leggi particolari. 

Un primo gruppo è costituito da quelle norme, 
che venivano redatte dagli uomini del Municipio sog- 
getto al sovrano e da costui approvate. Queste norme 
formarono gli Statuti ed ebbero una maggiore elabo- 
razione. Generalmente, oltre ahnme disposizioni riguar- 
danti il governo dei Municipi, quali la elezione dei 
sindaci e dei magistrati, il modo come questi debbono 
espletare il loro ufficio, il sindacato e via dicendo, con- 
tengono anche norme atte a tutelare la pace pubblica, 
come la proibizione del porto d'armi, e disposizioni 
penali per i reati di competenza del giudice locale. A 
questo primo gruppo appartengono gli Statuti inediti 
di Taverna. 

Un secondo gruppo è formato da quelle leggi 
concesse ai Municipi dal signore feudale, in vigore 
per tutto il territorio soggetto alla sua giurisdizione. 
Queste leggi furono concesse in seguito a lunghe e san- 
guinose rivolte dei dipendenti contro i baroni, donde 
il nome di Capitoli, o Capitolazioni od anche Conven- 
zioni, che erano veri patti tra signore e vassalli. A 
questo secondo gruppo appartengono i Capitoli di Oa- 
strovillari (1), di Altomonte (2), di Motta S. Lucia (3). 



(1) Cfr. il nostro lavoro cit. : L'ordinamento amministrativo dei Mu' 
nioipi calabresi, Appendice II. 

(2) Ibid., Appendice III. 

(3) Capitoli mandata e gratie quali si domandano per l'Università di 
Motta 8. Lucia alVEoo.mo Conte di Martirano, Manoscritto comunicatomi 
dal dr. Raflfaele Corso. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 285 

Un terzo gruppo di leggi particolari è costituito 
(la tutte quelle disposizioni privilegiate e graziose, 
donde il nome di privilegi, grazie, immunità, che il so- 
vrano emanava in favore dei Municipi demaniali, man 
mano che se ne presentasse il bisogno. Gli esempi di 
questa terza categoria di leggi sono numerosi, specie 
nel periodo aragonese (1). 

Al quarto gruppo appartengono gli statuti di po- 
lizia campestre, i quali costituiscono una branca par- 
ticolare della legislazione municipale. Gli statuti di Al- 
tomonte debbonsi annoverare in questa categoria (2). 

Xella compilazione di tutte queste leggi munici- 
pali osservavasi comunemente la procedura seguente. 

I cittadini del luogo eleggevano una giunta com- 
posta dei migliori e più adatti, i quali proponevano, 
riassunte sotto forma di articoli, le norme pel reggi- 
mento della pubblica amministrazione. Questi articoli 
venivano letti nella pubblica assemblea ed i compila- 
tori dovevano infine sottoscriverli (3). Terminata la let- 
tura preliminare, si eleggeva una commissione, per lo 
più di due membri, detti Sindici, cui era affidato l' in- 
carico di presentare una copia ufficiale dei privilegi o 



(1) Cfr. nell'opera cifc. del Trincherà, voi. Ili : / Privilegi e le Grazie 
concesse da Ferdinando d'Aragona ai Municipi di Sqnillace, Seminara, 
Aieta, Tortora. Bianco, Roccaberaardo, Gerenzia, Scilla, Squillaoe. 

(2) Cfr. il nostro lavoro: Uno statuto calabrese di polizia oampestre, 
nel voi. I di Studi storici e giuridici, Catania, 1908, pp. 385 e segg. 

(3) I Capitoli di Montelcone sono sottoscritti da 103 cittadini. Nella 
copia ufficiale è detto : « I .sopradetti signori Eletti e Deputati, e partico- 
lari della ditta (Universitìi.), intesa la proposta delli signori Sindiei e letto 
publicamente la supradetta capitulazione, pigliandosi li voti di tutti, 
intesa la volontà di ciascheduno, fu unaniraiter concluso ehe si accetti 
detta capitulazione e si mandino li magnifici sindioi ohe in nome di 
tutta la Università si faccia quella reverenza, che ricerca l'obbligo e ohe 
si faccia procura in Napoli a spedire assenso regio e quanto sarà neces- 
sario per la confermazione di questo » , in Bisogni, op. cit., p. 42. 



286 



RIMERÒ ZENO 



dei capitoli al sovrano od al signore (nel caso di Mu- 
nicipi baronali), che vi apponevano il placet. Così l' Uni- 
versità di Eeggio invia, nel 1352, due sindici, Andrea 
Logothea e Antonio de Riso, alla regina Giovanna, per 
ottenere l' approvazione di alcuni privilegi. Talvolta 
l'approvazione sovrana era concessa sub condictione, tal- 
volta addirittura negata (1). 

In principio il sovrano od il signore feudale con- 
cedettero la loro approvazione senza richiedere alcun 
compenso; quando però i sovrani anigonesi videro as- 
sottigliate le entrate nel loro patrimonio, imposero alle 
Università il pagamento di un tributo, il cui valore 
variava secondo l'importanza delle concessioni. Si ad- 
diveniva, insomma, ad un vero negozio a titolo oneroso, 
in cui da un canto i cittadini chiedevano l'approva- 
zione degli statuti o la concessione di privilegi, dal- 
l'altro il sovrano richiedeva una somma di denaro, 
come corrispettivo. 

Ottenuto il placet, v^eniva depositata nella casa co- 
munale la copia ufficiale delle leggi concesse dal so- 
vrano, ed era ostensibile a tutti i cittadini. L'autorità 
dello statuto era grande, e pene severe erano com- 
minate ai contravventori. Nei Capitoli di Catanzaro 
del 1473 è stabilito: 

ogni volta che se contrafaza per le delti inobedien- 
zie sia la pena de onzi cinquanta, mila allo accu- 
satore applicanda, et che lo serenissimo don Errigho 
come locotenente generale de detta provincia et altro 
qualsevoglia viceré et officiale auditore et che per 



(1) Nei Capitoli concessi alla città di Castrovillari leggesi spesso : 
placet aumptis quantam ad eo8 apeotat extra praejudioium partium ; ed al- 
trove : placet aeì-vata tamen forma constitutionum et capitulorum regni et non 
alio modo ; ed anche : non placet. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 287 

qualunque denomine (sic) debiano fare observare li 
detti capituli et che nesciuno se possa per ignoranza 
eXcusare (1). 



* 



Quanto al contenuto della legislazione municipale 
di Calabria possono distinguersi: 

1) norme che si riferiscono all'ordinamento am- 
ministrativo; 

2) norme che hanno carattere finanziario; 

3) norme che concernono la procedura e il di- 
ritto penale. 

Cominciamo dalle prime. 

Nei Municipi demaniali, le cariche pubbliche erano 
affidate ai cittadini del luogo. Il sovrano esercitava 
una funzione di controllo amministrativo mercè il ca- 
pitano, che era il rappresentante del potere regio. 

Alla elezione delle cariche prendevano parte da 
un canto la classe dei nobili, che eleggeva rappresen- 
tanti propri, dall'altro quella degli ìionorati e dei po- 
pulari, cui spettava egualmente la scelta di candidati 
propri. Il numero degli eietti variava da luogo a luogo: 
in alcuni era pari, in altri era in proporzione delle 
fazioni cittadine. Lo Statuto di Monteleone stabilisce 
che ai nobili spetti l'elezione del Sindico, di due ma- 
stro-giurati, di sei deputati, d'un razionale, d'un giudice, 
d'un avvocato, e di un mastro d'ospedale; mentre agli 
honorati e populari è concessa la scelta di ugual nu- 
mero di candidati (2). Per lo kStatuto di Reggio il nu- 
mero dei componenti il Consiglio generale della città 



(1) In Fauaglia, op. cit., pp. 143. Per le altre parti d'Italia si 
cfr. Prrtile, Storia del dr. ital., voi. II, parte II, pp. 132 e segg. 

(2) Capitoli di Monteleone (1594), cap. 3. 



288 



RINIERO ZENO 



era di trenta, di cui quindici del popolo ed il resto 
dei nobili (1). In altre città, invece, manifesta è la pre- 
ponderanza democratica. Lo Statuto di Catanzaro (1473) 
stabilisce : 

che la Gita, Università ogne anno fazano lo detto 
Consiglio generale, nello quale debiano eligere co- 
ranta citatini, cioè dece delli gentilhomini et hono- 
rati et trenta del popolo, cioèdoi perparrochia.... (:2). 

L'elezione si faceva generalmente ogni anno 2)re- 
cedente hanno generale e segno della solita campana (3). 
Il sistema che comunemente seguivasi era quello che può 
chiamarsi di doppio grado. Si faceva, cioè, una prima 
elezione tra tutti i cittadini: gli eletti, a loro volta, 
procedevano ad una seconda elezione, che era poi 
quella definitiva. Lo Statuto di Mouteleone, ad es., 
stabilisce che ogni anno, nell'ultimo giorno di Aprile, 
al suono della campana grande e per mezzo di pub- 
blici banditori, si dia avviso a tutte le famiglie degli 
honorati e dei populari che, entro otto giorni, si pro- 
cederà alla elezione delle pubbliche cariche. Ogni fa- 
miglia scelga un rappresentante proprio e ciascuno, 
nel dì fissato, convenga nel luogo della pubblica as- 
semblea per eleggere gli ufl9ciali della Università (4). 
Avveniva così una prima elezione. Eiunitisi tutti i 
rappresentanti di ciascuna famiglia, si procedeva alla 
elezione vera e propria. Ciascuno doveva scrivere in 
un registro apposito il proprio nome e ricevere una 
palla di color bianco. Tra le palle, che venivano messe 
in un bussolo, ve n'erano tre dorate e tre d'argento. 



(1) In Spanò Bolani, op. cit., toL II, pp. 18 e segg. 

(2) In Faraglia, op. oit., p. 136, 

(3) Capitoli di Monteleone (ediz. Bisogni), oap. 3. 

(4) Ibid., cap. 6. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 289 

Cominciava l'estrazione delle palle e chi riceveva quella 
dorata poteva proporre la nomina del Sindaco, del Ma- 
stro-Giurato, del Giudice e del razionale, mentre quelli 
della palla di argento faranno la nominatione di sei eletti 
delli honorati a jwpulari (1). 

In alcune città il primo scrutinio era ristretto ad 
un numero limitato di cittadini. Per lo Statuto di 
Stilo (147 »3) ogni anno venivano eletti quindici citta- 
dini, cinque deli geutilhomini et honorati et dece del po- 
pulo, i quali poi procedevano alla elezione vera e pro- 
pria dei pubblici magistrati: 

Item ordina et concede che, venendo la dieta 
festa de nostra dopna de augusto primo ventura, li 
dicti XV electi senza convocare altro Consiglio ge- 
nerale possano et debeano eligere li officiali de dieta 
Università, et sic deinde anno quolibet in futurum 
in quisto modo, chi presente lo dicto regio capitanio 
et officiale locumtenente assessore quietamente senza 
strepitu o remor eligano et nomineno duj persone, 
uno de li gentilhomini ed honorati citadini et uno 
del populo, a lo officio de Sindacato et dui a lo of- 
ficio de mastro Turato; dui a lo officio de ludice cri- 
minale, uno de li gentilhomini et honorati citadini et 
uno del populo et dui per lo officio de audituri o ratio- 
nali, uno de dicti gentilhomini et uno del populo, li 



(1) Ecco il testo dello Statuto oit. di Monteleone (ed. Bisogni, cap. 8) : 
« Item si dichiara ohe entrati saranno uno per famiglia si facciano vedere 
e scrivere tutti ; e dopo per lo Officiale che interverrà si dia a tutti il 
giuramento che ciaschiduno, remoto odio, amore e passione, voglia venire 
all'elezione e nominazione delli officiali eligendi, concorrendo e nomi- 
nando persone le più abili al servizio di nostra Maestà e dell'Università. 
£ fatto ciò si pigliano tante palle quanti sono li descritti della città 
tantum e poste dentro una bussola, ohe vi siano tra quelle tre palle in- 
dorate e tre di argento e a quelli che toccheranno le palle indorate 
hahiano la nominazione del Sindico, Mastrogiurato, del Giodioe e Ra- 
zionale ». 



290 



RINIERO ZENO 



quali officiali se possano et debeano per li dicti 
XV electi eligere de li loro medesimi o vero da fora 
lo dicto numero conio meglio li parerà, facendo 
diete electi one o nominatione o vero scrutinio per 
fave bianche et negre mietendole in una ber- 
recta.... (1). 

Fatta l'elezione, si comunicavano i nomi degli eletti 
al sovrano: questi dava generalmente la sua approva- 
zione; ma poteva anche negarla, nel qualcaso: 

li dicti XV debeano fare altra nominatione o elec- 
tione et mandarela al modo predicto per ottenere la 
dieta confìrmatione senza la quale nexuno de dicti 
officiali non possa nei debea exercitare li dicti of- 
tìcii (2). 

È notevole poi il fatto che in alcune città, come 
Reggio e Catanzaro, tutti i cittadini potevano inter- 
venire alla pubblica assemblea per l'elezione delle ca- 
riche, purché avessero avuta l'età richiesta,, senza di- 
stinzione di ceto; mentre in altre città il diritto di 
voto era ristretto ad alcuni ordini di cittadini e rego- 
lato da norme speciali. 

Quanto ai requisiti per essere elettore, dalle sparse 
norme statutarie appare che in generale si richiedeva: 

a) età di diciotto anni; 

h) emancipazione; 

e) non essere a servizio o soldo di alcun cit- 
tadino ; 

d) non aver lite con FUniversità; 

e) saper leggere e scrivere. 



(1) Statuto di Stilo, pubblicato come Appendice nel nostro cit. la- 
voro: L'ordinamento amministrativo dei Municipi oalahresi, cap. 3. 

(2) Statuito di Stilo, cap. 5. 



1 MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 291 

Erano esenti dii quevSt'nltimo requisito coloro che 
appartenevano ad una maestranza (1). 

Per potere essere eletto era necessario (2) : 

a) essere cittadino dell'Università; 

b) aver l'età di venticinque anni; 

e) non essere debitore dell'Università ne jiver lite 
con essa; 

d) non essere parente né affine dell'ufficiale eletto 
nell'anno precedente. 

Xei Municipi di Calabria, a differenza delle altre 
città per la ?nai»gior parte infeu<late, il Consiglio gc- 
ìicrale^ che riconla l'antico arengo comunale, continuò 
ad aver vita, ne par che il popolo vi abbia rinunciato^ 
Il citato Statuto di Stilo, ad es., stabilisce: 

ogni Consiglio generale che se farrà o celebrerà in 
la dieta teiTa se tacza ad sonum campane essendo 
presente lo Gapitanio et offitiale de dieta terra o suo 



(1) Ecco il testo dello -S'tofwfo rf/' il/ort/e^eojié (ediz. Bisogni), cap. 7 : 
« Item si statuisce e dichiiira che congregate saranno le famiglie, il si- 
gnor Viceduca o altro Officiale, che n' liavera pensiero, faccia entrare 
uno per ciaschiduna famiglia di quelli si troveranno essere venuti, 
d'iionorati, e populari Cittadini originari della Citta e Casali, o ciie 
hanno goduto per cittadini. Et quelli, che intreranno siano di anni 
diceotto, non sia sub patria potestate, ne stia a servitij e soldo di cit- 
tadini e particulari, non habbia lite con l'Università, che sappia leg- 
gere e scrivere. Eccetto quelli della piazza e maestranza, come sono 
orehci. sartori di panni, calzolari, ferrari, sellajoli, maestri d'ascia, e 
torno, fab1>ricatori, 8cali)ellini e barbieri, otiam che non sapessero leg- 
gere e scrivere possono entrare ». 

(2) Statuto di Monteleone (ed. Bisogni), cap. 4 : « Item si statuisce e 
difliiara che (juello ogne anno s'haverà di eligere p 'r Sindico, tanto de no- 
bili, quanto degli honorati sia cittadino originario, o che abbia insino 
ad hoggi goduto e sia stato admesso all'offlcij Universali, che sia mag- 
gior d'anni venticinque, che non sia debitore, o habbia lite con l'Uni- 
versità, che essendo stato Sindico habbia dato conto e vacato tre anni 
intieri dalla fine dell'ultimo sindacato al possesso dell'altro, che non 
sia iiarente del Sindico dell'anno precedente in secondo grado di con- 
sanguineità e primo d'affinità de jure canonico.... ». 



592 RINIERO ZENO 



locumtenente o assessore per che habia noticìa de le 
cose che in dicto Consiglio se proponeranno et per 
evitare ogni tumulto et scandalo chi tale volta ac- 
cadere sole, ne lo quale Consiglio generale sia licito 
ad ogni uno possere intervenire senza chi non se 
possa essere proliibito rebuctato o cacciato (1). 

In seno al Consiglio o assemblea popolare si sce- 
gììevsL poi una giunta, composta di vari rappresentanti 
di ciascuna classe di cittadini, cui erano affidati gii atti 
ordinari di amministrazione dell'Università (2). 

Le cariche più importanti erano quelle di Sindaco, 
ma.stroginrato, ratioriale, giudice dell'Università, avvo- 
cato o auditore, haglivo, mastrodaUi, mastro d'ospedale. 
Lì Sindaco era assistito da assessori o deputati, il 
cui numero variava da luogo a luogo. La carica di 
sindaco generalmente durav^a un anno, scaduto il quale 
era imposto l'obbligo della resa dei conti o sindacato {3). 
L'istituto del sindacato, che contiene il principio giuriilico 
della responsabilità dei pubblici ufficiali, deriva, com'è 
noto dal diritto romano {Cod., I, tit. 4ìi; Nov. Vili, cap. 9), 



(1) Statuto di Stilo, oap. 1. 

(2) Ibid., cap. 6 : « Item si statuisce ohe dicti xv electi so vole- 
ranno congregare lo possono fare senza bavere altra licentia dal dicto 
officiale, ma solamente debeano dare notìcia al dicto officiale de dieta cou- 
gregatione et che li dicti xv electi possono essere chiamati per lo sindico 
senza chi per lo officiale non possano essere prohibiti et chi dieta congre- 
gatione se facza in la ecclesia de la Nunciata de la dieta terra, li quali 
XV, compresi in dicto numero li sindici Mastro iurato audituri et altri 
officiali predicti, possano et debeano trattare fare governare et exequire 
ogni cosa a la dieta Università per quello anno necessaria et occurrente 
tanto per fare et imponere pagamenti mandare sindici o per qualunoa 
altro respecto senza convocare o celebrare altro Consiglio o Parlamento 
generale presente lo officiale predicto si non fosse proprio de querele o 
cause che centra lo dicto officiale se proponessero et tractassero, chi in 
tale caso lo dicto officiale non ce habia assistere nen (sic) intervenire..., ». 

(3) Capitoli di Catanzaro, cap. 3, 5, 9, 13 ; Capitoli di Castrovillari, 
cap. 13; Capitoli di Cosenza, oap. 2. 



I 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 293 



e fu esteso, nel periodo del quale ci occupiamo, a tutte 
le cariche. Ogni pubblico ufficiale, finita l'annua ge- 
stione, rimaneva in nndacato : doveva, cioè, render 
conto di tutti gli atti compiuti. Coloro che avevano 
l'incarico di rivedere i conti erano detti razionali. In 
Catanzaro i banditori invitavano tutti i cittadini ad 
esporre entro il termine di trenta giorni i loro reclami 
contro i pubblici ufficiali scaduti (1). 

Questo controllo, che era una garanzia per tutti i 
cittadini, in parecchi luoghi non veniva osservato ; 
sicché le Università ne chiedevano l'applicazione mercè 
la concessioue di un privilegio sovrano. L'Università 
di Scilla chiede nel 1492 a Ferrante I : li officiali siano 
omne anno mutati et dehiano stare ad sindacato (2). 

Parimenti lo Statuto di Monteleone stabilisce: 

che li magnifici sindici siano tenuti fra quattro 
giorni dopo che haveranno lasciato il possesso, di 
consignare tutte le scritture alli magnifici sindicì 
successori, ricevendone cautela, con lo notamente 
distinto delle qualità delle scritture, senza ritenersi 
altro, li quali conti debiano fra un mese presentarsi 
alli magnifici rationali, acciò possano vedere e ter- 
minare la revisione. Et chi bavera da reclamare 
contro li sindici lo possa infra termino giorni qua- 
ranta (3). 

Il numero dei sindaci, come abbiamo detto, non era 
fllsso; generalmente, però, era di due, quantunque non 
manchino esempi di città in cui ce n'era un solo, es- 
sendo unico il partito. Nel periodo angioino questi 
magistrati non erano permanenti, ma a tempo, creati 



(1) Capitoli di Catanzaro, in Fa raglia, op. cit., j). 141. 

(2) In Trincherà, Codice aragonese cit., voi. Ili, p. 299. 
(.3Ì Statuto di Monteleone, cap. 32. 



294 RINIERO ZENO 



quando il bisogno lo richiedeva (1). Essi veiii\auo no- 
minati ogni qualvolta vi erano affavi di speciale im- 
portanza, e rivestivano anche le funzioni di ambascia- 
tori. In un diploma del 1300 è detto che si sono 
presentati a Carlo II Venantius Precopii Gidùlmus ca- 
lahcr et NicolauH Soire .siudivi terre Tahcrnarum per 
reclamare contro gli abusi di Adam Trembay (2). Pa- 
rimente la città di Reggio nel 1352 manda Andrea 
Logothea e A. De Riso, sindici, alla regina Giovanna I, 
])er ottenere il lìlaect sopra alcuni privilegi chiesti (3). 
Nel periodo aragonese, affermatosi il principio 
d'autonomia dei Municipi, i sindaci divennero magi- 
strati regolari, eletti ogni anno in rappresentanza della 
classe nobiliare e «li quella popolare, e le loro funzioni 
furono estese e complesse, sì da divenire veri e piopri 
rappresentanti della città. I loro poteri erano però in- 
frenati da una serie di norme intese ad assicurare una 
retta amministrazione. Entrando in carica i sindaci 
dovevano giurare di amministrare il patrimonio del- 
l'Università senza odio di parte o privato interesse, e 
della loro nomina si doveva dare avviso al sovrano (4). 
Quest'obbligo si ricollega all'antico giuramento dei con- 
soli e del podestà fatto dinanzi al popolo. I sindaci 
amministravano le tinanze comunali, curavano l' esa- 



(1) Fakaglia, op. cit., p. 46. 

(2) Trinchkka, Sillabus memhranarum graeoarum, voi. Il, t'. 164. 

(3) Spanò Bolani, op. cit., voi. II, p. 205. 

(4) Capitoli di Reggio (1473), cap. 5 : « Item ordina e concede che 
fatta detta elezione l'Università sia tenuta ad avvisare la Maestà del 
signor Re, ovvero il Vicario generale e Luogotenente di detta provincia 
di Calabria, mandandogli la lista di detta elezione, perchè si jiossano 
confermare i due sindaci.... ». Spanò Bolani, op. cit., pp. 420 e segg, 
Anche nei Capitoli di Cosenza del 1565 è detto: «E dippiti fatta detta 
nomina si debba dare il giuramento i)er li officiali per servizio di no- 
stro Signore Iddio, di sua Maestà e beneficio della città », in Giannan- 
tonio, Storia municipale di Cosenza, 1909, p. 5. 



1 MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 295 

zioiie dei tributi speciali e straordinari, rappresenta- 
vano l'Università ed invigilavano anche sui mercati, 
assistiti dagli acataimm ; ma non potevano servirsi 
della loro qualità per migliorare le proprie condizioni, 
né potevano impegnare il bilancio del Municipio, senza 
1' autorizzazione del Consiglio generale. Lo Statuto di 
Moìiteìeone, infatti, stabilisce: 

tutte le spese che s'haveranno da fare per beneficio 
dell' Università siano prima proposte per essi ma- 
gnifici sindici e approbate per lo Consiglio generale. 
V^erum succedendo spesa allo improviso, che non ci 
sia tempo di proponerla in detto Consiglio, essi ma- 
gnifici sindici debbiano fare con sei eletti e nel 
primo Reggimento subito riferirla acciò si ap- 
probi.... (1). 

La giustizi;; era amministrata dal Capitano della 
città, il quale doveva invigilare, nell'interesse del so- 
vrano, anche sugli uffici pubblici, giudicare e dare ese- 
cuzione alle sentenze e, affinchè la pubblica tran(}uil- 
lità die noctuqiie non venisse turbata, aveva poteri di 
polizia (2). Il Capitano aveva la sua corte, composta 
di due assessori e di un notaio (3). In breve qut'sto 
magistrato divenne potentissimo, ed ebbe grande in- 
fluenza nell'amministrazione delle Università, le quali 
furono costrette in seguito a chiedere al sovrano vari 
privilegi per porre un freno agli abusi. Il Capitano 
doveva essere dottore di leggi, forestiero e stare anclie 
a sindacato a fine di gestione (4). Nell'amministrare la 



(1) /Statuti di Monteleone, ottp. 47. Cl'r. ancho i cap. 4!), 50. 

(2) Capitoli di Cafttrovillari, cap. .30, 36,' 44, 52. 

(3) Ibid., cap, 14. 

(4) Capitoli di Scilla (1492) : « Item perchè è stato solito per li tempi 
passati liCaxntanei che sonno stati in lo Soiglio se hanno oonducta casa 
leoto et omne altra raisune per loro uso et a lloi'o spese, al presente 



296 



RINIERO ZENO 



giustizia aveva la potestà meri criminis et imiìerii gladii, 
nonché quella delle quattro lettere arbitrarie, per le 
quali poteva commutare le pene corporali in pecu- 
niarie (1). Interveniva infine nei parlamenti, come rap- 
presentante del sovrano; ma non poteva far nuove 
proposte di leggi che non fossero approvate dal Con- 
siglio generale (2). 

Ufficiale di minore importanza era il Mastrogiurato, 
il quale doveva aiutare il Capitano ed eseguire i suoi 
ordini di giustizia, custodire la città durante la notte, e 
curare la pubblica tianquillità, arrestando i perturba- 
tori colti in flagranza. La sua autorità divenne spesso 
persecuzione, specie contro le povere genti, che tardi 
ritornavano dai lavori delle campagne. Nei privilegi con- 
cessi da Ferrante I nel 1492 alla città di Cosenza è detto : 

dicto mastrojurato habia da fare exequire in dieta 
guardia de nocte quanto per ipso Gapitaneo li serra 



vogliano costrengere dieta Università a dardi casa, supplicano dieta 
Mai està che prò veda non loro sia imposta questa nova gravezza. Item 
supplicano che dicti Capitanei siano oinne anno mutati e debiano stare 
ad sindacatu.... », in Trincheha, Codice aragonese, III, pp. 298 e segg. 
Cfr. anche : Grazie chieste dalla Università, di Bianco (1492), in Trincherà, 
Codice cit., III. 

(1) Capitoli di Castrovillari, cap. 16 : « Item attento che detta Città 
e huomini di quella per speciale privilegio ad essa concesso da la se- 
renissima Regina che lo Capitanio da essa Città abbia potestà meri e 
mixti imperii gladii, e bave ancora la potestà delle quattro lettere ar- 
bitrarie, e di commutar qualsivoglia pena corporale in pecuniaria e ohe 
fusse pena mortis naturalis, però supplica detta Città sua 111. signoria 
se degni coniìrmare e, quatenus opus est, de uovo concederli detto pri- 
vilegio e gratia attento che quando non se confirmasse detto privilegio, 
de diritto se toglierla la gratia e privilegio di conseguire tutti li pro- 
venti che fanno in la Corte del Capitanio, e remaneria detta Città dan- 
nificata perchè pagheria anno quolibet cento docati della provisione e 
non se potriano fare proventi quando il detto Capitanio non li avesse 
la potestà del mero e mixto impero e commutatione della pena corpo- 
rale con le quattro lettere arbitrarie ». 

(2) Statuti di Monteleone, cap. 37. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 297 



ordinalo et comandato et secundo che dieta Univer- 
sità ha suplicato alla prefata Maiestà si ordina che 
lo dicto Mastrojurato debbia bavere riguardo a li 
massari de ditta terra, et secundo la qualità de 
l'homo et anco in lo modo che se trovasse non 
paresse che andasse per altro che per bisogno de 
l'exercitio del campo o massaria non le habia da 
levare pena non la meritando.... (1). 

Il mastrogiurato poteva inoltre ricevere te azioni 
civili per i danni dati; ma se una delle parti avesse 
contrastato il fatto, si ricorreva al Capitano. 

In ogni terra vi era poi un Minio, che aveva an- 
che una corte, composta di un assessore e di un no- 
taio. Da principio i baiuli furono creati dal Camerario 
e confermati dal sovrano; nel periodo aragonese, in- 
vece, diventarono magistrati eletti dalla Università 
stessa ed ebbero attribuzioni giudiziarie, limitate. In 
Oastrovillari, ad es., i baiuli potevano rendere giustizia 
solo nelle piccole cause fino a trenta carlini (2). 

Altri ufficiali pubblici erano i madrodatti, i mae- 
stri di piazza o catapani, il tesoriere dell'Università, il 
mastro d'ospedale, il procuratore e l'avvocato. Le ca- 
riche erano retribuite ed era proibito agli ufficiali di 
pretendere dalla Università le spese di alloggio e di 
vitto. L'Università di Fuscaldo nel 1491 chiede al re 
Ferdinan<lo che : 

a li officiali che hanno da venire in dieta terra la 
dieta Università non sia tenuta darli stantia né lecto 



(1) Privilegi e Capitoli della città di Cosenza et noi casali concessi dalli 
seì-enissimi Ile di questo regno di Napoli, 1606, p, 132. 

(2) Pepe, Memorie storiche della città di CastroviUari, pp. 144 e segg. 
— Secondo un' antica costituzione di Federico II i baiuli dovevano 
giudicare le cause civili sia reali che personali, che non portavano pena 
corporale. Cfr. anche Chalandon, Histoire de la domination normande 
en Italie et en Sioile, Paris, 1907, II, pp. 66.5 e segg. 



Ì298 RINIERO ZENO 



né ligna senza insto et conveniente salario, si corno 
hanno usato fare li officiali mandati per passato.... (1). 



Passiamo alle norme che conceinono la finanza. 

O^ni Municipio aveva nn patrimonio che consi- 
steva, per la ma«\ti:ior parte, in beni immobili, il cui 
uso era comune a tutti i cittadini e costituiva il de- 
manio comunale. Questo poteva essere in tutto od in 
parte alienato con l'assenso regio, L'Università di Oe- 
renzia nel 14J>1 chiede a re Ferdinando di poter ven- 
dere alcuni prati e difese g:odnte dai cittadini, per po- 
tere col ricavato riparare le mura «Iella città (2). 

Il demanio comunale poteva però, in caso di bi- 
sogno, esser chiuso a difesa^ nel qual caso era imposto 
ai cittadini il pagamento della fida per il pascolo (3). Il 
numero di tali difese crebbe ben presto, sicché Fede- 
rico III fu costretto ad emanare una prammatica in 
cui proibì a tutti i Municipi di chiudere con nuove 
difese i demani comunali (4). Talvolta erano i privati 
stessi che chiudevano a difesa i territori usurpati, im- 
ponendo una gabella a coloro che avessero voluto eser- 
citarvi il diritto di pascolo (5K È agevole quindi com- 



(1) TRIN0HEI5A, Codice aragonese, III, p. 59. Cl'r. nnolie Grazie e 
Privilegi chiesti dalla baronia di Bianco al re Ferdinando (1492), in Tìun- 
CHERA, op. cit., p. 304. 

(2) Trincherà, op. cit., Ili, p. 222: «In primis essa Università 
supplica la Majesta vostra atteso ei de consuetudine antiquata in dieta 
cita, che non ai memoria de homo in contrario fare alcuni i)rati et de- 
fese per comodo et utilità sua et delo bestiame, et de ciò ne t'o et ei 
in possessione.... ». 

(3) Grazie e Capitoli chiesti a S. M. dall'Università di Fusoaldo, in 
Trincherà, op. cit.. Ili, p. 58. 

(4) Giustiniani, op. cir., voi. VI. 

(5) Nei Capitoli di Castrovillari è staI>ilito (cap. 10) : « Itera supplica se 
degni confìrmare e quatenus opus est de novo concedere a tutti li pre- 



1 MUiNIClPl DI CALABRIA NElx PERIODO ARAGONESE 299 

prendere come col crescere di tutte queste difese, le terre 
comuni fossero ridotte a ben misera cosa, e gli usi 
civici limitati solo ai l)isogni piiì urgenti: ne iner- 
mcm yitam eivr.s duecroìt. 

Gli usi civici concessi nelle terre comuni ai cit- 
tadini della Università, nel periodo del quale ci occu- 
piamo, comprendevano: il diritto dì pascolo, di prender 
legna, di raccogliere erbe e ghiande, di attingere acqua, 
ed in alcuni luoghi anche di seminare. Di questi diritti 
di uso civico è menzione non solo nei documenti, ma 
anche nelle leggi da noi prese in esame. 

Il diritto <li pas(!()lo era limitato per li lochi et 
terre scapole e non già nelle terre coltivate. Per le terre 
chiuse a difesa il Municipio soleva imporre la fida, la 
quale era pagata in ogni caso dai forestieri, conser- 
vando in ciò l'uso civico la natura giuridica di uso, 
facoltà accollata solamente ai cittadini del luogo. 
Oosì nei citati Capitoli di Cadrovillari del 1521 è sta- 
bilito: 

perchè la Università de detta Città e huomini e 
l)opuli di quella per tanto tempo che esso è me- 
moria d'huomo in contrario immo da che fu edifi- 
cata la Città predicta sempre fu in possessione si 
come è al presente di pascolare con loro bestiame 
,e animali di ogni specie generatione .indifferente- 
mente per tucto lo demanio della Città predicta e 
li bagli vi che comperano la baglia prò tempore so- 
lamente hanno potestà in nome della Corte fidare 



fati cittadini tutte foreste, dofese, territori, glande, herbagij e altre loro 
possessioni e robbe sopra li (piale la Corte non li possa molestare ne 
mover letigio ne domandar (j^uo titulo li tcneno e possedeuo, attento che 
la predieta lon» possessione è vetusta e antiquissìnia e signanter la de- 
fesa del nobile indice J oliano nominato franchiglia, la quale e antiquis- 
sima e altre foreste.... ». Si cl'r. anche le Grazie chieste a S. M. dall'Uni- 
vemità di lloccahcriiarda (14ÌI2). in TitiNOHKHA, l'od. tinuf.^ Ili, p. 132. 



300 



RINIERO ZENO 



nel decto doraanio quelli forastieri voleno entrare 
con loro animali a pasculare in dicto domanio, ma 
non devono né ponno prohibire li cittadini di pa- 
sculare lo domanio predicto con loro bestiame.... (1). 

Ogni Università aveva regolamenti speciali per 
l'uso del pascolo. Il bagiivo riscuoteva le pene per le 
contravvenzioni, che erano devolute a favore del Mu- 
nicipio, e costituivano un'entrata considerevole del bi- 
lancio. 

Il diritto di raccogliere legna comprendeva tanto le 
legna secche, quanto quelle verdi. Talvolta consisteva 
nella facoltà accordata ai cittadini di poter raccogliere 
in determinati luoghi la quantità di legname occor- 
rente per la costruzione delle case. L' Università di 
Bianco chiede nel 1492 al re Ferdinando che: 

per uso de fare case, terrate ed altri edititi le voglia 
concedere possono tagliare ad loro libero arbitrio 
tucto lo ligname, che loro bisognasse ad tale effecto 
cossi comò erano soliti ab antiquo (2). 

I forestieri erano esclusi dal godimento di questo 
diritto d'uso civico. Tra i privilegi che Federico III 
concede nel 1496 all'Università di Taverna è detto: 

nesciuno forestiero possa tagliare tigna in lo terri- 
torio et tenimento de dieta terra, tanto domestiche 
comò selvagie cussi sicché come verde per evitare 



(1) Capitoli di Castrovillari, nel cit. lavoro : L'ordinamento ammini- 
strativo dei Municipi calabresi. — Parimonti FUniversità di Taverna chiede 
a Federico III d'Aragona che sua maestà « se digne cousederli che lo 
bestiame lor possa j)asculare in tutte terre et lochi de la provintia de 
Calabria tanto demaniali comò de baroni in Ji terri torli et tenimenti di 
quelle senza pagare difesa alcuna » (Ms. inedito degli Statuti di Taverna). 
Cfr. anche Grazie chieste a <S\ M. dall'Università di Tropea (1492), in 
Trincherà, Cod. aragonese, voi. Ili, p. 256. 

(2) In Trincherà, Cod. arag., Ili, p. 304. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 301 



li scandali porriano succedere tra dieta Università 
et forestieri (1). 

Il diritto di semina, in altre parti poco diffuso, era 
quell'uso speciale spettante ai cittadini di seminare 
una determinata quantità di frumento o di altre der- 
rate nelle terre del Municipio. A quest' ultimo spet- 
tava la metà del raccolto, che il coltivatore doveva pa- 
gare senza ragione alcuna di esenzione o privilegio (2). 
Talvolta soleva accadere che il Municipio ottenesse 
dal sovrano la concessione di grandi estensioni di ter- 
reno, nel qual caso era proibito a tutti i cittadini di 
esercitare gli usi civici. 

II diritto di attingere acqua consisteva nella fa- 
coltà concessa ai cittadini dell'Università di servirsi 
per i bisogni personali e della famiglia dell' acqua 
raccolta in speciali cisterne. L' Università di Oerenzia 
chiede nel 1491 a Ferdinando : 

perchè dieta Cita in la estate multo paté de acqua, 
piaza concederli che li prati et defese in quillo 
modo essi cittadini le possano vendere, et la uti- 
lità et lucro perveniente ponerle ad fare una cisterna 
per comodo de dieta Università.... (3). 

Talvolta i Municipi chiedevano al sovrano lo scio- 
glimento delle promiscuità. Così l'Università di Fu- 
scaldo ottiene : 



(1) Dal manoscritto inedito dei Privilegi concessi all'Università di 
Taverna, 

(2) Privilegi di Altomonte, cap. 24 : « Item supplica, atteso è antiqua 
consuetudine che qualsivoglia cittadino de ditta Terra seminava alle terre 
della principale Corte de pagar mezzo tumbulo de frumento per cia- 
schiduna tumbulata o de qualsivoglia altra sorte de vittovaglie e semi- 
nava pagarne la detta ragione, voglia li sia osservato il solito ». In Si- 
cilia il diritto di semina fu poco conosciuto : cfr. Gknuakdi, Terre 
comuni ed usi civici in Sicilia, Palermo, 1911, pp. 76 e segg. 

(3) In TiUNCHERA, Cod. ara<i., voi. Ili, p. 222. 



302 



limiERO ZEiNO 



considei-ato che per la quondam Contessa de Alife 
fo facta certa comraunione tra li homini de dieta 
terra et li ultramontani che ahitano a lo Castello de 
la guardia, la quale communione fo facta contro la 
voluntà de ipsi supplicanti, et cede in loro gran- 
dissimo danno et interesse, sia revocata dieta com- 
munione de acqua et herba et che ciascuna de diete 
due terre reste in quello essere era j)rima che dieta 
communione fosse facta (1). 

Le entrate del bilancio comunale potevano essere 
ordinarie e straordinarie. Tra le ultime biso.i»na an- 
noverare i proventi che il Municipio ricavava <ìalla 
cultura dei fondi propri e di (luelli del sovrano. In 
quest'ultimo caso si stabiliva un vero e proprio con- 
tratto aj^rario, in base al quale il Muni<'ipio otteneva 
dal sovrano la concessione di un fondo mercè il pa- 
gamento di un canone annuo, e faceva propii i frutti, 
detratte le spese di cultura. Nei rivolgimenti del regno 
accadde spesso che il possesso di questi fondi divenisse 
definitivo, sicché anche oggi non è raro il caso di Comuni 
che i)Ossiedano grandi estensioni di terreni, che formano 
buona parte del demanio comunale, provenienti da (piesti 
speciali contratti agrari. Un esempio cje lo offrono i 
Privilegi di Alfomonfe, in cui da un canto è detto che: 

se degni concederli il pantano della « Maradosa » 
con potestà che non ce possa andar nisciuna per- 
sona de qualsivoglia tempo con nisciuna sorte de 
bestiame, ne meno nesciuna persona ce possa ta- 
gliar arbori fruttiferi ne infruttuanti, né cogliere 
ghiande senza volontà de essa Università ; solum 
detta Università habbia da pagar docati vinti lo 
anno in lo mese de Augusto cosi come è stato so- 
lito pagare per lo passato; 



(1) In Tkinchera, Cod. arag., voi. Ili, p. 59. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 303 



dall'altro il sovrano approva, previo il pagaineuto del 
censo di venti ducati annui : re,servatii clicto cen.su so- 
lito ducatormn ciginti (1). 

Le imposte costituivano un'altra entrata del bilan- 
cio dei Municipi calabresi. Evsse erano reali e personali. 
Le prime possono distin<>uersi in dirette e indirette. 

Tra le imposte reali dirette aveva grande impor- 
tanza il focalico, che corrisponde alla odierna tassa di 
famiglia. La numerazione dei fuochi si faceva ad in- 
tervalli di tempo lunghissimi, onde non poche Univer- 
sità chiedevano il discarico dei fuochi pagati indebi- 
tamente. La sproporzione, intanto, tra la numerazione 
reale dei fuochi e quella ufficiale accrebbe le misere 
condizioni delle finanze cittadine, e fu soltanto in epoca 
posteriore che si potè ordinare una nuova e più rego- 
lare numerazione. 

Nel gruppo delle imposte dirette personali bisogna 
annoverare anche tutti quei servigi che i cittadini 
erano tenuti a prestare ad un signore od agli ufficiali 
del re. Questi servigi erano spesso così gravosi, che i 
Municipi chiedevano di esserne esentati, o debitamente 
retribuiti. Nei citati Capitoli di Gasirovillari è stabi- 
lito (cap. 9) : 

attento che detta Città e homini di quella antiqua- 
mente sono stati alla libertà del demanio e non 
sono soliti esse comandati, e quando fossero co- 
mandati resteriano mali contenti, però se degni 
concedere a detti huomini e habitanti in detta Città 
non possiano essere mandati a comandamenti tanto 
de persona come loro bestie, bovi, o altri animali 
né essere angarii e perangarii, né siano tenuti reali 
né personali in qualsivoglia che occorresse senza 
insto salario e pagamento. 



(1) Privilegi di Alfomonte, ediz. cit., cap. 19. 



304 



RINIERO ZENO 



Quanto alle imposte indirette, bisogna ricordare 
fra quelle reali : il fondaco^ la dogana., il falangaggio. 
Il fondaco era in origine un diritto di magazzinaggio, 
che si pagava pel deposito delle merci che venivano 
poste in un magazzino a ciò destinato; nel periodo, 
però, del quale ci occupiamo, era un vero e proprio 
dazio d'importazione sulle merci. La dogana, che era 
simile al plateatico o piazza, pagavasi per ogni con- 
trattazione che si faceva in città e gravava tanto sul 
compratore quanto sul venditore (1). Non manca bensì 
qualche legge in cui è stabilito che la dogana debba es- 
sere pagata solamente dai forestieri (2). Il diritto di fa- 
langaggio era il diritto di ancoraggio delle piccole barche, 
epperò pagavasi soltanto dai forestieri. Altra imposta in- 
diretta era Vius jìa.ssus, che pagavasi per le merci e per 
il bestiame che passavano sul territorio del Municipio (3). 

Come per le merci che entravano in città vi erano 
la dogana ed il fondaco, così per quelle che ne usci- 
vano pagavasi Vius exiturae, la cui proporzione va- 
riava da luogo a luogo. Avevano anche importanza i 
dazi che gravavano le vettovaglie in generale, come 
grani, legumi, pesce, olio, vino {gabella del quartuccio) 
e simili (4). I prodotti manifatturati, come canapa, seta, 
lana ecc., erano anch'essi gravati da speciale gabella (5). 
Un'entrata di notevole importanza era costituita dal 
dazio di macellazione sugli animali (6). In Altomonte 
era imposta una gabella sui colombi, detta decima delti 
paliimM (7). 



(1) Bianchini, Storia delle finanze del regno di Napoli cit., p. 235. 
Cfr. anche Trifone, op. cit., p. 41 nota. 

(2) Bianchini, op. cit., p. 239. 

(3) Statuti di Monteleone, oap. 32. 

(4) Privilegi di Taverna (ms. inedito), oap. 19. 

(5) Capitoli di Reggio (1492), in Trincherà, op. cit., voi. Ili, p. 301. 

(6) Capitoli di Castrovillari, cap. 22. 

(7) Privilegi di Altomonte, cap. 20. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 305 

Gli atti civili erano del pari colpiti da gabelle (1). 
Tra le imposte personali indirette, infine, bisogna an- 
noverare: i diritti sui litigi e sulle transazioni (2) ; i 
monopoli dei forni e dei mulini (3); i diritti dì fida {4), 
ed in generale i proventi delle multe per la violazione 
dei regolamenti di polizia campestre. Ad onta però 
della gravezza e del numero delle imposte, i Municipi 
di Calabria non arrivarono a portare il pareggio nei 
loro bilanci, onde sovente erano costretti a chiedere il 
privilegio della esenzione delle fiscali funzioni e degli 
altri pesi per un tempo determinato. Anche l'Univer- 
sità di Taverna rivolge al re Ferdinando nel 1466 il 
piato seguente: 

Item pete la dieta Universìià et homìni de epsa 
che quando vestra Maiestà venne in Calabria la fece 
franca per anni dece de omne genere de pagamento, 
delli quali deci anni restano ad gaudere anni quattro 
et prò la extrema povertà et guerri quella terra ei 
despopulata, de la quale ne so m inulti circa seicento 
fochi ; ad ciò se possa repatriare et al presente stato 
red ducere, supplicano de solita et gratia speciali ut 
volere siano franchi de omne genere de pagamento 
durante lo tempo de li dicti anni (5) . 

Ciò che, intanto, rendeva irregolare la riscossione 
dei tributi era il numero rilevante di privilegi che i 
sovrani spesso si trovavano costretti a concedere. Ot- 
tenevano generalmente la immunità dei pagamenti di 
imposte ed altre gravezze le chiese, i monasteri ed altri 
luoghi pii, le persone ecclesiastiche ed i baroni; ma tali 



(1) Capitoli di Castrovillari, cap. 50. 

(2) Ibid., cap. 27. 

(3) Capitoli di Monteleone, cap. 23. 

(4) Capitoli di Fmoaldo, in Trincherà, op. oit,, III, p. 58. 

(5) Dal manoscritto dei Privilegi di Taverna. 

20 



306 



RINIERO ZENO 



esenzioni davano luogo a frodi, dappoiché molti, per 
evitare il pagamento delle imposte, commendavano i 
loro beni a persone privilegiate ; ond'è che alcune città 
ottennero che tutti i cittadini fossero tenuti indistinta- 
mente al pagamento dei tributi (1). I sovrani escogita- 
rono anch'essi qualche rimedio al soverchio crescere 
delle esenzioni dai pagamenti fiscali, e Ferdinando, con 
la famosa prammatica de appretio, comminò una pena 
severa contro coloro che avessero cercato di sottrarsi 
in tutto od in parte al pagamento delle fiscali funzioni. 
La riscossione dei tributi avveniva generalmente 
per mezzo degli ufficiali dell'Università: quella delle 
collette e delle fiscali funzioni era affidata ad esattori 
che in compenso prendevano un tanto a fuoco. Il 
pagamento avveniva per terse, cioè in tre rate, cia- 
scuna delle quali esigevasi in principio di quadrimestre. 
Qualche volta i Municipi, esausti dalle gravezze e dal 
numero dei tributi, erano costretti a chiedere una di- 
lazione nei pagamenti. Così V Università di Ootrone 
nel 1491 chiede al re Ferdinando una dilazione nel 
pagamento della tersa atteso la povertà de ipsi poveri 



I 



(1) Nei ms. dei Privilegi di Taverna leggesi : « actento la Università et 
haomini de la cita de Taberna lo hanno passato per lo quieto vivere de 
dieta università et homini de epsa con altra fiata ei stato supplicato ad 
dieta Maestà che nesciuno sia franco in dieta cita ma che sia obser- 
vata equalità ad tutti citadini quolibet alio privilegio aut instromento 
non obstante et per sua Maiestà loro ei stato concesso et per epsa maie- 
stà ordinato quod servetur equalitas inter cives et nesciuno sia franco 
et cossi fino al presente ei stato observato. Et per che novamente da 
parte de maestro Andrea Loyse theutonico et li sci, dieta Università ei 
stata intimata che comparesse innante dieta Maiestà ad allegare per che 
pretendono essere franchi, supplica dieta Università vestra maiestà se 
digne non revocarle quello una volta ei stato ordinato de nesciuno es- 
ser franco, ma che servetur equalitas ymo quantus opus est de novo 
confirniando et de non intrare in letigio maxime ohe multi altri commove- 
riano simili litigii et ne resolteriano multi odii iniurie et inimecitie ». 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 307 

citatini (1). Gli abusi pertanto non cessavano da parte 
degli ufficiali regi e non pochi erano i piati dei Mu- 
nicipi, per ottenere uno sgravio o addirittura la abo- 
lizione di alcune ingiuste gravezze. 

L' uscita del bilancio comunale era tale da ren- 
dere ancor più misere le condizioni dei Municipi. L'ag- 
gravio più importante, quello cioè che assorbiva la 
parte principale delle entrate e che formava la causa 
precipua del depauperamento delle finanze comunali, 
era il pagamento delle fiscali funzioni ordinarie e straor- 
dinarie che i sovrani imponevano senza alcun freno. 
Le Università chiedevano quasi sempre dilazioni nei 
pagamenti, e non infrequente era il caso di una ridu- 
zione. Cosenza ottenne da Giovanna II il privilegio di 
poter pagare soltanto duecento once, e similmente a 
Reggio nel 1428 fu concesso da Ludovico III uno 
sgravio di cento once (2). 

Tra le fiscali funzioni straordinarie, oltre le col- 
lette, vi erano le spese per alloggiamenti di truppe e 
di pubblici ufficiali, note sotto il nome di diritti di 
stanza, Utto e paglia. Anche le spese per la ripa- 
razione delle fortezze e costruzione di opere nuove 
vanno annoverate tra le spese straordinarie dei bi- 
lanci delle Università. Quelle ordinarie avevano lo 
scopo di provvedere ai bisogni della amministra- 
zione locale. Tra queste v'erano le spese di segre- 
teria, quelle per i pubblici servizi, per il mantenimento 
del culto, gli stipendi ai pubblici ufficiali, a cominciare 
dal Capitano. 



(1) Capiloli di Cotrone, in Trinchsiija, op. cit., voi. Ili, p. 34. 
Cfr. anche i Privilegi di Altomonte, cap. 7, ed i Capitoli e grazie chieste 
a S. M. dalla Università di Seminara (1491), in Trincherà, op. cit., 
voi. III. 

(2) Spanò Bolani, op. cit., voi. II, pp. 119 e 



RINIERO ZENO 



L'ultimo gruppo di leggi dei Municipi di Calabria 
comprende norme di diritto penale, di procedura e di 
polizia. 

Cominciamo dalle prime. 

Il sovrano aveva il potere di condonare le pene 
a tutti o ad una parte dei rei. Ciò avveniva quasi sem- 
pre nell'atto di salire al trono ; ma talvolta era il si- 
gnore feudale, che come prima manifestazione del po- 
tere conferitogli nell'investitura dal sovrano, prometteva 
un condono generale di tutte le pene. Poteva acca- 
dere però, e non era raro il caso, che, dopo qualche ri- 
volgimento politico, l'Università chiedesse come prima 
concessione la esenzione di tutte le pene. In questo 
modo Castro villari ottenne dal duca Ferrante Spinelli : 

indulto, remissione e gratia di tucti eccessi, crimini 
e delieti etiam sì fossero omicidio, e altro delieto 
di qualsivoglia natura prò quibus venirci imponenda 
pena mortis naturalis aut membri abscissio, e si 
fossero tali prò quibus esset facienda expressa 
mentio commissi, et patrati delieti nelli tempi passati 
usque ad presentem diem per qualsivoglia citta- 
dino.... (1). 

Le pene erano corporali, compresa quella di morte, 
e pecuniarie. Ma il Capitano, cui era deferita l'ammi- 
nistrazione della giustizia, poteva a suo arbitrio com- 
mutare qualsivoglia pena corporale in pecuniaria ; donde 
numerosi abusi, che davano luogo a rappresaglie da 
parte degli offesi e ad interminabili contese. Ma anche 
per alcune pene corporali, come il carcere, il reo era 



fi) Capitoli di Castrovillari, cap. 1. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 309 

tenuto a pagare una speciale prestazione, la quale era 
disgiunta dal computo della pena. Nei Caintoli di Ca- 
strovillari è stabilito: 

che detta Università tiene grati a e privilegio che lo 
Capitanio de detta Città non possa exigere cosa 
alcuna per ragione di prisonia per cause civili e 
mixte, e per le cause criminali possa exigere sola- 
mente grana cinquo quando lo presone pernotta in 
prisonia et non pernottando non ei tenuto paghare 
cosa alcuna (1). 

In difetto della legge si ricorreva al diritto co- 
mune, specie per quanto riguarda i principi generali 
intorno al dolo e alla colpa. 

Le norme di procedura riguardano la competenza, 
la desistenza dell' oifeso, i termini delle citazioni, la 
contumacia, i diritti di mastrodattia e via dicendo. 
Quanto alla competenza vigeva il principio che il reo 
od il convenuto dovessero essere giudicati dal tribunale 
del luogo. In ciò seguivasi il diritto comune ; ma per le 
numerose eccezioni a questa norma generale, di fatto 
soleva accadere che il convenuto venisse citato in altri 
tribunali, fuori del territorio ove risiedeva. Qualche 
volta i Municipi chiedevano al sovrano, come privilegio, 
il diritto di essere giudicati dai magistrati del luogo. 
In un fascicolo di Privilegi, ancor inediti, della città 
di Squillace è detto infatti: 

ipsa Maiestà se digne concederilli che per nulla 
causa civile quanto criminale, etiam se si incu- 
risse in crimine lese Maiestatis, li citatini de dieta 
Cita et Ducato, Terra, et destricto ut supra pos- 
sano essere costricti in altro Tribunale et foro de 
loro officiali; ma Ila se debbiano incomenzare et 



(1) Capitoli di Castrovillari, oap. 16. Cfr. anche la Prammatica del 1509 
in Giustiniani, op. cit., voi. VI, 



310 



RINIERO ZENO 



finire le diete cause. Et si per caso l'ussero citati, 
astri cti, et convenuti su altra Corte come in Con- 
siglio, Camera o de qualunque altro officiale maiure 
o minure, se fosse che non siano tenute ad respon- 
dere non comparire, excepto inanti de loro ludici 
dela dieta Gita et Ducato, Et non comparendo né 
respondendo, che non siano tenuti ad pena alcuna 
de contumacia né ad alcuna altra pena.... (1). 

Il procedimento civile iniziavasi con la citazione. 
Le leg^i dei Municipi calabresi non contengono i re- 
quisiti di essa; ma è fuor di dubbio che si applicas- 
sero i principi generali del diritto comune. Per ogni 
citazione si pagava al cancelliere dell' Università un 
emolumento, che variava secondo il grado della causa. 
Se le parti transigevano, dovevano pagare al Capitano 
una speciale tassa, detta di penitentia ', se, invece, la 
conciliazione non era possibile, per ogni atto della 
causa, sia di prima che di seconda istanza, il cancel- 
liere riscuoteva una certa somma, che andava a bene- 
ficio della Corte od ufficio del giudice (2). Anche per 



• 



(1) Pai manoscritto dei Privilegi di Squillace conservato nella Bi- 
blioteca della Certosa di S. Stefano in Terra S. Bruno. 

(2) Trascrivo una curiosa tabella dei diritti di cancelleria ohe esi- 
gevansi in Squillace nel 1486, e che trovasi inserita nel citato fascicolo 
di Privilegi inediti : Tabula de la raggiane deve exigere lo mastrodacti del Capi- 
taneo de oiaschiduna terra et loco de la prefata città de Squillaoii, videlicet : 



In primis prò cassatiira 

Pro presentati one scripturarum omnium 

Pro fideiussione 

Pro examinatione primi testis 

Pro examinatione aliorum testium 

Pro qualibet obligatione et mandato 

Pro executione ab uncia infra 

Pro procuratione 

Pro littera audientia testium 

Pro lectura sententie 



grani 1 
er. 2 



gr. 
gr- 
gr. 
gr. 

gr. 
gr. 

gr- 

gr. 



2 
2 
1 
2 
5 
2 
2 
10 



I 



Cfr. inoltre la Prammatica del 1505, in Giustiniani, op. cit., voi. VI. 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 3H 

lo studio degli atti della causa le parti dovevano pagare 
al giudice una tassa, detta candela. Spesso le Univer- 
sità ne chiedevano l'esonero. Così Castrovillari chiede : 

se degni concedere che li offìtiali non possiano do- 
mandar candele o altro paghamento per studio di 
atti de Corte, ma solo abbia da pagare lo Gapitanio 
et mastro di atti prò labore ipsorum tari dui.... (1). 

Il procedimento penale iniziavasi con l'accusa o 
querela dell'offeso; ed anche qui, nel silenzio delle 
leggi, è duopo ricorrere al diritto comune. Qualche 
norma, però, merita uno speciale riguardo. In alcuni 
Statuti è stabilito che ogni accusa o denunzia debba 
essere confermata dopo tre giorni. E se ne spiega la 
ragione. Nel citato fascicolo inedito di Privilegi della 
città di Squillace è detto cosi: 

Ut cum plerumque aliqui ex vobis (è la regina 
Giovanna che si rivolge ai cittadini di Squillace) in 
curiam nostrorum offitialium ex ingruentia casiium, 
utique furore accensi, in primis eornm motibusque in 
potestate hominum non existunt, diversis ex causis 
alios denuncient et accusent ; iraque sedata, et quie- 
tatis animis, ut plurimum nos peniteat accusasse et 
denunciasse.... (2). 

Se la parte lesa entro i tre giorni ritirava l'accusa, 
il Capitano non poteva più procedere per viam inqui- 
sitionis. Nullo era il giuramento di non desistere dal- 
l'azione penale, che l'offeso poteva fare in presenza 
del giudice nell'atto di presentare l'accusa (3). 



(1) Capitoli di Castrovillari, cap. 52. 

(2) Ms. citato. 

(3) Ms. citato : « Et si offioiales denunoiantem aut accusantem co- 
gerent ad iurandura, aut se obliganduiu, quod eum ab acousatione seu 
denunoiatione huiusraodi non liceat desistere seu penitere : volumus, iu- 
bemus quod iuramentum, seu obligafcio sit nullius roboris vel momenti... ». 



312 



RIMERÒ ZENO 



Dopo i tre giorni iniziavasi l'istruttoria. Nei casi or- 
dinari il magistrato ordinava la spedizione d'una prima 
citazione, detta ad informaìidum, nella quale erano ri- 
chiesti, sotto pena di nullità, il nome e cognome del- 
l'imputato, il luogo di nascita e quello del suo ultimo 
domicilio; l'oggetto della citazione, cioè l'imputazione 
generica del reato, il termine entro il quale l'imputato 
dovevasi presentare con la minaccia del bando, il luogo 
ed il giorno della presentazione (1). Nel periodo istrut- 
torio si raccoglievano le prove del reato e innanzi tutto 
procedevasi all' interrogatorio dei testimoni. Per ogni 
teste che veniva citato l' imputato doveva pagare alla 
Corte del Capitano una tassa. 

Se l'istruttoria portava all'assoluzione dell'impu- 
tato l'accusante o il denunziante era tenuto a pagare 
un diritto speciale al Capitano, detto di cassatura (2). 
Anche nel caso di reati lievi, come le ingiurie, l'offen- 
sore doveva pagare il diritto dìcassaturaj di cui la metà 
spettava alla Corte del Capitano e l'altra all' offeso (3). 

Se l'imputato non presentavasi dopo la citazione 
ad infòrmandum, il magistrato ne spediva una seconda 
detta ad dejwnendum. Questa seconda forma di cita- 
zione aveva luogo nei casi di dubbia reità, qualora gli 
indizi avessero dato risultati positivi. Nella cita- 
zione ad deponendam veniva ordinato all' imputato 
di presentarsi dinanzi al giudice, per deporre sul 
reato attribuitogli. L'imputato poteva presentarsi per- 



(1) Cfr. il nostro lavoro : La procedura di bando e forgiudioa nel 
regno di Napoli e Sicilia, pp. 7 e segg. 

(2) Privilegi di Altomonte, cap. 6. 

(3) Capitoli di Castrovillari, cap. 47. Per evitare le frodi degli uffi- 
ciali, in qualche Statuto è imposto l'obbligo « che tutte le compositioni, 
proventi e cassature ultra lo libro grande dove sono notate tucte le 
accuse et querele, dove anoho se annoteranno diete compositione e pro- 
venti, se habbiano de quelle fare tre quinteruoli czioè uno per lo Ca- 
pitanio, lo altro per lo herario, e lo terczo per lo mastrodacti ». 



I MUNICIPI DI CALABRIA NEL PERIODO ARAGONESE 313 

sonalmente ed addurre le proprie scusanti, o per mezzo 
di procuratore munito di mandato speciale, detto ad 
respondendum (1). Se non si presentava, era dichiarato 
contumace; ma se era citato col perentorio ed in ul- 
timo si scusava, non era ritenuto contumace né do- 
veva pagare 'per detto atto excusationis cosa alcuna, come 
era stabilito in Oastrovillari (2). 

Poteva accadere che, durante il periodo della con- 
tumacia il reo venisse preso ; ed allora, secondo i Capitoli 
del regno, poteva impunemente essere ucciso. In qualche 
Statuto di Calabria si deroga per questo riguardo al di- 
ritto comune e si notano disposizioni piii benevoli. Così 
nei Privilegi di Squillace è detto che tutti gli ufficiali: 

non poczano ammazzare li contumaci, ma mitterili 
in prisone, et se per caso per securità che la car- 
cere non fosse sicura siano posti con ferri (3) . 

La esecuzione "delle sentenze era affidata agli stessi 
Capitani, i eguali potevano far arrestare il reo e met- 
terlo in prigione. In questo caso spettava ad essi una 
speciale tassa per ogni giorno di prigionia; e se colui 
che era condannato fosse stato messo in ceppi, la tassa 
era aumentata. Terminata la condanna il reo pagava 
la sferratura, la quale poteva essere commutata in altra 
pena, specie nel caso di povertà (4). 

Quanto alle norme di polizia, esse non sono molto 
numerose. Generalmente al buon andamento dei mer- 
cati e delle fiere, alla esattezza dei pesi e delle misure, 
alla qualità delle derrate messe in vendita, provvede- 
vano le stesse Università, nei privilegi che ottenevano 
dal sovrano. Non è raro perciò il caso di statuti veri 



(1) Capitoli di Oastrovillari, cap. 47. 

(2) Ibid., cap. 45. 

(3) Ms. citato. 

(4) Privilegi di Taverna, cap. 32. 



314 RINIEfRO ZENO, I MUNICIPI DI CALABRIA, ECC. 

e propri di polizia, come quello di Altomonte, da noi 
pubblicato (1). 

Trattasi, in generale, di disposizioni particolari, 
varianti da luogo a luogo, che non hanno notevole 
importanza. Le contravvenzioni a queste norme di po- 
lizia venivano giudicate nella corte del bagli vo, il quale 
— in alcuni luoghi — aveva limitata competenza; ma 
non poteva, in ogni caso, esigere le multe senza pro- 
cedere rite, recte et iuridice (2). 

Dopo gli Aragonesi varie furono le vicende dei 
Municipi della Calabria. 

I bisogni della corona sospingevano l'imperatore 
Carlo V a vendere le città che appartenevano al suo 
demanio, e non poche furono le Università che caddero 
nelle mani dei vecchi e nuovi baroni feudali. Molte città 
di Calabria riuscirono peraltro a mantenersi demaniali, 
dove pagando un grosso tributo al sovrano, dove scop- 
piando in aperta rivolta contro i nuovi feudatari. 
L^esempio ricordato di Taverna non è il solo episodio 
della lotta tra le Università ed i signori feudali. Anche 
quando la forza di questi ultimi trionfò, i cittadini ri- 
scattarono a caro prezzo il giogo feudale, come avvenne 
per quelli di Seminara, che pagarono la somma di cen- 
tomila ducati al principe di S. Severino, per ritornare 
al regio demanio. Ciò doveva portare al depauperamento 
delle finanze locali e ad una maggiore asprezza di tributi : 
donde lo spopolamento delle campagne e la decadenza 
dell'agricoltura, i cui tristi effetti durarono a lungo. 

Catania. Riniero Zeno. 



I 



(1) Uno statuto di polizia campestre, nel Volume in onore di F. Ciooa- 
glione, Catania, 1908. 

(2) Privilegi di Altomonte, cap. 32. 



CORRISPONDENZA 



FRANCIA. 

Pubblicazioni sulla storia moderna e contemporanea d'Italia. 

Il coijipito affidatoiiii dalla Direzione deWArch'vw sconco ita- 
liano di segnalare le opere pubblicate in Francia sulla storia ita- 
liana, è arduo. Colui che m' ha preceduto, il compianto L.-G. PÉ- 
LissiER, l'ha reso ancor più diffìcile; come infatti uguagliare la 
sua scienza e la sua attività? Ma egli, nella sua nobile se pur 
breve esistenza, ha dato esempio di un amore agli studi storici e 
di una simpatia per l'Itaha, che il suo successore, in mancanza 
di altri meriti, possiede ugualmente. 

Io spero perciò di poter rendere ai lettori déiV Archìvio storico 
italiano servigi analoghi, se non pari, a quelli del compianto 
L.-G. Pélissier, indicando, particolarmente per la storia moderna e 
contemporanea dell'Italia, i lavori della produzione francese utili 
a conoscersi; e questo faro con assoluta e sincera imparzialità, solo 
dolendomi che la disciplina alla quale mi sono specialmente de- 
dicato non mi consenta di estendermi anche sulla letteratura arti- 
stica e archeologica. 

L'Italia vista dai Francesi di J. Bertaut (i) contiene una 
piacevole raccolta dei giudizi emessi sulla penisola da viaggiatori 
francesi, dal XVI secolo ai giorni nostri. Più di ogni altro paese, 
l'Italia ha suscitato entusiasmi, biasimi, passioni, che, se non hanno 
molto valore obiettivo, esprimono almeno le diverse impressioni di 



(i) L'Italie vue par les Franfais, Librairie des Annales politiques, 
191 3, 16". — Indico i nomi delle città ove i lavori sono pubblicati solo 
Del caso che non sia Parigi. 



316 



GEORGES BOURGIN 



quelli che l' hanno visitata : Rabelais, Montaigne, i conquistatori del 
XVI secolo, i dilettanti del XVIII, i romantici del XIX. A questa 
conoscenza, a dir cosi, sentimentale dell' Italia, ben poco hanno 
aggiunto le opere letterarie di Gabriel Faure e di A. Maurel : 
e, d'altra parte, le monografie eleganti della raccolta Vzlles celebres, 
catalogando le ricchezze artistiche dell'Italia, forniscono pochis- 
sime nozioni propriamente storiche (i). 

Ben diverso è il carattere del libro meditato e erudito di 
F. DE Na VENNE SU Roma, il palazzo Farnese e i Farnesi, di cui i 
lettori della Reime des Deux Mondes non hanno certamente dimenti- 
cato i saggi (2). Ai Farnesi si avvicinano gli Estensi, sui quali pub- 
blicò, com' è noto, un libro, poco originale, ma, a mio avviso, non 
assolutamente cattivo, la signora Julia Cartwright : il libro ha tro- 
vato ora una traduttrice elegante nella signora Schlumberger (3). 
Quanto alla storia delia cultura in Italia, troppo spesso trattata 
senza metodo scientifico, nell' impossibilità di citare tutti i lavori 
sull'argomento, accennerò soltanto al libro prettamente letterario 
di J. DuBRETON sul Machiavelli (4) e all' erudito e geniale studio 
di H. Hauvette sul Boccaccio (5). 

La storia regionale è naturalmente piuttosto affare degli stu- 
diosi italiani. Pure, alla storia di una provincia divenuta francese 
soltanto nel 1860, la Savoia, due libri sono stati consacrati, l'uno 
dopo l'altro : il primo di L. Dimier, attenentesi a un piano stret- 
tamente cronologico e dal quale è di conseguenza escluso ogni 
ravvicinamento sintetico (6) ; il secondo di C. Dufayard, animato 



(i) Laurens, 8° grande: Bologne, di Pierre de Bouchaud ; Florence. 
di E. Gebhart; Génes, di Jean DE Foville ; Mtìan, ài Pierre Gauthiez ; 
Naples, di E. LÉMONON ; Padoue et Verone, di R. Peyre ; Palerme et Syra- 
cuse, di C. DiEHL ; Ravenne, del medesimo ; Rome, di E. Bertaux ; Ve- 
nise, di P. GusMAN. — L' Histoire du travati à Florence di G. Renard, 
(Agence generale de librairie, 1913-14, 2 voi., 8°), poco originale, ma luci- 
dissima, è il solo lavoro di storia medievale, di cui possa parlare qui, nella 
mia prima corrispondenza, avendo utilizzato io stesso l'opera. 

'2) Rome, le Palais Farnese et les Farnese, Michel, 1914, 8°. 

(3) Isabelle d' Este, marquise de Mantoue, Hachette, 1912, 8°. 

{^à^ La disgr dee de Nicolas Machianjel, in Mercure de France, 1913, 12". 

(5) Boccace, Étude biogi'aphique et littcraire, Colin, 1914, 8 . 

(6) Histoire de Savoie, Nouvelle librairie nationale, 1913, 8°. 



CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 317 

da un vero senso storico, e degno dell'eccellente collezione di 
storia provinciale, di cui fa parte (i). Anche H. Chobaud, uti- 
lizzando le carte monegasche, ha scritto un lavoro esatto sulla 
storia religiosa del principato di Monaco nei due ultimi secoli : mo- 
stra dopo quante negoziazioni vi fu alfine creato un vescovado 
nel 1887 (2). Nella stessa collezione, A. Le Glay ha narrato la 
storia diplomatica della Corsica durante la guerra di successione 
d'Austria (3). 

Sulla storia delle relazioni tra la Francia e l' ItaUa prima 
della Rivoluzione, possiamo accennare parecchi studi. Queste re- 
lazioni furono multiformi : bellicose, durante le guerre così dette 
d' Italia, illuminate dai documenti messi in luce dal Pélissier sul 
regno di Luigi XIJ (4), durante le guerre di religione, delle quali 
L. KonuER studia, in un lavoro che farà epoca, le origini ita- 
liane {5), e al tempo degli intrighi complicati del XVIII secolo, di 
cui I. Lameire espone in un lavoro dotto, ma troppo giuridico, le 
conseguenze territoriali per la regione del Nord (6) ; artistiche, con 
tutte le forme dell'arte, .compresa l'opera musicale, che Enrico Pru- 
NiÈRES ha analizzato nelle sue prime origini, anteriori al Lulli (7); 
religiose, in virtù dei Concordati del 15 16 e del 1801, che L. Ma- 
DELiN, riprendendo studi anteriori, brillantemente rievoca, con 



(i; Histoire de Savoie, Boivin, 1914, 8°. 

[2} Essai sur l'mitonomie religieuse de la principauté de Monaco (Mé- 
moires et documents historiques publiés par ordre de S. A. S. le prince 
Albert I de Monaco), Monaco-Paris, Picard, 19 13, 8°. 

(3 ! Histoire de la conquéte de la Corse par les Frangais. La Corse pen- 
dant la guerre de la succession d' Aiitriche, Monaco-Paris, 191 2, 8°. 

(4) Doctiments relatifs au règne de Louis XII et à sa politique en Italie, 
Montpellier, 19 12, 8°. 

(5) Les origines politiques des guerres de religion, tomo I : Henri II et 
V Italie {i54']-i555), Perrin, 1913, 8". Il tomo II è uscito ora. Di questo 
fecondo autore meritano di essere citate anche le interessantissime pagine su 
La Saint- Barthiilem-y , les éve'nements de Rome et la préméditation du mas- 
sacre, nella Reviie du XVP siede, 1913, fase. I, pp. 529 e segg. 

(6) Les déplacements de sotiverainete' en Italie pendant les guerres du 
XVIII^ siede, Rousseau, 1911, 8°. 

(7) L'opera italien en France avant Lulli, tomo III de la « Biblio- 
thèque de l'Institut fran9ais de Florence », Champion, 19x4, 8°. 



318 



GEORGES BOURGIN 



tendenza favorevole a tal genere di convenzioni, in un volume di 
saggi intitolato Francia e Roma (i). Alla storia dei rapporti diplo- 
matici tra i due paesi, il Ministero degli affari esteri ha, recen- 
temente, consacrato due nuovi volumi: quello di Jean Hanoteau 
per le relazioni franco romane, dal 1783 al 1791 (2), e quello di 
E. Driault per le relazioni della Francia con Firenze, Modena 
e Genova (3). Il Driault, in una poderosa introduzione, ha posto 
in chiaro come il Sacro Impero romano-germanico sia stato l'osta- 
colo irriducibile all'indipendenza e all'unità d'Italia. Lo stesso 
Ministero degli affari esteri ha intrapreso altresì alcune nuove 
pubblicazioni intorno al secolo XIX, e so da buona fonte che fra 
coteste pubblicazioni, concepite su un tipo diverso dalle Istruzioni 
agli ambasciatori, l'Italia sarà largamente rappresentata; si annunzia 
già un lavoro dell' Hanoteau su Roma e la Costituetite, ed io sto 
preparando un volume sulle Repubbliche italiane dell'età moderna. 
Il sorgere delle Repubbliche italiane è determinato dalle con- 
dizioni dell'Italia nel XVIII secolo. Alcune di queste condizioni 
sono state messe in luce da L. Hautecoeur nel suo libro su 
Roma e il Rinascimento dell'antichità alla fine del XVIII secolo (4); 
da E. Defrance, a proposito di Bologna (5) ; da H. Poulet a pro- 
posito del regno di Francesco di Lorena a Firenze (6) ; da C. Sa- 
maran, che studia, dopo tanti storici, ma con un vero lusso di 



(l) France et Ro7ne, Plon, 1913, 12°. 

I 2) In Recueil des tnstructzons données aux ambassadeurs et ministres de 
France, tomo III delle Instructions de Rome, Plon, 1913, 8°. (Il tomo I è di 
Hanotaux, il tomo II di Hanotaux e di Hanoteau). In realtà, il vo- 
lume abbraccia un periodo maggiore, 1' ultimo documento essendo le istru- 
zioni di Cacault del 6 febbraio anno II. 

(3) Florence, Modène et Génes, Plon, T913, 8*^. 

(4) Rome et la Renaissance de i' a?itiquìté à la fin du XVJIF- siede, 
Bibliothèque des Écoles fran9aises d'Athène et de Rome, Paris, 19 12, 8°. 
Cfr. A. COCHIN, La dernière renaissafice de V antiquite à Rofne, nella Revue 
hebdomadaire, 29 marzo 1913, pp. 615-638. 

(5) La coftverston d'un sans-ctdotte [le peintre Bouquier], in Mercure de 
France, 19 13, iS''. 

(6) Les Lorrains à Florence. Franfois de Lorraine grand-due de To- 
scane et le mimstère lorrain IJSJ iJSj), Nancy, edizione della Revue lor- 
raine illustrée, 19 IO, 4°. 



CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 319 

nuovi documenti e d' analisi delicatissime, la straordinaria vita 
dell'avventuriere Casanova (i). Io stesso, in collaborazione con 
Buriot-Darsiles, ho tradotto in francese il G. B. Vico del Croce (2), 
che porta un si importante contributo alla storia del pensiero ita- 
liano del XVIII secolo. Ma le condizioni intellettuali e morali non 
spiegano tutto; sicché, per parte mia, raccomanderei vivamente lo 
studio delle condizioni economiche, per le quali gli archivi francesi 
racchiudono tanti documenti essenziali. 

Con la Rivoluzione comincia il Risorgimento. In questa rivista 
fu segnalato, tempo fa, il mio lavoro bibliografico uscito nella Revue 
de synthèse historique (3), che io vado regolarmente rivedendo e 
ampliando per mezzo dei miei Bulletins italiens, col sussidio della 
Revue historique (4) e della Revue des e'iudes napoléoniennes (5). Questa 
storia del Risorgimento è ancora mal conosciuta e poco studiata 
in Francia, tant'è vero che, in fatto di lavori d' insieme, io i)osso 
citare soltanto il minuscolo libro, di carattere elementare, di P. Hen- 
NEGUY (6) e la traduzione di H. Bergmann del classico ma- 
nuale di P. Orsi (7). Posso nondimeno menzionare alcune notevoli 
monografie che illustrano l'uno o l'altro argomento speciale. Tale, 
ad esempio, quella già classica, di P. Hazard su La Rivoluzione 
francese e le lettere italiane, che sarà, non ne dubito, il punto di 
partenza di nuovi lavori (8). 



(1) Jacqties Casanova, vénitieii, Calmann-Lévy, I9f4, 18°. 

(2) Giard et Brière, 19^3, i" . Cfr. il resoconto dell'opera scritto da Jan- 
KÉLÉVITCH, nella Revue de synthèse historique, dicembre 1911, pp. .^12-318. 

(3) Les e'ttcdes relatives à la pe'riode du Risorgimento en Italie, Cerf, 

191 1, 8". Cfr. E. Michel, in Arch. star, ital., disp. 1* del 1912. 
(4^ Nel 1911 e 1913. 

(5) Nel 1914. 

(6) Htstoire de l'Italie (1S1S-1911), Bibliothèque utile, 4* ed., Alcan, 

1912, 16". 

(7) Histoire de l'Italie moderne (i 'j8g-igi6), ^oWn, 1911, 8°. Aggiungo 
che questo studioso ha lavorato nell'archivio nazionale sull'attentato d' Or- 
sini ; ma il suo studio, per quanto consta a me, non è ancora venuto in luce. 

(8, La Revolution fr un fai se et les lettres italiennes, Hachette, 1910,8°. 
Cfr. H. COCHIN, La Revolution fran^aise et l' Italie, in Le Correspondant, 
25 ottobre 191 1, pp. 239-261. Aggiungi : G. Ferrerò, ZVtótó f/ la Revo- 
lution franfaise , in France- Italie, ottobre 1913, pp. 3- 12. 



320 GEORGES BOURGIN 



Le conquiste della Francia in Italia continuano ad attirare sem- 
pre l'attenzione degli specialisti di storia militare : della campagna 
del 1792 nel Nizzardo, si è occupato il fecondissimo A. Chuquet, 
scrivendo la biografia del generale Dagobert (i); della spedizione di 
Sardegna e della campagna della Corsica, il comandante Espéran- 
DIEU (2) e il tenente colonnello Peyron (3), fornendo non pochi 
nuovi e precisi particolari. Il capitano Reboulet, a proposito del 
generale d'Anselme, ha raccontato la conquista del Nizzardo (4); 
CoMBET, in numerosi libretti, di cui citiamo soltanto gli ultimi, ha 
studiato la storia amministrativa di questo stesso paese, divenuto il 
dipartimento delle Alpi Marittime (5); mentre Fr. Vermale, spe- 
cialista di storia economica savoiarda (6), tratteggiava le vicende 
della vendita dei beni nazionali nel paese di Chambéry (7). Dalle 
ricerche di questi valenti studiosi resulta che la legislazione fran- 
cese fu applicata a Nizza e alla Savoia, in condizioni in gran parte 
analoghe. Gli effetti della perdita di queste provincie sulla mo- 
narchia piemontese non sono ancora bene determinati; ma, grazie 
al Visconte de Reiset, che ha utilizzato il diario di Carlo Felice, 
duca del Genevese, siamo in grado di conoscere i sentimenti e la 
vita della famiglia reale del Piemonte ai tempi della Rivoluzione (8). 



(1) Le general Dagobert, Fontemoing, 1913, S''. 

(2) Expédition de Sardaigne et Campagne de Corse {i']g2-i']g4), Lavau- 
zelle, 19 13, 8°. 

(^3) Expédition de Sardaigne. Le lieutenant-colonel Bonaparte à la Mad- 
dalena {ijg2-iyg3), Lavauzelle, 1912, 8°. 

(4) Le general d'Anselme {1^40-1814). Sa vie, ses maximes militaires, 
Aix, Mistral, 191 2, 18°. 

(5) Les districts des Alpes-Maritimes, A.\Ti,lraT^nvaQr'\G ouYTÌhre, 19 io, 8°; 
La Revolution à Nice, Leroux, 19 12, 8" ; La direction departemetttale et l'admi- 
nistration centrale des Alpes-Marititnes, i'jg2-i'jgg. Estratto dai volume cin- 
quantenario della « Société des lettres, sciences et arts des Alpes-Mari- 
times », [1913 , 4°. 

16) Les classes rurales en Savoie au XVIII' siede. l<i eWa, Biòliothèque 
d'histoire révolutionnaire, I, Leroux, 191 1, 8**. 

(7) La vente des biens nationaux dans le districi de Chambéry, Paris, 

1913. 8°. 

(8) Nella Revue des Deux Mondes, l novembre 191 1, pp. 143-174. Cfr. 
Idem, J'osèphine de Savoie, comtesse de Provence, 1^53-1800, E. Paul, 19 13, 4°. 



CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 321 

Per ciò che riguarda Roma a quell'epoca, io stesso ho procu- 
rato di offrire un elemento di conoscenza per mezzo dei sonetti 
popolari scritti in occasione della morte di Ugo Bassville il 13 gen- 
naio 1793, e che pubblico traendoli da un manoscritto della Bib- 
lioteca Vittorio Emanuele di Roma (i) ; F. Rousseau, dal canto suo, 
ha tratto da un manoscritto spagnolo alcune lettere del diplomatico 
d'Azzara, che interessano l'azione diplomatica della Santa Sede negli 
anni critici 1796-1797(2). La prima campagna d' Italia, che segna 
particolarmente l'umiliazione della Santa Sede, è stata meglio 
chiarita e precisata in parecchi punti da pubblicazioni recenti, 
che ci fanno conoscere particolari nuovi: il primo volume della 
Corrispondenza di Joachim Murai, ad esempio, contiene non pochi 
testi ; tuttavia, il contributo più importante e interessante della corri- 
spondenza concerne la storia dell'esercito d'osservazione del Mez- 
zogiorno e delle truppe francesi stazionate nella Cisalpina dal 1800 
al 1802(3). La magnifica opera di R. Guyot (4), cosi ricca di 
documenti e di riflessioni, getta una gran luce sulla politica del 
Direttorio in Italia, politica interessante, ma falsata dal sistema e 
dall'ambizione del Bonaparte : il Guyot ha perfettamente dimostrato, 
mi sembra, che la fondazione della Cisalpina fu come la prima 
esperienza costituzionale tentata dal fondatore dell'impero. L'idea 
direttiva del Guyot si oppone così, in una certa misura, a quella 
del Driault, esposta fin dal 190Ò nel suo libro su Napoleone in 
Italia (5) e da lui ripresa anche recentemente (ò). Con i documenti 

(i) La mori d'Ugo Bassville et l'opinion roniaine en l^QS, nei Me- 
langes d'archeologie et d'histoire de V École fraufaise de Rome, 19 14. 

(2) De Bàie à Tolentino, nella Revue des questions historiques, i" gen- 
naio 1913, pp. 96-104; i** aprile 1913, pp. 500-520. 

(3) Correspondance de Joachim Murai, Plon, tomo I, 1908, tomo II, 1909. 

(4) Le Directoire et la paix de V Europe, in Bibliothèque d'histoire con- 
temporaine, 1913, 8". Cfr. Idem, Le Directoire et Bonaparte, nella Revue 
des études napoléoniennes, maggio 1912. 

(5) Napolcon en Italie, Bibliothèque d'histoire contemporaine , Alcan, 
1906, 8°. 

(6) Particolarmente in La politique extérieure du premier Consul, in 
Bibl. d'hist. contemp., Alcan, 1910, 8°. Cfr. la critica della tesi del Driault 
pubblicata da R. Guyot, nel Bulletin de la socie'té d'histoire moderne, gen- 
naio 1911, la risposta del Driault, nelle Annales rivolutionnaires , settem- 

21 



322 GEORGES BOURGIN 



pubblicati dalMANGEREL, alcuni dei quali riguardano l'occupazione 
di Roma nel 1797, (i) e dal compianto L.-G. Pélissier sulla po- 
litica veneziana av:inti la caduta della Serenissima (2) ; col libric- 
cino del Boderfau sulla conquista di Ancona per opera del Bo- 
naparte (3) ; con le pagine consacrate dal Hautecoeur, nel suo 
libro già citato, al trasporto delle antichità e delle opere d'arte 
a Parigi (4), noi torniamo al particolare minuto; tuttavia il libro 
del Bodereau, coi testi annessi, descrive esattamente la campagna 
delle Marche nel piano generale del Bonaparte. 

Lo scacco della politica del Direttorio in Italia non ha trovato 
ancora lo storico ; ma E. Daudet, utilizzando fonti diverse, e soprat- 
tutto la corrispondenza di Maria Carolina, tia dato utili indica- 
zioni sulla missione del duca di Gallo in Russia nel maggio-giugno 
del 1799 per formare la seconda coalizione (5). 

Coiranno i8oo si trova restaurata la dominazione francese in 
Italia. L'assedio di Genova è uno degli episodi più curiosi di quel- 
l'anno: A. BiovÈs ha pubblicato su cotesto episodio relazioni 
interessanti (6) ; e il colonnello Labulin, d'altra parte, ha esposto 
alcune Considerazioni strategiche sulla campagna del 1800 in Italia (7) ; 
ma, come abbiamo già accennato, le più recenti informazioni a 
questo riguardo si trovano nella Corrispondenza di Gioacchino 
Murat (8). Gli storici italiani non sembrano aver rivolta ancora 



bre 191 1, e lo studio di P. Muret, Une conception ìwievelle de la politique 
étrangère de NapoL'on f, nella Revue d'hùtozre moderne et contemporame, 19 13. 

(1) Le capitain Gerbaud, l'JJS-i'JQg. Plon, 19IO, 8°. 

(2) A la velile des Pdques véronaises, nella Revue historique de la Re- 
volution et de l'Empire^ gennaio-marzo 1914. 

(3) Bonaparte à Ancóne, in Biblìothèque d'histoire contemporaine, Al- 
cali, 1914, 18°. 

(4) Op. cit., pp. 259 e seg, 

(5) Autour d'une mission diplontattque, nella Revue des Deux Mondes, 
15 marzo 1912, pp. 352-387. 

(6) In Feuilles d'histoire, I luglio 1912 (relazione svedese del 1801, ristam- 
pata nel 1828); I giugno-i settembre 1913 (relazione ligure, edita nel 1891). 

(7) Conside'rations strate'giques sur la Campagne de 1800 en Italie, La- 
vauzelle, 19 io, 8". 

(8) Tomo II, Ne sono usciti già sette volumi, l'ultimo nel 1913 (15 lu- 
glio 1808-1 febbraio 1809), ma credo che presto sarà pubblicato l'ottavo. 



CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 323 

tutta la dovuta attenzione a questa opera del Lebrethon, già 
al suo settimo volume; essi hanno invece consacrato già parecchi 
studi all'edizione, curata dal comandante Weil e dal marchese 
di Somma Circello, della Corrispoiidetiza inedita di Maria Carolina 
col marchese di Gallo (i), fonte veramente essenziale per la storia 
del regno di Napoli al principio del XTX secolo. Del resto, l'Italia 
meridionale sembra attirare maggiormente l'attenzione degli storici 
francesi ; sia che si tratti di raccontare la carriera d'Alquier, am- 
basciatore a Napoli (2), o quella di Lady Hamilton, l'amica fu- 
nesta del Nelson (3), o di render noto l' ambiente familiare, per 
così dire, di Maria Carolina (4), o di esporre la campagna del 1806, 
che insediò Giuseppe a Napoli, ben conosciuta per merito delGACHOX 
e del Rambaud (5). Quest'ultimo, editore accurato delle Memorie 
di Roger de Damas, che servì così onorevolmente i Borboni di 
Napoli (6), e della corrispondenza del re Giuseppe (7), ha presen- 
tato la storia del regno di Giuseppe in una monografia notevolis- 



(l Correspondance inèdite de Marie-Caroline avec le marqnis de Gallo, 
É. Paul, iqii, 2 voli., 8°. Cfr. la Prefazione del Wet.schinger, apparsa nella 
Revne des Deux Mondes, 15 maggio Ì91 1, e lo studio di F. LorJÉE, La corre- 
sp07idaJtce d'iene reine, in Revue hebdomad arie, 18 novembre 191 1, pp. 319-343. 

(2j A. DUBOlS-DlLANGE, La carrière d'Alquier, in Feuilles d'histoire, 
I settembre 191 3. 

(3) J. TURQUAN et J. d'Auriac, Lady Hamilton, a??tbassadrice d'An- 
gleterre et la. Re'i'olution de Naples, É. Paul, 1913, 8°. 

(4) Consulta le lettere di Maria Antonietta Teresa, maritata al principe 
delle Asturie, pubblicate da Delavaud, nella Revue des e'tudes napolco- 
niennes, luglio e ottobre 19 13. 

(5) E. Gachot, La troisihne campagne d'Ltalie (i Ho 5- 1806), Plon, 191 1, 
8*^. Cfr. M.'s DE BouilXÉ, Sottvenirs et fragmefits patir servir aux me'moires 
de ma vie et de man temps, tomo III (1806-1812J, Société d'histoire con- 
temporaine, 191 1, cap. XLVII, dove si trovano parecchi interessanti parti- 
colari sulla campagna del 1806, 

ó'i Roger de Damas, Mémoires, tomo I (i 787-1806), Plon, 191 2, 8". Il 
tomo II (1801-1814] fu pubblicato recentemente: non interessa la storia ita- 
liana, ma comprende qualche appendice con circa cento lettere della regina delle 
Due Sicilie, piene di cenni sui personaggi politici e sull'ambiente del tempo. 
(7) Lettres inedites oii éparses de Joseph Bonapa.rte à Naples {i8o6-lSo8), 
Plon, 191 1, 8°. 



324 GEORGES BOURGIN 



sima(i), alla quale gli storici dotti ben poco hanno avuto da rim- 
proverare. Lo stesso Rambaud ha scritto di recente un articolo 
curiosissimo sulla vita di Fra Diavolo (2). All'Italia meridionale si 
collegano pure gli scritti del capitano dk Tarlè (3) e del capi- 
tano Reboul(4); il libro, in parte discutibile, di A. Espitalier (5) ; 
l'enorme compilazione del comandante Weil, il cui ultimo volume 
è uscito nel 19 io (ò), e il lavoro, che vi si riconnette, di E. De- 
PEYRE su La diserzione di Gioacchino Murat (7). 

Suir Italia centrale e settentrionale c'è poco da riferire : 
quando avrò citato il lavoro di B. Sancholle-Henraux su // Ca- 
valiere Luigi Angiolini {di), la traduzione fatta da H. Welschinger 
del Giornale del Canova (9), e avrò annunziato il rifacimento di 
un libro su Tournon, prefetto di Roma (io), dovuto all'abate Mou- 
LARD, qualche pagina del comandante Sautai sulla leva del 18 13 
in Italia (11), e la missione affidata dal Ministero dell'Istruzione 
Pubblica all'autore di queste righe per riordinare i documenti che si 
riferiscono al dominio della Francia in Liguria, avrò detto tutto. 



(i) Naples sous Joseph Bonaparte, Plon, 1911, 8°. 

(2) Fra Diavolo et le commandant Hugo, nella Revue de Paris, 15 ago- 
sto 1913. Si trovano alcune notizie sull'Italia meridionale anche nel libro 
del Gaschet su P.-L. Courier {La jeunesse de Paul- Louis Courier, i"]"] 2-18 12), 
Hachette, 191 1, 8"^. 

(3) Napolitains et Fra7i(ais il y a cent ans, nel Correspondant, 25 ago- 
sto 191 1. È annunziato un libro del capitano DE Tarlé sullo stesso argomento. 

(4) Catnpagne de 1813. Les préliminaires, tomo I : Le commandement 
de Murat, Pubblications de la Section historique de l'état major, Chape- 
lot, 1910, 8°. 

(5) Napoléon et le roi Marat {1808-18 15). Perrin, 19 io, 8°. 

(6) Joachim Murat, roi de Naples. La dernière annee du régne, tomo V, 
Fontemoing, 1910, S''. 

(7) La défection de Murat, La mission de Fouché, Cahors, Rougier, 1911,8". 

(8) Le Chevalier Luigi Angiolini, Puteaux, Prieur, 1913, 8". 

(9) Canova, Journal, È. Paul, 19 13. 8". 

(io) è uscita da poco. Ne parleremo un'altra volta. Vi sono alcune 
indicazioni su Roma nel 1803 anche nel tomo I della Correspondance de 
Chateaubriand, edita da L. Thomas, Champion, 19 12, 8°. 

(11) L'organisation de la grande armée de 1813^ nella Revue d'histoire 
rédigée à l'état major de l'arnte'e, février 191 2. 



CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 325 

Con mio gran rammarico, non vi è altro, bisogna confes- 
sarlo, sulla storia d'Italia dal 1815 in poi. I rapporti di polizia del 
Beugnot, concernenti l'isola d'Elba, soggiorno di Napoleone I, 
interessano più la storia napoleonica che non la storia italiana 
propriamente detta (i). Sull' opinione italiana riguardo allo Cha- 
teaubriand, ho recentemente pubblicato alcuni documenti (2). 

Il Leopardi ha avuto la buona fortuna di attirare l'attenzione di 
parecchi studiosi, fra i quali in prima linea Paul Hazard, che 
ha dettato una deliziosa biografìa intellettuale del gran poeta pessi- 
mista (3) ; poi N. Serban, dotto rumeno^ che ne ha fatto l'oggetto 
di tre pubblicazioni assai notevoli (4). 

La storia politica dell'Italia occupa un posto importante nel 
libro di E. Dejean, La duchessa di fìerry e le monarchie europee (5) : 
Carlo Alberto infatti sostenne, a un dato momento, l'avventurosa 
principessa, le cui iniziative per poco non turbarono la pace del- 
l' Europa. 

Al grande avversario del re di Sardegna, a Giuseppe Mazzini, ho 
consacrato alcune pagine in Fraiice- Italie (6) : la polizia francese ebbe, 
nel 1833, l'occasione di temere le conseguenze della propaganda 
mazziniana, e ho dimostrato quali furono per il Maz/-ini i risultati 
dell'azione della polizia. L'ultimo periodo della vita del 1^.' azzini è 
tratteggiato nel volume VI delle Opere complete del Bakunin, edite 
mirabilmente da J. Guillaume (7) : vi si trovano infatti i documenti, 
di cui si valse il Bakunin per arrivare a distruggere l' influenza del 
Mazzini sulla gioventù rivoluzionaria e sul proletariato italiano. 

P. Matter s'è proposto di darci una biografia di Cavour sul 
modello dell'altra sua biografia, sì ricca di fatti e di idee, di Bis- 



(1) E. Welvert, Napoléon et la police sous la première Restauratìon. 
Roger e Chernoviz, s. d., 8*. 

(2) Chateaubriand et l'opinion italienne, nel Bulletin italien de V Uni- 
versité de Bordeaux, janvier-mars, 19 14. 

(3) Leopardi: Collection des grands écrivains e'trangers, Bloud, 19 13, 8**. 

(4) Leopardi et la France : Essai de littérature campar ée ; — Lettres iné- 
dites relatives à Giacomo Leopardi; — Leopardi sentìmental ; Essai de psy- 
chologìe léopardienite, suivi du Journal d'amour, Q\^z.xa^\ou, 1913, 3 voi., 8°. 

(5) La duchesse de Berry et le monarchies européennes, Plon, 1913, 8''. 

(6) Mazzini en France en 1833, in France- Italie, 1914. 

(7) Oeicvres complètes, in Bibliothèque sociologique, n*'47, Stock, 191 3, 8°. 



326 GEORGES BOURGIN 



marck ; i suoi articoli comparsi uella Revue Historique provano ch'egli 
vi profonderà la sua vasta erudizione (i) ; speriamo che la pubbli- 
cazione di questa 'biografia non sia troppo lontana ! La Revue des 
cours et conférences ha pubblicato una lezione del prof. Debidour 
su Napoleone III, la chiesa e l'alleanza piemontese (2). Nel libro diti- 
rambico di V. Carlier, // generale Trochu, alcune pagine sono 
consacrate alla guerra d'Italia (3). Si trovano parecchie pagine 
non prive d' interesse sulla guerra del '59 nelle memorie, recen- 
temente pubblicate, del conte De Maugny (4) ; questo gentil- 
uomo sabaudo prese parte alla campagna nelle file italiane ; 
nel 1860 passò al servizio della Francia. Il memoriale redatto per 
Napoleone III dal marchese Pepoli è stato pubblicato dal coman- 
dante Weil (5), nel momento stesso in cui quel memoriale com- 
pariva nella rivista // Risorgimento italiano (6). Da fonti del tutto 
inedite spero di poter, fra qualche tempo, trarre uno scritto sulla 
« questione romana » in Fra7icia nel 1860-Ó1. Parecchi lavori sono 
stati consacrati alla caduta del regno delle Due Sicilie ; H. Whi- 
TEHOUSE ha raccontato // crollo del regno di Napoli in un libro 
assai buono, ma che bisognerebbe tuttavia render più compiuto 
in vari punti (7) ; io stesso me ne sono servito per scrivere un 
articolo su La fine del regno di Napoli e l'unità italiana (8). 

Altri documenti interessanti sono stati messi in luce da Fr. 
Charles Roux, donde resulta l'interesse preso dallo Czar agli 
avvenimenti napoletani (9). La spedizione dei Mille ha trovato in 



[i) Re-mie historique, settembre-ottobre, novembre-dicembre, 191 2, pp. 32- 
47, 263-288. 

(2) Napoléon IH, V Eglise et l' alliance piémontaise , 20 gennaio 19 13. 

(3) Le General Trochu, Perrin, 1914, 8.°, pp. 243 e segg. 

(4) Cinquante ans de souvenir s iiSsg-igog), con prefazione del DOUMIC, 
Pion, 1914, 18°. 

(5) Nella Revue d'histoire diplomatique, ottobre 19 13 (Continua), 

(6) Settembre-ottobre 1913, pp. 906 e segg. 

(7) L' effondrement du royaume de Naples, Lausanne, Payot, 191 3, 8". 

(8) La fin du royaume de Naples et l'unite italienne, nella Revue poli- 
tique et parlementaire, 1° agosto 19II, pp. 313-333. 

(9) Alexandre II, Gortschakoff et Napoléon IH, Pion, 19 13. 8". Cfr. 
O. Rain, Les relations franco-russes et le Second Empire, nella Remie des 
études historiques, novembre-dicembre 19 13. 



CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 327 

E. LocKROY, recentemente scomparso, un pittore vivace e fedele (i), 
e io mi compiacqui di ravvicinare i suoi ricordi alle pagine dedi- 
cate dal CoLOCCi a un altro francese che pur fece parte della 
spedizione, Paul de Flotte (2). Infine, per chiudere il ciclo dell'unità 
italiana, devo segnalare il libro dell'abate J. Trésal, L'annessione 
della Savoia alla Francia i^}), che, risalendo all'anno 1848, espone 
quanto più chiaramente è possibile oggi, in mancanza di nuove 
fonti diplomatiche, le condizioni con cui si compì quell'avveni- 
mento storico (le opinioni confessionali dell'Autore trapelano solo 
quando egli parla della politica religiosa dei gabinetti piemontesi), 
e la grande collezione iniziata dal Ministero degli affari esteri su 
Le origini diplomatiche della guerra del i8yo, dove sono tante no- 
tizie sulle cose d' Italia, principalmente sulla Convenzione di set- 
tembre e le sue conseguenze (4). 

Con l'anno 1870 s'inizia l'ultimo periodo della storia d' Italia 
e su di esso ho ancor meno da notare : accenno di nuovo alle 
Opere del Bakunin, che ci danno informazioni sul socialismo in 
Italia nel 1871 (5). 

Ad avvenimenti contemporanei si riferiscono alcuni lavori, che 
voglio qui menzionare più che altro per l'evidente sforzo dei loro 
autori di raggiungere l'obiettività: dal punto di vista militare, l'ano- 
nima Storia della guerra italo-turca (6) ; poi, dal punto di vista so- 
ciale, i lavori particolari o generali del Roux(7), di E. Lémonon (8) 
e di H. JoLY (9). 



(i) Au hasard de la vie. Notes et souvenir s, Grasset, 1913, l8°. 

(2) Deux Garibaldiens frangais : Paul de Flotte, Édouard Lockroy, in 
Fr ance- Italie, l" giugno 1913, pp. 53-66. 

(3) L'annexion de la Savoie à la Francey Plon, 1913, 8°. 

4) Les origines diplomatiques de la guerre de iSjo. Sono già usciti otto 
volumi, di cui l'ultimo (Ficker, 1914, 8°) concerne il periodo 16 marzo- 
3 "Tiiiggio 1866. 

(5) Op. cit., pp. 305 e segg. 

(6) Histoire de la guerre italo-turque, Berger-Levrault, 191 2, 16". 

(7) Les banques d' étnission en Italie, Larose, 1913, 8°. 

(8) L' Italie économique et sociale {^i86i-igi2), in Bibliothèque d^histoire 
contemporaine , Alcan, 191 3, 8°. 

(9) Études sociales sur l'Italie, nel Correspondant, 25 genn. e io febbr. , 
e Comptes rendus de V Académie des Sciences tnorales et politiques , giugno 19 13. 



328 GEORGES BOURGIN, CORRISPONDENZA DALLA FRANCIA 

Più recenti ancora sono due lavori sui quali devo richiamare 
l'attenzione del lettore: /' I/ah'a moderna del principe Borghese (i), 
libro debolissimo che stupisce veder firmato da un nome italiano; 
r Espansione italiana di A. Dauzat (2), ove l'autore simpatico e 
chiaroveggente ha raggruppato una serie di articoli di attualità, 
vivi e pieni di informazioni sicure (3). 

Speriamo che altrettanto vorrà fare un altro amico dell'Italia, 
J. NouAiLLAC, per le pagine che ha pubblicato, a varie riprese, 
nella Revue bleue, sulla Roma d'oggigiorno (4). 

Gli scrittori francesi che si consacrano alla storia d' Italia, sia 
che appartengano alla Scuola francese di Roma (5) o all' Istituto 
francese di Firenze (6), sia che partecipino ai lavori del Comitato 
Franca- Italie (7), sia che studino individualmente soggetti di loro 
scelta, lavorano con spirito di alta imparzialità e con critica serena; 
il che non esclude, anzi implica di solito, la simpatia. E proprio 
in virtù di questa simpatia noi possiamo non solo comprendere 
il pieno svolgimento dell'Italia, con la sua base romana, con la sua 
azione religiosa e artistica, ma anche la sua unità nazionale, dovuta 
così all'aiuto degli amici esterni come alle proprie sue forze. 

Parigi. Georges Bourgin. 



(i) L' Italie moderne, in Bibliothèqtie de philosophie scientifique, Flam- 
marion, 1914, 18°. 

(2) L'expanstonitah'enfte,\n BiòliothèqueCharpentier,Va.5(\xìe\\e, 1914, 18°. 

(3) Alcuni sono usciti in La Grande Revue. 

(4j La Rome d'aujourd'hui, in Revue òleiie, 19 13. 

(5) Vedi i Me'laftges d' archt'ologie et d'histoire che traggono dall'Italia 
quasi tutta la loro materia. 

(6) Diretto da J. Luchaire. Si è occupato fin ora soprattutto di 
storia letteraria con i lavori del Maugain. Ma io so che uno dei membri 
dell' Istituto, il Renaudet, prepara per la Società di storia moderna un 
elenco dei documenti conservati a Firenze che concernono la storia di 
Francia. Alla fine del 19 13 è stata fondata a Parigi una « Société des Amis 
de l'Insti tut fran^ais de Florence ». 

(7) Fondato alla fine di dicembre del 19 13 ; pubblica la rivista France- 
Italie, che costituisce un eccellente repertorio di fatti. 



RECENSIONI 



Louis Reynaud, Les origines de l'infitience fran^aise en Allema- 
gne. Étude sur l'histoire comparée de la civilisation en, France 
et en Allemagne pendant la période précourtoise (950'1150). 
Tome I : L'offensive poUtique et sociale de la France. — Paris, 
H. Champion, 1913; pp. xl-548. 

L'influenza francese sulla civilizzazione della Germania fu par- 
ticolarmente viva in quattro momenti; e cioè, procedendo a ri- 
troso nel corso della storia, negli anni compresi fra il trattato di 
Vestfalia e la guerra dei Sette Anni — brillanti e fecondi quan- 
t' altri mai nella storia della civiltà francese; — nella secónda metà 
del XII secolo e nella prima del XIII, a' tempi cioè di Filippo 
Augusto e di San Luigi, della « courtoisie », della poesia cavalle- 
resca, del gotico e della scolastica ; nel primo Medio Evo, all'età 
dei Gallo-Franchi, quando la nazione francese non era peranco 
formata; e finalmente nell'epoca, in cui non esistevano ancora né 
una Francia né una Germania nel senso che ad esse diamo oggi, 
ma in cui i Celti e i Germani si dividevano l'Europa centrale. 

In questo lavoro il R. rivolge la sua attenzione al secondo 
dei periodi ricordati, e ne investiga le origini con uno studio 
comparativo delle due civiltà durante il secolo immediatamente 
precedente. Ma, prima di entrare in argomento, l'A. tratta in 
un'ampia Introduzione dell'influenza esercitata dai Celti sugli 
antichi Germani: influenza «educatrice» nel campo politico, so- 
ciale, letterario ed artistico. L'esame dell'influsso religioso dei 
Celti sui Germani lo conduce a spezzare una lancia a favore del- 
l'origine celtica della mitologia germanica contro la nota opinione 
dei fratelli Grimm e della loro scuola. Un'altra parte dell'In- 
troduzione è dedicata ai Gallo- Franchi, e in essa si cerca spe- 



330 RECENSIONI 

cialmente di mettere in rilievo la loro azione sulla cristianizzazione 
e sull'organizzazione amministrativa, sociale ed economica della 
Germania, nonché sull'origine della letteratura nazionale tedesca. 

Così si chiude l'Introduzione, che è in generale persuasiva, 
tranne dove si cerca di attenuare l'influsso della civiltà romana 
sulle popolazioni della Gallia. Anzi v'è un'affermazione ( p. xxx), 
che non posso lasciar passare sotto silenzio, quella cioè che la 
poesia latina classica sia, ad eccezione di qualche verso di Ver- 
gilio, nuli' altro che una mediocre esercitazione stilistica! Inoltre 
ridurre la romanizzazione della Gallia ad una « vernice » (p. xxxii), 
facile a saltar via, mi par troppo. Come negare l' influenza della 
tradizione classica sulla concezione politica di Carlo Magno? e 
quella del pensiero latino sul rinascimento della cultura? Mi pare 
anche che, nell' istituire il confronto tra i Celti e i Germani, l'A. 
non abbia tenuto conto sufficientemente del fatto che entrambi 
quei popoli discendevano dallo stesso ceppo. L'aggruppamento 
delle principali divinità in triadi non fu una prerogativa dei Celti 
o dei Germani, ma si riscontra presso molti popoli indo-europei. 

Nello studio dell'influenza francese sulla civiltà germanica 
durante il periodo « précourtoise » l'A. prende le mosse dagli ul- 
timi anni dell' impero di Carlo Magno. Contese civili e dinastiche, 
scorrerie di Normanni, di Arabi e di Ungheri, miseria morale e 
materiale di popolazioni caratterizzano la storia della Francia nel 
corso del IX e del X secolo, che l'A. definisce felicemente del- 
r« anarchia ». Ma da quell'anarchia scaturirono due elementi, per 
opera de' quali la nazione potè uscire dallo spaventoso stato di 
disordine in cui giaceva. Di essi uno. essenzialmente politico, fu 
la feudalità; l'altro esercitò un'azione prevalentemente morale, e 
fu la riforma monastico-religiosa impersonata in Cluny. 

Della feudalità il R. indaga le origini e studia il massimo 
sviluppo determinato dal conseguimento dei diritti sovrani da 
parte dei vassalli. Rivendica il carattere bellicoso e nobile della 
feudalità francese, che, nell' abbassamento dell' autorità regia, in- 
carnò tutta la vita della nazione durante una parte del Medio Evo. 
Un altro lungo capitolo è dedicato allo studio della riforma re- 
ligiosa, di cui si fece iniziatore il convento di Cluny, e di essa si 
ricercano minutamente le origini, il carattere e le conseguenze. 
Fra queste fu la cristianizzazione dell' elemento feudale, che de- 
terminò la nuova fase della cavalleria. Lo spirito cavalleresco, 
associato allo spirito religioso, diede origine alle Crociate. Qui si 
può osservare che la concezione del R. è alquanto unilaterale. 



REYNAUD, LE ORIGINI DELL'INFLUENZA FRANCESE IN GERMANIA 331 

Fra le Crociate l'A. pone — e non a torto — anche le guerre 
contro gl'infedeli nella penisola iberica, a proposito delle quali 
egli esalta l'opera della feudalità francese. Non estraneo fu cer- 
tamente il sentimento religioso alle imprese normanne in Inghil- 
terra e nell'Italia meridionale, sebbene sia innegabile che vi abbia 
influito in diversa misura e in vario modo. Ma furono specialmente 
i conquistatori del Mezzogiorno d'Italia quelli, che, quantunque 
combattuti prima dai papi, finirono poi col goderne l'appoggio, e 
diedero loro in compenso aiuti assai validi nella lotta antimpe- 
riale. A proposito della quale bene avrebbe fatto l'A. a mettere 
in miglior luce l'opera di S. Pier Damiano. Cosi pure, nell'esal- 
tazione dei cavalieri normanni, il R. trascura troppo 1' elemento 
indigeno dei paesi conquistati, che invece contribuì notevolmente 
al successo. A proposito: perchè l'A. chiama longobardi gl'Ita- 
liani del sud? Si vede che egli si è ispirato allo Chalandon. 

L'anarchia, seguita alla morte di Carlo Magno, non raggiunse 
in Germania le proporzioni che aveva assunte nella Francia. I 
Carolingi tedeschi furono individualmente migliori dei francesi: 
eppoi ad essi successe ben presto una dinastia energica, che 
sbarrò il passo alle incursioni normanne, slave ed ungheresi Pur- 
tuttavia in Germania si reagì contro l'anarchia in due modi: con 
la costituzione dei ducati, evoluzione delle antiche tribù, e con il 
consolidamento della monarchia, erede della tradizione carolingia. 
Di questa si resero interpreti gli Ottoni, che fondarono la loro 
potenza essenzialmente sull'elemento ecclesiastico e sul Papato. 
Ai rapporti degl'imperatori sassoni coi vescovi e con la Chiesa 
romana il R. dedica uno dei migliori capitoli del suo libro. L'in- 
fluenza di Gerberto d'Aurillac sull'animo di Ottone III vi è messa 
nella sua vera luce. 

Proseguendo, l'A. dimostra come la formazione di una monar- 
chia salda impedisse alla feudalità di assumere in Germania lo 
sviluppo che aveva preso in Francia. La Chiesa venne messa al 
servizio della politica imperiale. Ma la propaganda riformatrice 
di Cluny non tardò a penetrare in Germania, specialmente pel 
tramite dei cluniacensi lorenesi e del vallone Poppone di Stavelot 
e col favore delle due regine borgognone, Adelaide, moglie di 
Ottone I, e Gisella, moglie di Corrado II, nonché di Agnese di 
Poitiers andata sposa a Enrico IH. I suoi successi furono note- 
voli, ma non altrettanto rapidi quanto in Italia. 

Tutte le opposizioni etniche, morali e politiche avverse all'Im- 
pero si raggrupparono attorno alla riforma religiosa, e ne fecero 



332 RECENSIONI 



proprio il programma. Le conseguenze parvero manifeste quando 
le idee riformatrici giunsero al potere, e si ruppe l'accordo esi- 
stito fin allora tra il Papato e l' Impero. Si viene così allo scoppio 
della lotta detta delle investiture. Il decreto sulle elezioni ponti- 
ficie del 1059 è la perfetta negazione dei diritti d'intervento im- 
periale affermati da Ottone I. 

In quella lotta la corrente riformatrice trovò appoggio in 
vari elementi, e, anzitutto, nella Lorena « campo di rivolte con- 
tinue contro la corona e l'unità germanica », donde vennero fuori 
Brunone di Toul (Leone IX) e Federico e Goifredo di Lorena. 
Quest'ultimo segnò il tratto d'unione tra la Lorena ed una delle 
regioni più riformatrici d'Italia, la Toscana. Intanto nel Mezzo- 
giorno della penisola sorgeva un altro valido sostegno pel trionfo 
della riforma nei Normanni, e nel Settentrione essa veniva rin- 
calzata dalla « pataria ». Su questo movimento l'A. si ferma al- 
quanto, ma non si può essere d' accordo con lui nel dare ad esso 
un carattere nazionale antitedesco. Altro importante appoggio 
alla riforma veniva dall'alta feudalità laica della Germania, e 
specialmente dai duchi di Sassonia. L'Impero poteva invece con- 
tare sulla maggior parte dei vescovi, sulle abbazie ostili alla ri- 
forma (S. Gallo in prima linea), sulla bassa feudalità e sugli 
elementi cittadini. 

Presentati in tal modo gli attori del grandioso dramma, l'A., 
seguendo l'Hauck, espone le vicende della lotta, e rivendica al genio 
francese il merito di aver fatto crollare il concetto ottoniano dello 
Stato universale. Francesi furono, secondo lui. le forze morali e 
militari, che propugnarono la riforma; francesi i campioni chela 
fecero trionfare. Che il punto di vista dal quale si è messo il R. 
sia unilaterale mi pare troppo evidente, perchè io abbia bisogno 
di dimostrarlo. L'A. attenua così, quasi senza accorgersene, il 
valore dell'opera di Gregorio VII. Ora, che questi ispirasse la 
sua azione alle idee apprese a Cluny non è chi lo metta in dub- 
bio; ma fare di papa Ildebrando un «francese » è in verità un 
po' troppo 1 (1). . 



(1) In uno degli ultimi fascicoli della Jìevue Mstorique il Grillet 
si è occupato del volume del E., e, pur lodandolo per la ricchezza delle 
informazioni e la profondità delle vedute, ha notato che egli, lasciandosi 
trasportare da eccessivo entusiasmo nel glorificare il genio francese, ha 
usato, a riguardo della Germania e della sua cultura, una denigrazione 
sistematica {CXIY, pp. 155-58). Vedi nel voi. GXV, pp. 196-201, una risposta 
del R. ed una replica del G., in cui entrambi mantengono le loro posizioni. 



REYNAUD, LE ORIGINI DELL'INFLUENZA FRANCESE IN GERMANIA 333 

Siamo così giunti alla seconda parte del volume, in cui il R. 
esamina il problema dell'influenza della civiltà francese sulla 
Germania dal punto di vista sociale. L'evoluzione sociale della 
Francia — egli dice — procedette parallelamente a quella poli- 
tica. Il periodo carolingio lasciò in eredità a quello successivo 
una civiltà fittizia. Fu il feudalesimo che diede luogo ad una 
nuova civiltà. L'individualismo feudale modificò la concezione 
della guerra, sostituì il «cavaliere * al « soldato »; diede origine 
a nuovi sistemi di esercitazioni militari, al castello, al sigillo, al 
blasone; creò insomma l'armatura di una nuova società. E tutte 
queste istituzioni ebbero origine nettamente francese. Inoltre la 
feudalità elaborò un ideale morale, che, attraverso varie evolu- 
zioni, pose capo alla « courtoìsie ». Della evoluzione dell'uomo 
in quanto guerriero, capo di milìzie, vassallo e sovrano, l'A. di- 
scorre largamente nel secondo capitolo, concludendo che la so- 
cietà feudale era fondata sur un contratto lìbero, deplorevole dal 
punto dì vista politico, per quanto eccellente da quello morale, 
come fattore dell'educazione del carattere. Sbocciò infatti dal- 
l'organizzazione feudale il sentimento dell'onore, chiave dì volta 
della morale moderna-. Le condizioni, per cui si verificò questo 
importante fenomeno, non esistevano che in Francia. Ma non si 
deve omettere l'elemento cristiano che, avverso prima alla società 
feudale, si avvicinò poi ad essa, accelerandone il processo di evo- 
luzione. Queste le idee del R., che mi sembrano in generale giu- 
ste. Non egualmente accettabile è il concetto che l'A. ha del 
patriottismo del suo paese. Per lui il patriottismo dei Francesi 
equivale al cosmopolitismo. E dall' amore ideale per l'umanità 
il R. fa derivare le Crociate e le guerre della Rivoluzione! Mi pare 
che l'A. non consideri sufficientemente le cose alla stregua della 
realtà. 

Con procedimento analogo a quello tenuto nella prima parte, 
il R., dopo aver studiata la formazione del nuovo ideale sociale 
in Francia, porta il suo esame sulla società tedesca, per rilevare 
poi gli effetti dell'influenza francese sulla civilizzazione di essa. 
Ma nel quadro, che egli fa delle condizioni sociali dei vicini 
d'oltre Reno, credo che il R. abbia, e pour cause, caricate un po' le 
tinte. Non seguirò l'A. nella critica che egli fa dello storico de- 
gli antichi Germani. Le notizie, che Tacito ha lasciato dì essi, 
sono tendenziose e romanzesche, sentenzia il R. Altrove, parlando 
di Roswita, ce la rappresenta come l' esponente della decadenza 
morale della Germania dei suoi tempi, non badando che fu co- 



334 RECENSIOM 



stume quasi generale della letteratura medievale esporre i fatti 
più osceni a fine morale. E non discuto neppure il paradosso che 
sostiene il R. a proposito dei Nibelunghi, essere cioè Hagen l'eroe 
rappresentativo della razza germanica e non Siegfried. Osservo 
soltanto che non è dai fatti singoli o dai singoli individui che si 
può giudicare del grado di moralità di una società tutta intera. 
A questa stregua non sarebbe diffìcile trovare nella stessa Fran- 
cia moralizzatrice atteggiamenti tali, che potrebbero farcela ap- 
parire diversa da quella che l'A. ce la rappresenta. Il R. sembra 
si accorga del lato debole della sua tesi allorché dice (p. 438) di 
non preoccuparsi dello stato morale del tale o del tale altro « mi- 
nisteriale > (è questo il termine che egli adopera per segnalare 
l'uomo feudale di Germania), quanto di quello della classe intera, 
e del concetto che essa aveva della morale, e che pretendeva ne 
avessero i suoi componenti. « Car — egli dice bene -- ce sont les 
sentiments collectifs seuls, qui peuvent constituer une civilisation 
et fournir la base de nouveaux progrès » (Joc. cit). 

Ho detto che non è senza una speciale ragione che il R. tende 
a caricare un po' le tinte nel quadro che egli fa delle condizioni 
sociali della Germania: ed è, s'intende, per accentuare anche più 
il valore educativo delle istituzioni francesi sulla feudalità tede- 
sca. Questo studio forma oggetto dell'ultimo capitolo del volume. 
In esso vengono prima messi in rilievo i motivi e le vie dell'in- 
fluenza francese, e cioè: lunga solidarietà politica dei due paesi, 
esistenza di provincie francesi nell'Impero, matrimoni francesi di 
vari imperatori tedeschi, ordini religiosi sorti in Francia, affluenza 
di tedeschi alle scuole francesi, compartecipazione dei due popoli 
alla seconda crociata, giullari francesi in Germania ecc. Poi si 
dimostra in che cosa si manifesta tale influenza, e, infine, il R. 
conclude così : « C'est la France, qui, au XI siècle, a fait matériel- 
lement et moralement de ce pays {l' Allenta gne), empétré dans son 
passe, une nation " moderne " selon les idées du temps, un peuple 
de guerriers libres et responsables, de clercs instruits et ardents 
au bien, qui, en un mot, lui a impose cette civilisation féodale, 
qu'elle gardera si longtemps, en attendant que, pour parfaire sa 
tàche, elle l'initie à la magnifique culture " courtoise " » (p. 538). 

Ho riassunto ampiamente il contenuto del volume del R., mo- 
vendogli alcune obiezioni suggeritemi dalla lettura. Mi sia con- 
sentito ora di finire con un'osservazione di carattere generale. 
Il R. ha compiuto opera lodevole ed ha scritto un libro, che si 
legge, anche per la venustà della forma, con diletto ed utilità. 



REYNAUD, LE ORIGINI DELL'INFLUENZA FRANCESE IN GERMANIA 385 

Ma in molte questioni egli dimostra una tendenza troppo proclive 
a considerare i tatti unilateralmente. Che il fattore ideale abbia 
non poca importanza nell'interpretazione degli avvenimenti sto- 
rici lo ammetto volentieri ; ma la vita umana e la storia, che è 
rappresentazione della vita passata, ci appaiono con aspetto assai 
complesso, perchè si possa prescindere, per abbracciarle in una 
sola visione, da considerazioni anche di ordine diverso. 

Perugia. G. Paladino. 



Paul Beuzart, Les Hérésies pendant le Moyen Age et la Beforme 
jusqn'à la mori de Philippe II {1598), dans la Région de 
Douai, d'Arras et au Pays de l'Alleu. — Paris, H. Champion, 
1912; 8" gr., pp. xi-576. 

Il corpo dell'opera è costituito da una particolareggiata nar- 
razione delle tragiche vicende cui dovè soggiacere, durante il regno 
di Filippo II e sotto la dittatura militare del Duca d'Alba, quella 
parte delle Fiandre, più nota col nome di contea d'Artois, che 
poi fu al tempo di Luigi XIV riunita al regno di Francia. Nella 
sua raccapricciante realtà è quella stessa visione di persecutori e 
di martiri, che in un dramma famoso rievocò l'arte potente di 
Vittoriano Sardou: da una parte un popolo intero, appassionato 
ed eretico, che lotta con la forza di una nuova coscienza reli- 
giosa per la libertà della patria, e con la virtù dell'amor patrio 
per la sua libertà religiosa; dall'altra i suoi prepotenti domi- 
natori politici e religiosi, il papa e Filippo, con le loro esecrande 
soldatesche cattoliche, intenti, freddamente, crudelmente, a tor- 
mentare, a uccidere, a sopprimere. Ha ben ragione il Beuzart 
di istituire un confronto fra i risultati nefandi della restaurazione 
cattolica nelle Fiandre e le persecuzioni romane; Diocleziano è 
riabilitato. 

Un lavoro siffatto, necessariamente destinato a pochi lettori, 
e tuttavia frutto di lunghe e pazienti investigazioni archivistiche, 
esige, per essere intrapreso e condotto a termine, una grande 
virtù di amore e di abnegazione; e il Beuzart, eh' è un pastore, 
e che ha pubblicato il grosso volume con l'animo di rendere un 
doveroso omaggio ai martiri ingiustamente esecrati in vita e ca- 
lunniati oltre la morte, è stato mosso e confortato all'opera dal 



336 RECENSIONI 



pensiero della sua comunanza di fede con tanti oscuri eroi, igno- 
rati o mal noti, che lo precedettero nel confessare, contro la 
chiesa cattolica, un cristianesimo puro e rinnovellato. Egli non 
merita meno, perciò, la riconoscenza degli studiosi di storia del 
cristianesimo. Sono proprio questi lavori di indagine locale e li- 
mitata, ma larga e risaliente fino alla immediata realtà della vita 
provinciale nei secoli scorsi, i quali abbisognano al creatore sin- 
tetico della storiografia moderna, per trarre gli elementi a un 
giudizio comprensivo, saldo e .sicuro, dei caratteri veri e della 
interpretazione genuina di una data epoca storica. Lo studioso 
della Riforma ha bisogno di queste minute particolarità, per com- 
prendere appieno ne' suoi vari aspetti quella grande resurrezione 
politica e religiosa della coscienza europea. Naturalmente non è 
il caso, da parte nostra, di seguire passo passo la vicenda delle 
singole narrazioni, le quali hanno soltanto un legame indiretto 
e secondario con lo svolgimento della storia generale in Europa 
a quel tempo; ci basti aver additato l'opera, degna d'essere se- 
gnalata agli studiosi di quel particolare periodo di storia. 

Il racconto, com' è ovvio, rimonta fino al principio del movi- 
mento luterano riformatore nei Paesi Bassi : anzi, la prima parte 
del volume consiste in una diligente ricerca dello stato religioso 
e del primo pullulare delle eresie nella regione medesima fino dal 
secolo XI, là dove la trista fama di Filippo II fu preceduta dalle 
stragi della inquisizione papale. L' A. osserva a tal uopo che 
la prima apparizione dell'eresia nell'Artois, sul principio del se- 
colo XI, devesi all'iniziativa di un italiano, certo Gundulfo, il 
quale a' suoi discepoli « avait appris à ne recevoir que l'Écriture 
sainte, c'est à dire l'Évangile et les écrits des apòtres auxquels 
ils devaient conformer leur vie. De plus, ils rejetaient les sacre- 
ments du baptéme et de l'eucharistie, tenaient la pénitence pour 
inutile, désavouaient l'Église, détestaient le mariage, et ne vou- 
laient honorer d'autres saints que les apòtres et les martyrs » 
(p. 4). Sembra dunque che fossero dei Catari; e le loro dottrine, 
fortemente improntate di manicheismo o di dualismo gnostico, 
dimostrano abbastanza il loro spirito di profonda ribellione non 
solo al cattolicismo papale, ma al cristianesimo della grande 
chiesa, nel rigettar che fanno i due principali sacramenti della 
religione cristiana. D'onde provengono questi Italiani irrequieti, 
che lasciano la patria per seminare qua e là per la novella Europa, 
a prezzo di sangue, eresie distratte da religioni antichissime ? 
Quali segreti vincoli di continuità spirituale e storica li ricon- 



BEUZART, LE ERESIE NELLA CONTEA d'aRTOIS 337 

giungono, attraverso dieci o quindici generazioni, alla distanza 
di sei o sette secoli, ai più tardi e solitari fautori di religioni 
asiatiche anticristiane, rimasti ancora in Roma, o intorno a Roma 
sparsi per ritalia? Ecco un projjlema non lieve certo a chiarire, 
nonché a risolvere, ma pure degno di studio e di pazienti ricerche. 

Firenze. Salvatore Minocchi. 



Antonio Canestrelli, L'Abbazia di Sanf Antimo, Monografia sto- 
rico-artistica con documenti e illustrazioni. — Siena, Rivista 
Siena Monumentale Editrice, 1910-12; pp. xi-43, con 24 tavole 
fuori testo. 

Nell'angusta e solitaria vallata del torrente Starcia, affluente 
deirOrcia, a destra della via che da Montalcino porta alla sta- 
zione ferroviaria del Monte Amiata, sorge una delle costruzioni 
più singolari e caratteristiche del periodo romanico, l'Abbazia be- 
nedettina di Sant'Antimo, alla quale ha dedicato un nuovo studio 
l'architetto Canestrelli. Già nel 1877 egli pubblicò i resultati delle 
sue ricerche storico-artistiche intorno al tempio benedettino ; ri- 
cerche che amplia e coordina in questa nuova monografia ricca 
di documenti inediti e di belle illustrazioni. 

Lo studioso senese, dopo una particolareggiata notizia intorno 
all'origine del monastero, riferisce sui privilegi ottenuti da impe- 
ratori e da pontefici, illustra le relazioni che tenne con la repub- 
blica di Siena, ne segue le vicende attraverso i tempi sino alla 
fusione col vescovado di Montalcino per opera di Pio IL Infine, 
pubblica la serie degli abati e l'elenco delle possessioni dell'Ab- 
bazia ; alcune delle iscrizioni che tuttora sussistono, fra le quali 
ricorda la charta lapidaria del 1118 contenente la donazione fatta 
da un conte Bernardo (forse degli Ardengheschi, conti di Pari e 
di Civitella) ad Ildebrando di Rustico, e riporta integralmente la 
iscrizione del secolo XII incisa sull'architrave della porta mag- 
giore, importante soprattutto perchè conferma il tempo d'origine 
della chiesa. Questa prima parte del lavoro termina colla pubbli- 
cazione di sei documenti inediti. 



Più notevole è per noi la seconda parte del volume, nella 
quale il monumento è illustrato nei rispetti dell'arte. 

22 



338 RECENSIONI 



I primi Benedettini che si raccolsero in Valle Starcia ufficia- 
rono una modesta chiesetta, i cui avanzi possono riconoscersi 
nella cripta esistente al disotto dell'attuale sagrestia e che porta 
un'abside dal lato di levante; ma a questa povera costruzione 
seguì nel secolo XII la nuova e monumentale basilica, a tre navi, 
con nove valichi per parte, e un'abside semicircolare intorno alla 
quale si svolge il deambulatorium. 

La fronte della chiesa, volta a ponente, aveva in origine un 
portico, di cui si vedono le traccie nella parte inferiore. Su que- 
ste tracce è tuttora una porta, oggi richiusa, per mezzo della quale 
dal ballatoio o tribuna interna si accedeva alla soffitta del tetto 
del portico, e nella parte superiore si aprono due finestre sovrap- 
poste, una monofora ad arco semicircolare, l'altra, più grande, 
bifora. 

II muro perimetrale, costituito di filari regolari di bozzette 
squadrate di travertino e di alabastro, è sostenuto da contraf- 
forti a semicolonne che, rispondendo ai pilastri di ribattuta in- 
terni, spartiscono la chiesa in sei campate, nel centro delle quali 
è una finestra ad arco semicircolare e con strombatura esterna. 
Nel muro di sopraelevazione della navata centrale, tra le lesene 
rispondenti ai sottoposti contrafforti, si aprono finestre terminanti 
egualmente ad arco, e sopra di esse corre la cornice terminale ad 
archetti, sormontata da Un ordine di mensole. 

L'abside a due piani (quello inferiore in prosecuzione delle 
navi laterali, quello superiore arretrato sul precedente e formante 
come la testata della nave centrale) presenta nel piano inferiore 
quattro finestre; in quello superiore una grande bifora. 



Notevoli particolari architettonici rileva il Canestrelli in que- 
sta interessante costruzione, la quale mostra senza dubbio un in- 
flusso straniero; ma soggetta a disputa di studiosi è appunto 
la misura di questo influsso, esagerata, forse, dagli scrittori 
stranieri, i quali riscontrano singolari caratteri francesi, e una 
stretta attinenza quindi tra questa chiesa benedettina e alcuni 
edilìzi alvergnati. Influsso che il Canestrelli giustamente am- 
mette, quando fa notare che" nella facciata, sotto il portico, si 
apriva probabilmente una duplice porta come a Conques ; e quando 
nella struttura dell'abside riconosce, in quel!' aggruppamento 



CANESTRELLl, l'aBBAZIA DI S. ANTIMO 339 



delle masse e in alcuni particolari decorativi, una relazione con 
le absidi raggianti di alcune chiese francesi dell' XI e XII se- 
colo, tra le quali, quelle di Orcival, di Notre Dame du Port a 
Clermont, di S. Paolo di Issoire (Puy de Dome), di Sant'Ilario 
di Poitiers, di S. Savino ecc., concludendo che se non può sor- 
prendere di trovare tra noi in un edifizio benedettino un'influenza 
francese, in causa appunto della grande diffusione e delle scam- 
bievoli relazioni che ebbero i monaci di quest'ordine, non è tut- 
tavia il caso di esagerare questa influenza quando apparisca sol- 
tanto in qualche particolare architettonico e decorativo. 



« * 



Appunto perciò obbietta, anche a proposito del deambulato- 
rium con cappelle raggianti che il Bertaux e l' Enlart vogliono 
di schietta derivazione francese, quanto sia diffìcile fissare in 
modo netto e reciso il tempo d'origine di certe forme icnografiche 
e decorative. Più cauto quindi di chi io ha preceduto il Gane- 
strelli rileva, sì, l' indole cosmopolita delle scuole monastiche, e 
l'ancora incompiuta cognizione dei monumenti in alcune nostre 
regioni, ma conclude non sembrargli che in modo certo si possa 
per alcune trasformazioni avvenute attribuirne la paternità a una 
piuttosto che a un'altra nazione, e ricorda opportunamente come 
alcune manifestazioni non fossero talvolta che antichi concetti 
rivestiti di forme nuove e variate, i quali spesso riprodussero in 
un paese forme e riminiscenze caratteristiche di un altro, ma la 
cui conoscenza era resa agevole dall'affinità e dalle relazioni che 
pur correvano tra le varie scuole dello stesso ordine monastico. 

E non solo la chiesa è illustrata in ogni suo particolare ar- 
chitettonico ma altresì le parti decorative, che specialmente in 
alcuni capitelli prendono sviluppo singolare e certo, come rileva 
giustamente il Canestrelli, non comune per quell'età fra noi. In- 
fluenze dunque architettoniche e ornamentali straniere non pos- 
sono disconoscersi in alcune parti del tempio romanico di Sant'An- 
timo, ma quali esse siano vex-amente e a qual punto abbiano 
avuto efficacia sul sentimento italiano il Canestrelli esamina e 
rileva con la sua ben nota dottrina in questo accurato ed esau- 
riente studio intorno al caratteristico monumento benedettino. 

Bologna. I. B. Supino, 



340 RECENSIONI 



L. P. K ARSA WIN, Ocerki religiosnoj Msni w Itala XII-XIII wiekotv. 
(Saggi sulla vita religiosa in Italia nei secoli XII-XIII). — 
S. Peterburg,, Tipograflja M. A. Aleksandrowa, 191'^; 8°, 
pp. xx-870. 

In quel periodo turbinoso, periodo fra i più agitati della vita 
della nazione, ricco di sconvolgimenti e di lotte, che generò e 
vide svolgersi la contesa titanica per le investiture, nel quale 
campeggiano figure di una grandezza tale da gittar la loro ombra 
sui secoli, come quelle di Ildebrando e di Federigo II. del Bar- 
barossa e^d' Innocenzo III, e che vide sorgere e vittoriosamente 
affermarsi le libertà comunali, che la prima volta nel mondo oc- 
cidentale sostengono i diritti del popolo di fronte all'autorità del 
principe che la ripete da Dio, un fenomeno che sta a testimoniare 
di una rigogliosa rivelazione spirituale della irrequieta anima la- 
tina, colpisce e ad un tempo interessa e lo storico e lo psicologo : 
il rifiorire deciso e rigoglioso della religiosità, 1' avvento di un 
bisogno imperioso di risolvere il problema dell'anima e della vita 
al di là della morte con mezzi nuovi sull'innesto cristiano; al- 
l'aspirazione a novelli ideali nel campo politico, alla ribellione 
ad autorità secolari corrisponde nel campo religioso la tendenza 
unica, decisa e suprema a riconquistare, attraverso nuove conce- 
zioni ed anche a costo di levarsi contro ad un potere che della 
divinità si dice emanazione diretta, uno stato spirituale che si 
stima perduto appunto a cagione del traviamento apportato da 
questo stesso potere. 

Negli strati ignorati della plebe, nelle oscure coscienze collet- 
tive si fa strada a barlumi, a sprazzi, a lampeggìi questo nuovo 
fuoco e per molteplici vie dilaga ed inonda e si comunica ardente 
ad ogni manifestazione religiosa dell'anima del popolo che, nella 
ostinata volontà di realizzare la sua aspirazione al seguito degli 
uomini rappresentativi che dal suo seno sorsero e per lui com- 
battono, va talora ad urtare contro la chiesa stessa di quel Cristo 
al quale tende, per abbatterla o per rinnovarla, per condannarla 
o per ischierarsi a sua difesa. 

Mirabilmente, su dalle profondità delle popolazioni rurali o 
dalle vie delle città combattute in fazioni e che rosseggiano co- 
tidianamente di sangue, dovunque sorgono uomini che, percorsi 
da un soffio divino, radunano intorno a sé schiere improvvise di 



n 



KARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 344 

seguaci, si ergono a legislatori, ad apportatori di pace, a giudici 
della chiesa e dell' Impero, ad arbitri delle contese politiche ed 
impongono la fine delle ostilità e dettano i patti o predicono il 
castigo di Dio, additano la via della perfezione, fondano ordini 
religiosi o costituiscono nuove chiese. Le lotte, le persecuzioni, 
gli odi che nel campo politico dividono gli animi si trasportano 
nel campo religioso, nel quale le ferite sono più profonde ed in- 
sanabili gli scismi, più fiere le vendette fatte in nome di un po- 
tere spirituale e più intime, più tenaci le ribellioni, dove ogni 
fenomeno non è che l'indice di un fatto che avviene nella essenza 
stessa delle cose, e che ancor più che la forma interessa la vita 
non di individui ma di collettività intiere. 

Con la chiesa di Roma o contro di essa, il popolo accorre al 
richiamo degli annunziatori delle nuove concezioni del cristiane- 
simo, dei banditori di riforme, dei predicatori di un ritorno alle 
radici stesse della vita cristiana. Il lato della individualità del 
Nazareno che appare e si impone agli uomini non è più esclusi- 
vamente quello di figlio di Dio, ma essenzialmente l'aspetto di 
un grande profeta profondamente umano, che ha aperto le vie 
che conducono alla gloria del promesso paradiso: laddove la crisi 
che travagliò le anime nei primi secoli della nostra èra s'imper- 
niava precipuamente sulla lotta fra l'anima umana e le insidie 
sempre rinnovate del demonio, mentre l'unico fine, egoistica base 
della vita ascetica, era la conquista a qualunque prezzo della sa- 
lute dell'anima, la vittoria a costo di sangue nella lotta per la 
salvezza eterna, (juesto fervore quasi morboso con le nuove con- 
cezioni della vita religiosa nei primi secoli dopo il Mille si attenua 
e pressoché scompare: non si conquista più il paradiso nell'isola- 
mento dell'eremitaggio, con la continua meditazione o nel pauroso 
silenzio: gli eremiti si avvicinano al lato umano della vita del 
Cristo, si appressano al mondo anziché allontanarsene, pensano 
alla propria anima, ma, pervasi dal sentimento della carità, si 
preoccupano anche dell'anima dei loro simili, e predicano e cer- 
cano di illuminare gli spiriti; se ancora si abbandonano alle an- 
tiche autotorture hanno però idee nuove e non accettano cieca- 
mente tutto ciò che la chiesa di Roma insegna, ma lo adottano 
solo in quanto non contraddice al loro unico fine, che è quello 
di imitare la vita di Cristo. 

Ma vi sono anche coloro che, troppo aperta contradizione scor- 
gendo fra la vita quale dovrebbero viverla gli apostoli e lo stato di 
depravazione e di peccato nel quale sono caduti i ministri della 



342 



RECENSIONI 



chiesa e reputando insanabile tale contrasto, si costituiscono in 
organizzazione separata, a formare una vera chiesa di Cristo, nella 
quale i sacramenti siano ministrati da mani pure. La lotta si 
svolge senza tregua fra questi oscuri riformatori che pullulano 
nelle campagne e nei comuni e gli inquisitori delegati da Roma: 
si moltiplicano le condanne, fiammeggiano i roghi, l'eresiasi dif- 
fonde e si esaurisce, rinasce per scomparire di nuovo. 

Questo grande movimento di rinascita e di elevazione verso 
ideali morali e religiosi nuovi viene dunque ad agire in due di- 
rezioni opposte e contrarie : l' una corrente che dalla chiesa si al- 
lontana e rinnega e combatte in lei la mulier ebra de sanguine 
sanctorum, la babylonica meretrix quale la peggior nemica di Cri- 
sto ; l'altra che, sorta anch'essa per queste stesse idealità, tro- 
vandosi spettatrice della lotta già accesa fra eresia ed ortodossia, 
volge decisamente a questa, se ne costituisce anzi difenditrice 
in nome di quell'evangelo dal quale la chiesa per forza di cose 
si allontanava, rendendo, sulla via della trasformazione sua in 
potentato terreno, sempre più stridente il contrasto con la vita 
del Cristo, Neil' una si afferma la ribellione e la possibilità di 
raggiungere indipendentemente dalla interposizione del clero di 
Roma quello stato di grazia divina che stimavasi necessario alla 
salvazione; immette 1' altra rivi di sangue giovane in un orga- 
nismo forte ancora della legittima tradizione dei secoli e che non 
può morire. 

Ognuno dei movimenti religiosi che costituiscono queste due 
correnti è un tentativo per approssimarsi a quell'ideale evange- 
lico che, per uno di quei fenomeni le origini dei quali profondano 
talora negli irraggiungibili strati della vita dei popoli, si rivelò 
quasi d' improvviso alla coscienza delle masse appunto nei se- 
coli XII e XIII, Non che le condizioni di moralità del clero ap- 
partenente alla chiesa romana apparissero in quell'epoca peggiori 
di quanto realmente non fossero nei secoli immediatamente sus- 
seguenti all'anno Mille, non che i papi stessi, i quali in quel pe- 
riodo furono veramente di una moralità impeccabile, non iscor- 
gessero i vizi e le piaghe del sacerdozio, mentre allora questi 
difetti non erano tali da turbare non diremo la coscienza dei 
moralisti, ma quella dell'uomo medio, nel Cento e nel Duecento 
essendosi questa, per le scintille sprigionanti si dalle lotte poli- 
tiche e per un primo albeggiare di sentimenti nuovi di indipen- 
denza e di dignità, elevata di non piccolo grado, venne a cozzare 
contro tutto quanto avesse apparenza di oppressione, di ingiù- 



KARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 345 

stizia e di degenerazione, e si rese così possibile un radicarsi ed 
uno stabilirsi delle idee ereticali da un lato e di quelle di riforma 
ortodossa dall' altro, urto che nei secoli precedenti non avrebbe 
potuto avverarsi. 

E le sètte si avvicendarono agli ordini religiosi, alle sètte, i 
privilegi concessi ai nuovi monaci si alternano con le bolle pa- 
pali e gli editti e le persecuzioni contro gli eretici. 



I Catari. — Una delle sètte che ebbero maggior diffusione e 
che la Chiesa combattè con più grande tenacia fu quella dei Ca- 
tari, i precursori e messaggeri dell'Anticristo, sorta certamente 
in Italia come germoglio sul ceppo di un' antica eresia che la 
chiesa sapeva non morta nei primi secoli del Cristianesimo, al- 
lorquando sì fieramente l'aveva combattuta, dell'antico Mani- 
cheismo, il quale, benché occasionato dal Cristianesimo ed ali- 
mentatosi alle sue stesse fonti, si era arricchito di elementi 
estranei e, celato in occulte tradizioni, mai non era perito, cosi 
che, ritrovatosi sui primi del secolo XI a contatto del Cristiane- 
simo quando i cattolici, per la rilassatezza dei costumi del clero 
e per quel rifiorire del sentimento religioso al quale più sopra 
accennavamo, eran divenuti più ricettivi ad ogni nuovo ideale 
anche se enunciato da una setta che di cristiano, in fondo, non 
aveva che il nome ed alcune forme, fra essi aveva potuto pren- 
dere elementi di nuova vita. 

Le prime notizie che del neo-manicheismo ci danno i docu- 
menti, ci riportano in Francia, al 1022-25, ma di esso si parla 
come di una importazione dei paesi cisalpini. Ed infatti poco dopo, 
nel 1027, la cronaca di Landolfo ce lo segnala presso Asti, a Mon- 
forte, e da ulteriori documenti desumiamo come in Italia esso 
fosse penetrato dall'Oriente bizantino, conservandone perfino la 
suddivisione originaria in tre principali chiese od ordini: V ardo 
Bulgariae, V ardo Druguriae (anch'essa località bulgara, presso 
Filippopoli) e Vordo Sclavoniae, con i rispettivi vescovi. Come per 
le altre sètte che intorno a quel tempo presero piede nelle re- 
gioni al di qua delle Alpi, il Catarismo si diffuse in Italia per 
esser qui le condizioni molto più favorevoli e tra queste non ul- 
tima la prossimità del papato, il germogliare appunto qui di una 
nuova coscienza religiosa, il convergere di interessi diversissimi, 
e la sua diffusione assunse proporzioni inquietanti per l'ortodossia. 



344 



RECENSIONI 



Dalla sua nuova sede, dalla Lombardia, anzi dalla fovea here- 
ticorum, Milano, dilaga dappertutto, si immischia con ardire inu- 
sitato nella vita politica, ed in ispecial modo là dove si combatte 
per le libertà comunali, contro il principe e contro il vescovo, 
s'insedia fra il 1160 ed il '70 — al tempo del vescovo Marco del- 
l'ordine di Druguria — in Alessandria, Torino, Brescia, Conco- 
rezzo, Bagnolo, Vicenza, Cremona, Verona, Treviso, Modena, Fer- 
rara, Rimini, Faenza, Firenze. Le bolle papali e gli editti imperiali 
si susseguono, nell'intento di arrestare il progresso dell'eresia, 
ma questa scende per l'Italia centrale verso Roma, e da Pisa, 
Prato, Arezzo, Grosseto conquista Orvieto, Sutri, Viterbo (nel l'205 
si trovan degli eretici consoli della città), oltrepassa la meretrix 
Rahylon e giunge nel 1228 ad A versa e a Napoli. 

A quando a quando aspramente perseguitati, godettero i Ca- 
tari talora di una relativamente grande libertà, a causa in ispecie 
del fatto che quasi tutte le energie della chiesa venivano assor- 
bite dalla lotta sua, a corte tregue, contro l'Impero ed i Comuni. 

Per quanto riguarda l'organizzazione delle chiese catare in 
Italia, in numero di circa sette e dalle quali dipendevano tutti 
gli aderenti sparsi nelle diverse località, esse erano le seguenti : 
V Alhanensis (Desenzano, Alba?), la Concorrezensis (Concorezzo), 
la Bajolensis (Bagnolo), la Vicentina, la Fiorentina, quella de 
Valle Spoletana e la Ecclesia Franciae (con sede in Vicenza). 

Gli appartenenti all'associazione si dividevano (divisione del 
resto adottata da tutte le altre sètte ed ordini religiosi) mperfecti 
od iniziati alla vita vera della comunità, ed in credentes, che erano 
rappresentati dalla folla dei simpatizzanti che attendevano di es- 
ser ammessi a farne parte e che cercavano di farsi dei meriti rico- 
verando i fuggiaschi, soccorrendo materialmente questi e le chiese 
e le scuole, istituzione questa eminentemente catara, organo effica- 
cissimo di propaganda, numerose specialmente in Lombardia, e 
che intanto adottavano talune pratiche religiose di obbligo, quali 
ad esempio l'assistenza alle prediche ed alle dispute e la confes- 
sione mensile. 

I perfecti erano poi coloro che possedevano la pienezza degli 
insegnamenti particolari che costituivano la ragion d'essere della 
setta ; nella loro assemblea veniva scelto il vescovo, dignitario che 
estendeva la giurisdizione sua sulle chiese e scuole di una data 
regione che percorreva nella sua visita pastorale, ministrando i 
sacramenti (l'ordinazione con imposizione delle mani e la frazione 
del pane): i suoi accoliti diretti avevano il nome di figli, dei 



JvARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 345 

quali il maggiore era come Vepiscopus designatus, già dal pa- 
store scelto a succedergli e che di lui era il maggior vicario, 
mentre gli altri, i filii minores, erano di quello rappresentanti in 
altre occasioni di minor conto. Un dignitario subordinato, che 
aveva il ministero di ascoltare le confessioni dei perfetti come 
questi quelle dei credenti, era il diaconus. 

I mezzi di propaganda, ai quali del resto già abbiamo accen- 
nato, si posson distinguere in pubblici e privati. Pubbliche eran 
le scuole, le dispute talora in contradittorio con i cattolici, e le 
prediche. E qui dobbiamo ricordare che uno dei principali meriti 
di questi eretici, al quale in parte è dovuta la larga diffusione 
delle loro dottrine, fu quello di dare grande importanza ai testi 
sacri (cfr. Lutero) citati e spiegati in lingua volgare, con richiami 
frequenti alla vita nella chiesa primitiva ed agli insegnamenti di 
Cristo. Alla categoria dei mezzi privati di propaganda vanno as- 
segnati le conversazioni, gli aiuti materiali e i benefici concessi 
a profani per creare un legame fra essi e la setta, e, istrumento 
di grande efficacia, il commercio. 

Per quel che concerne il contenuto ideologico che veniva a 
costituire la ragione dell'esistenza del catarismo come setta reli- 
giosa, non gran cosa si potrebbe rilevare dai documenti ove fosse 
andata perduta quella Smnma cantra Catharos, di anonimo autore, 
contenuta nel cod. Vaticano del secolo XIII, n. 4255, e che il Kar- 
sawin — lo studioso russo che a lungo visse in Italia assorto nella 
ricerca assidua dei documenti per quella poderosa ricostruzione 
della vita religiosa italiana nel Cento e nel Duecento che abbiamo 
soft' occhio — pubblica ora integralmente in Appendice al suo 
lavoro. La Smnma consta di ventitré trattati, nei quali sotto 
diverse denominazioni si raccolgono le citazioni tratte dalle sa- 
cre scritture, per lo più dagli evangeli, con la interpretazione che 
i Catari ne danno e sulla quale fondano la loro dottrina: da essa 
possiamo rilevare come le divergenze dalla ortodossia siano no- 
tevolissime e vertano su tutti gli articoli di fede : e cioè sulla 
esistenza di due principi primordiali (cfr. la religione di Zara- 
thustra, ecc.) ed in conseguenza creatori (dualismo nella creazione), 
sulla trinità, sulla divinità del figlio di Dio, sulla esistenza dello 
Spirito santo come terza persona; sugli angeli, sulla discesa di 
Cristo all' inferno, la esistenza del quale negano, come negano 
quella di un purgatorio; sulla resurrezione della carne, sull'ele- 
mento divino nella chiesa romana. 



346 



RECENSIONI 



La discussione che il catarismo imposta sui sacramenti e la 
interpretazione che ne dà (battesimo, penitenza, eucaristia, attorno 
alla quale in ispecial modo si addensano le controversie come 
attorno a quel sacramento che in sé racchiude un senso altissimo 
di misticismo, elemento dai quali i Catari erano alieni) lo allon- 
tanano in modo irrimediabile dalla chiesa cattolica, e la importanza 
che esso fa pesare sulla indegnità di chi questi sacramenti som- 
ministri, sulle stimmate fìsiche che la chiesa impone ai suoi sa- 
cerdoti, sulla legittimità dei possessi temporali della chiesa stessa, 
punti del resto sui quali si portano gli strali di tutte le sètte ere- 
ticali, tutto ciò forma senz'altro attorno ad ogni questione un'atmo- 
sfera di ostilità e di acrimonia che ne ostacola la discussione li- 
bera e serena. 

Lasciamo poi di parlare di quanto riguarda la morale nei 
rapporti fra i due sessi ed altre questioni secondarie: le princi- 
pali divergenze risultano dalla breve lista che di sopra abbiamo 
riportata, e dalla quale si rileva adunque che la essenza del ca- 
tarismo è nella conservazione del dogma singolare, vivo e sempre 
vitale, da cui si traggono ricchissimi argomenti per la predi- 
cazione e che basta assimilarsi per divenire perfetto cataro e sal- 
varsi con la vita apostolica. 

La vitalità della setta fu davvero straordinaria: il numero e 
r influenza dei suoi adepti crebbero tanto che, immischiatisi come 
solevano fare nella vita politica, giunsero in qualche città ad im- 
padronirsi della cosa pubblica e minacciarono, come fu il caso 
per Orvieto, di espellere i loro avversari dalla città. 

Ma forse questa stessa loro audacia contribuì in misura non 
piccola a render più attiva e spietata la persecuzione da parte 
degli inquisitori della chiesa romana, persecuzione che fu un fat- 
tore precipuo nella decadenza del Catarismo. Già al principio del 
secolo XII questa decadenza s'inizia nei territori più prossimi a 
Roma, anzi in Roma stessa, poi in Toscana (1230 e segg.), più 
tardi nel nord. I bandi, le scomuniche, i processi e le condanne 
si susseguono e si moltiplicano, e, ultima ratio, i roghi fiammeg- 
giano sulle piazze delle città italiane. La libertà più o meno re- 
lativa della quale avevan potuto a quando a quando godere viene 
soffocata: il Catarismo si riduce in pochi centri, in qualche cam- 
pagna ; le sue scuole si trasformano in rifugi celati : Verona, Ge- 
nova, Cremona, Cuneo, la Valsesia e da ultimo luoghi quasi 
Inaccessibili delle Alpi accolgono i superstiti ostinati, seguaci del 
neo-manicheismo. 



KARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 347 

Altri sì disperdono verso il sud e nelle isole, specialmente in 
Sicilia, dove possono continuare per qualche tempo a sopravvi- 
vere per la minor attività della Inquisizione in quei luoghi, dai 
quali non era diificile del resto coltivar frequenti relazioni con 
gli eretici di Lombardia e di Provenza. 

Gli Arnalclisti. -- Benché poco sia noto riguardo ai seguaci 
di Arnaldo da Brescia ed al contenuto ideologico delle dottrine 
da loro professate, per non aver questa setta raggiunto l' impor- 
tanza che ebbero i Catari e poi i Valdesi, il loro principale in- 
discutibile pregio si è quello di aver costituito (poiché é molto 
dubbia quella dipendenza spirituale di Arnaldo da Abelardo, alla 
quale il Tocco accenna) una setta prettamente italiana e nelle 
origini e nelle manifestazioni sue. 

La preoccupazione maggiore di Arnaldo é l'infangamento e 
r avvilimento della chiesa nelle cose mondane, preoccupazione 
che lo conduce ad una negazione di essa anche più fondamentale 
e profonda di quella degli altri eretici. Questa setta, cresciuta su 
base ortodossa, è in origine costituita da cattolici che dalla 
chiesa vogliono uscire e, dopo aver per un certo tempo cercato 
a qual parte volgersi, costituiscono una organizzazione a sé che 
però, vale tenerlo presente, non ha i caratteri di una chiesa vera 
e propria. Se infatti, esprimono chiaramente il loro ideale evan- 
gelico e questa aspirazione ad una ricostituzione della chiesa 
primitiva li ravvicina al neo-manicheismo, essi non vogliono d'al- 
tra parte elevare un nuovo tempio, bensì ricostruir l'antico, per 
rinnovare o rigenerare la chiesa, giovandosi perciò di una riforma 
politica che se non era adunque il fine rappresentava però un 
mezzo deliberatamente voluto da Arnaldo, mentre per gli altri 
eretici l'azione politica fu sempre non voluta, ma casuale e spo- 
radica. Anch'essi infirmano il valore dei sacramenti ministrati 
da sacerdoti cattolici, ma, nel loro sogno dì una Gerusalemme 
celeste, non giungono a costituire una vera chiesa, né d' altra 
parte le fonti ci illuminano sul modo nel quale gii Arnaldisti ab- 
biano risolto la questione del sacramento senza sacerdoti e pare 
anzi che non siano giunti se non ad una forma di confessione, 
sacramento che, a guardar bene, meno degli altri richiede la pre- 
senza di un ministro. 

I Fratres ftalici. — Non è nostra intenzione tracciar qui la 
storia dei Valdesi o delle altre sètte da noi menzionate, poiché 
si tratta in genere di cose molto note, ma solo di rilevare quei 



348 RECENSIONI 



tratti caratteristici della vita di esse che risultano dai documenti 
del tempo in breve sintetica esposizione. 

Ma l'importanza che per la vita religiosa italiana ebbero i 
Valdesi nel periodo del quale ci occupiamo è tale che occorre 
spendere qualche parola in proposito, premettendo che le fonti 
sono oltremodo incomplete ed al più permettono di illuminare 
sufficientemente il periodo dal 1230 al li240. 

Benché originata in territorio francese, questa setta trapiantò 
presto numerose propaggini in Italia. Già nel 1185 dai pauperes 
de L'ugduno si staccano gli Speronisti di Lombardia, poi, 1205, 
i fratres ytalici con Giovanni di Ronco, che più tardi. 1210, ori- 
ginano i pauperes cathoUci di Bernardo. Sicché, quando parliamo 
di Valdesi vogliamo indicare i Citramontani. distinti dai Leonisti 
od Ultramontani per notevoli divergenze. Causa principale della 
separazione da Valdo fu la fondazione delle congregaciones laho- 
rancium, che a lui sembravano non rispondenti agli ideali della 
setta. A differenza del Catarismo, il Valdesismo ha carattere pret- 
tamente cristiano ed è più vicino perciò alla vita delle masse. 
Facendo come quasi tutte le sètte dipendere la virtù del sacra- 
mento dalla dignità del celebrante, esso viene quasi al punto al 
quale si trovarono gli Arnaldisti, ma lo risolve delegando i sa- 
cramenti a chi conduca la vita da esso considerata ideale: così, 
mentre da principio i Valdesi si protestano figli di Roma, se ne 
staccano completamente più tardi. 

Come in ogni chiesa vera e perfetta, i Valdesi d'Italia sono 
costituiti in tre ordini, che essi negano poter sussistere nella 
chiesa di Roma: il vescovile, il sacerdotale, il diaconale. Il ve- 
scovo [majoralis) amministra la confessione, ordina, consacra; i 
sacerdoti {sandaliati, perfecti) vanno visitando i vari centri, sof- 
fermandosi negli ospizi o nelle case private, luogo di adunanza 
dei credenfes, predicano e confessano, leggon la scrittura, con- 
sacrano; i diaconi {novellani) li assistono nelle funzioni. L'ordi- 
nazione si fa per imposizione delle mani, l' eucaristia si celebra 
pochissime volte all' anno, specialmente a pasqua [dies coenae). 
L' hospiUum è il vero centro della vita della setta : in esso riman- 
gono sempre cinque osci fra uomini e donne {familiares hospitii) 
che sì flngon coniugi o fratelli, col major o rector che ne racco- 
glie la confessione; quivi sono anche i novizi che diverranno poi 
nuper conversi o novellani, i quali saran poi ordinati in sanda- 
liati o sahattati dopo nuovo tirocìnio, con facoltà di consacrare 
e di ministrare i sacramenti (eucaristia) e che hanno in mano 



KAKSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 349 

tutta l'organizzazione della setta. Organo dei sandaliati è il ca- 
pitolo generale o concilio, che si raduna per lo più in Lombardia 
e tratta gì' interessi della setta, nomina i rettori degli ospizi ed 
è presieduto da un majoralis {a deo et hominibus electus). 

Alla costituzione di una chiesa propria essi giungono dalla ne- 
gazione della origine divina di quella di Roma (domus mendacii), 
dalla quale si discostano per numerosi punti, tutti negativi: non 
riconoscono il culto dei santi, non i miracoli né il purgatorio con 
le relative preci, messe, indulgenze, elemosine; non ammettono il 
canto sacro, il culto della Vergine, la croce (invenzione della 
chiesa), non la indissolubilità del matrimonio (divorzio su istanza 
di un sol coniuge), non costruiscon chiese, stimando ogni luogo 
atto alla preghiera. 

Non ostante che, vòlti all' ideale loro della vita apostolica, 
facciano attivissima propaganda fra le classi più umili nelle città 
e nelle campagne, non ostante la loro diffusione, sintomi di deca- 
dimento cominciano a manifestarsi nel loro seno già verso il 1250; 
hi rarità della celebrazione dell'eucaristia e degli altri sacra- 
menti rende per essi indispensabile il clero cattolico, in modo 
che quel filo che ancor -li congiunge alla chiesa e che è la fede 
nel dogma ecclesiastico, nel culto e persino nel sacramento cele- 
brato da sacerdote che non si sia reso indegno, si rinforza no- 
tevolmente. È questo il filo per il quale tornarono a Roma i 
puuperes lombardi. 

I fratelli italici si staccano alquanto dai fratres ultramon- 
tani, ed ancor vivente Valdo (fl^l?'?) tendono a separarsene defi- 
nitivamente organizzandosi su tipo nazionale, col nome di ytalico- 
rum fratrum societas. Furono essi che costituiron le congregaciones 
laborancium, delle quali sappiamo solo che furono una novità 
disapprovata dal fondatore della setta, e si organizzaron poi in 
una chiesa con i tre ordini di gerarchia: gli episcopi, con piena 
aurorità, scelti nella società dei perfetti o presbiteri, ed i diaconi 
o nuper conversi, i quali tutti conducono, sotto il nome dì pauperes 
spiritu, la vita apostolica. Attorno a loro la folla degli amici o 
credentes, che restano nel mondo {in rebus permanentes). 

In questi poveri che alcuni vollero identificare con gli Umi- 
liati v'è, come già traspare dal nome, un elemento importantis- 
simo che caratterizzerà molte delle organizzazioni religiose del 
secolo : l' aver fatto cioè della povertà un fattore precipuo per l'in- 
dipendenza della vita dello spirito, in opposizione alla chiesa, 
tutta dedita ai beni materiali. Essi si trovan più vicini a Roma 



350 



RECENSIONr 



di quanto non lo fossero i lionesi, specialmente per quanto ri- 
guarda il matrimonio ed il battesimo dei neonati, e non è cosa 
da meravigliare quindi che se ne staccasse nel 1210 il gruppo di 
Bernardo per tornare definitivamente al Cattolicismo. Questi ri- 
conoscevano alle donne la facoltà di predicare, praticavano il 
lavoro manuale, accettando, men rigorosi in ciò del gruppo di 
Durando passato in Ispagna e che rifiuta il danaro, qualsiasi ri- 
compensa al loro lavoro : il sacrificio di molte delle loro opinioni 
li rese accetti alla sede apostolica, alla quale chiesero, nel 1237, il 
riconoscimento del loro nome ed una regola, per finir poi nel 1256 
trasformati in eremiti agostiniani. 

Accenneremo appena di sfuggita alle altre sètte valdesi, quali 
i tortulani (consacrano una volta all'anno e non un' ostia od un 
pane, ma un tortello), i rebaptisati (ritengono nullo il battesimo 
ricevuto da un sacerdote cattolico), coloro che al sacerdozio am- 
mettono anche le donne, ecc. 

Gli Umiliati. — Un'organizzazione della quale teniamo pa- 
rola benché sia poco più tardi scomparsa (seconda metà del 
XIV secolo^ senza mai aver avuto grande seguito né mai aver 
attirata soverchiamente l'attenzione della chiesa, é questa degli 
Umiliati, che ebbero in sé molti tratti dì somiglianza con gli 
eretici e parecchi elementi ereticali, tanto che alcuni autori li 
mettono tra i Valdesi, altri fra i Catari. Usciti dalle infime classi 
sui primi del secolo XI coi nomi di religiosi homines, padrini, 
boni homines ecc., formano una congregazione a tipo ortodosso, 
ma non giungono al massimo sviluppo se non verso il 1150, epoca 
nella quale possedevano numerosissime proprietà, case (le più an- 
tiche a Vicoboldone ed a Brera), organizzazione economica in 
contradizione con gli ideali religiosi e dedita al lavoro, special- 
mente all'arte della lana, al commercio, ad imprese redditizie, a 
brigar presso il papa per ottener privilegi, proprietaria di opifici, 
orti, stalle, molini ecc. Non è possibile, sulla scorta dei docu- 
menti che possediamo, seguirla nel suo sviluppo, ma ci è noto 
che la costituivano tre ordini, reggentisi con regole non appro- 
vate dal pontefice: il terziario, vivente in istato di penitenza e di 
lavoro, il secondo, congregazionista, il primo o canonico (vita 
claustrale). In ispecial modo il terzo ha affinità con l'eresia. Esso 
predica ai profani, accusa il clero cattolico, discute gli articoli 
di fede e la dottrina dei sacramenti, rifiuta di giurare; il secondo, 
oltre di tutto ciò, non osserva le costituzioni ecclesiastiche né è 
noto qual regola segua, sino a quando ne ricevette una da In- 



KARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA SÌA 



nocenzo III: fratres e sorores vivono nella domus, sotto la di- 
rezione di un praelatus. eletto, per un anno, in un'ititimità che 
dà luogo a murmiirationes non modicae. Il primo, fondato da 
Giovan Oldrado da Meda (f 1159), del quale gli Umiliati fecero il 
santo del loro ordine, conduce vita monastica con /"raires (clerici 
e laici) e sorores, sotto la direzione d'un praepositus a vita. I 
fratres clerici assumono il nome di canonici regolari. Le donne, 
dopo che fu gridato allo scandalo, si separaron dai fratelli e si 
ritirarono in clausura così stretta, che scarsissime ed insufficienti 
notizie trapelarono sulla loro vita. Questi elementi ereticali eb- 
bero come loro esponente un gruppo, non molto importante a dir 
vero, che verso il 1140 piegò decisamente all'Arnaldismo, senza 
però un ideale chiaro di vita evangelica e di riforme, puri pro- 
testanti che rifiutano di giurare e negano l'efficacia dei sacra- 
menti somministrati dal clero cattolico peccaminoso. 

Sappiamo che i due primi ordini si svolsero sulla base del 
terzo quasi a complemento necessario di esso poco dopo il 1150 
e presero un notevole sviluppo durante la seconda metà del se- 
colo, ma i documenti non ci illuminano sulla natura del legame 
intercedente fra gli ordini od anche fra i membri di uno stesso 
ordine. I rappresentanti delle tre congregazioni si riuniscono al- 
meno annualmente in un consiglio o capitolo generale ; incarica 
resta sempre un magister ordinis. il cui potere è temperato da 
sei definitori, contro le deliberazioni dei quali non v'è appello. 
Ma a poco a poco il Consilium quatuor praepositorum majorum 
accentra in sé i vari poteri, persino quello di nominare e con- 
trollare il maestro, non però senza proteste e ribellioni (li288 e 
segg.) o tentativi separatisti (1304, la Casa di Alessandria). 



L'ottimo lavoro del Karsawin, dal campo dell'eresia ci tra- 
sporta poi in quello dell'ortodossia, e, unicamente guidato dai 
documenti, prende ad esaminare quel lato del grande fenomeno 
della rinascita religiosa che fu il fiorire de\ Francescanesimo. 

Francesco si sente nato ad una missione: dare un esempio 
affinchè tutti possan seguire le vestigia di Cristo. E se v' è un 
tratto importantissimo che distingue i Francescani dai Catari e 
dai Valdesi (che fra gli eretici rappresentano i razionalisti) cioè 
l'elemento mistico che ne informa tutta l'attività, pure non pos- 
sono sfuggire all'osservazione alcuni tratti comuni: sono questi 



3ò2 RECENSIONI 



l' idealità della vita e dell'attività apostolica, la completa povertà, 
l'impeto religioso con la vivificazione emozionale dei dogmi e 
delle tradizioni; essi ammettono la confessione mutua dei fra- 
telli, ma non quale sacramento, come è per gli eretici, sibbene 
come mezzo religioso di edificazione. Non per combattere gli 
eretici con le loro stesse armi sorse Francesco (come mostra di 
credere il Tocco), ma per predicar con l'esempio la vita del vero 
cristiano. Nel considerare il sacerdote, Francesco si avvicina mag- 
giormente al principio di Arnaldo, poiché esorta i suoi fratelli 
clerici ad esser puri e ad agir con purezza, ma mentre gli Arnal- 
disti si sdegnano per la profanazione e l'oifesa al corpo di Cristo 
fatto dal sacerdote in peccato, che per essi è dunque il fattore più 
importante, per i Francescani il fattore che solo vien preso in 
considerazione è Cristo che santifica tutto, anche il sacerdote, 
che d'altronde pur se immacolato riman sempre un vii peccatore, 
che nessuno si può attentare a giudicare, essendo (|uesto ufficio 
non dell' uomo ma di Dio 

Di non minore importanza ed interesse dei precedenti sono i 
capitoli che il Karsawin dedica agli Eremiti, che rappresentano 
uno stadio di mezzo fra gli anacoreti dei primi secoli e gli ordini 
nuovi sorti di recente. Ciò vaie per i Giambonisti, apparsi già 
prima dei Francescani in Romagna e diffusisi per tutto il nord 
d'Italia, ma che a quelli molto si avvicinano per l'abito e per il 
tenor di vita, col fine di conciliar l'antico eremitismo con le 
nuove tendenze, abitare presso o dentro dei luoghi abitati, pre- 
dicare, mischiarsi al popolo. Sicché essi dall'ideale tradizionale 
vengono ad un compromesso con le nuove idee, mentre i Fran- 
cescani alle forme tradizionali giungono da concezioni non tra- 
dizionali. Ciò vale per i Guglielmiti, seguaci di Guglielmo il 
grande (f 1157), vale per i Silvestrini, seguaci di Silvestro Ghi- 
slieri, il canonico di Osimo, che ai nuovi ideali uniscono una 
diversa comprensione degli antichi (maggior familiarità tra i fra- 
telli, viver di elemosina osUatùn, agir direttamente sulle masse). 
L'elemento della predicazione, cosi importante, manca invece ai 
Celestini, seguaci di Pier Morene (Celestino V), oltre alle inten- 
zioni del quale si svolse, secondo lo spirito dei tempi, la vita del 
suo ordine. Per quel che riguarda le Clarisse la ricostruzione 
fatta dal Karsawin è notevole, non offre però alcun elemento 
nuovo degno di rilievo, non discostandosi quest' ordine nel con- 
tenuto ideologico dai Francescani. 



KARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 353 

Un capitolo di non faril ricostruzione era quello concernente 
le manifestazioni delle nuove idealità religiose fra i laici : lo 
studioso russo ha raccolto molte e nuove indicazioni sulla esi- 
stenza e l'attività delle associazioni laiche di mutuo soccorso, 
non estranee al culto, alla cura del tempio, alle funzioni funebri : 
tali le numerose geldoniae, viciniae. collectae, {con)fraternitates, 
matriculae, sodalitia, consortia. La diffusione stessa di queste as- 
sociazioni sta a dimostrare che esse rispondevano ad un bisogno 
dell' epoca, ad un ideale compenetrato ad un tempo e di elementi 
economici e di elementi religiosi : questi prevalgono invece in 
quelle organizzazioni di laici che sorsero come satelliti'del mag- 
giori ordini, dei Domenicani cioè e dei Francescani, costituendosi 
poi in taluni casi alla lor volta in ordini religiosi. Vogliamo dire 
della Militia Jesii Christi {fratres e sorores) contro l'eresia ed i 
comuni, della Militia B. M. Virginis (vulgo Fratres gaudentes), 
dei Terziari francescani e dei domenicani, imitazione dei prece- 
denti, dei Fratres de Poenitentia, della Confraternita di S. Pietro 
Martire, della bolognese Societas Mariae, costituita ad vitandum 
et delendum sodomiti vitium et hereticam pravitatem, da assegnarsi 
tutte al secolo XIII. 

Non teniamo parola di quelle epidemie famose di religiosità 
che si ebbero circa il 1260 in Bologna {Allelujanti) e nell'Umbria 
(Flagellanti) alle quali han rivolto 1' attenzione e storici e demo- 
psicologi, ma che il Karsawin con la solita accuratezza d'inda- 
gine illustra nel loro divenire ricostruendone esattamente la sin- 
golare attività e sceverandone i fattori psicologici. 

Alla trattazione principale seguono alcuni ben condotti capi- 
toli di critica delle fonti, sì di quelle del Valdesismo che di quelle 
— parte molto più importante ed ampliamente svolta — del Fran- 
cescanesimo. Dato uno sguardo agli statuti, l'A. si volge all'esame 
delle leggende di Tomaso da Celano, e attraverso la prosa reto- 
rica di lui cerca di penetrare sino all'anima del poverello di 
Assisi; sottopone alla critica i racconti e gli scritti di fra Leone 
e compagni, e più specialmente gli Scripta trium sociorum, che 
egli pone fra il 1244 e il '46, gli Scripta sociorum (Speculum I, 
Spec. II, Leggenda antica), ed altre fonti, con termine ante quem 
r anno della morte di fra Leone, 1271, gli scritti della seconda 
generazione dei Francescani (Corrado da Offìda, ecc.) e le compi- 
lazioni posteriori, cioè gli Actus e i Fioretti. 

Come più in alto abbiamo accennato, il Karsawin dà il testo 
del Vat. lat. 4255, contenente da ce. 54 a a 72 6 la Summa contra 

23 



354 RECENSIONI 



Catharos, d'Anonimo, ed inoltre altri testi da lui rintracciati ; 
quello contenuto nel Riccard. membran. 277 con una Predica del 
vescovo Girolamo d'Arezzo, quello del Riccard. 311 (raccolta di 
Prediche dal titolo Flos evangeliorum et omeliarum) e l'altro del 
Laurenz. Plut. XXXIII sin. cod. 1, con le Prediche dell'arcive- 
scovo di Pisa P'ederigo Visconti. Seguono una buona e ricca bi- 
bliografia delle fonti ed opere pubblicate sul vastissimo argomento, 
e4 un ben fatto indice. 

L' opera del Karsawin potrebbe aspirare ad essere il monu- 
mento più grande che sia stato inalzato all'anima religiosa del 
popolo italiano. Dall'epoca della pubblicazione de J^' eresia we/ 
Medio Evo di Felice Tocco, sono scoiai oramai trent'anni, e noi 
non abbiamo bisogno di far rilevare come le conoscenze nostre 
suir argomento siano molto più estese adesso e sopratutto meno 
incerte e che un' opera quale è quella che abbiamo esaminato, e 
che, com' è facile vedere, tratta I' argomento in modo completo e 
ricostruisce l'edificio dalle fondamenta, era oramai necessaria. Il 
Tocco stesso con instancabile tenacia venne man mano con nuove 
indagini a completare integrare correggere molte pagine del suo 
classico studio : il Karsawin si rifa dalle origini stesse utilizzando 
tutte le ricerche fatte dagli altri e pubblicando documenti sinora 
non conosciuti. 

La lettura di queste centinaia di fittissime pagine, se da 
un lato ci fa restare ammirati della mole di lavoro, di pa- 
zienza e di dotta sceverazione che esse rappresentano, non di- 
sperde però la prima impressione che abbiamo avuta: quella 
cioè di trovarci dinanzi ad una grande opera che in sé ancora 
conserva qualche poco della confusione, del caos originario 
dal quale emerse. La straordinaria complessità dell'argomento 
preso a trattare ha lasciato la sua impronta nel libro, al quale 
nuoce dunque quel frequente ripetersi e negli apprezzamenti e 
nelle citazioni; il portare nel testo accenni e brani che sarebbe 
sufficiente citare in nota, si che la chiarezza della concezione ne 
resta velata, e quel non esaurire un soggetto una volta che ne ha 
intrapresa la trattazione. Non diciamo poi delle mende lievi, come 
quella di non declinare le parole latine inserite nel testo russo, 
quella della poca chiarezza e talora della inutilità degli schizzi 
grafici dati in Appendice, ecc. 

E ci-ediamo che non sarebbe difficile all'A. rivedere le sue 
pagine, tanto più che lo schema che egli ci ha dato nell' Indice 
è chiaro e luminoso. Qualche taglio qua e là, qualche dilucida- 



• 



f 



KARSAWIN, LA VITA RELIGIOSA IN ITALIA 355 

zione, qualche trasposizione, la ricostruzione di talune pagine e 
magari la fusione di due o più capitoli che si dilungano sullo 
stesso argomento, come quelli sul Francescanesimo, una critica 
un poco più severa di quanto si rivela dai processi della Inquisi- 
zione, una divisione più rigorosa fra il contenuto ideologico di 
una setta e le manifestazioni sue, nonché il mettere in maggior 
luce il significato sociale dei movimenti importatiti, come il Ca- 
tarismo ed iJ Francescanesimo, darebbero all'opera dello scrittore 
russo una forma salda, forte e decisa, che di essa farebbe un vero 
monumento più del bronzo perenne. 

Ci auguriamo inoltre che qualche autorevole cultore di cose 
religiose nostre ne intraprenda la traduzione, sì da rendere ac- 
cessibile agli studiosi italiani un'opera che fu scritta per loro. 

Palermo. Ugo Fortini. 



A. Serena, La cultura umanistica a Treviso nel secolo XV. — 
Venezia, Tip. Emiliana, 1912 (nella Miscellanea di Storia Ve- 
neta, edita per cura della R. Deputazione Veneta di Storia 
patria, serie III, voi. Ili : 8°, pp. xi-396. Un" Appendice di pp. 39, 
contenente l'Indice dei nomi, fu pubblicata nel 1913). 

Come ogni altra città nostra del Rinascimento, che non abbia 
ospitato fra le sue mura qualche singoiar tempra di dotto o di 
poeta o non abbia avuto uno Studio fiorente o non sia stata si- 
gnoreggiata da una famiglia amante e protettrice delle lettere, 
anche Treviso non diede nel Quattrocento alla cultura italiana 
grande tributo né di pensiero maturato da fervore di spontanee 
energie, né di operosità divulgatrice e affìnatrice dell'antico e del 
nuovo patrimonio ideale. E neppure ebbe colà l'umanesimo quel 
forte carattere politico e nobilmente pratico che gli serbò Venezia, 
quasi a testimoniare la remota origine della nuova filologia dallo 
spirito stesso che aveva creato il Comune italiano. Anche a Tre- 
viso, come nelle altre città della terraferma veneta, anzi di tutto 
il resto d'Italia, fu indigeno quell'umanesimo professionale, che solo 
Venezia forse non conobbe se non trapiantatovi di fuori a fini di 
diletto estetico e più di pratica utilità. Insomma a chi della cultura 
italiana quattrocentesca ricerchi il vario atteggiarsi e le intime 
ragioni e gli effetti, l'umanesimo trevigiano non si presenta con 



356 RECENSIONI 



una flsonomia sua propria, in forte rilievo. Non altra conclusione 
può suggerire, mi pare, quest'ampia monografìa del Serena ; ma 
grazie ad essa, Treviso avrà d'ora innanzi il luogo onorevole che 
le spetta, se non nella storia della cultura, nella rassegna dei 
minori centri della cultura italiana. 

Dalle pubblicazioni e dalle carte manoscritte dei vecchi eru- 
diti trevigiani del Settecento e del primo Ottocento, ma più dalle 
sue larghe e pazienti indagini negli Archivi, specialmente in 
quello notarile, e nelle Biblioteche della città, derivò il Serena 
la materia del suo racconto, cui segue il testo integrale o il re- 
gesto dei documenti messi a profìtto. Non del tutto corretta è la 
riproduzione di questi, più spesso per colpa del compositore tipo- 
grafo che del trascrittore, né sempre chiara 1' indicazione delle 
fonti onde provengono; nuoce al racconto lo sforzo evidente di 
accumularvi notizie e di dare tuttavia un assetto organico alla 
materia ribelle. Narrare secondo un disegno più serrato e suc- 
cinto, e più risolutamente che il Serena non abbia fatto, lasciare 
alla serie dei documenti (ch'è poi la forma naturale di cosiffatti 
lavori puramente eruditi) l'iifticio non solo di avvalorare ma anche 
di compiere la narrazione, sarebbe forse stato partito più van- 
taggioso alla speditezza e all'efficacia di questa e insieme alla 
perspicuità dei fatti in sì gran copia tratti in luce dal Serena. 
Ma anche cosi com'è concepito, il libro, di cui l'aggiunto Indice 
dei nomi rende agevole la consultazione, egregiamente lumeggia 
la vita letteraria trevigiana del Rinascimento. 

Introduttivo il primo capitolo, che tocca della cultura citta- 
dina nel secolo XIV e tratteggia la figura curiosa di Oliviero 
Forzetta, un usuraio amante dei libri e degli oggetti d'arte, che 
lasciò, morendo nel 1373, la sua biblioteca ricca di opere clas- 
siche, parte agli Eremitani e parte ai Minori della città, sia per loro 
uso, sia per gli scholares homines in generale, che nei monasteri 
potessero convenire a studiare. 

Nel secondo capitolo a notizie che illustrano la vita civile e 
religiosa (feste, predicazioni, condizione degli Ebrei) si intreccia 
l'enumerazione di quei rettori di Treviso per la Repubblica di Ve- 
nezia e dei vescovi che nel Quattrocento diedero favore alle arti 
e alle lettere. Degno di ricordo fra i primi Francesco Barbaro, 
del quale più durevole assai che la podesteria (1422-23) fu l'effi- 
cacia nella vita intellettuale dei Trevigiani. I due capitoli se- 
guenti discorrono dei maestri, quali venuti di fuori e quali nativi 
di Treviso o delle terre vicine, che insegnarono, con pubblico 



SERENA, LA CULTURA UMANISTICA A TREVISO 357 

stipendio o privatamente, grammatica e rettorica. Di alcuni sa- 
rebbe stato facile seguire in parte la vita randàgia col sussidio 
delle numerose pubblicazioni recenti intorno alle antiche scuole. 
Ma sarebbero ugualmente rimasti per noi figure oscure, nomi 
vani, come quasi tutti i loro colleghi. Poiché tra i maestri di cui 
questo libro annovera la lunga fila, due soli hanno qualche fama 
negli annali dell'umanesimo : Ognibene de' Bonisoli da Lonigo, la 
cui biografia si arricchisce, per le ricerche del Serena, di alcune 
nuove o piti sicure notizie, e il trevigiana Francesco Rolandello, 
che fu anche cancelliere del Comune e dall'imperatore Federico III 
ottenne nel 1468 corona di poeta. 

Il Rolandello assistette pure i primi passi della tipografia 
trevigiana, che copiosa di operatori e di stampe, ebbe già nel- 
l'ultimo trentennio del secolo XV un bel periodo di fioritura. 
Certo conferirono a darle vita e vigore le circostanze dal Serena 
osservate, in ispecie il prosperare, nel territorio bagnato dal Sile, 
dell'industria della carta. Ma non vuol essere dimenticata nep- 
pure la vicinanza di Venezia, della città che ben presto si avviò 
a divenire il maggior emporio librario del Rinascimento. Tratta 
della Stampa a Treviso- il quinto capitolo, dove alcuni documenti 
nuovi illustrano la vita di quel Girardo fiammingo de Lisa, tipo- 
grafo, maestro di grammatica e cantore, che nel 1471 diede fuori 
i primi libri stampati a Treviso. 

Del lungo capitolo sesto, che, ricordando II miglior tempo del- 
l'umanesimo a Treviso, si addentra nel secolo XVI, tengono la 
più gran parte Girolamo da Bologna, il cui cognome si fece dalla 
città onde nel Trecento era venuta la sua famiglia, e Giovanni 
Aurelio Augurello, riminese, ma a Treviso vissuto lungamente 
come segretario del vescovo Niccolò Franco e poi come maestro 
d'umanità; personaggi di fama assai più che locale fra i loro 
contemporanei, di notorietà erudita fra i posteri. Accurato editore 
di testi latini e volgari, raccoglitore e illustratore di iscrizioni, 
fabbro di versi latini fecondissimo, il Bologna (1454-1517) è il rap- 
presentante più cospicuo del maturo umanesimo trevigiano. L' Au- 
gurello (1441-1524), che le liriche pubblicate da Aldo e la Chryso- 
poeia mostrano, se non altro, conoscitore consumato delle eleganze 
latine, fu dei primi che ricercassero e insegnassero le regole del 
volgare e a Treviso maestro di quella generazione d'umanisti che 
vi alimentò il culto delle lettere giù per il secolo XVI. 

Alla scuola dell'Augurello, grande ammiratore e nelle rime 
imitatore del Petrarca, crebbe anche Jacopo Antonio Benaglio, il 



358 



RECENSIONI 



meno sciatto, tuttoché il men famoso, dei petrarchisti trevigiani. 
Su questi e sulle scritture volgari composte o andate in istampa 
a Treviso nel Quattrocento e nel primo Cinquecento, cade il di- 
scorso nel settimo capitolo del Serena, e il discorso desta qual- 
che interesse là dove s'aggira intorno alla Leandreide e assai più 
dove si discutono le relazioni che Politilo e V Hypnerotomachia 
hanno con Treviso. Quivi sono documenti e osservazioni, di cui 
dovrà tener conto chi ritenterà i segreti del libro misterioso. 

Nell'ultimo capitolo il Serena, movendo dallo scorcio del se- 
colo XIV, segue con rapidi cenni riassuntivi le vicende delle Belle 
arti a Treviso, sino all'età in cui l'architettura e la plastica vi 
giandeggiarono coi Lombardo, e la pittura con Lorenzo Lotti e 
Paris Bordone. Così è piena, in questo libro fatto di ricerche co- 
scienziose e severe, l'analisi degli elementi onde nel tempo della 
Rinascita s' intessè la vita intellettuale della ridente città che già 
era stata nido di cortesia e di valore nella Marca gioiosa. 

E orna. Vittorio Rossi. 



Carlo Pellegrini, Luigi Pulci. L' uomo e V artista. (Estr. dal 
voi. XXV degli Annali della Scuola normale superiore di Pisa . 
— Pisa, Succ. Nistri, 1912; 8°, pp. 210. 

Ecco un libro ardito e simpatico: e simpatico precisamente 
perchè ardito. Tutti sanno o dovrebbero sapere che quasi tutti i 
nostri scrittori più grandi sono stati finora, presso la nostra cri- 
tica, meno fortunati di moltissimi cosiddetti minori, perchè, a 
differenza di questi, non hanno trovato chi sapesse comporre in- 
torno a ciascuno di essi quel libro d'insieme, cioè di sintesi giu- 
diziosa, che i numerosi studi parziali dovrebbero pure suggerire. 
Questo divario di trattamento dipende, naturalmente, da molte e 
ovvie ragioni, delle quali non ultima, pare a me, una certa paura, 
nei giovani che devono pensare alla carriera, di sentirsi gratifi- 
cati, con soverchia facilità, del poco desiderabile titolo di com- 
pilatori. Or ecco un giovane, che è, crediamo, a' suoi primi passi 
nel campo della storia delle nostre lettere, presentarci, con bella 
sicurezza che onora lui e il Maestro (Francesco Flamini) che lo ha 
guidato, una monografìa complessiva sul Pulci : come non salu- 
tare con calda simpatia il tentativo anche se, quale opera di un 
giovane, non possa dirsi in tutte le sue parti pienamente riuscito"? 



I 



PELLEGRINI, LUIGI PULCI 359 

Accintosi all'impresa con sicura preparazione, il P. non si è 
lasciato prender la mano dal suo tema, ed ha cosi potuto met- 
terci davanti, com'egli dice, ttitta la complessa figura del poeta 
in cinque soli capitoli. 

Nel primo di essi narra la vita di Luigi ricostruendola sa- 
gacemente di su gli scarsi documenti a noi pervenuti, coli' as- 
sennato proposito di dar rilievo alle vicende esterne solo in 
quanto necessarie a comprendere il carattere dell'uomo. Il quale 
carattere però, ad onta degli sforzi ingegnosi che il P. fa per 
determinarlo con sicurezza, rimane per noi un po' enigmatico. 
Crede il P. che il Pulci abbia avuto un' indole originariamente 
gioconda, ma le ragioni che egli adduce a sostegno della sua 
opinione non sembrano a noi tutte persuasive (1). Ma, a parte 
siffatta questione, il profilo del Pulci uomo può dirsi completo : 
troviamo infatti nelle 60 pagine che il Nostro gli dedica tutte le 
notizie essenziali sulla famiglia Pulci, sui primi studi di Luigi, 
sui rapporti che egli ebbe coi Medici, sulla società in mezzo alla 
quale visse a Firenze, sulle sue polemiche, sulla sua religiosità, 
sulla sua cultura. 

Il cap. II intende a riassumere e risolvere la questione, an- 
tica e complessa, della autenticità di varie opere attribuite a 
Luigi. Anche qui la piena conoscenza della bibliografia dell'argo- 
mento rende al P. la mano leggiera e sicux'a, in modo che il capitolo 
non nuoce all'economia generale dell'opera. Giovandosi adunque 
delle prove messe avanti dagli studiosi che 1' hanno preceduto, 
suffragate da altre sue, ingegnosamente trovate, il P. dimostra 
l'autenticità della Qriostra e del Ciriffo: restituisce a Luca il 
Dirodeo d'amore (nel quale tuttavia devono ritenersi di Luigi i 
due episodi migliori: quello della tempesta imitata da Ovidio, e 
quello di Sosia); ritiene apocrifa anche la novella del goffo Se- 
nese, «abile falsificazione di A. F. Doni »; e da ultimo esamina 
le liriche attribuite a Luigi, mostrando la difficoltà di stabilire 
in modo definitivo quali, specie degli strambotti, siano da consi- 
derarsi autentiche. 

Il cap. Ili è dedicato al Morgante, ed è facile intendere che 
questa parte del suo compito doveva riuscire al P. la più ardua 



(1) Vedasi ciò che scrive in proposito u i acuto studioso de; Pulci 
(Attilio Momigliano), in Giornale storico della Letteratura italiana, 
1913, voi. LXII. fase. 184-85, p. 219. 



360 RECENSIONI 



a trattarsi. Forse qui il freno che il P. impose a se stesso fu so- 
verchio. Data l'importanza somma che per la figura del Pulci 
artista ha il bizzarro poema, poteva l'A. dedicargli senza troppe 
esitazioni un maggior numero di pagine; così, pur senza togliere 
al suo studio il carattere di sintesi, avrebbe avuto modo di giu- 
stificare meglio certi suoi giudizi che non riescono troppo con- 
vincenti. Lo stesso schematismo, forse soverchio, della sua tratta- 
zione doveva suggerirgli, diciamo così, un respiro più largo e più 
profondo. Ad ogni modo le pagine garbate che egli ha scritto 
intorno alle principali figure del Morgante contengono osserva- 
zioni sagaci, e bastano a mostrare in che consista il valore d'arte 
di quello che egli chiama « il ritratto più vero e più vivo della 
società fiorentina del Quattrocento sotto tutti i suoi aspetti » (1). 

L'esame e la valutazione estetica delle opere minori danno 
luogo ad un capitolo, di giuste proporzioni : quanto il P. vi 
scrive intorno al Ciriffo « opera d'arte frammentaria », alla Gio- 
stra « componimento d'occasione », alla Bpca « che non può con- 
siderarsi come una vera e propria operetta artistica», nonché 
intorno a varie liriche, è scritto bene e sembra a noi definit,ivo. 

L'ultimo capitolo, snello e denso ad un tempo, delinea effl- 
cacemente la storia della fortuna del Pulci, dalle prime edizioni, 
anzi dalle prime notizie quattrocentesche sul Morgante, giù giù 
fino al saggio che sul Pulci scrisse il Foscolo. E s'intende, è te- 
nuto conto non della sola fortuna nazionale, ma anche di quella 
all'estero. 

Chiude il bel volume, che molto ci lascia sperare dal P. nel 
campo dei nostri studi, un'Appendice la quale trae dall'inedito tre 
sonetti in riprensione di Luigi Pulci, e ripubblica un contrasto 
amoroso che è attribuito da un cod. Riccard. a Luigi Pulci gio- 
vane, ma che in realtà (come ci avverte lo stesso Pellegrini 
nella Bass. hihl. della leti, ital., XX, 11, 338) è un sirventese del 
Trissino. 

Firense. Luigi Fassò. 



(t) Naturalmente, in questa parte del suo libro, il P. risente spesso 
l'influenza di quello che egli stesso definisce « il miglior lavoro che 
sia uscito sul xlior^a^^e », cioè il libro di Attilio Momigliano, L'indole 
e il riso di Luigi Pidci, Rocca S. Casciano, 1907. 



PITRÉ, TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE 361 



G. PiTRè, Biblioteca delle Tradisioni popolari siciliane. Yo\. XXIV: 
Cartelli, Pasquinate, Canti; voi. XXV: La Famiglia, la Casa, 
la Vita. — Palermo, A. Reber, 1913. 

Colla pubblicazione di questi due volumi Giuseppe Pitré dà 
compimento a quel ciclo di studi sui costumi siciliani, che por- 
taiK) il nome di Biblioteca delle Tradisioni popolari. Iniziata 
cinquanta e più anni fa, tra 1' indifferenza del pubblico e la diffi- 
denza dei dotti (perchè non dirlo"?), l'opera lunga e faticosa 
si venne sviluppando con armonia di criteri e di principi, che 
la rendono, nel suo genere, un modello scientifico. Raccogliere e 
ordinare un complesso patrimonio orale; descrivere costumanze; 
ritrarre tipi affacciantisi nell'immenso campo della vita popolare 
con diversità di atteggiamenti e di caratteri; rilevare una molte- 
plicità di fatti e di manifestazioni ; investigarne le tracce nella 
storia dell' isola, e quindi rintracciare per quali nessi si congiun- 
gono all'innumerevole catena delle tradizioni umane e universali, 
è raro esempio dell' attività di un uomo. Quanti studiosi non si 
sono provati a imitare la Biblioteca, o a seguire le orme del suo 
Autore? Eppure ai così detti Pitré della Francia, della Spagna, 
per non parlare dell'Italia, mancò, se non la copia delle notizie, 
il fervore della continuità nell' opera intrapresa. La grandezza 
dell'isolano, che diede alle indagini folkloriche indirizzo, ordine, 
unità, donde la nuova disciplina che con lui ascese alla cattedra, 
la demopsicologia, è privilegio della Sicilia. 

Il XXIV volume si apre con un saggio sui cartelli e sulle 
pasquinate dal Cinquecento agli esordi del secolo XIX, e si chiude 
con una Appendice di tradizioni siculo-albanesi. Originale contri- 
buto alla storia politica, il primo capitolo presenta le piccole e le 
grandi miserie della vita amministrativa e sociale di quei tempi for- 
tunosi,- eCheggianti nelle voci sommesse delle maestranze e nelle 
grida sediziose delle plebi, nei lamenti degli oppressi e nei fremiti 
dei rivoltosi, nelle cantilene dei monelli e nelle canzoni satiriche, 
che accusano tirannie di governanti e sopraffazioni di giudici e 
giustizieri, additano disagi economici e sociali. Proverbi e formole, 
aventi forma di motteggi fra paese e paese (onde il nome di bla- 
soni civici), leggende plutoniche, mitologiche ed esplicative, aned- 
dotiche e burlesche, racconti di spiriti e di anime erranti, descri- 
zioni di feste e ricorrenze solenni, costumanze e cerimonie: ecco 



362 RECENSIONI 



il contenuto dell'altra parte del libro. Un vero capitolo di demopsi- 
cologia è quello <;he tratta delle anime dei giustiziati, dette « mpìl- 
luse » o « billuse » dal pietoso ricordo del settantenne Andrea 
Belluso di Messina, tenuto in odore di santità ed impiccato 
nel 1679; di quelle dei decollati, oggetto di devozione in omaggio 
a S. Giovanni e al suo supplizio; degli spiriti degli uccisi e degli 
annegati ; dei vascelli-fantasma, fra cui la barca di Caronte, che 
i naviganti descrivono come un gran bastimento pieno di gente; 
dei geni e dei diavoletti domestici, fra cui « Mammucca», con 
attribuzioni uguali a quelle del « Munacheddu » della tradizione 
calabro-sicula ; delle fate, dei « fatuzzi », spiritelli a volte benevoli e 
a volte malefìci ; e finalmente della concezione popolare dell'anima, 
che il volgo fa risiedere alla bocca dello stomaco. Un insieme di 
note, di osservazioni e di analisi, dell'importanza delle quali può 
giudicare chi si occupa di miti e di culti, di psicologia tradizio- 
nale e collettiva. Seguono quadretti e schizzi luminosi di ricorrenze 
solenni e festive, dimeni una buona parte, quella aggirantesi sui mi- 
steri della vita di Gesù Cristo (nascita, battesimo, passione e morte), 
si svolge in forma di rappresentazione sacra; e quindi usanze 
natalizie, nuziali e funebri ; superstizioni e rimedi medicinali ; 
pratiche e consuetudini agricole; ubbie, come quelle per indovi- 
nare i numeri del lotto; titoli vernacoli del galateo tradizionale 
(p. es. il « Voscenza », sincope di Vostra Eccellenza », il « Don » 
di « Dominus »); vecchi castighi scolastici (tirate di orecchie, sa- 
liva sul naso, bavagli, mitre di cartone, berline, buffetti sulla 
punta delle dita, sferzate sul deretano), epico corredo educativo 
dei nostri nonni. 

Se l'inchiesta sui contadini dell'Italia meridionale non avesse 
reso superflua la descrizione particolare della vita contadinesca, 
il Pitré avrebbe dato uno sviluppo notevole alla parte di questo 
libro che riguarda gli usi campagnuoli. Altronde, molte cose del 
genere erano state esposte nei volumi sugli Usi e Costumi, ai 
quali segue ora il frutto delle nuove indagini, talvolta sottili, 
come quelle sulla raccolta delle ulive e della manna, tal'altra 
minute come quelle sull'apicultura in Naso e sulle superstizioni 
e le consuetudini giuridiche che la riguardano. Per compenso 
della volontaria rinunzia al risultato delle ricerche nel campo 
delle costumanze rurali, lo scrittore offre un nucleo di tradizioni 
siculo-albanesi, in tutto tredici fiabe, alcuni proverbi e toponimi, 
colti dalla bocca di popolani di Piana dei Greci e di Palazzo 
Adriano e trascritti in pretto vernacolo con la versione italiana. 



PITRÉ, TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE 363 

L'importanza di questa collezioncina non deriva dal contenuto 
delle « pugare » (così son dette le favole in lingua albanese), che 
hanno analogie in Sicilia e in Albania, nonché negli altri paesi 
d' Europa, ma perchè essa è la più copiosa fra quante ne son 
venute alla luce nella novellistica albanese d'Italia. Se le usanze 
e 1 riti degli Albanesi di Sicilia erano stati presi in considerazione 
in altra parte della Biblioteca, non dovevano restare escluse le 
tradizioni orali di quelle genti, alle quali Giuseppe Pitré aveva 
rivolto il pensiero prima che il dilettantismo innovatore avesse 
preteso additare agli studiosi di etnografia le colonie albanesi e 
le slave, le germaniche e le galliche, sparse qua e là nel bel 
paese, fra la corona delle Alpi e le tre marine. 

E passiamo al XXV volume, magnifico complemento del- 
l'opera, perchè la sintesi che contiene del lungo meraviglioso 
viaggio attraverso le popolazioni dell'isola è avvivata, illuminata 
dai molti documenti grafici (in tutto 173 tra fototipie e zincotipie) 
che adornano il libro, rivelando agli occhi le svariate attrattive 
della vita materiale della Sicilia. Si sa che non è la prima volta 
che il maestro adopera disegni e fotografie per illustrare le tra- 
dizioni siciliane; ma se diversi anni fa, quando le indagini folklo- 
riche non erano tanto in onore fra noi, egli ricorse alle illustrazioni 
per un bisogno del suo spìrito; oggi, a dimostrare la peculiare 
importanza delle riproduzioni grafiche nei lavori di etnografia, 
concentra nell' ultimo libro della collezione ì più efficaci docu- 
menti visibili, illustrandoli con l'arguta parola che getta sprazzi 
di luce sulle persone, sulle cose e sull'ambiente che le circonda. 
Sono figure, tipi, quadretti, giuochi fanciulleschi e rappresenta- 
zioni di popolo, scene sacre e cavalleresche che lo scrittore coglie 
nella famiglia, nella casa e nella vita. I costumi delle donne e quelli 
degli uomini, le gioie e gli ornamenti tradizionali sono descritti 
capo per capo, nelle loro fogge, nei disegni, negli ornati e nelle 
variazioni locali, esaminati nelle peculiarità dell'adattamento ; le 
abitazioni rustiche e le urbane, dalla stanzuccia a pian terreno 
del « jurnataru » a quella col solaio del « burgisi », dal « catoju » 
cittadinesco, alle grotte del medicano, dal « pagghiaru », così detto 
dallo strato di paglia, frasche o strame di cui è coperto, al 
« jazzu » (giaciglio sorretto da forcole), sono osservate con rapido 
efficacissimo sguardo. Nella casa rustica e popolare nota il Pitré 
la cassa pel corredo, la « buffetta », i « ci ruma » (sedie solide), i 
« firrizzi » o « zagaruna » (sedili di ferula), « lumere »• (lucerne). 



364 



RECENSIONI 



e « mignani » (cassettine di legno per piantagioni), reliquie e 
acquasantiere. 

Le stoviglie, nella varietà delle forme, delle vernici e degli ornati, 
lo riconducono ad un esame sull'arte figulina, che vanta fabbriche in 
Caltagirone, Caltanissetta, S. Stefano di Camostra, Licata, Lentini, 
Terranova, Cosellano; gli oggetti di uso domestico lo richiamano 
ai lavori che i pastori fanno con la punta del coltello, come cuc- 
chiai e stecche, rocche e conocchie, pifferi e collari da capra, 
« gotti » di corno di bue, e borracce di zucca, quasi sempre fre- 
giati o istoriati, e quindi alle opere delle donne, al filare, al tes- 
sere e al far la calza. Trattando della caccia e delle sue costu- 
manze, presenta i differenti attrezzi venatori, tra cui il « chiech >> 
di S. Fratello, la « cciappola » e l'amo, avanzi dell'industria pri- 
mitiva che l'uomo nomade lasciò in retaggio al lavoratore dei 
campi: discorrendo degli ex-voto (in Sicilia «miracoli») nelle 
forme diverse di tabelle votive dipinte su tela, su legno o su 
latta; di membra umane e di animali fatte in cera; di offerte di 
trecce, gambali ferrati per piedi torti, grucce, primizie di raccolte, 
di grani in sacchi, di civaie, di frutta, di ovini e bovini, si ferma 
sugli oggetti di devozione, fra cui sacchetti e scapolari ; sugli 
oggetti di penitenza, tra cui cilicii di ferro e di rame, discipline 
o flagelli, che vanno dalla fune con nodi alla catena ad anelli 
schiacciati, dalle « devozioni » o panini sacri, che assumono fogge 
diverse a seconda del voto fatto o del santo cui sono offerti ; fra i 
quali notevoli quelli a forma d'occhi (« l'ucchiateddu di Santa Lu- 
cia »), di mammelle (« li minnuzzi di Sant'Agata »), di ferro di ca- 
vallo (« li tìrruzzi di Sant'Alci »), di barba (« la varva di S. Giu- 
seppe '■>); e finalmente sui dolci rituali, di cui quelli molto comuni 
di Pasqua, che vanno dai « pupi » ai « cudduri cu l'ova >. Dopo 
ciò, a completare la dipintura dell'ambiente domestico, consi- 
dera con un colpo d'insieme il piccolo mondo superstizioso che 
si concentra negli amuleti e negli antidoti, e in tutti quegli og- 
getti ed espedienti che la tradizione magica indica come efficaci ad 
allontanare mali e malefici. 

Questo il mondo domestico. Che cosa si fa nella via? Pas- 
sano davanti al nostro sguardo, dapprima le figure dei vendi- 
tori, che impersonano i costumi tradizionali di Palermo e Mes- 
sina, dall'acquaiuolo antico colla « bozza », coi « gotti » e col 
« zannù », a quello odierno colla « tavulidda » o deschetto; dal 
fruttivendolo ed erbivendolo al venditore di ricotta; dalla « eur- 
rera >, all'eremita; quindi seguono, quasi schierate in un biz- 



PITRÉ, TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE 365 

zarro albo, le maschere tipiche: la « tappiribella >, curioso 
gruppo di due gobbi e di una donna, e la « tuppiana », intreccio 
di pazzeschi personaggi sgambettanti per le vie; pulcinella ar- 
mato di colascione e la barca tutta di cartone e popolata di ma- 
schere da questua; le farse dette «diri» della Sicilia orientale, 
e i ludi di Castrogiovanni, detti « mmischie » perchè simulano 
scontri e battaglie; le pantomime delle due Petralie e i Giudei di 
S. Fratello, mascherata fuori tempo, perchè eseguita nei giorni di 
giovedì e venerdì santo; e, più importante fra tutte, il «mastro 
di Campo» di Mezzojuso, in cui la critica storica ha riconosciuto 
la parodia degli amori di Bernardo Cabrerà, Conte di Modica e 
Mastro di Campo, con la Regina Bianca, Vicaria del Regno. 

Sfilano di poi i carri trionfali, tra cui quello di Santa Rosalia 
in Palermo; la bara di Messina, eseguita anche in Calabria, e 
che assunse nella città del Peloro proporzioni colossali nell'occa- 
sione dell'arrivo di D. Giovanni d'Austria dopo la battaglia 
di Lepanto; e dopo i carri, i colossi sacri e profani, che por- 
tano nome di giganti in Messina, « giasanti » in Mistretta, « san- 
toni » in Modica, « diavolazzi » a Prizzi ; nonché il Cammello 
di Messina, sul quale sarebbe entrato nella città il Conte Rug- 
gero di Normandia, e il serpente di Bufera, il quale avrebbe 
liberato il paese dai mostri che la infestavano: rappresentazioni 
gaie e briose, devote e bizzarre, che, sotto l'apparente curiosità, 
rivelano documenti umani, manifestazioni della mentalità di altri 
tempi, e che trovano origine in avvenimenti storici e in ricordi 
mitologici. 

Si disse che se vi è terra nella quale le tradizioni cavalle- 
resche son sempre vive, essa è certamente la Sicilia; poiché 
mentre da una parte i contastorie (diversi dai cantastorie), man- 
tengono fresche le leggende del ciclo carolingio; dall'altra, a rav- 
vivare le gesta di Orlando e di Rinaldo, resta il teatro paladi- 
nesco, coi suoi prospetti e palcoscenici vivaci, coi cartelloni 
accesi e luminosi. 

A siffatte rappresentazioni si ricollegano le scene dipinte del 
carretto siciliano. Già Eliseo Reclus, nel 1865, rilevò la curiosità 
artistica di questo fortunato veicolo della Sicilia, che porta a pro- 
fusione figure, ornati, disegni, sculture e incisioni. I carretti però 
variano nelle principali regioni dell'isola. In Monreale le scene 
delle fiancate sono scolpite e dipinte; in Catania il colore celeste 
si fonde e armonizza col verde; in Trapani e in Palermo sopra un 
fondo giallo spiccano decorazioni rosse, i tradizionali colori del 



306 RECENSIONI 



Comune palermitano. Le storie che adornano le fiancate sono rica- 
vate ora dalle leggende romanzesche, ora dalle tradizioni bibliche, 
ed ora dai racconti agiografici; sebbene anche in ciò prevalgano, 
secondo le provincie e i paesi, ragioni locali, criteri artistici e 
sentimentali. 

Dalla vita della strada, che ha l'ultimo capitolo nell'illustra- 
zione delle insegne delle botteghe, delle case, delle chiese, e delle 
marche di proprietà, argomento quest'ultimo non mai trattato in 
Italia, lo scrittore volge l'attenzione alla vita del mare per descri- 
vere la tonnara e in special modo la « mattanza », cioè la caccia 
al tonno; le barche e gli attrezzi da pesca; le pesche diverse, 
fra cui notevole quella del corallo, contributo nuovo al folklore 
marinaresco; le saline, che dalle spiagge di Trapani si estendono 
a quelle di Marsala, e che attirarono l'attenzione di viaggiatori 
stranieri, tra cui l'Hoiiel nel secolo XVIII; i mulini per il sale, e 
i canti e le cantilene delle saline. 

Come per le manifestazioni della religiosità popolare, per le 
pratiche magiche e pei costumi questo libro si ricongiunge ai 
precedenti volumi della Biblioteca riguardanti le Feste patronali, 
gli Usi e CostHìtii e la Medicina popolare; così, per quanto ri- 
guarda i giocattoli, i balocchi e i passatempi dell'infanzia si ri- 
porta al volume dei Giuochi fanciulleschi. Difatti, in questo sono 
descritte movenze e figure, atteggiamenti e scene, a differenza delle 
nuove pagine dedicate alla forma dei giocattoli e alla costruzione 
degli strumenti musicali, tra cui la zampogna, la cornamusa, il 
cembalo. 

Questo indice fugace della svariata materia trattata nei due 
volumi non dice quale tesoro di osservazioni critiche ed etno- 
logiche r A. profonde nel suo libro. Quando egli fissa il tipo 
isolano, misto di diversi elementi, greci, arabi, latini, addita al- 
l'antropologia nuovi dati, che assieme agli indici cefalici e ana- 
tomici valgono ad illuminare lo studio dell'uomo, e cioè quelli 
demografici. Come spiegarsi la diffusione del tipo saraceno nel- 
l'isola, senza tener conto del commercio degli schiavi, che fu flo- 
rentissimo nella seconda metà del Medio Evo e nel primo secolo 
dell'Evo moderno? 

Risultato d'indagini dirette e personali, fatte con intelletto 
d'amore, questo volume è un tesoro per la scienza etnografica. 
E giova pur dire, che se G. Pitré non avesse scritto altri 24 volumi 
sulle tradizioni siciliane, questo solo che tratta della vita popo- 
lare nelle diverse manifestazioni, avrebbe dato alla Sicilia il pri- 



PITRÉ, TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE ' 367 

mate nella letteratura etnografica dell'Italia. Purnondimeno, chi 
si volge a guardare il lungo cammino che il grande folklorista 
percorse attraverso il popolo isolano, che gli narrò favole e leg- 
gende, che lo confuse coll'innumerevole armonia dei suoi canti, 
che gli disse i suoi profondi adagi, confidandogli pratiche e ubbie, 
palesi ed occulte, e riferendogli tradizioni ed usanze, non può che 
benedire al sapiente vecchio ; il quale, a settant'anni, compie feli- 
cemente l'epoca iniziata a diciotto, come un voto patriottico e 
scientifico. E vorrei dii-e anche paterno, poiché mentre la Sicilia 
e la scienza italiana si accingono ad onorare il grande uomo nel- 
l'occasione del compimento della Biblioteca, il maestro ofi're, pie- 
toso omaggio alla memoria del figliuolo spentosi nel fior dei suoi 
gentili anni, questo volume che conclude la lunga faticosa opera. 

Nicotera. Raffaele Corso. 



Dr. Robert Redslob, Die Staatstheorien der fransòsischen Na- 
tionalversammlung von 1789. — Leipzig, Veit und C, 1912, 
pp. 368. ■ 

1. — L'A. di questo grosso e denso volume si propone di 
studiare e di descrivere storicamente e dogmaticamente insieme 
le dottrine politiche dell' Assemblea Nazionale del 1789. Uno stu- 
dio di tal natura non potrà non apparire sommamente ojiportuno 
a chi consideri che la caratteristica essenziale della Dichiarazione 
dei diritti dell'agosto 1789 e della Costituzione del 3 settembre 1791 
— cioè dei due atti fondamentali dell' Assemblea Nazionale ~ è 
appunto da cercare nelle loro origini prettamente dottrinarie e 
teoriche. Tutta l'opera dell'Assemblea ebbe nella teoria il suo 
punto di partenza. La Costituzione del 1791 non risultò dalla ri- 
forma o da un ulteriore sviluppo di una costituzione già di fatto 
esistente; né dalla imitazione più o meno fedele di una costitu- 
zione straniera. Essa fu un edificio tutto nuovo, creato dalle fonda- 
menta su concetti e principi desunti dalla teoria: la quale ebbe così 
agio allora di esercitare un ufficio, a cui essa non è mai generalmente 
chiamata. La teoria per la sua stessa natura accompagna per lo più, 
o preannuncia, non crea le formazioni costituzionali degli Stati: 
esamina, illumina, critica ciò che trova prima e all'infuori di sé già 
costituito nel fatto. Ma nei primi anni della Rivoluzione — anzi, 
in un corto senso, per tutto lo svolgersi della Rivoluzione — la 



368 RECENSIONI 



teoria ha dato essa stessa vita alia costituzione, divenendo essa 
stessa fattore fondamentale della formazione dello Stato. Perciò è 
da quella che deve innanzi tutto partire chi voglia giungere ad 
una valutazione esatta e completa dell'opera deirAssemblea Na- 
zionale. Troppi atti e troppe deliberazioni di questa possono sem- 
brare del tutto ingiustificabili e quasi assurde a chi non abbia un 
chiaro concetto dei principi teorici da cui essa partiva. Sono ben 
note le gravi accuse — particolarmente l'accusa di vuoto astrat- 
tismo filosofico e teorico e di incongruenza insanabile fra i prin- 
cipi proclamati nella Dichiarazione dei diritti e il sistema posi- 
tivo sancito nella Costituzione (l) — che furon mosse dai più fra 
gli storici della Rivoluzione a tutta l'opera dell'Assemblea Na- 
zionale : tali accuse sono in gran parte fondate, ma esse tro- 
vano nell'esame illuminato e diligente delle teorie e dei concetti 
politici e giuridici, da cui l'Assemblea era animata, spiegazione 
più profonda e più piena di quelle, che il semplice esame dei fatti 
e delle circostanze esteriori, e la descrizione, necessaria certo ma 
in questo caso non sutticiente, dell'ambiente politico in cui l'As- 
semblea si trovò ad esplicare la propria attività, abbiano per lo 
più suggerito anche ai migliori e più acuti storici di questa prima 
fase dell'era rivoluzionaria. La causa prima degli errori e dei 
difetti della Costituzione era non tanto negli uomini e nei par- 
titi, quanto nelle teorie che alla Costituzione diedei'o vita: le con- 
traddizioni, di cui l'opera dell'Assemblea è piena, eran già, prima 
che negli spiriti e nelle passioni di parte, nelle varie correnti 
teoriche e dottrinarie da cui la mentalità, per cosi dire, dell'As- 
semblea era attraversata e dominata. È perciò problema di altis- 
simo interesse storico questo, di vedere come e con quali effetti 
siffatta trasposizione della teoria nella realtà, della dottrina nella 
legislazione positiva siasi verificata. Ed è qui l'importanza grande 
del libro offertoci dall'A. Il quale ha intanto il merito indiscuti- 
bile di avere affrontato il problema in tutto il suo complesso, pre- 
sentandoci, non già, come qualche scrittore aveva fatto prima di 
lui, uno studio limitato a questo o quel punto dell'edificio politico- 
costituzionale creato dall' Assemblea (2), ma un esame di tutto 



(1) Vedi ora, per es., Madelin, La Eévolution, IV ed., Paris, 1913, 
pp. 31 e segg., 104 e segg. ; anche Salvemini, La Rivol azione francese, 
Milano, 1905, pp. 139-99. 

(2) Vedi per es. per la dottrina della separazione dei poteri Duguit, 
La séparation dee pouvoirs et V Assemblée nationale de 17H!)-0(}, 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 369 

intero il vasto e complicato edificio, e sovratutto dando alla propria 
esposizione un carattere severamente sistematico. Nel che stava 
una delle maggiori difficoltà dell'impresa tentata dall'Autore. Giac- 
ché a chiunque conosca anche superficialmente la storia interna del- 
l'Assemblea, è noto come essa abbia proceduto in modo assai di- 
sordinato e confuso nella trattazione dei singoli argomenti e dei 
singoli punti fondamentali della Costituzione, senza avere innanzi a 
sé alcun piano determinato e preciso; come essa si sia nell'ordine 
delle proprie discussioni lasciata assai spesso dominare, più che 
da un proprio proposito o da un proprio programma, dallo svol- 
gersi delle circostanze esteriori ; come infine, essa sia piìi volte ri- 
tornata su se medesima, riprendendo in esame materie già discusse 
e risolute ; onde appare lutt'altro che agevole trarre dai suoi di- 
battiti le basi sicure per un'esposizione sistematica delle sue teorie 
polìtico-giuridiche. La difficoltà fu in gran parte superata dall'A. 
Il quale divise il suo libro in tanti capitoli, quanti gli parvero i con- 
cetti teorici fondamentali da cui mosse l'Assemblea e i punti essen- 
ziali del suo edificio costituzionale, vale a dire : il concetto della 
libertà naturale (pp. 5-17:; le due idee parallele del contratto so- 
ciale e della volontà generale (pp. 17-4-5); il conseguente principio 
della sovranità popolare (pp. 46-74) ; il concetto dei diritti naturali 
dell'uomo (pp. 75-104); il principio della rappresentanza politica 
(pp. 105-130); il sistema elettorale (pp. 131-50); ì\ potere costituente 
(pp. 151-72) ; iìpotere legislativo (pY>- 173-220); infine il concetto della 
separazione dei poderi (pp. 221-352). E però, a parer mio, assai dubbio 
che il sistema di partizione della materia adottato dall' A. sia 
realmente il più atto a dare, com'era in effetto intenzione dell'A., 
un'idea chiara ed esatta del singolare processo logico, attraverso 
a cui r Assemblea passò per tentare l'attuazione concreta e po- 
sitiva nella Costituzione dei principi teorici da cui essa era par- 
tita. Tale partizione non corrisponde che assai inesattamente a 
quel processo logico, in sé considerato. Per esempio, il concetto 
del potere costituente, che nella trattazione dell'A. e nel sistema 
stesso della Costituzione, presa nel suo complesso, precede il con- 
cetto del potere legislativo, nacque in realtà nella mente dell'As- 
semblea dopo quello del potere legislativo, e proprio in conse- 
guenza del modo con cui l'Assemblea stessa aveva costruito il 



Paris, 189-3 ; e per la teoria del potere costituente Zweig, Die Lehre vom 
* Pouvoi/r constituant » , 1909; e vedi più innanzi per tutta la ricchis- 
sima bibliografia intorno alla Dichiarazione dei diritti. 



24 



370 RECENSIONI 



potere legislativo. E, per portare un altro esempio, la celebre 
questione del veto regio alle deliberazioni del Parlamento, che vien 
dall'A., correttamente dal punto di vista sistematico, trattata nel 
capitolo relativo al potere legislativo, avrebbe, seguendo il pro- 
cesso logico dell'Assemblea, trovato miglior luogo in quello rela- 
tivo alla divisione dei poteri. Da ciò venne la necessità di fre- 
quenti ripetizioni, e spesso un difetto di chiarezza nell'esposizione, 
che rendono assai diffìcile la lettura del libro. Ond'io sarò co- 
stretto, nel rapido ma preciso riassunto che mi propongo di dare 
dei risultati fondamentali di esso, a scostarmi assai spesso dal- 
l'ordine in esso seguito, adottandone un altro che mi sembra più 
conveniente a ben lumeggiarne il significato e l'importanza. E 
fin d'ora accennerò ad un' altra non lieve lacuna del libro, che 
forse impedi all'A. di darsi completamente ragione di certi par- 
ticolari atteggiamenti del pensiero dell'Assemblea di fronte ad 
alcuni dei principali quesiti ad essa proposti, e sovratutto di giun- 
gere ad una più completa e sintetica visione dell'opera comples- 
siva dell' Assemblea e specialmente della sua efficacia e delle sue 
conseguenze necessarie di fronte al successivo svolgersi degli av- 
venimenti rivoluzionari. L'A. ha ben veduta — e meglio lo consta- 
teremo fra breve — tutta l'influenza esercitata da Rousseau sul 
pensiero politico dell'Assemblea; ed ha anche con sufficiente chia- 
rezza sentita la natura prettamente ideale, trascendente, deontolo- 
gica della teoria di Rousseau (pp. 33 e segg., 75 e segg.); ma non ha 
altrettanto sentito, o non ha mostrato di sentire, che tale carat- 
tere deontologico o trascendentale della teoria di Rousseau non era 
affatto compreso dalla mentalità della maggioranza dell'Assemblea 
e, in genere, dalla mentalità rivoluzionaria, che tendeva invece a 
dare della teoria stessa una intei-pretazione del tutto empirica e 
quasi direi materialmente letterale. In altri termini, mi sembra che 
dalla sua esposizione non risulti abbastanza nettamente questo, che 
pure ha per la valutazione dell'attività dell'Assemblea fondamen- 
tale importanza: che le contradizioni le difficoltà e gli errori in 
cui l'Assemblea venne necessariamente a cadere, malgrado ì 
propri sforzi per uscirne, sono per la maggior parte, più che a ^— 
Rousseau, attribuibili al modo con cui le teorie di Rousseau eran J^ 
sentite e interpretate in seno all'Assemblea. Il che meglio si ve- 
drà, affrontando con l'A. l'esame della complessa e sottile opera 
di questa. 




REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 371 



2. — La convinzione ormai universalmente diffusa, non ostante 
qualche recente tentativo d'opposizione (l), che attribuisce influenza 
decisiva e preponderante alle dottrine di Rousseau su tutto lo 
spirito e il movimento rivoluzionario francese, e non soltanto nelle 
sue più tarde ed estreme manifestazioni, ma già nei suoi inizi, 
trova ora nuova conferma nei primi capitoli del libro, in cui l'A. 
lucidamente dimostra come a base di tutta l'opera politica e co- 
stituzionale dell'Assemblea stiano alcuni concetti o principi ac- 
colti e proclamati da tutta l'Assemblea con unanime concordia, 
senza segno di dubbio o di incertezza, come articoli di fede o 
dogmi di irrefutabile evidenza: e cioè che gli uomini sono per natura 
liberi ed uguali, che lo Stato sorge dal contratto sociale e si fonda 
su questo, che nello Stato la sovranità spetta al popolo e solo 
al popolo. È vero che questi concetti non erano essenzialmente 
particolari a Rousseau e si riconnettevano a tutta la grande tradi- 
zione giusnaturalistica anteriore e contemporanea a Rousseau: 
che sovrattutto tali concetti avevan trovato ampio e originale svi- 
luppo anche presso scrittori, come Hobbes, Spinoza e Locke, ben 
diversi da Rousseau, oltre che per nazionalità, per tendenze spi- 
rituali e dottrinali. Ma è senza dubbio merito dell' A. aver dimo- 
strato irrefutabilmente com^ tali concetti, qualunque contenuto 
avessero avuto presso questi ed altri pensatori, furono accolti ed 
enunciati dall'Assemblea proprio e solo in quella forma e con quel 
preciso contenuto che essi avevano raggiunto in Rousseau. HobBes, 
Locke, Spinoza non hanno - cosi pensa l'A. -- esercitato alcun de- 
cisivo influsso sul pensiero dell'Assemblea: il vangelo di questa 
è il Contrai social, e le prime parole del Contrai social conten- 
gono il dogma fondamentale di tutta la Rivoluzione, fi contratto 
sociale, a cui l'Assemblea senza tregua si richiama, non è infatti 
il contratto di Locke o di Spinoza: è proprio e soltanto il con- 
tratto di Rousseau: un contratto di tutti con tutti, in forza del 
quale ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisce che a se stesso 



(1) L' influenza del Rousseau sulla Rivoluzione è in gran parte negata 
da Champion, /. J. Rousseau et la Revolution franraise, Paris, 1909, 
ma con poca fortuna : ad attenuare l'influenza di Rousseau sulla Rivolu- 
zione tende anche Cahen, Rousseau et la Revolution franraise. in Revue 
(le Paris, XIX, 1912, pp. 76? e segg. 



372 RECENSIONI 



e rimane libero come prima (pp. 18 e segg.)- Perciò esso non è 
tale, come era per Spinoza o per Locke, per cui il popolo si as- 
soggetti ad un sovrano, trasferendo in questo la sovranità: non 
è che un assoggettamento di ciascuno a tutti, cioè alla volontà 
generale, in cui risiede la sovranità. E quindi il concetto della 
volontà generale, in cui si identifica la legge, fondamentale pel 
sistema di Rousseau, è tale anche per l'Assemblea. Giova bensì in- 
sistere nell'osservazione che, mentre in Rousseau la formula del 
contratto vale più che altro come una specie di schema ideale 
proposto allo Stato nella sua graduale ascensione verso il raggiungi- 
mento della giustizia assoluta, essa ha per 1' Assemblea valore di 
determinato e preciso programma politico suscettivo di immediata 
e diretta applicazione e attuazione positiva. Tant'è vero che essa 
esplicitamente considera come un patto sociale, come un contratto 
universale la sua stessa Dichiarazione dei diritti del "26 ago- 
sto 1789(1). Con che l'Assemblea in fondo si ingannava — e ve- 
dremo che ciò doveva accaderle assai spesso — sul valore e il 
significato preciso degli atti stessi che essa compiva, di fronte agli 
stessi principi teorici da essa accolti e proclamati : giacché la Di- 
chiarazione dei diritti, se, per una parte poteva considerarsi, ma 
da un punto di vista ideale e dogmatico e non affatto positivo ed 
empirico, una affermazione del contratto sociale, per un'altra parte 
conteneva assai più che una semplice alfermazione sia pure ideale 
del contratto sociale. 

3. — Che, ad ogni modo, la Dichiarazione dei diritti si ricon- 
netta direttamente alla dottrina di Rousseau, ed abbia in questa 
la sua origine ideale pare all'A. fuori d'ogni possibile contesta- 
zione (pp. 75 e segg.). L'A. si scosta così decisamente dall'opi- 
nione a lungo dominante fra gli scrittori tedeschi, la quale, sulla 
traccia di un celebre scritto del Jellinek (2), negava qualsiasi pos- 
sibile rapporto o coerenza tra la Dichiarazione dei diritti fran- 
cese e la teoria del contratto sociale, e affermava essere la fonte 



(1) « Qua la déclaration de nos droits.... soit un pacte social, un con- 
trat universel.... »; discorso di Lally-Tollendal nella seduta dell' Il lu- 
glio 1789, Arck. pari.. Vili, pp. 222 ecc. : vedi in Redslob, Die Staats- 
theorien ecc., p. 45, nota 1. 

(2) Vedi Jellinek, Die Erklàrung der Menschen- u. Burgerr edite, 
Leipzig, 1904 ; la prima edizione è del 1895 ; cfr. anche la sua Allgem. 
Staatslehre. pp. 371 e segg. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 373 

di quella nei hill of rights degli Stati componenti l'Unione ame- 
ricana, alla lor volta derivanti dalle dottrine giusnaturalistiche 
inglesi del secolo XVIII (1): si scosta in sostanza dall'inter- 
pretazione che il Jellinek ha dato della formola del contratto 
sociale — giacché qui è il motivo del dissidio, — avvicinandosi al- 
l' interpretazione comunemente diffusa fra gli scrittori francesi (2), 
o, meglio, accostandosi a quella più originale e profonda proposta 
in Italia dal Del Vecchio, della quale però l'A. sembra non aver 
notizia, come, del resto, mostra di ignorare completamente tutta la 
recente letteratura rousseauiana italiana (3). Il Del Vecchio ebbe 



(l)Vedi ora di nuovo, confermando la sua antica interpretazione, Gierke, 
■JoliaììH. Althusius u. die Entwlckl. ci. naturr. Staatstìieor., 3 Aufg., 
1913, p. 116; 347; 381 e segg. : vedi pure Rehm, Gesc/i. d. Staatswiss. 
1896, 340 e segg. ; Menzel, Miraheau u. die Menschenrechte, 1907, pp. 435 
e segg. ; Wahl, Zur Gesch. der Menschenrechte, in Histor. Zeitschr., 
Bd. 103, pp. 75 e segg. ; Schergeb, The evoluUon of modem liberty, 
1904, pp. 163 e segg. ; la questione è tuttora aperta in Germania ; vedi 
ora Kloeverkorn, iJie Entstehiiny der Menschen- u. Bùrgerrechte, 
Berlin, 1912. 

(2) Vedi per il punto di vista francese, oltre Janet, Hist. de la science 
polit.", 11, 456 e segg. e la Introduzione alla terza edizione, Les Décla- 
ratioìis des droits en Amérique et en France, pp. v e segg.; Boutmy, 
La Déclaration des droits de l'honirne et du citoyen et M. Jellinek, in 
Ami. d. se. polit., XVII, 1902, pp. 415 e segg.; Walch, La Déclaration 
des droits et l'Assemblée constituante, Paris, 1903; Atger, Essai sur 
l'histoire des doctrines du contrai social, Paris, 1906, pp. 316 e segg. ; 
Haegermann, Die Erkl. der Mensch.- ti. Bùrg. in den ersten Atnerick. 
Verf., Berlin, 1910; Marcaggi, Les origines de la Déclaration des droits 
de l'homrne, Paris, 1912 ecc. 

(3) Vedi Giorgio Del Vecchio, Su la teoria del contratto sociale, 
Bologna, 1906 : cfr. pure dello stesso Autore, Siù caratteri fonda- 
mentali dBlla teoria politica del Rousseau, in Riv. lig. di se. leti, e 
arti. 1912; e Ueber einige Grundgedanke der Polit ik Rousseau' s, in Arch. 
f. Bcchts- u. Wirtschaftsph., 1912: la relazione tra la Dichiarazione dei 
diritti e la teoria del Rousseau era stata già dal Del Vecchio affermata 
nel precedente lavoro, La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del 
cittadino nella Bivolus. francese, Genova, 1903, p. 29 ; vedi sulle tracce 
del Del Vecchio, Meloni, La Dichiarazione dei diritti, lo Stato di di- 
ritto e la riforma rivoluzionaria, Città di Castello, 1911, pp. 9 e segg. ; 
MoNDOLFO, Il contratto sociale e la tendenza comunistica in J. J. Rous- 
seau, in Riv. difilos., 1907 ; Caristia, La letteratura recentissima della 
Dichiaraz. dei diritti dell'uomo ecc., in Studium, 1910, pp. 488 e segg. ; 



374 RECENSIONI 



il merito di aver ben notato ove fosse l'errore fondamentale del 
Jellinek : di aver intesa la frase del Rousseau « l'aliénation to- 
tale de chaque associé avec tous ses droits à toute la commu- 
nauté >> (Contr. soc, I, cap. 6), in un senso del tutto letterale, nel 
senso cioè di una totale alienazione dei diritti dell'individuo come 
atto empirico, da cui derivi un'intera spogliazione reale, una effet- 
tiva rinuncia dell'individuo ad ogni propria guarentigia di fronte 
allo Stato. L'alienazione di cui parla il Rousseau va intesa, secondo 
il Del Vecchio, in tutt'altro senso. Nel Rousseau il conferimento 
dei diritti dei singoli per la formazione di una persona pubblica 
che li restituisce immediatamente {Contr. soc, I, 6) è un atto pu- 
ramente concettuale, non un atto empirico; un processo dialettico, 
cui non corrisponde una serie di operazioni nel tempo : in altri 
termini, V aliénation totale di cui parla Rousseau è solo un atto 
fittizio o un canone costruttivo necessario a dimostrare come i 
diritti dell'individuo, pure essendo inscindibili dalla sua natura, 
debbano formalmente essere conferiti a lui dallo Stato, da che e 
in quanto egli ne fa parte. Il contratto sociale non è così in fondo 
altro che una formola, mediante la quale sì vuole indicare la con- 
versione ideale dei diritti naturali del cittadino in diritti civili: 
la formola secondo la quale è garentìta ad ogni cittadino la 
conservazione della propria libertà e della propria personalità 
entro lo Stato, anzi mediante lo Stato. In tal sistema insomma il 
diritto del cittadino non è l'effetto di una largizione revocabile 
e accidentale dell'autorità dello Stato, ma il fondamento e la so- 
stanza di questa autorità: il diritto di ugual libertà, più che una 
legge, è il presupposto d'ogni legge, è la condizione stessa dello 
Stato (1). Ora, per quanto, ripeto, l'A. mostri di ignorare gli 
scritti del Del Vecchio, poco diversa è la interpretazione che egli, 
benché senza troppa chiarezza, e, sovratutto, senza ben fissare i 
punti essenziali di divario fra il suo modo di vedere e quello del 
Jellinek, dà della formola di Rousseau. L'A. afferma recisamente, 
è vero, che nella teoria dì Rousseau non c'è alcun posto per un 
sistema di diritti dell'uomo, vale a dire per un sistema di diritti 



Gentile, Sulla dottrina del contratto sociale, Bologna, 1913, pp. 87 e segg. ; 
ViDARi, Leggendo il contratto sociale, in Biv. pedag., 1912 : vedi però 
le riserve di Solari, L'idea individtiale e l' idea sociale nel diritto pri- 
vato, I, Torino, 1911, pp. 118 e segg. 

(1) Gfr. Del Vecchio, Su la teoria del contratto soó., pp. 15 e segg., 
83 e segg. ; Sui caratteri fondam., pp. 9 e segg. 




REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 375 

originari del cittadino contro o verso lo Stato (p. 75); il che par- 
rebbe porre l'A. nello stesso ordine di idee del Jeliinek : ma è 
concordia solo apparente: sostanzialmente l'A. è in contraddizione 
aperta col giurista tedesco. 

Infatti quand'egli nega nella teoria di Rousseau l'esistenza 
di diritti del cittadino di fronte allo Stato, non intende già per 
diritti il diritto naturale ed originario del cittadino alla libertà e 
alla uguaglianza: questi non sono per l'A. concepibili come diritti 
del cittadino contro o di fronte allo Stato, perchè sono l'essenza, 
lo scopo stesso dello Stato concepito con la formola del contratto 
sociale (p. 92) : lo Stato non può violarli perchè violandoli neghe 
rebbe se stesso. Siamo sostanzialmente di fronte alla interpreta- 
zione con tanto maggior rigore di logica e di critica svolta dal 
Del Vecchio. Tant'è vero che anche l'A. scorge nel contratto sociale 
di Rousseau, non già un fatto che spieghi l'origine storica dello 
Stato, ma solo una /"ormoto, che indica e determina la base etica 
dello Stato: una formola mediante la quale si vuol proclamare 
che lo Stato sorge in quanto tutti i cittadini che io compon- 
gono possano conservare, nell'armonica soggezione alla volontà 
di tutti, la propria libertà e la propria uguaglianza (p. 35) (1). 
V ha però tra l'A. e il Del Vecchio una divergenza, ed è qui : che 
l'A. insiste assai più che il Del Vecchio nel constatare la illimita- 
tezza e la assolutezza della volontà generale una volta che essa 
sia costituita; cioè dello Stato concepito entro la formola del 
contralto sociale : insiste, dico, nel far notare come esso non 
possa avere alcun limite al di fuori di se stesso, in ipotetici diritti 
del cittadino capaci di restringerne dal di fuori l'estensione. e l'effi- 
cacia. Lo Stato - o la volontà generale ch'è lo stesso — è illi- 
mitato, afferma l'A., perchè è sovrano ; e tale illimitata sovranità 
della volontà generale non viola, in alcun caso, la libertà e l'ugua- 
glianza dei sudditi, o dei cittadini ; perchè, nel sistema di Rous- 
seau, sono i cittadini che formano la volontà generale. Il che lo 
conduce ad una soluzione più completa e persuasiva della que- 
stione relativa ai rapporti tra la Dichiarazione dei diritti e la 
teoria di Rousseau di quella offerta dal Del Vecchio. Se infatti la 
interpretazione del contratto sociale data da quest'ultimo, appare 
acuta e profonda, e tale da potersi con sicurezza accogliere, non in 



(1) Vedi ora, nello stesso senso, Perktiatkowicz, Die liechtsphilo- 
aophie Jean Jacques Rousseau' s {Filosofia prawa; J. J. Rousseau), 
Krakau-Warschau, 1913. ' 



376 RECENSIONI 



tutto persuasiva è la conclusione che egli ne trae a proposito della 
Dichiarazione dei diritti dell'agosto 1789: che cioè questa debba 
considerarsi in tutto come 1' attuazione positiva della teoria del 
Contrai social (1). Tale conclusione, esatta senza dubbio per un 
lato, appare per un altro, ove la si accolga senza limiti e riserve, 
incompleta o affrettata. E vero che il primo articolo della Dichia- 
razione (2) proclama che gli uomini nascono e rimangono liberi ed 
uguali ; che nel secondo si indica come scopo di ogni associazione 
politica la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili del- 
l'uomo; che infine nel quarto non si ammettono all'esercizio dei 
diritti naturali d'ogni uomo altri limiti, oltre quelli che assicurano 
agli altri membri il godimento degli stessi diritti. Tutto ciò non è 
è che applicazione e riconoscimento del contratto sociale, quale 
l'aveva concepito Rousseau. E in perfetta coerenza con questo 
l'art. 4 della Dichiarazione afferma che limiti all'esercizio dei di- 
ritti naturali di ciascuno non possono essere determinati che 
dalla legge (art, 6): ossia dalla volontà generale. Ma la Dichia- 
razione non si restringe alla enunciazione di questi principi fon- 
damentali: essa va assai più in là, in quanto contiene anche 
una successiva serie di articoli, i quali, a ben considerarli, si 
riducono ad altrettante limitazioni preordinate alla legge (art. 6 
e segg.). Dopo aver dichiarato che la libertà del singolo non può 
essere soggetta ad altri limiti se non quelli stabiliti dalla volontà 
generale, il che è precisamente conforme alla teoria di Rousseau, 
si passa a dichiarare che vi sono certi limiti che la volontà gene- 
rale non potrà mai stabilire ; e ciò non pare a prima vista affatto 
conforme a quella teoria, o meglio ciò non pare affatto una neces- 
saria conseguenza logica di essa. La volontà generale è nel si- 
stema di Rousseau il sovrano, e sovrano assoluto {Contr. soc, I, 7 ; 
II, 4. 5, 6j: è vero che, come Rousseau dice: « ciascuno aliena della 
sua potenza dei suoi beni e della sua libertà solo quella parte, 
l'uso della quale importa alla comunità » ; ma egli soggiunge anche 
subito che il sovrano (cioè la volontà generale, o, in definitiva, 
la legge), è arbitro e giudice di tale importanza (Contr. soc, II, 4). 
Il che vai quanto dire che non v'è alcun lato della attività o per- 



ii) Cfr. Del Vecchio, Sulla teoria del contr. soc, p. 107; vedi i dubbi 
sollevati da Meloni, op. cit., pp. 29 e segg., e Solari, op. cit., p. 140. 

(2) Vedi ora il testo riella Dichiarazione nell'interessante ed utile rac- 
colta di L. Gahenj et R. Guyot, L'oeuvre legislative de la Revolution, 
Paris, Alcan, 1913. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 377 



sonalità del singolo, su cui la volontà generale non possa far 
sentire la sua efficacia moderatrice o limitatrice. Ciò è ben 
lungi dal significare che la volontà generale possa violare o di- 
minuire il diritto d'egual libertà dei singoli. E come lo potrebbe?... 
La libertà e l'uguaglianza non sono limiti per la volontà gene- 
rale, ma ne sono il presupposto necessario e indispensabile : essa 
esiste ed è sovrana, solo perchè ed in quanto tutti i singoli sog- 
getti siano ugualmente liberi, cioè ugualmente chiamati a formarla. 
Ma questa uguale libertà consiste appunto e si esaurisce in ciò: 
nella uguale partecipazione di ciascuno alla formazione della 
volontà generale. Ne deriva che nessuna statuizione della vo- 
lontà generale — salvo il caso neppur pensabile, tanto è logi- 
camente impossibile, che la volontà generale neghi la persona- 
lità giuridica dei singoli che la compongono (1) — potrà essere 
mai, qualunque sieno i limiti che esso imponga all' attività e 
alla personalità dei singoli, violatrice della libertà e dell' ugua- 
glianza, perchè i singoli stessi avranno direttamente contribuito 
a formarla. Ogni cittadino è libero, nel sistema di Rousseau, 
appunto perchè obbedendo alla volontà generale obbedisce a 
se stesso. Onde deriva che la legge non ha in sostanza al- 
tro limite che la propria identificazione con la volontà gene- 
rale (2). Perciò non pochi articoli della Dichiarazione, in cui 



(1) Vedi Rousseau, Contr. soc, I, 7: « Violer l'acte par lequel il 
existe, seroit s'anéantir ; et ce qui n'est rien ne produit rien.... Le sou- 
verain, par cela seul qu'il est, est toujours ce qu'il doit étre.... ». Vedi 
del resto Del Vecchio, op. cit., p. 103. 

(2) Del Vecchio, op. cit., pp. 103 e 109. Non si deve da ciò dedurre 
che nel sistema di Rousseau il cittadino non abbia diritti : li ha, ma non 
di fronte allo Stato che verrebbe in definitiva ad averli di fronte a se 
stesso, ma nello Stato : cioè di fronte agli organi esecutivi dello Stato. 
In altri termini, ogni cittadino potrà sempre trovar guarentigia contro 
ogni restrizione della propria personah'tà o della propria lil)ertà che non 
sia espressamente determinata dalla legge, che egli stesso, compartecipe 
della volontà generale, non si sia imposto. In questo senso nella teoria 
del contratto sociale è davvero, sostanzialmente, la radice dello Stato 
di diritto moderno (Del Vecchio, op. cit., 115); s'intende, però, dello 
Stato di diritto non in senso kantiano, strettamente filosofico, come di 
Stato formaìp di garanzia, materialmente limitato ah extra nella sua 
azione alla tutela del diritto, ma nel senso giuridico-etico di Stato 
fondato sulla libertà e l' uguagliama (vedi per la distinzione il recen- 
tissimo libro di Panuxzio, Lo Stato di diritto, Cagli, 1914, pp. 35 e 



378 RECENSIONI 



si preordinano limiti che la volontà generale non potrà oltrepas- 
sare, non possono assolutamente considerarsi, senza contraddire 
la stessa interpretazione del Del Vecchio, come altrettante appli- 
cazioni immediate e positive del contratto sociale (1). Ma che 
cosa sono essi allora? La non lieve difficoltà che il Del Vecchio 
ha lasciato insoluta è ora acutamente intravista e risolta dall'A. 
Il quale comincia con l'affermare recisamente la diretta deriva- 
zione della Dichiarazione dalla dottrina di Rousseau. L'errore di 
Jellinek — egli osserva (p. 92) — sta sovratutto nell'aver creduto 
che la Dichiarazione dei diritti sia tale atto da potersi fare concet- 



segg. ; 70 e segg.) ; ossia dello Stato, in cui 1' autorità del corpo sociale 
è dedotta dal principio dell'uguale lihertà individuale: vedi anche 
Del Vecchio, Diritto e pvrsoìialitù umana. Hologna, 1904, pp. 25 e segg. ; 
MoNDOLFO, Jiousseaii nella formasione della cosciensa moderna, in /?/- 
vista pedagogica, 1912, pp. 451 e segg. ; Bartolomei, Lineamenti di 
una teoria del giusto e del diritto, Roma, p. 110. Lo Stato giuridico 
rousseauiano è però, non si dimentichi, lo Stato giuridico metafìsico, 
idealistico, come essenza etico-spirituale, assoluto o trascendente, lo 
Stato giuridico, per così dire, noumenico, che trova il suo riscontro 
nello Stato noumenico imnianente di Hegel, limitato solo eticamente 
ab intus, lo Stato, il cui limite è posto soltanto nella propria ragione 
d'essere: vedi Panunzio, op. cit., pp. 40, 72, e dello stesso A., Il diritto 
e l'autorità, Torino, 1912, pp. 185 e segg. 

(1) V^aìgano alcuni esempi. L'art 13 della Dichiarazione stabilisce che 
♦ le imposte debbono essere utilmente ripartite fra tutti i cittadini in ra- 
gione delle loro facoltà ». Ora perchè la volontà generale non potrebbe 
statuire una disuguale ripartizione delle imposte fra le varie classi dei 
cittadini in base a determinati criteri? Tale statuizione non violerebbe il 
conti-atto sociale, in quanto emanando dalla volontà generale, ciascun 
cittadino avrebbe ugualmente contribuito a formarla. Cosi l'art. 6 dichiara 
che tutti i cittadini sono ugualmente ammessi a tutte le dignità, cariche 
e impieghi senz' altra distinzione che quella della loro virtìj e dei loro 
talenti : ma la volontà generale potrebbe anche, senza violare il contratto 
sociale, stabilire determinate preferenze nella concessione degli uffici pub- 
blici a certe categorie di cittadini, e tali categorie determinare non solo 
in base alla capacità, ma anche in base ad altri criteri, quale la ricchezza. 
Un passo del Rousseau stesso varrà a togliere ogni dubbio in proposito : 
Contr. soc, II, 6: « .... La loi peut bien statuer qu' il y aura des 
privileges ; mais elle n' en peut donner nommément à personne ; la loi 
peut faire plusieurs classes de citoyens ; assigner méme les qualités qui 
donneront droit à ces classes ; mais elle ne peut nommer tels et tels 
pour y ètre admis.... ». 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 379 

tualmente entrare nel sistema di diritti naturali verso o contro lo 
Stato, proprio della dottrina del Locke. Essa non è l'atto con cui 
tutti i cittadini si danno, con riserva espressa o tacita dei loro di- 
ritti naturali, in balìa della maggioranza o di un signore: e non è 
neppure Tatto con cui si fissano i limiti insuperabili tra i diritti 
del popolo e quelli dei cittadini, tra i diritti del sovrano e quelli 
del popolo. Essa ha natura e scopo ben diversi. Ha innanzi tutto 
un significato prettamente dogmatico, e non è altro se non la 
proclamazione solenne di quel che è l'essenza stessa dello Stato. 
Essa riconosce la volontà generale come il principio supremo, la 
suprema condizione di vita dello Stato, e la conservazione della 
libertà e degli altri beni degli uomini come scopo essenziale 
dello Stato. Essa perciò non chiede quali limiti si impongano al- 
l'azione dello Stato, né che cosa allo Stato sia proibito di fare, ma 
dice soltanto ciò che lo Stato deve fare: conservare la libertà e 
l'uguaglianza degli uomini. È vero che l'art. 2 parla anche della 
proprietà coinè di un diritto naturale e imprescrittibile del- 
l'uomo, ma è chiaro che qui la proprietà non è altro che la 
libertà stessa intesa in un senso determinato (p. 95): in fondo, 
tutti i diritti sono contenuti in quello della uguale libertà, ossia 
nella partecipazione alla volontà generale. Quando perciò la Di- 
chiarazione parla di diritti dell'uomo, intende diritti che l'uomo 
ha non contro lo Stato, né, in certo senso, prima dello Stato, 
ma nello Stato, o, meglio, mercè lo Stato. In altri termini, i primi 
articoli della Dichiarazione altro non fanno che dare solenne 
espressione al concetto che gli uomini si assoggettano alla vo- 
lontà generale, dando vita allo Stato, perché questo é 1' unico 
mezzo di conservare la loro uguale libertà: e tale concetto è pro- 
prio quello che forma il contenuto del contratto sociale quale 
l'intese Rousseau. Fin qui l'A. è pienamente d'accordo col 
Del Vecchio. Ma — aggiunge l'A. (pp. 96 e segg.), e qui sta il 
contributo veramente originale da lui portato alla soluzione del 
quesito — la Dichiarazione contiene anche qualche cosa di più. 
Negli articoli successivi, e particolarmente dall'art. 6 in poi, 
si contengono varie disposizioni, le quali si riducono ad essere 
altrettante limitazioni o restrizioni della volontà generale, e dalle 
quali nascono altrettanti diritti o pretese del cittadino verso lo 
Stato. Ma tali limitazioni sarebbero in contrasto col concetto in- 
formatore del contratto sociale, col concetto a cui si ispirano 
i primi articoli della Dichiarazione, se esse venissero imposte 
dal di fuori, come riconoscimento di diritti che il cittadino ha 



380 RECENSIONI 



prima e contro la volontà generale. In realtà tali limitazioni 
sono ben altro : sono altrettanti atti concreti della volontà 
generale: la limitano, ma è essa stessa che liberamente si li- 
mita proclamandole. Se questi primi atti della volontà gene- 
rale impongono limiti allo Stato, è lo Stato stesso che si li- 
mita per rimaner fedele allo scopo stesso della sua esistenza. 
Rousseau aveva già affermato che il sovrano non può volere il 
male: cioè non può voler nulla che contrasti all'interesse dei 
singoli che lo compongono [Contr. soc, I, 7; II, 3, 4); e male 
sarebbe l' iflimitato arbitrio della volontà generale. Perciò questa, 
sin da principio, fìssa o restringe il suo arbitrio, non perchè in 
essenza 1' arbitrio non sia in sua facoltà, ma perchè essa sente 
la convenienza o la necessità dì restringerlo (1). Il che non to- 
glie che le restrizioni, che oggi la volontà generale ha creduto 
di imporsi, non possano essere domani da essa stessa sostituite 
con altre più lievi o più gravi. 

L'A. distingue cosi nella Dichiarazione due parti ben diverse; 
una prima puramente dogmatica, e perciò non mutabile, consi- 
stente nella solenne enunciazione del contratto sociale assunto 
come formola destinata a determinare la base e l'essenza dello 
Stato e a proclamare in conseguenza la sovranità della volontà 
generale: una seconda, d'indole positiva o legislativa, in cui la 
volontà generale pone, compiendo già un vero e proprio atto 
concreto di sovranità, ossia una legge o una serie di leggi, alcune 
restrizioni al proprio arbitrio: o, in altri termini, emana alcune 
leggi di carattere fondamentale, che essa si impegna a non vio- 
lare quando passerà a dare una costituzione allo Stato, e che 
dovranno valere come regola e limite per tutte l'altre possibili 
costituzioni future, sino a che alla volontà generale non piaccia 
statuirne di nuove. 

E sta bene: ma, giunti a questo punto, è da chiederci se l'A. 
non abbia forse corso troppo nell' indicare, almeno apparente- 



(1) Ciò era stato già in parte ben notato dal Boutmy, La Déclar. des 
droits etc. cit., p. 418: «Rousseau applique au souverain l'idéequeles 
philosophes se font de Dieu : il peut tout ce qu' il veut ; mais il ne peut 
vouloir le mal, parce que le mal est contraire à sa nature. Ainsi en est-il 
de l'État, il peut lui aussi tout ce qu'il veut; mais il ne peut vouloir con- 
server tous les droits qn'il a re^us par une aliénation volontaire ; il est 
impropre par sa nature à les exercer. Ce ne sont pas les bornes de son 
arbitre, ce sont les limites de son essence qu'il flxe par la Déclaration 
des droits.... ». 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1 789 381 

mente, nel pensiero di Rousseau 1' unica fonte diretta e imme- 
diata della Dichiarazione. Perchè resta pur sempre vero — e VA. 
implicitamente lo ammette — che nella seconda parte della Dichia- 
razione la volontà generale afferma, sia pure non riconoscendola 
ab extra, come qualcosa di superiore o sopraordinato a se stessa, 
ma, per così dire, ponendola con un proprio atto, o spontanea- 
mente autolìmitandosi, l'esistenza di una sfera delia personalità 
o dell'attività individuale, di fronte a cui essa debba arrestarsi; 
il che vai quanto dire che essa afferma una serie di determinate 
libertà dell' individuo e una serie di determinate guarentigie co- 
stituzionali delle libertà medesime ; per mezzo delle quali la po- 
sizione dell' individuo di fronte allo Stato, che nella pura e sem- 
plice affermazione rousseauiana del contratto sociale, era incerta, 
diviene certa è giuridicamente pregarentita. In altri termini, la 
natura dei rapporti fra individuo e Stato si trasforma da etica in 
giuridica, in quanto prende consistenza reale in norme esplicite 
e tassative, per cui il dovere etico dello Stato, basato sulla libertà 
e V uguaglianza di lasciare all'individuo il godimento dei suoi 
diritti naturali nei limiti compatibili coi fini generali, dà luogo, 
ora, ad altrettanti diritti dell' individuo stesso verso lo Stato. Direi 
quasi che, per mezzo della seconda parte della Dichiarazione, lo 
Stato giuridico noumenico di Rousseau diviene Stato giuridico 
fenomenico ; ed è per essa che potè dirsi essere la Dichiarazione 
una delle basi dello Stato giuridico moderno, nel senso di Stato 
costituzionale. Ora mi pare diffl(;ile poter negare che sulla precisa 
determinazione di un tal sistema di autolimitazione della volontà 
generale abbia in gran parte influito la letteratura giusnaturali- 
stica e individualistica del secolo XVIII, e specialmente il pensiero 
di Locke e di Montesquieu. I vari diritti di libertà assicurati e 
garentiti nella Dichiarazione (1), hanno la loro radice ideale ben 
più in Locke che in Rousseau, se pure Rousseau possa aver con- 
tribuito ad attenuarne l'estensione e la portata (2); e la divisione 



(1) Vedi per l'esame di essi, oltre Del Vecchio, Dichiarazione dei 
diritti, pp. 25 e segg., Meloni, op. cit., pp. 76 e segg. ; Solari, op. cit., 
pp. 123 e segg. 

(2) È, per esempio, assai probabilmente per influsso rousseauiano, 
che la Dichiarazione dei diritti non riconosce esplicitamente, accanto alla 
libertà di stampa, la libertà religiosa, ma solo, a ben guardare, la tol- 
leranza religiosa (art. 10). L'art. 10 lascia sempre aperta la possibilità 
di un conflitto tra la professione di una fede religiosa e l' interesse della 



382 RECENSIONI 



dei poteri, espressamente affermata come guarentigia essenziale 
pel riconoscimento di quei diritti (art. 5) deriva — e meglio lo 
vedremo tra breve — ben più da Montesquieu e da Locke, che 
da Rousseau. Ma giova sin d' ora constatare quella clie tutta la 
disamina dei successivi lavori dell'Assemblea ci mostrerà carat- 
teristica peculiare della sua mentalità : lo sforzo costante di fare 
entrare nel sistema ideale di Rousseau anche concetti e principi 
venutile per altre vìe e attraverso altre correnti di pensiero, e di 
tentare la attuazione emi)irica ed immediata del programma tra- 
scendentale di Rousseau per mezzo appunto di quei concetti*© di 
quei principi estranei a questo, pur dichiarando, anzi intendendo 
sempre di mantenerglisi in tutto fedele. 



4. — E, innanzi tutto, come poteva l'Assemblea Nazionale, 
sorta e composta - come tutti sanno e come è qui vano ripetere — 
dopo aver solennemente accolta la formola del contratto sociale 
e proclamata la sovranità della Nazione, o della volontà gene- 
rale, rendersi essa interprete di questa volontà generale, ema- 
nando statuizioni che quella volontà limitavano e che eran vere 
e proprie leggi, atti concreti di sovranità ? E, di più, poiché 
tali leggi dovevan servire di base ad una Costituzione che l'As- 
semblea accingevasi a dare allo Stato, a qual titolo arrogavasi 
questa una tale impresa, posto che essa non era certo la Na- 
zione, né la sua volontà coincideva sostanzialmente con la vo- 
lontà generale, e che la futura Costituzione doveva, secondo la 
teoria proclamata, valere solo in quanto emanasse dalla volontà 
generale? Importa assai dare precisa risposta a queste domande, 
che si presentarono, del resto, già alla coscienza dell'Assemblea, e 
la cui fondamentale importanza è tutta qui : che è dalla risposta 
che potremo dar loro che ci sarà dato dedurre per qual via l'As- 



volontà generale; e perciò autorizza lo Stato a entrare almeno in parte 
nella coscienza religiosa degli individui, obbligandoli a riconoscere quella 
che Rousseau chiamò foi puretnent civile, doni il appartient an sou- 
verain de flxer les articles {Contr. soc, IV, cap. 10); la prossima costitu- 
zione civile del clero, e, più tardi, il culto della dea ragione sono già qui 
in germe : vedi ora gli acuti accenni di Ruffini, Libertà religiosa e se- 
l)arasione fra Stato e Chiesa, estr. dagli Scritti in onore di G. P. Chi- 
roni, Torino, 1913, pp. 21 e segg. 



* 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 383 



semblea sia passata dalla dottrina alla pratica, dalla teoria alla 
realtà. Che se l'A. non si è veramente proposto il quesito in 
questi termini esatti, né vi ha dato esplicita risposta, questa ci 
è però possibile ricavare dalia sua stessa esposizione. 

5. — La risposta è implicitamente compresa nell'art. 6 della 
Dichiarazione dei diritti, che ha, in questa sua parte, carattere 
strettamente dogmatico : « La legge è l'espressione della volontà 
generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personal- 
mente per messo dei loro rappresentanti a formarla.... ». L'As- 
semblea dunque poteva rendersi interprete della volontà generale, 
perchè i suoi membri ne erano i rappresentanti. E tali essi si 
erano già proclamati nella celebre Dichiarazione del 16 giugno 1789, 
in cui il terzo Stato si era, contro la volontà della Corte e degli 
altri due Stati, costituito in Assemblea Nazionale, e di cui l'A. 
ha ben veduta tutta la importanza e la significazione prettamente 
rivoluzionaria (pp. 58 e segg.) (1). Con essa la sovranità della 
Nazione era già sorta e affermata contro la sovranità regia: la 
Rivoluzione era formalmente avvenuta. Senonchè la Dichiara- 
zione era, nel momento- in cui fu emanata, rivoluzionaria non 
solo di fronte alla tradizione costituzionale da essa trovata in 
vigore, ma anche di fronte alla stessa asserita sovranità della 
Nazione. La proclamazione del 17 giugno aveva infatti anche di 
fronte a questa tutti i caratteri dell' usurpazione, in quanto i 
membri del terzo Stato non potevan certo fondatamente sostenere 
di essere i rappresentanti di tutta intera la Nazione. Non segui- 
remo ora l'A. nell'esame esauriente ed acuto che egli fa delle varie 
fasi attraverso a cui passò la questione della riunione dei tre Stati 
e la lotta fra il terzo Stato e la Corte (pp. 61 e segg.). Certo si 
è però che egli a ragione afferma che, persistendo la maggio- 
ranza dei nobili e del clero nel rifiuto di unirsi ai rappresentanti 
del terzo Stato, questi — e vi fu chi tra loro si provò a soste- 
nerlo (p. 62) (2) — avrebbero, dal punto di vista della logica, 



(1) Vedi ora il testo della Dichiarazione 17 giugno 1789, in Cahen et 
GuYOT, op. cit., pp. 1 e segg. 

(2) Vedi per es. il discorso di Malouet del 15 giugno 1789, in Arch. 
Parlatn., Vili, 119 e segg. Anche Mirabeau parve sull'inizio dubitare 
della legittimità di una proclamazione del terzo Stato in Assemblea Na- 
zionale e propose almeno di ottenere per tale atto la sanzione regia : 
15 giugno 1789, Arch. Parlam., Vili, 109 e segg. 



384 RECENSIONI 



dovuto rinunciare ad arrogarsi una sovranità, che a loro non 
spettava. Tanto più che appariva anche assai dubbio se i membri 
stessi del terzo Stato avessero realmente ricevuto 1' incarico dai 
loro elettori di fondare una nuova Costituzione, o se il loro man- 
dato dovesse, nell'intenzione di questi, limitarsi a riforme parziali 
dirette all' abolizione dei maggiori abusi delì'ancien regime (1). 
Ma considerazioni d'indole politica e sovrattutto le necessità su- 
preme della Rivoluzione già di fatto iniziata dovevano qui ine- 
luttabilmente avere il sopravvento sugli scrupoli teorici. Ad ogni 
modo, ogni dubbio in proposito scomparve di fronte alla resa 
degli altri due ordini, che costrinse anche il Re a cedere, per- 
mettendo espressamente il 27 giugno ai rappresentanti dei Nobili 
e del Clero di unirsi a quelli del terzo Stato nell'Assemblea Na- 
zionale. Questa poteva ormai senza scrupolo dichiararsi rappre- 
sentante della Nazione sovrana, ed esercitare in nome di questa 
la sovranità. Perciò essa poteva anche — quantunque interpre- 
tando con larghezza assai discutibile la precisa intenzione degli 
elettori consegnata nei cahiers — dare di sua propria autorità 
una nuova Costituzione allo Stato (2). L'autorità sovrana spettava 
ora alla Nazione e per lei all'Assemblea Nazionale sua rappre- 
sentante, a cui perciò anche il Re doveva esser soggetto come 
qualsiasi altro cittadino. Se la nuova Costituzione manteneva il 
governo monarchico e dava al Re il potere esecutivo, il Re lo ri- 



(1) Vedi specialmente la relazione di Clermont-Tonnerre 27 luglio 1789, 
in Arch. Parlam., Vili, p. 283, e il discorso su citato di Malouet (p. 65, 
nota 2). È vero però d'altro lato che la maggior parte dei cahiers esigeva 
espressamente, pel caso che i tre ordini dovessero votare distinti, la fu- 
sione dei membri del terzo Stato con i membri degli altri due ordini che 
volessero unirsi a loro in un'Assemblea Nazionale: cfr. Zweig, Die Lehre 
vom * Pouvoir constituant » cit., p. 220. 

(2) Invano alcuni membri dell'Assemblea — specialmente Malouet e 
Mounier — più fedelmente ispirandosi all'intenzione della magL-ior parte 
degli elettori, tentarono conservare al Re qualche diretto intervento nella 
formazione della Costituzione o almeno il diritto di sanzionarla (Arch. 
Parlam., 1 e 5 settembre 1789 ; Vili, 537 e segg. ; 587 e segg.). Ogni lor 
argomento, per quanto dal punto di vista politico sensato ed acuto, urtava 
irrimediabilmente contro il dogma della sovranità popolare e della vo- 
lontà generale, da cui la grande maggioranza partiva e che gli oratori 
stessi eran ben lungi dal negare esplicitamente. Vedi per le idee domi- 
nanti in proposito nell'Assemblea, Sieyès, Qu'est-ce qtie le Tiers Kfat? 
(1789), cap. 6. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 385 

ceveva pel tramite dell' Assemblea, dalia Nazione e doveva eser- 
citarlo nei limiti da essa fissati (pp. 72 e segg.) (1). 

6. — Parrebbe dunque clie il trionfo della dottrina di Rous- 
seau fosse pieno e completo. Eppure già nei primi atti^ dell'As- 
semblea, già nella Proclamazione del 17 giugno 1789 e nella Di- 
chiarazione dei diritti, si era insinuato e affermato un principio 
che è^^straneo, anzi contrario a quella dottrina: il principio della 
rappresentanza. Com'è ben noto, Rousseau respinge energica- 
mente il sistema rappresentativo, che a lui pare in contraddizione 
insanabile con la sovranità della volontà generale. La sovranità 
è inalienabile e, come tale, non ammette rappresentanza : nel- 
r istante in cui un popolo sì dà dei rappresentanti, esso non è 
più libero, perchè pone al luogo della volontà generale la volontà 
di questi, che è, per necessità psicologica e logica, distinta, e che 
può esser diversa dalla volontà generale. In luogo della Nazione 
sovrana, si ha il Parlamento sovrano : nel sistema di Rous- 
seau, una forma di tirannia {Contr. soc, II, 1,6; III, 15 ecc.) (2). 
Ed ecco che nel momento stesso in cui la teoria di Rousseau do- 
veva, nella intenzione dell'Assemblea, passare dall'affermazione 
dogmatica al riconoscimento concreto e positivo, da dottrina 
trasformarsi in sistema costituzionale e legislativo, essa s' imbat- 
teva in un elemento estraneo che la limitava, anzi la negava. 
L'Assemblea Nazionale, proclamando di volere instaurare, anzi 
dichiarando instaurata la sovranità della volontà generale, instau- 
rava nel fatto la volontà propria, accingendosi a dare alio Stato 
una Costituzione alla cui formazione la volontà generale era in 
realtà estranea. Con che essa non faceva che subire la ferrea ne- 
cessità delle circostanze. Era il fatto che vinceva la teoria. Ma 
l'Assemblea non volle riconoscere la vittoria, mentre pur la su- 
biva : non volle abbandonare una teoria che pur si rivelava, nelle 
sue conseguenze estreme, inapplicabile; e continuò a proclamarla 
infallibile negandola nella realtà! S'iniziava così il dissidio in- 
sanabile fra i principi teorici solennemente dichiarati e il modo 
positivo e pratico di attuarli, che doveva poi stringere l'Assem- 
blea per tutto il corso dei suoi lavori come in un circolo chiuso, 



(1) Perciò la Dichiarazione con cui Luigi XVI accettò la Costituzione 
non ebbe valore di sanzione ; ma solo di rinuncia alla sua posizione an- 
teriore e di accoglimento della nuova dalle mani della Nazione sovrana. 

(2) Vedi Zweig, op. cit., p. 124. 

26 



386 RECENSIONI 



da cui invano cercò con ogni sforzo dialettico di uscire, e che 
doveva in definitiva costituire l' irrimediabile vizio organico di 
tutta l'opera sua. 



7. — Veramente l'Assemblea, che già nella discussione delle 
varie proposte di Dichiarazione dei diritti aveva sentito tutto il 
disagio di un tal dissidio (1), si era, nel testo definitivo della Di- 
chiarazione, lasciata, per così dire, una porta aperta a ritornar 
sulla questione: « La legge — dice l'art. 6 — è l'espressione della 
volontà generale. Tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere 
personalmente o per messo dei loro rappresentanti alla sua for- 
mazione », Il sistema rappresentativo era dunque affermato solo 
come possibile, non come necessario. Era perciò ancora possi- 
bile fondare la nuova Costituzione sulla partecipazione di tutto 
il popolo alla potestà legislativa. E vi fu chi realmente tentò 
di indirizzare 1' Assemblea per questa via (pp. 112 e segg.), o 
cercò di ottenere almeno che il sistema rappresentativo fosse 
accolto con limiti o correttivi tali, da renderlo conciliabile con 
l'asserita sovranità della volontà generale (2). Tali correttivi po- 
tevano essere costituiti o dal referendum obbligatorio che Rous- 
seau aveva implicitamente ammesso in un passo del Contrai 
social (II, 1) — o dal mandato imperativo, a cui lo stesso Rousseau 
aveva accennato nelle sue osservazioni sul govèrno della Po- 
lonia (pp. 107 e segg.) (3). Ma l'uno e l'altro di questi due sistemi 
furon respinti dalla maggioranza dell' Assemblea, nell'animo della 
quale s'era ormai saldamente formato il proposito di fondare la 
nuova Costituzione su base rappresentativa, e alla quale non po- 
teva sfuggire l'insanabile inconciliabilità del sistema rappresen- 
tativo, sia col referendum obbligatorio, sia col mandato impera- 



(1) Vedi per esempio il Progetto di Dichiarazione dei diritti, presen- 
tato il 1° agosto 1789 dal Crenière, Ardi. Parlam., Vili, 319 : Redslob, 
op. cit., Ili, n. 2. 

(2) in prima linea, tra questi, Rabaud de Saint-Etienne, 12 agosto 1789, 
Arch. Parlam., Vili, pp. 406 e segg.; anche Pétion, 5 settembre 1789, 
id., p. 582: « Les représentants sont assujettés à la volonté de ceux de 
qui ils tiennent leur mission et leurs pouvoirs.... ». 

(3) Gfr. Rousseau, Considérations sur le gouvernement de Bolo- 
gne, 1772, cap. 6 ; vedi sul principio della legislazione diretta le preziose 
notizie di Garrant, Le gouvernement direct, 1899, pp. 70 e segg. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 387 

tivo (pp. 113 e segg.) (1). Gli è che ormai una nuova corrente di 
idee {%), del tutto diversa, anzi in gran parte divergente da quella 
che aveva sino allora dominato, attraversava gli spiriti. Monte- 
squieu, e con esso l'esempio positivo della costituzione inglese, 
ben nota alla Assemblea nella sua fondamentale struttura anche 
attraverso la descrizione fattane pochi anni prima dal De Lolme (3), 
sorgeYii quasi improvvisamente accanto a Rousseau, e minacciava 
di sopraffarlo. Ed era in realtà come un'inconscia necessità che, 
nel punto di passare dalle affermazioni teoriche alle statuizioni 
concrete, sostituiva nelle menti al predominio della tesi dogmatica 
ed astratta del Contrai social il predominio delle constatazioni 
positive e realistiche deW Esprit des lois. In fondo, giunta a quel 
punto r Assemblea, pur senza confessarlo a se stessa, quasi suo 
malgrado, sentiva che la teoria di Rousseau, assunta come pro- 
gramma politico suscettibile di immediata attuazione, era fondata 
sovra una presunzione, di cui non le poteva sfuggire 1' audacia e 
il pericolo: la presunta assoluta identificazione tra la volontà 
generale e l'interesse generale della Nazione. La volontà gene- 
rale può certo volere tutto ciò eh' ella vuole ; ma quel che im- 
porta è che essa non voglia ciò che possa contraddire all' inte- 
resse di coloro che la compongono. Ora una contraddizione tra la 
volontà generale dei cittadini e l'effettivo interesse di questi è 
sempre possibile, perchè la volontà generale, somma delle vo- 
lontà individuali, è sempre, come queste, soggetta ad errare, al- 
meno momentaneamente, in quanto è sempre soggetta, come queste, 



(1) Vedi in Cahen et Guyot, op. cit., pp. 24 e segg. Costitusione, 3 set- 
tembre 1791, tit. 3, art. 2: « La Gonstitution frangaise est rep r esentati ve ; 
les représentants sont le corps legislative et le Roi.... ». 

(2) La divergenza, prescindendo s'intende dal carattere deontologico 
o trascendentale della teoria di Rousseau, è tutta qui : nel principio della 
rappresentanza, accolta da Montesquieu, negata da Rousseau. Anche per 
Montesquieu la sovranità è essenzialmente nel popolo, cioè nella vo- 
lontà generale ; salvo che secondo lui questa volontà può essere rappre- 
sentata : essa può nominare chi voglia per lei : Esprit des lois, 1748, 
XI, cap. 6; vedi Zweig, op. cit., p. 67 : anche Solazzi, Le dottrine po- 
litiche di Montesquieu e di Rousseau, Bologna, 1907. 

(3) Gfr. De Lolme, (Jonstitution de l'Angleterre ou État du Gouvern. 
anglais, 1788, tomo I, lib. II, cap. 5; anche Blackstone, Commentaries 
on the larvs of England, 1765, I, 2, pp. 159 e segg. 



388 RECENSIONI 



all'impero delle passioni e delle illusioni (1) : pericolo tanto più 
grave quanto più pel numero dei cittadini e per la estensione del 
territorio sia diificile ottenere una genuina ed autentica espres- 
sione della volontà stessa (pp. 36 e segg. ; 116 e segg.). Occorre 
perciò dare, per cosi dire, alla volontà generale un modo di sal- 
varsi, così dalla sua intrinseca difficoltà di manifestarsi, come 
dai suoi possibili errdri: e la salvezza l'Assemblea credè di tro- 
vare nel sistema rappresentativo proposto da Montesquieu e da 
De Lolme (2), senza accorgersi, o volendo non accorgersi, che questo 
in realtà negava il dogma della volontà generale, quale Rousseau 
l'aveva trascendentalmente affermato e quale 1' Assemblea persi- 
steva empiricamente a proclamarlo. La volontà generale ha bi- 
sogno di interpreti: ossia di chi rappresentandola voglia per lei 
e indipendentemente da lei : V interprete della volontà generale 
deve, in altri termini, essere libero. La Nazione esercita dunque 
il potere legislativo per mezzo di un' Assemblea di suoi rappre- 
sentanti (3): il che vai quanto dire che la legge non è che in via 
assai mediata la espressione della volontà generale : immediata- 
mente essa è la espressione della volontà dei rappresentanti della 
Nazione. Montesquieu pareva così aver completamente vinto su 
Rousseau. Ma era vittoria tutt'altro che definitiva: Rousseau non 
avrebbe tardato a tentar la rivincita. 

E intanto Rousseau (4) era riuscito ad impedire che la vitto- 
ria di Montesquieu fosse così piena e completa come una parte 
dell' Assemblea avrebbe pur desiderato : aveva impedito l' ado- 
zione del sistema delle due Camere (pp. 173 e segg.). Questo si- 
stema era essenziale nella teoria deìV Esprit des lois (5); ed era del 



(1) Vedi specialmente le due notevoli relazioni di Mounier, 4 settem- 
bre 1789, Arch. Parlam., Vili, 560; e di Malouet, 7 agosto 1798, Ardi. 
Parlam., XXIX, 276 e segg. 

(2) È evidente l'influsso di Montesquieu (Espr. des lois, XI, cap. 6) 
e di De Lolrae nei discorsi e nelle relazioni dei più convinti sostenitori 
del sistema rappresentativo : quali Talleyrand (7 luglio 1789 : Arch. Par- 
lam., Vili, p. 201); Mounier (12 agosto 1789, Vili, p. 407); Sieyés (7 set- 
tembre 1789, Vili, 594 e segg.) ed altri; Redslob, op. cit., 117 e segg. 

(3) Vedi Costitus., 3 settembre 1791, art. 3. 

(4) Cioè, sempre, la teoria di Rousseau nel senso letterale ed empi- 
rico in cui era intesa dall'Assemblea. 

(5) Montesquieu, Espr. des lois, XI, cap. 6 : anche De Lolme, op. cit., 
I, lib. II, cap. 3. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 389 

tutto coerente al principio della rappresentanza. Certo l'Assem- 
blea Nazionale, affermatasi in opposizione alla divisione dei tre 
ordini, anzi in aperta negazione di essa, non poteva accogliere 
la Camera alta prettamente aristocratica propugnata da Monte- 
squieu. Ma era sempre possibile affidare il potere legislativo ad 
un Parlamento composto di due Camere distinte, per quanto am- 
bedue elettive, cioè ambedue direttamente emananti dal popolo. E 
la convenienza di un tal provvedimento fu energicamente soste- 
nuta con abili argomentazioni dai più acuti e lungimiranti intel- 
letti dell'Assemblea: fulcro d'ogni loro argomentazione era sempre 
questo: che, poiché i rappresentanti della Nazione debbono non 
già dichiarare la volontà generale, ma interpretarla liberamente, 
la genuinità di tale interpretazione è meglio guarentita affidandola 
a due Camere, a vicenda frenantisi, piuttosto che ad una sola (1). Ma 
contro questa tesi, che valeva solo in quanto si volesse integral- 
mente accogliere il punto di vista di Montesquieu, la maggioranza 
dell'Assemblea oppose il dogma sem[)re risorgente della volontà 
generale rousseauiana. 11 Parlamento doveva essere l' interprete 
della volontà generale, e questa non è e non può essere che unica. 
Una Camera alta contrapposta a una Camera bassa, comunque la 
si costituisse, sarebbe sempre stata la rappresentante dì interessi 
e di volontà particolari, e avrebbe condotto al formarsi di una 
nuova aristocrazia in luogo dell'antica: sembrava assurdo divi- 
dere in due parti un'Assemblea chiamata a interpretare una vo- 
lontà unica. E sembrava sovratutto una violazione dell'ugua- 
glianza istituire due ordini, due classi diverse di legislatori (2). 
Argomenti questi pienamente logici partendo dalla dottrina pura 
e semplice di Rousseau: mala cui logicità perdeva di fatto ogni 
valore, una volta che la dottrina si era già violata, istituendo il 
Parlamento su base rappresentativa. L'Assemblea così, se da una 



(1) Vedi i discorsi di Lally-ToUendal, 31 agosto 1789, Ardi. Parlarti., 
Vili, 516; Mounier, 4 settembre 1789, id., p. 556 ; Malouet, 7 settembre 1789, 
id., .590 ; Sieyés, 7 settembre 1789, id., 597 ; Dupont de Nemours, 4 settem- 
bre 1789, id., 573 ecc. : vedi per notevoli osservazioni sulla storia del di- 
battito, Necker, Le pouvoir exécutif dans les grands États, 1792, I, 
cap. 4. 

(i2) Così M. de Montmorency, 5 settembre 1789, Ardi. Parlani., Vili, 
585 : Lanjuinais, 7 settembre 1789, id., 588 ; Thouret, 5 settembre, id., 580 ; 
Sillery, 7 settembre, id., 599 ecc.; vedi Deymes, Les doctr. polii, de 
fiobespierre, 1907, p. 154. 



390 RECENSIONI 



parte contro Rousseau adottava il sistema rappresentativo di 
Montesquieu, d'altra parte, per non allontanarsi da Rousseau, 
toglieva al sistema stesso il miglior mezzo di impedire o atte- 
nuare quello che era, per constatazione dello stesso Montesquieu, 
di esso sistema il vero pericolo: il pericolo che una Camera unica 
e perciò sovrana nelle sue deliberazioni instaurasse una specie 
di tirannide sulla Nazione (1): primo strano effetto dello stato 
d'animo dell'Assemblea, oscillante fra due tendenze opposte, nes- 
suna delle quali abbastanza forte da sopraffare l'altra. 

9. — Il dissidio doveva subito risorgere a proposito di una 
questione che era diretta conseguenza della prima : a chi spetterà 
di eleggere i rappresentanti della Nazione? (pp. 131 e segg.). Il 
problema, d'indole pratica più che dogmatica, poneva di nuovo 
l'Assemblea di fronte alla teoria di Rousseau. Se tutti i cittadini 
non possono personalmente partecipare alla formazione della legge, 
si può alrneno permetter loro di partecipare tutti personalmente 
alla nomina dei loro rappresentanti (2) : si poteva cosi salvare 
della teoria di Rousseau quel tanto che era ancora salvabile 
{Contr. soc, II, cap. 3). Il suffragio universale trovò numerosi 
ed energici sostenitori: e non solo tra coloro che avevano com- 
battuto il sistema rappresentativo (3), ma anche fra coloro che 
l'avevan più validamente propugnato, e a cui pareva di trovare 
nel suffragio universale l'unico mezzo possibile di conciliare il 
sistema rappresentativo col dogma della volontà generale (4). Gli 
sforzi di costoro parevano dover trovar tanto maggior seguito 
tra la maggioranza, in quanto il suffragio universale era stato 
ammesso, benché non in termini assoluti, da Montesquieu (5). 



(1) Cfr. Necker, op. cit., p. 68. 

(2) Vedi del resto l'art. 6 della Dichiarazione dei diritti: « ....l^a loi 
est l'expression de la volente generale. Totis les citoyens ont droit de 
concourir personellement ou par leurs représentants à sa formation.... ». 

(3) Così specialmente Robespierre, 22 ottobre 1789, Arch. Parlam., 
IX, 479 e poi 11 agosto 1791, XXIX, 300 e Duport, 22 ottobre 1789, id., 
IX, 479 ecc. 

(4) Particolarmente notevole tra questi il Sieyès, Qu'est-ce que le Tiers 
État P, pp. 89 e segg. 

(5) Espr. dea lois, XI, cap. 6 : « Tous les citoyens, dans les divers di- 
stricts, doivent avoir droit de donner leur voix pour choisir le repré- 
sentant.... », 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 391 

Ma ormai la maggioranza si era posta su tutt' altra via: le con- 
siderazioni d'indole politica avevano ormai preso su di lei il 
sopravvento; e in fondo essa era dominata dalla coscienza, se 
pure appena avvertita, della inattendibilità pratica della pretesa 
identificazione tra volontà generale e interesse generale. Per eleg- 
gere non basta voler eleggere : occorre voler elegger bene, e non 
ogni uomo, solo perchè tale, è in grado o ha interesse di voler 
elegger bene (1). E del resto l'Assemblea sapeva che la Costitu- 
zione inglese, presa a modello da Montesquieu, era dì fatto ben 
lungi dall'aver mai ammesso il suffragio universale (2). Questo fu 
perciò respinto; e il diritto di voto riconosciuto solo a quelle ca- 
tegorie di cittadini che offrissero sufficienti garanzie morali e ma- 
teriali di poterlo esercitare nell'interesse generale (3). I cittadini 
venivan così distinti in due categorìe: cittadini attivi e cittadini 
non attivi : e questi ultimi del tutto esclusi da qualsiasi parteci- 
pazione anche indiretta alla formazione della legge. Né basta; ai 
cittadini attivi non era neppur dato di eleggere i rappresentanti 
della Nazione: ma solo gli elettori di questi. Si era così istituito 
un sistema d'elezione a doppio grado che allontanava anche più 
il corpo dei rappresentanti dalla volontà generale (4). L'Assem- 
blea aveva così fatto un ben curioso cammino: partendo dalla 
proclamazione che la legge è l'espressione della volontà di tutti 
i cittadini, era arrivata non solo al sistema rappresentativo, ma 
anche al suffragio ristretto e a doppio grado!... La contraddizione 
tra il sistema adottato e la promessa contenuta nell'art. 6 della 
Dichiarazione non poteva esser più aperta. 



(1) Vedi i discorsi e le proposte di Laily-Tollendal, iil agosto 1789, 
Arch. Parlam., Vili, 518; Thouret, 16 agosto 1799, id., XXIX, 356; Bar- 
nave, 11 agosto 1791, id., 367 ecc.; anche Necker, op. cit.. I, 76. 

(2) Cfr. De Lolme, op. cit., I, p. 57. Lo stesso Montesquieu aveva del 
resto accennato alla convenienza di limitazioni al diritto di tutti i citta- 
dini di partecipare all'elezione ; Esjpr. des lois, loc. cit.: « ....excepté ceux 
qui sont dans un tei état de bassesse qu'ils sont reputés n'avoir point de 
volente propre..., ». 

(3) Vedi, per i particolari, Costìtaz., 3 settembre 1791, cap. 1 e segg., 
art. 1 e segg. 

(4) Costitus. cit. Cfr. per più esatti ragguagli, oltre le pagine dell'A. 
(pp. 143 e segg.), Esmein, Elements de droit constitut. fran^ais, 1899, 
pp. 177 e segg., e Duguit, Droit constitutionnel, 1907, pp. 86 e segg. ; Tu- 
VENY, Le droit électoral de 1789 ù l'an Vili, 1905, pp. 25 e segg.; Briot, 
Du mandai léyislatif en France, 1905, pp. 80 e segg. 



392 



RECENSIONI 



10. - Ma qui appunto dovevan risorgere tutti gli scrupoli 
dell'Assemblea. La teoria di Rousseau, quando più pareva supe- 
rata, riprendeva l'impero su gli animi : essa era come teoria sa- 
cra, che si riconosceva pur violandola. A tenerla viva pensava 
sovratutto una pugnace minoranza - di cui l'A. ha forse il torto 
di non aver posto in luce con sufficiente larghezza tutta l'effica- 
cissima azione, — che i dogmi del contratto sociale andava senza 
tregua riaffermando. Né la maggioranza aveva mai pensato a rin- 
negarli: e dopo averli contraddetti nel fatto, essa li riaffermava 
in teoria. Essa non voleva trovarsi in contraddizione con Rous- 
seau. Perciò il Parlamento istituito sulla traccia di Montesquieu 
non doveva nella sua intenzione infirmare la dottrina di Rous- 
seau: non doveva annullare la sovranità popolare nel senso 
in cui r aveva concepita Rousseau. Ma non aveva Rousseau 
recisamente affermato che, ove la legge non sia 1' espressione 
immediata e diretta della volontà generale, ma di un Parla- 
mento, il popolo non è più libero, non è più sovrano? Col si- 
stema rappresentativo adottato, non aveva essa, secondo Rousseau, 
trasferito la sovranità dal popolo nel Parlamento"? Era in fondo 
un voler salvare Rousseau contro lui stesso. Ed ecco l'Assemblea 
in cerca della soluzione di un quesito, che si presentava pressoché 
insolubile (pp. 121 e segg. ; 144 e segg. ; 151 e segg.). La solu- 
zione venne offerta dalla mente acuta dell'abate Sieyés: l'auto- 
rità legislativa, ossia 1' attributo fondamentale della sovranità, 
rimane sempre, nella sostanza, nel popolo, nella volontà gene- 
rale: è soltanto il suo esercisio che ne é delegato al Parlamento: 
questa autorità non è trasmessa dalla volontà generale, perché la 
volontà è inalienabile e intrasmissibile: é soltanto delegata (ì). 
La formola trovò largo seguito (2) e venne accolta nel testo stesso 
della Costituzione (3). Ma occorreva dare un contenuto a questa 



(1) Vedi SiEYÈs, Qtrest-ce qtie le Tiers ÉtatP, pp. 59 e segg. ; e 21 lu- 
glio 1789, Arch. Farlam., Vili, 260. 

(2) Cfr. per es. Roederer, 10 agosto 1791, Arch. Parlain., XXIX, 324; 
Pétion, 10 agosto 1791, id., 327 ; Robespierre, 16 luglio 1790, id., XVII e 
XXIX, 326; Mounier, 12 agosto 1789, id., VITI, 910 ; 4 settembre 1789, id., 
560, ecc., vedi Briot, op. cit., pp. 35 e segg. 

(3) Costituì., 3 settembre 1791, cap. 3, art. 1 : « La souveraineté est 
une ìndivisible inalienable et imprescriptible : elle appartient à la na- 
tion....»; art. 2: «....La nation, de qui seule émanent tous les pouvoirs, 
ne peut les exercer que par délégation..., » ; art. 3: « ....Le pouvoir lé- 
gislatif est délégué à une Assemblée nationale.... ». 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 393 

formola. Che significava dire che il popolo conserva la sostanza 
dell'autorità legislativa, una volta che questa era pienamente e 
con assoluta indipendenza esercitata dal Parlamento? Che cosa 
rimaneva alla volontà generale di quel potere, che si pretendeva 
solo delegato, se neppure era concesso al popolo di ritirare la 
delegazione? la formola offerta era un puro gioco di parole, 
oppure si doveva da essa poter dedurre che il popolo effettiva- 
mente manteneva una diretta partecipazione alla formazione della 
legge. Del dilemma approfittarono con piena coerenza gli oratori 
della minoranza più tenacemente fedeli al verbo di Rousseau. Se 
la sostanza dell'autorità legislativa rimane nel popolo, e il Parla- 
mento non ne ha che l'esercizio, ciò vuol dire che il popolo può 
esercitare una diretta censura sulle deliberazioni del Parlamento; 
cioè può sempre rifiutare quelle leggi che contraddicano alla vo- 
lontà generale. In altri termini la legge non ha valore, se non in 
quanto corcorda con la volontà generale. Questa insomma ha un 
vero e proprio diritto di veto contro il Parlamento (1). Ma contro 
tale deduzione dalla formola unanimemente accettata la maggio- 
ranza insorse : essa infatti gettava nel nulla tutto il sistema rap- 
presentativo così laborÌT)samente costruito. Tanto valeva acco- 
gliere il mandato imperativo o il referendum obbligatorio che si 
era voluto recisamente respingere. La legge doveva essere l'opera 
del Parlamento, e di esso solo, e doveva avere, come tale, va- 
lore materiale e formale insieme: valere per sé, indipendente- 
mente da ogni posteriore adesione della volontà generale (p. 141 
e segg.). Ma allora come salvare la teoria di Rousseau? La via 
d'uscita fu di nuovo offerta da Sieyès : e fu offerta mediante una 
sottile distinzione tra leggi fondamentali o costituzionali dello 
Stato e leggi particolari e speciali, a cui però né Montesquieu né 
Rousseau davano alcun appiglio (pp. 151 e segg.). La volontà ge- 
nerale — si disse — costituisce sempre il fondamento dello Stato; 
ma essa deve avere per necessità di cose un campo d'azione limi- 
talo. Poiché tutti i cittadini non possono ad ogni istante adu- 
narsi per esprimere la volontà generale, questa non può farsi di- 
rettamente sentire per ogni singolo negozio politico: cioè la 
volontà generale non è interrogata per ogni legge speciale che oc- 
corra alla vita dello Stato. Essa dispone solo sovra i principi fon- 



(1) Cosi Pétion, 10 agosto 1791, Arch. Parlam., XXIX, p. 327 ; Ro- 
bespierre, 10 agosto 1791, id., 326 ecc. 



394 RECENSIONI 



damentali dello Stato: e particolarmente dispone a chi debba esser 
delegato il compito di formare le leggi speciali, su che basi dovrà 
costituirsi l'Assemblea dei legislatori, chi dovrà eleggerli, con 
qual sistema si dovrà procedere all'elezione: stabilito preliminar- 
mente chi farà le leggi e come esse si faranno, la volontà gene- 
rale rinuncia ad ogni posteriore intervento nella formazione di 
queste. Essa anzi ratitica in antecedenza tutte le leggi che l'As- 
semblea legislativa, eletta e formata nel modo da essa determi- 
nato, verrà emanando, e le riconosce già sin d'ora obbligatorie 
per tutti i cittadini (1). La legge è dunque sempre espressione 
della volontà generale, perchè, qualunque contenuto sia per darle 
la volontà del Parlamento, essa ha vita per opera di un Parla- 
mento che ha avuto dalla volontà generale l'incarico di formarla, 
e che è sorto e si è costituito attraverso un processo già deter- 
minato dalla volontà generale. Ma, poiché nessuna volontà può 
mai impegnarsi pel futuro, ne deriva necessariamente che la vo- 
lontà generale può sempre ritogliere al Parlamento la facoltà di 



(t) SiEYÈs, Qu'est-ce que le Tiers Etat?, pp. (53 e segg. ; Cajac, 
De la distìnctlon des ìois consf ifttt ionneìles et des lois ordinaires. 1903. 
— Non tutti i cittadini come tali sono dunque chiamati a partecipare 
alla formazione delle leggi ordinarie, ma solo alcuni fra essi che abbiano 
dalla volontà generale ricevuto l'incarico. Gli elettori e gli eletti non eser- 
citano le loro funzioni nella qualità di cittadini, ma solo in virtù di un 
determinato ufficio a loro delegato. La qualità di cittadino attivo significa 
partecipazione diretta alla volontà generale ; la qualità di elettore o di 
rappresentante significa solo la condizione di commissario o delegato della 
Nazione nell'ufficio determinato di fare le leggi ordinarie dello Stato. Si 
cerca così di eliminare ogni contraddizione tra il sistema elettorale del 1791 
e l'art. 6 della Dichiarazione dei diritti : ogni cittadino partecipa infatti 
direttamente alla formazione della legge, in quanto partecipa alla volontà 
generale quando questa stabilisce nelle leggi costituzionali il processo di 
formazione delle leggi speciali : ed è in perfetto accordo con l'art. 6 che 
la costituzione, cioè la volontà generale, riconosce non a tutti i cittadini 
la facoltà di essere elettori, ma solo a quelli che pel patrimonio l'età il 
sesso altre condizioni se ne presumono capaci (pp. 144 e segg.) : vedi 
specialmente il discorso di Brios-Beaumets, 12 agosto 1791, Arch. Parlam., 
XXIX, 363: anche Barnave, 21 agosto 1791, id., 66; vedi pure Esmein, 
op. cit., pp. 177 e segg. Senonchè ciò che pareva insanabilmente contrad- 
dire la dizione precisa dell'art. 6 (« Touslescitoyens.... » ecc.) era proprio 
la distinzione tra cittadini attivi e cittadini non attivi su cui la costitu- 
zione era fondata. 




REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1 789 395 

fare le leggi o può mutare il processo di formazione del Parla- 
mento: ossia può sempre mutare la Costituzione dello Stato (1). 
L'Assemblea Nazionale fu così condotta, per conciliare Rousseau 
con Montesquieu, a introdurre nella propria Costituzione (2) un 
elemento, che era in realtà estraneo così a Rousseau come a 
Montesquieu: la distinzione tra un potere costituente e un po- 
tere legislativo (3) ; la quale però all' Assemblea era stata senza 
dubbio suggerita dall' esempio positivo delle costituzioni ame- 
ricane, ben note ad alcuni membri di essa, quali La Fayette, 
De Noailles e Lameth (p. 153j. 

11. — Senonchè, l'Assemblea aveva appena riconosciuta l'esi- 
stenza e la vitalità di questo potere costituente direttamente eser- 
citato dalla volontà generale, che già si arretrava dinanzi alle sue 
conseguenze pratiche. Creatolo, per riavvicinarsi a Rousseau, essa, 
con un continuo gioco d'altalena, ritornava a Montesquieu per 
limitarne di fatto la positiva efficienza. E perciò lo costruiva nel 
modo più apertamente contradditorio al principio per cui l'aveva 
affermato (pp. 57 e segg.). 

A chi doveva spettare l'iniziativa di promuovere una revi- 
sione della Costituzione? Evidentemente alla volontà generale. 
Ma qual mezzo avrà questa di manifestarsi, se la Costituzione 
non riconosce alla volontà generale alcun organo diretto, essendo 
il Parlamento, non un rappresentante diretto della volontà gene- 
rale, ma solo un organo indipendente incaricato da questa della 
formazione della legge? Sorgeva così una difficoltà pressoché in- 
sormontabile. Instituendo il Parlamento su base strettamente rap- 
presentativa, l'Assemblea si era posta, di fronte al dogma della 
volontà generale, in una via senza uscita. Veramente una via di 
uscita ci sarebbe stata, e del tutto conforme alla teoria di Rous- 
seau: stabilire che in epoche periodicamente determinate, o il po- 



(1) Gfr. SiEYÈs, Qtt-est-ce que le Tiers État P, pp. 63 e segg. ; 
Beconn. et expos. raisonn. des dr. de V homme ecc., 21 luglio 1789, 
Arch. Parlam., Vili, ffi9 ecc.; Le Chapeliers, 29 agosto 1791, id., XXIX, 
p. 36; Salle, 31 agosto 1791, id., 107 ecc. : vedi Costitus., 3 settembre 1791, 
tit. 7. art. 1 : « L'Assemblée déclare que la Nation a le droit irapre- 
scriptihle de ciianger sa constitutlon.... ». 

(2) Contituz. cit., tit. 7, art. 1 e segg. 

(3) Zweig, Die Lehre voin * Pouv. constit. » cit.; Fonteneau, Dupou- 
voir constituant en France et de la révision constUutiomielle ecc., 1900. 



396 RECENSIONI 



polo tutto convocato in Assemblee generali, o, meglio, una As- 
semblea o Convenzione di rappresentanti del popolo eletti a 
suffragio universale in numero strettamente proporzionale alla 
popolazione e legati da mandato imperativo, debba radunarsi per 
giudicare della convenienza di procedere a una revisione della 
Costituzione (1). Ma tale proposta la maggioranza non avrebbe 
potuto accogliere, senza distruggere quanto aveva già costruito. 
Giacché, pur tacendo che questo sistema avrebbe tolto ogni sta- 
bilità alla Costituzione, è evidente che esso avrebbe fatalmente 
condotto a un pressoché completo esautoramento dell'Assemblea 
legislativa fondata su base rappresentativa. Creare nella costitu- 
zione dello Stato due organi stabili o regolari, di cui uno im- 
mediato e diretto, e l'altro solo mediato rappresentante della 
volontà generale, era in realtà un assurdo politico, di cui la mag- 
gioranza non poteva non sentire tutto il pericolo. Meglio sarebbe 
stato allora accogliere senz'altro integralmente il sistema di Rous- 
seau, e affidare direttamente alla volontà generale la formazione 
della legge. Nessuna revisione della Costituzione dunque in pe- 
riodi fissi e predeterminati: la revisione si sarebbe fatta solo se 
e quando la volontà generale ne manifestasse il bisogno. Ma come 
avrebbe potuto manifestarlo? Si era sempre al punto di partenza. 
Ed ecco un nuovo tentativo di conciliare la teoria con le preoc- 
cupazioni politiche e pratiche della maggioranza. La revisione si 
farà, quando essa sia chiesta da una maggioranza di tre quarti di 
tutti i cittadini attivi individualmente votanti nelle assemblee 
primarie, e, per maggior sicurezza, ove il Parlamento o il capo 
del potere esecutivo abbian dei dubbi sulla genuinità di tale mani- 
festazione della volontà generale, quando una simile proposta sia 
parecchie volte ripetuta dai cittadini con una ugual maggio- 
ranza (2). Curioso sistema, il quale risultava di un compromesso 
sostanzialmente assurdo di fronte alla teoria stessa che esso vo- 
leva salvare: in quanto esso veniva implicitamente ad ammettere, 



(1) Cfr. Rousseau, Contr. soc, 111, cap. 18 : anche Consid. sur le Gon- 
vern. de Pologne, cap. 9 : vedi in questo senso Sieyès, Ou'est-ce que le Tiers 
ÉtatP, pp. 73 e segg. e Projet de décret des comités de constitution 
sur la prochaine Assemblée de révision {ArcJi. Parlam., XXX, p. 35). 

(2) Vedi il notevole discorso di Salle, 31 agosto 1791, Arcìi. Parlam., 
XXX, p. 109 ; e il progetto poco divergente di Goupil-Prèfeln, 31 ago- 
sto 1791, id., p. 94, 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 397 

o che la volontà generale possa errare nelle sue deliberazioni, 
rendendo necessario interrogarla più volte; o — il che era forse 
più conforme all'intimo pensiero dei proponenti — che neppure 
una maggioranza di tre quarti costituisca una legittima espres- 
sione della volontà generale, contro l'esplicita affermazione di 
Rousseau, che, salvo pel contratto sociale, in cui si presuppone 
l'unanimità — e la Costituzione non va confusa col contratto so- 
ciale, essendo essa già un atto concreto della volontà generale, — 
il voto del maggior numero obbliga sempre in forza del con- 
tratto stesso tutti i cittadini {Contr. soc, IV, cap. 3) (pp. 160 
e segg.). Senonchè anche più assurda di fronte alla teoria di 
Rousseau fu la soluzione accolta dalla maggioranza {pp. 163 
e segg.). Essa infatti, mantenendosi fedele al sistema rappresen- 
tativo anche mentre cercava di conciliarlo col dogma della vo- 
lontà generale, finì per affidare l'iniziativa della revisione al Par- 
lamento. Stranissima soluzione invero: se la Costituzione non 
può essere opera del Parlamento, che anzi riceve vita da essa, 
ma è opera diretta della volontà generale, come rendere il Par- 
lamento interprete del desiderio della volontà generale di mutare 
la Costituzione? (1). Né l'assurdo era sufficientemente evitato dal- 
l'abile compromesso escogitato dall'Assemblea, per cui alla revi- 
sione non si sarebbe dovuto procedere, se non dopo che tre succes- 
sive legislature avessero espresso un voto uniforme in favore della 
riforma di alcuni determinati articoli della Costituzione C^). Con 
ciò si credeva di garantire che il voto fosse, non tanto l'espres- 
sione della volontà del Parlamento, quanto l'espressione della vo- 
lontà generale, pensando che, ove ciò non fosse, i deputati ad esso 
favorevoli, o non potrebbero esser rimandati per tre volte al Par- 
lamento, o non verrebbero sostituiti da persone con loro consen- 
zienti. Ma oltreché un tale argomento non aveva in sostanza alcun 
valore di fronte alla teoria rousseauiana, ad esso era facile, anche 
sul terreno stesso in cui l'Assemblea erasi posta, obiettare che, 
se per tal via pareva con una certa sicurezza impedita da parte 
del Parlamento l'adozione d'una revisione invisa alla volontà ge- 
nerale, non era altrettanto assicurata, data la mancanza d'ogni 



(1) Vedi le critiche di Robespierre, 31 agosto 1791, Arch. Parlam., 
XXX, pp. 112 e segg. 

(2) Gfr. Costitus., 3 settemhre 1791, tit. 7, art. 4 e segg, : il punto di 
vista dell'assemblea è chiaramente esposto nel notevole discorso di Fro- 
chot, 31 agosto 1791, Arch. Parlam., XXX, 96. 



398 RECENSIONI 

mandato imperativo, l'adozione d'una revisione clie la volontà 
generale desiderasse contro la volontà del Parlamento. In so- 
stanza, il Parlamento, che si concepiva esistente solo in quanto 
la Costituzione gli avesse dato vita e sino a quando essa si 
mantenesse in vigore, era fatto nella realtà arbitro della durata 
della Costituzione stessa: in definitiva, arbitro della propria sta- 
bilità. 

Ma, una volta proclamata, da tre legislature consecutive, la 
necessità di una revisione, chi l'avrebbe compiuta? Di nuovo, evi- 
dentemente la stessa volontà generale, da cui quella proclama- 
zione si presumeva emanare: e perciò, logicamente, o il popolo 
individualmente convocato nelle Assemblee primarie, o, sempre, 
un'Assemblea di suoi mandatari strettamente tenuti a dichiarare 
la sua volontà. Ma un'altra volta la logica ebbe la peggio. La 
maggioranza non solo respinse la revisione per referendum, ma 
non accettò neppure limitatamente ad essa il mandato imperativo. 
meglio, lo ammise, ma in via indiretta, sì da spostarne del 
tutto il significato e le conseguenze. La revisione fu affidata ad 
un'Assemblea eletta nello stesso modo e dalle stesse categorie 
d'elettori delle singole Assemblee legislative, benché con un nu- 
mero doppio di rappresentanti: ma la competenza della Assem- 
blea di revisione fu tassativamente ristretta a quei soli articoli 
della Costituzione che il precedente triplice voto dell'Assemblea 
legislativa avesse dichiarato suscettibili di riforma (1). Poiché tale 
triplice voto si presumeva espressione non della volontà del Parla- 
mento, come una legge ordinaria, ma della volontà generale, parve 
ottimo mezzo, per rimaner nei limiti di questa, restringere al con- 
tenuto preciso di quel voto la competenza dell'Assemblea di revi- 
sione. Era una specie di mandato imperativo a cui quest' ultima 
si legava. In realtà però il mandato non si riferiva che alla com- 
petenza di essa: ma, nei limiti di questa, cioè nell'esame e nella 
riforma concreta degli articoli a lei sottoposti, quale garanzia era 
offerta, che le sue dichiarazioni sarebbero state identiche a quelle 
della volontà generale ? Nessuna: perchè l'Assemblea di revisione 
era, come l'Assemblea legislativa, libera di dare alle proprie di- 
chiarazioni di volontà il contenuto che ad essa paresse conve- 
niente di dare, aveva una volontà propria, indipendente dalla 
volontà generale; e, in quanto fosse nella sua competenza legata 
♦ 

(l) Costitm., 3 settembre 1791, tit. 7, art. 5 e segg. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 399 

ad un atto di volontà estraneo alla sua, si trattava in realtà non 
di atto della volontà generale, ma del Parlamento, ossia di un'al- 
tra Assemblea, o di più Assemblee consecutive sostanzialmente al- 
trettanto libere e indipendenti dalla volontà generale. Tutti gli 
sforzi dell'Assemblea Nazionale avevano cosi condotto a questo 
singolare risultato: dopo avere creato un potere costituente, per 
mantenere alla volontà generale la sostanza dell'autorità legisla- 
tiva, il cui solo esercizio doveva esser delegato a un corpo rap- 
presentativo, aveva fatto un altro corpo rappresentativo, la cui 
riunione dipendeva dalla volontà del primo e la cui competenza 
era determinata dal primo, organo di quel potere costituente, che 
d'ogni corpo rappresentativo avrebbe dovuto essere la fonte; aveva 
dunque ridato al corpo rappresentativo anche quella sostanza del- 
l'autorità legislativa che si voleva negargli. Anche le leggi fon- 
damentali e costituzionali dello Stato, dichiarate espressione di- 
retta della volontà generale, eran di fatto espressione della volontà 
di un Parlamento: anche il potere costituente si esercitava per 
delegazione. L'Assemblea non solo non era uscita dalla con- 
traddizione in cui sin dall'inizio dei suoi lavori si dibatteva, ma 
vi si era anche più inestricabilmente impigliata. 



12. — Allontanatasi così, non ostante le ripetute afférmazioni 
teoriche, da Rousseau nella costruzione del potere legislativo, l'As- 
semblea fu costretta ad allontanarsene anche nella costruzione del 
potere esecutivo, proclamando non solo la separazione, ma anche 
la indipendenza del potere esecutivo dal legislativo (pp. 22^ esegg.), 
e a seguire pure in ciò le tracce di Montesquieu (1); non tanto, 
si badi, per deliberato proposito di accogliere la teoria inglese, 
quanto per una necessaria conseguenza del sistema da essa pre- 
cedentemente adottato. Una indipendenza del potere esecutivo dal 
legislativo non era nel sistema di Rousseau neppur concepibile : 
giacché per Rousseau il potere legislativo è la sovranità stessa: 



(1) E perchè, almeno indirettamente, anche di Locke, se non altro 
attraverso il Colingbroke? (Vedi per le fonti della teoria di Montesquieu 
e per i suoi rapporti con Locke, Klein, La teoria dei tre poteri nel di- 
ritto costituzionale del Nord America, Firenze, 1904, pp. 1, 193). Il 
Redalob non fa cenno che del Montesquieu : ma anche qui si nota in lui il 
solito eccessivo semplicismo per quanto riguarda le fonti dei concetti 
e delle teorie dominanti sullo spirito dell'Assemblea. 



400 RECENSIONI 



è la volontà generale. 11 potere esecutivo — o, nel linguaggio 
di Rousseau, il Governo — non può essere indipendente dal pò 
tere legislativo, perchè è questo stesso che gli dà vita. Poiché 
la volontà generale non può eseguire la legge, cioè se stessa, di- 
rettamente, in quanto ogni atto esecutivo — ossia ogni atto d'ap- 
plicazione della legge — è necessariamente un atto individuale, 
mentre ogni manifestazione della volontà generale non può non 
avere carattere di generalità, la volontà generale delega ad altri 
— o al popolo stesso, nei governi democratici, oppure a un con- 
siglio o a un re nei governi aristocratici e monarchici, — il po- 
tere esecutivo {Cotitr. soc, I, cap. 6; II, cap. 6; III, cap. 1, 16, 
17, 18 ecc.). Ma nel sistema dell'Assemblea, il potere legisla- 
tivo era già esso stesso un potere delegato : non poteva quindi 
a sua volta delegare ad altri il potere esecutivo, perchè in tal 
caso all'organo di esso sarebbe trapassata la sovranità; ed esso 
avrebbe cessato di essere delegato. Il potere esecutivo non potè, 
al punto a cui era giunta l'Assemblea, esser dichiarato dipen- 
dente dalla autorità legislativa, senza sostituire alla sovranità 
della Nazione, o della volontà generale, la sovranità del Parla- 
mento. Per rimaner fedele a Rousseau, l'Assemblea ei-a perciò 
costretta a rendere il potere esecutivo, non solo distinto, ma in- 
dipendente dal potere legislativo : in definitiva era costretta ad 
allontanarsi per un altro verso da Rousseau, che tale indipendenza 
negava. Ma non equivaleva tale indipendenza, secondo la esplìcita 
dichiarazione di Rousseau, ad un frazionamento di quella sovra- 
nità {Cotitr. soc. II, cap. 'i), che l'Assemblea aveva, sulla traccia di 
Rousseau, e nella Dichiarazione e meglio anche nella Costituzione, 
proclamata indivisibile? (1). La difficoltà era facilmente elimina- 
bile (pp. 231 e segg.). La sovranità rimaneva, malgrado l'indi- 
pendenza dei due poteri, indivisibile, perchè i due poteri erano 
appunto per questo tra loro indipendenti, in quanto ambedue ave- 
vano una origine comune: la volontà generale. Sostanzialmente, 
la somma dei poteri, l'autorità nel suo complesso rimaneva sempre 
nella volontà generale: era soltanto l'esercizio che veniva diviso 



(1) Cfr. Dichiarai. , agosto 1789, art. 5 : « Le principe de toute sou- 
veraineté réside essenti ellement dans la Nation. Nul corps, nul individu 
ne peut exercer d'autorité qui n'en émane expressément.... »; Costitus., 
settembre 1791, tit. 3, art. 1 : « La souveraineté est une indivisible inalié- 
nable et imprescriptible : elle appartieni à la Nation.... » ; art. 2: « La 
Nation, de qui seulement émanent tous les pouvoirs.... ». 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 4789 401 



o distribuito fra due o tre organi tra loro indipendenti : ma questi 
organi non divenivan per questo organi di tante frazioni della so- 
vranità, che nella sua interezza risiedeva sempre in quella volontà 
generale da cui essi avevan vita (1) ; onde, in fondo, più che di 
una divisione e indipendenza di poteri, era da parlarsi di una 
divisione e indipendenza di funzioni o di modi d' esercizio della 
sovranità. Era ancora la distinzione tra sostanza ed esercizio del 
potere che tornava a galla a salvare la teoria di Rousseau. Ma, 
di nuovo, la costruzione positiva data dall'Assemblea al potere 
costituente, concepito come fonte unica e diretta del potere legi- 
slativo e del potere esecutivo, cioè della sostanza del potere, 
toglieva di fatto ogni contenuto alla formola salvatrice. Affidato 
anche il potere costituente a un organo rappresentativo, avente una 
volontà distinta dalla volontà generale, e per di più condizionato 
nel suo sorgere all'iniziativa dell'organo legislativo, l'asserita indi- 
pendenza cadeva nel nulla: il potere esecutivo non era diret- 
tamente delegato dalla Nazione, ma da un Parlamento; in altri 
termini, era dipendente da questo. Era sempre lo stesso cerchio 
chiuso, entro cui l'Assemblea andava dibattendosi invano. 

13. Comunque, trattavasi ora di dare, sulla base della as- 
serita indipendenza e separazione del potere legislativo, stabile 
e definitivo assetto al potere esecutivo ; trattavasi di costituire 
il Governo. L'Assemblea trovavasi così di fronte ad un compito 
particolarmente diffìcile e di importanza essenziale per la vita 
dello Stato e per la sorte stessa della Rivoluzione: giacché quello 
di cui più senti vasi urgente imprescindibile bisogno, tra la gene- 
rale anarchia scatenata dalla bufera rivoluzionaria, era proprio la 
ricostituzione dell'autorità centrale (2). E qui si fece particolarmente 
sentire il genio politico di Mirabeau, la cui azione non appare 
forse con sufficiente larghezza lumeggiata dall'Autore. Mirabeau, 
spirito assai più pratico che speculativo, si era tenuto alquanto in 
disparte nei dibattiti relativi alla costruzione della potestà legi- 
slativa: ma appena l'Assemblea sì accingeva alla costruzione del- 



(1) Costitus., settembre 1791, tit. 3, art. 2: * La Nation, de qui seu- 
lement émanent tous le pouvoirs, ne peut les exercer qua par délégation. 
La Constitution fraiKjaise est représentative.... » ; art. 3: «....Le pouvoir 
législatif est délegué à une Assemblée nationale » ; art. 4 : « Le pouvoir 
éxecutif est délegué au roi.... ». 

(2) Basta accennare alle pagine fondamentali del Taine, La Revolu- 
tion, I, Paris, 1878, pp. 3 e segg. 

26 



RECENSIONI 



l'autorità esecutiva, entrava nella discussione con tutta la forza 
della sua eloquenza e della sua chiaroveggenza politica. Una cosa 
a lui sovratutto premeva: che il potere esecutivo fosse forte e ca- 
pace di por fine all'anarchia dilagante e di consolidare definitiva- 
mente, frenandola a tempo, la Rivoluzione. Ora egli, nel generale 
rilassarsi di ogni vincolo e nell' irrompente smania di novità 
che occupava gli spiriti, scorgeva due sole forze tuttora resistenti 
nella coscienza pubblica: la monarchia e l'Assemblea dei rappre- 
sentanti della Nazione; e avrebbe voluto queste due forze con- 
servare e raffermare e sovratutto farle procedere d'accordo, rinsal- 
dandole a vicenda per mezzo di una mutua cooperazione. Perciò, 
da una parte, gli pareva necessario assicurare al potere esecutivo 
i mezzi di esercitare una efQcace azione coordinati'ice e regola- 
trice sulla vita polìtica del paese, riservandogli una sufficiente- 
mente larga facoltà regolamentatrice o d'ordinanza indipenden- 
temente dal Parlamento ; d' altra parte, avrebbe voluto legare 
strettamente la Corona al Parlamento, facendo sì che nel seno di 
questo quella si avviasse a scegliere i propri ministri (1). Ma tali 
proposte mostravan chiaramente quale poco conto Mirabeau in 
realtà facesse delle teorie e dei principi generali : giacché così 
l'una come l'altra violavano in effetto il dogma della separazione 
dei poteri, quale la maggioranza dell'Assemblea lo intendeva. Ed 
essa lo intendeva proprio in senso strettamente rigido e letterale, 
sempre in conseguenza della implicita contraddizione in cui erasì 
messa. Proclamata la sovranità della volontà generale, e affidata 
la podestà legislativa a un organo distinto dalla volontà generale, 
sembrava naturalmente logico e necessario rendere l'organo del 
potere esecutivo, direttamente emanante dalla volontà generale ed 
esecutore di questa, del tutto indipendente dall'organo legislar 
tivo (pp. 235 e segg.). Era in fondo una specie dì diffidenza mal 
dissimulata così verso l'uno come verso l'altro — verso l'uno, 
perchè sino a ieri l'organo diretto dell'odiato assolutismo, a cui 
perciò non pareva di aver mai a sufficienza tolto i mezzi di nuo- 
cere; verso l'altro, perchè basato su quel sistema rappresentativo, 
che appariva pur sempre alla coscienza di buona parte dell'As- 
semblea come una implicita negazione della volontà popolare, — 



(1) Vedi i discorsi di Mirabeau, 29 settembre 1789, Arch. Parlam., 
IX, p. 212 ; 30 settembre, id., p;220; 7 novembre 1789, id., p. 718 ecc. (pp. 234 
e segg.) ; anche Malouet, 30 settembre 1789, id., p. 219 ; Thouret, 13 ago- 
sto 1791, Arch. Parlam., XXIX, pp. 399, ecc. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 403 

che spingeva gli animi ad un'applicazione quanto più fosse pos- 
sibile integrale della separazione e indipendenza dei due poteri. 
Avvenne anzi (e a ben guardar le cose non è aifatto strano) che 
i più tenaci assertori delle teorie rousseauiane — Robespierre 
alla testa — diventassero anche i più rigidi e intransigenti so- 
stenitori della separazione, ossia di un principio che in fondo era 
estraneo, inteso nel senso in cui andava applicandolo l'Assem- 
blea, al Rousseau. Si dovette infatti specialmente alle pressioni 
dell'estrema democratica, se l'Assemblea compì l' errore politica- 
mente inescusabile e gravissimo, ma dal punto di vista logico del 
tutto giustificabile, di impedire alla Corona di scegliere i propri 
ministri tra i membri del Parlamento (1). Così fu tolto alla Co- 
rona ogni qualsiasi mezzo di partecipare, sia pure per semplice 
iniziativa (2), all' esercizio diretto della autorità legislativa del 
Parlamento. Il Re non era e non doveva essere — il Contratto so- 
ciale era sempre presente agli spiriti — che un semplice esecu- 
tore della voloQtà generale. Lo strano si era però che in realtà 
lo si era fatto semplice esecutore della volontà di un Parlamento. 
La asserita assoluta separazione dei due poteri riducevasi in de- 
finitiva ad una pressoché assoluta dipendenza dell'uno dall'altro. 
E se la Corona avesse esorbitato dal suo compito? Se i ministri 
del Re non si fossero limitati all'applicazione delle leggi votate 
dal Parlamento, o l'avessero applicate in senso contrario all'in- 
tenzione di chi le aveva volute?... Si era sempre di fronte allo 
stesso fenomeno : affermato e applicato un principio teorico — quello, 
ora, della indipendenza dei due poteri — subito se ne manifestava 
la intrinseca insufficienza. 

14. — Anche questa volta la via d'uscita dalla nuova diffi- 
coltà pareva suggerita da Montesquieu. Il quale aveva ben veduti 
i pericoli dell'assoluta separazione : aveva veduto cioè come que- 
sta, applicata in tutta la cua estensione e senza riserve, dovesse 
fatalmente condurre alla soggezione dell' un potere dall'altro, se- 
condo che, nei diversi momenti storici, l'uno fosse politicamente 
più forte dell'altro; perciò aveva formulato anche l'altro suo prin- 
cipio, non meno fondamentale del primo per la sua teoria: « es- 



(1) Vedi 7 aprile 1791, Arch. Parlam., XXIV, p. 621; per particolari 
sulla discussione, Redslob, pp. 238 e segg. 

(2) Vedi special inente Lally-Tollendal, :U agosto 1789, Ardi. Parlam., 
Vili, p|). 521 e segg. : per alti! paiiicolari, Redslob, pp. 236 e segg. 



404 RECENSIONI 



sere necessario che il potere arresti il potere » (1), ossia che a cia- 
scuno dei due poteri siano dati i mezzi di limitare e frenare l'azione 
dell'altro, appena questo accenni a esorbitare dalla propria sfera 
o a esercitare una vera e propria tirannide sulla vita dello Stato. 
Questi mezzi possono essere vari : e principalmente, per il Parla- 
mento di fronte alla Corona, il principio della responsabilità mi- 
nisteriale; e per la Corona di fronte al Parlamento, il diritto di 
veto alle deliberazioni di questo e il così detto diritto di sciogli- 
mento. Ecco così altrettante questioni di fronte a cui l'Assemblea 
venne necessariamente a trovarsi : ed ecco altrettante deduzioni 
positive e concrete dalla dottrina realistica di Montesquieu contro 
cui venne a urtare il dogma rousseauiano : in altri termini, al- 
trettante ragioni di incertezze e di contraddizioni inevitabili per 
l'Assemblea. 

Di queste questioni, la più celebre e dal punto di vista sto- 
rico più interessante per le immediate conseguenze che essa ebbe 
sullo svolgersi degli avvenimenti e pel significato che essa as 
sunse nella coscienza pubblica, fu quella relativa al veto regio. 
Di essa l'A. ci dà in parecchie pagine interessanti (pp. 184 e segg.) 
una lunga particolareggiata esposizione, a cui rimando senz'altro 
il lettore(2'. Noto però di nuovo che a torto, secondo me, l'A. si 
occupa della questione nel capitolo del suo librò relativo al potere 
legislativo. Giacché il concetto di un diritto del sovrano ad opporsi 
sia pure temporaneamente alla sanzione delle dichiarazioni di vo- 
lontà del Parlamento sorge e si fa strada nell'Assemblea, non già 
come conseguenza di un'asserita partecipazione del Re al potere 
legislativo, ma proprio soltanto come espediente diretto a impe- 
dire i possibili abusi del potere legislativo a danno dell'esecu- 
tivo (3). Senonchè la ragione della recisa e quasi violenta oppo- 



(1) Montesquieu, Espr. cles lois, XI, cap. 4: «Cesi une expérience 
eternelle qua tout homrae qui a du pouvolr est porte à en abuser : Il va 
jusqu'à qu'il trouve des limites.... Pour qu'on db puisse abuser du pou- 
volr, il faut qua, par la disposition das chosas, le pouvolr arrèta le pou- 
voir.... » e cap. 6 passim. Vedi anche Blackstone, op. cit., I, cap. "2, e 
De Lolme, op. cit. 

(2) Vedi per le ripercussioni dal dibattito, Taine, op. cit., I, pp. 244 
e segg. e in genere tutti gli storici della prima fase dell'epoca rivoluzionaria. 

(3) Vedi specialmente i discorsi di Guillotin, 2i agosto 1789, Arch. 
Parlam., Vili, 509; Mounier, 4 settembre 1789, id., 562; Maury, 3 set- 
tembre 1789, id., 553 ; Mirabeau, l" settembre 1789, id., 539 ecc.: cfr. an- 
che Necker, op. cit., I, cap. 5, pp. 88 e segg. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 405 

sizione della minoranza democratica è da cercarsi in ciò, che il 
concetto d'un espediente di tal natura esulava completamente dal- 
l'ordine di idee dalla minoranza tenacemente sostenuto e dalla 
maggioranza stessa tacitamente ed implicitamente accettato: or- 
dine di idee, per cui nello Stato non doveva esservi in realtà che 
un potere solo e sovrano: vale a dire il potere legislativo, o, in 
altri termini, la volontà generale. Poiché la legge era 1' espres- 
sione della volontà generale, pareva assurdo — ed era, logica- 
mente parlando, tale — che nella sua formazione potesse, sia 
pure indirettamente, entrare la volontà di quel!' organo che era 
destinato semplicemente ed unicamente ad applicarlo ai casi sin- 
goli (1). In realtà, poiché l'Assemblea aveva pur sempre dichia- 
rato di voler rimanere fedele al dogma della volontà generale, le 
opposizioni al veto avevano un valore logico innegabile, e non è 
strano che esse ottenessero così largo assenso al di fuori dell'As- 
semblea nella opinione dei gruppi rivoluzionari. Anzi può dirsi 
che mai, come a proposito di questa questione, si facesse sentire 
più forte il dissidio tra la teoria, nel cui nome la Costituzione si 
faceva, e il modo concreto di costruirla. Il che anche meglio si 
scorge ove si ponga mente alle argomentazioni con cui la mag- 
gioranza, do[)0 avere approvato il veto sospensivo, cercò di porlo 
d'accordo con la teoria (pp. 216 e segg.). La legge, si disse so- 
stanzialmente, emana non già direttamente dalla volontà gene- 
rale, ma da un Parlamento che se ne presume l'interprete: ma 
poiché é un interprete libero nelle sue dichiarazioni di volontà, 
può anche avvenire che ciò che il Parlamento vuole contrasti ta- 
lora con la volontà generale : il veto regio appare allora come 
il mezzo più atto a sospendere e a impedire tale contrasto : il 
Re, in quanto opponga il proprio veto sospensivo, opera non 
tanto come organo del potere esecutivo, quanto anche esso 
stesso come interprete della volontà generale. Ma ognun vede 
come tale argomentazione non potesse da ultimo condurre che 
all'esautoramento della stessa Assemblea legislativa, cioè della 
Costituzione stessa nelle sue basi fondamentali. I costruttori della 
Costituzione in realtà offrivano essi stessi agli avversari la mi- 
gliore arma di demolizione. Il che era tanto vero, che la mag- 



(1) Vedi per es. Robespierre, 21 settambre 1789, Arch. Parlam., IX, 
80: Clerniont-Tonnerre, 21 settembre 1789, id.,58; Sieyès, 7 settembre 1789, 
id., Vili, 592; Crenière, 3 settembre 1789, id., 550, ecc. 



406 RECENSIONI 



gioranza, sempre incerta e contraddittoria nelle sue decisioni, 
risolvendo in senso negativo l'altra grave questione nascente dal- 
l'applicazione del concetto di Montesquieu sui reciproci limiti fra 
i due poteri — se al Re dovesse concedersi il diritto di scio- 
gliere il corpo legislativo (vedi per la storia del dibattito, pp. 273 
e segg.) (l) toglieva al Re l'unico mezzo di usare con effi- 
cacia l'arma del veto. Senza il diritto dì scioglimento, il veto 
non poteva determinare se non un conflitto tra Corona e coi'po 
legislativo, in cui la sorte più sfavorevole non poteva per ne- 
cessità di cose che spettare alla prima. E gli avvenimenti non 
avrebbero tardato a darne la prova più decisiva. Né minore in- 
certezza rivelò l'Assemblea a proposito de'lla terza questione suac- 
cennata: quella relativa alla responsabilità ministeriale di fronte 
al Parlamento, per la storia della quale mi limito anche qui a 
inviare alla lunga e interessante esposizione dell' A. (pp. 252 
e segg.). Anche a questo proposito l'Assemblea non seppe giun- 
gere ad alcuna definitiva e concreta deliberazione, non ostante gli 
sforzi di Mirabeau per indurla ad ammettere una responsabilità 
politica accanto alla responsabilità penale; e, limitandosi a rico- 
noscere solo questa, cioè togliendo al Parlamento ogni mezzo ef- 
ficace di manifestare la propria sfiducia nella politica dei ministri 
del Re oltre la loro chiamata in giudizio, non riuscì ad altro che 
a lasciare aperta la via a conflitti tra la Corona e il Parlamento, 
la cui gravità non poteva tardare ad esser rivelata dagli avveni- 
menti. 



15. — Moltissime altre cose sarebbero da notarsi : e special- 
mente intorno alla costruzione del potere giudiziario, anch'esso 
in base al principio della separazione suggerito da Montesquieu, 
ma anch'esso turbato e influenzato nella sua costruzione dalla 
continua preoccupazione di non violare il dogma rousseauiano, a 
cui l'A. dedica l'ultimo lungo e denso capitolo del suo libro 
(pp. 284 e segg.). Ma penso che quanto si è detto sin qui sia suf- 
ficiente a concludere. Spero di esser riuscito a dimostrare tutta 
l'importanza del libro e dei risultati a cui esso, non ostante le sue 



I 



(1) Vedi però i discorsi di Mirabeau, !« settembre 1789, Arch. Parlani., 
\ll\, 541 ; Lamette, 4 settembre 1789; Lanjouinais, 7 settembre 1789; id., 
589; Cazaièz, 19 ottobre 1791, id., XIX, 715 ecc., in sostegno del diritto 
di scioglimento. 



REDSLOB, LE DOTTRINE POLITICHE DEL 1789 407 

lacune, giunge, e a indicare in quale nuova luce esso venga a 
porre nel suo complesso, e per quel che riguarda la formazione 
della Costituzione, l'opera dell'Assemblea Nazionale. Credo però 
di non poter concordare col giudizio finale che VA. dà di essa. 
Secondo VA. (p. 366), se si volesse scrivere sotto l'opera costi- 
tuzionale del 1791 un nome, questo dovrebbe essere il nome di 
Montesquieu. Ma io dubito assai che una tal frase possa real- 
mente corrispondere all'impressione d'insieme che dalla lettura 
del libro e delle sue constatazioni può legittimamente desumersi. 
Che Montesquieu abbia esercitata una fortissima influenza sul 
pensiero dell'Assemblea, o, meglio, della sua maggioranza, l'A. 
lo ha certo dimostrato. Ma dal suo libro resta anche dimostrato 
come la maggioranza stessa non abbia mai uè saputo né voluto 
liberarsi dall'influsso di Rousseau: l'idea centrale del contratto so- 
ciale, empiricamente intesa, domina tutta l'opera dell'Assemblea, 
e la domina in modo da' togliere ogni efficacia positiva e concreta 
alle applicazioni dall'Assemblea tentate degli insegnamenti di 
Montesquieu Da ciò nacque una Costituzione che era per neces- 
sità di cose destinata a fallire di fronte ai primi urti delle critiche 
e delle passioni politiche, perchè fondata su una intima insana- 
bile contraddizione. La storia dell'Assemblea legislativa e più an- 
che l'immediato sopravvento del giacobinismo, cioè, in fin de'conti, 
del dogma della volontà generale empiricamente inteso, doveva ben 
presto dare di ciò la più aperta dimostrazione. 

Urbino. Francesco Ercole. 



Laura Guzzoni degli Angarani, Gino Capponi letterato. < Estr. 
.dalla Rassegna Nasionale, 16 giugno-16 agosto 1913). — Fi- 
renze, pp. 143. 

L'A. inizia la sua attività critica con una pubblicazione, cer- 
tamente seria e interessante, di cui siamo ben lieti di riconoscere 
subito il merito. Questo studio, infatti, mostra un'intelligenza 
chiara ed aperta, una diligenza notevole e un senso non volgare 
dell'espressione; di più, una mancanza di pretensiosità, tanto più 
apprezzabile, quanto meno facile a trovarsi. 

Tuttavia, se, in complesso e relativamente all'esperienza cri- 
tica dell' A., dobbiamo dircene soddisfatti, ci sia consentito di 
fare alcuni rilievi, che potrebbero forse valere non soltanto per 
lo studio in questione, bensì per altri consimili ; rilievi, insomma, 
di metodo. 



•408 RECENSIONI 



E prima di tutto, sarebbe assai bene che uomini dì grande 
valore, ma non veramente grandi^ fossero studiati in monografie 
complete, riguardanti cioè tutta la loro personalità, intellettuale, 
morale e pratica. In tal modo, si eviterebbe probabilmente d'esa- 
gerare la portata e il significato d' uno dei tanti lati che può 
presejitare una figura storica; col beneficio non indifferente di 
disegnare e colorire quella figura in tutta la sua interezza. Si 
avrebbe insomma più verità, e soprattutto più vita. Cosi, ad 
esempio, per Gino Capponi. Uomo d'ingegno e di cultura, senza 
dubbio, e insieme uomo d'azione, egli merita veramente d'essere 
studiato e non, come a qualcuno sembrerebbe, d' essere obliato. 
Ma occorrerebbe che le sue qualità e benemerenze fossero esami- 
nate e lumeggiate nel complesso, perchè appunto nel complesso 
— pel numero e per la felice loro contemperanza — esse acqui- 
stano notevolissimo valore e significato. Prese ad una ad una, 
invece, esse rischiano di sembrare mediocri, o almeno, non ecces- 
sivamente straordinarie. 

La sig.»a Guzzoni ha voluto studiare il Capponi letterato.... 
e non dico che questo aspetto, nella figura complessiva del Cap- 
poni, sia secondario: dico che esso, considerato strettamente, si 
riduce a poca cosa; considerato largamente, fa sentire ancor più 
vivo il desiderio di tutte le altre parti integranti. L'A. ha cre- 
duto bene di considerare il letterato, in senso largo, e quindi di 
occuparsi anche dello storico, autore della Storia della Repubblica 
di Firenze, che è poi 1' opera più notevole del Capponi ; ha cre- 
duto bene di dar notizia di alcune relazioni dell'illustre uomo con 
letterati italiani e stranieri.... E in tal caso, spiace che manchino 
un'analisi e un giudizio della Storia della Repubblica, dal punto 
di vista precisamente storico-, spiace che lo studio delle relazioni 
del Capponi sia ristretto ai letterati, e, dì questi, non a tutti.... 
Insomma, dal momento che non si voleva parlare semplicemente 
del puro letterato, sarebbe stato meglio decidersi francamente a 
oltrepassare qualsiasi limite e presentarci Gino Capponi completo. 
Ma. se l'egregia A. avesse inteso occuparsi del letterato, in senso ri- 
stretto: ossia, dell'esteta, del critico, dello scrittore? In tal caso, 
avrebbe dovuto risparmiarsi una buona metà del suo lavoro, e quel 
che più importa, sarebbero state maggiormente messe in rilievo 
le deficienze dell'illustre fiorentino. Che in verità, se pur bisogna 
riconoscere singoiar merito allo scrittore, il quale a una purezza 
di lingua senza mende sapeva accoppiare una rara nobiltà stili- 
stica (sebbene talvolta degenerante in accademicismo inamidato); 



GUZZONl DEGLI ANGARANI, GINO CAPPONI LETTERATO 409 

occorre, d' altra parte, non celare che l' estetica, la critica, e 
magari la linguistica capponìane non sono affatto originali. Nel- 
l'estetica e nella critica, il Capponi segue la corrente contempo- 
ranea prevalente, e cioè romantico-moralistica, che potrebbe dirsi 
anche classico-moralistica (come il Manzoni, il Cantù, il Tom- 
maseo, ecc.); né veramente le sue interpretazioni di poeti (p. es. 
Dante, Petrarca, Boccaccio) o di fenomeni letterari e culturali 
(p. es. il Rinascimento) dimostrano una straordinaria acutezza e 
profondità d'intelletto, una singolare squisitezza di gusto arti- 
stico. Di più, la sua teoria, riguardo la benedetta quistione della 
lingua, è sostanzialmente manzoniana.... È la sig."» Guzzoni di 
questo parere? Parrebbe che sì; ma, a dir il vero, ella non si 
pronunzia, in proposito, troppo recisamente, in ispecie perchè, 
come crediamo, non ha voluto studiare il pensiero critico-estetico 
del Capponi in confronto con l'ambiente culturale contemporaneo, 
né que' pochi suoi giudizi critici in confronto co' giudizi che altri 
avevan già dati sugli stessi fatti ed autori. In fondo, giudicare 
vuol dire limitare, e però confrontare per stabilire ciò che si è 
ricevuto e ciò che si é dato: quello, insomma, che si è fatto di 
proprio e di nuovo. Se a questo avesse badato, forse l'A. avrebbe 
evitato quell'eccesso, in cui ci sembra che la sua lode cada non 
di rado, riferendosi al Capponi, sebbene naturalmente deve averla 
indotta a ciò anche la simpatia per una così nobile figura di uomo, 
oltre all'amore che si suole nutrire per l'oggetto dei propri studi. 
Ad ogni modo, noi siamo ben lieti di riconfermare la lode che 
abbiamo riconosciuto doverosa fin dal principio. I cinque capi- 
toli, in cui l'A. ha distinto il suo lavoro (I. Il Capponi studioso 
e collaboratore delV « Antologia » e dell' « Archivio storico » ; II. Di 
alcune relazioni del Capponi con letterati italiani e stranieri', 
111. Il Capponi accademico; IV. J capitoli della * Storia della Re- 
pubblica » dedicati alla Letteratura e all'Arte. Altri accenni di 
critica letteraria e artistica ; V. La prosa del Capponi), sono ve- 
ramente cinque buoni capitoli per la ricchezza delle informazioni 
e la chiarezza e l'ordine dell'esposizione. Particolarmente notevole 
l'ultimo, in cui con buon gusto e buon senso è analizzata la 
prosa del Capponi, nelle sue peculiarità, nelle sue qualità, ed 
anche ne' suoi difetti. 

Firenze. Luigi Tonelli. 



410 RECENSIONI 



Francesco Guardione, I iWrZ^e." (Narrazione documentata). — Pa- 
lermo, Libreria Internazionale A. Reber, 1913, pp. xii 42'i!. 

Sulla impresa dei Mille narrazioni e documenti sovrabbon- 
dano; però tale e tanta è la importanza del mirabile evento che 
ogni nuovo contributo è accolto dagli studiosi del nostro Risorgi- 
mento con vivo desiderio. Questo libro dell'operosissimo A., che 
riassume e coordina, ed in parte rettifica e completa, i lavori pre- 
cedenti sulla scorta di numerosi documenti tesoreggiati con intel- 
letto di amore, e posti sempre come fondamento e conferma dei 
singoli capitoli, riesce senza dubbio utilissimo ed opportuno, come 
quello che offre la sintesi forse più completa e più riccamente do- 
cumentata di fatti ed episodi così molteplici e vari, considerati 
non di rado da punti di vista parziali e diversi. L'A., che prose- 
gue indefesso a portare nuova luce sulla storia dell'Italia meri- 
dionale, rivelandone tanti lati ignorati, fraintesi o negletti, ed 
illustrandola in mòdo sempre più largo e preciso, merita quindi 
amplissima lode, anche se qualche volta non possiamo consentire 
in certi suoi apprezzamenti e conclusioni. 

11 grosso volume, oltre l'Avvertenza ed il Proemio, va distinto 
in sedici capitoli, ciascun de' quali è seguito da un manipolo di 
documenti, spesso nuovi o malnoti. Fra i tanti ricordo la Nota lun- 
ghissima di Salvatore Calvino. Seguono l'elenco dei Mille, ch'effet- 
tivamente furono 1089, senza contare il Duce, lo Stato maggiore, i 
Comandanti di compagnia, l'Intendenza ed il servizio sanitario; 
una tavola alfabetica delle persone e dei luoghi, ed una Biblio- 
grafia copiosissima. 

Gli eventi che culminarono nella santa gesta dei Mille co- 
minciano col viaggio di Crispi, colla congiura di Francesco Riso 
e la rivolta della Gancia; di Francesco Riso, il quale diceva: « Ho 
dato la mia parola e sebbene son convinto che nel pericolo mi ab- 
bandoneranno, non la ritiro. Spero che del mio sangue ne avrà 
bene la patria ». Nel convento della Gancia ei-ano i frati, che l'A. 
dice inconsapevoli di ogni congiura; ma allora come poterono 
celarvisi i cospiratori con armi e munizioni? Uno di questi ultimi, 
e non un monaco, tradiva. Indi la repressione e le crudeli sen- 
tenze, mentre all' ospedale di S. Saverio penava per le ferite il 
Riso, al quale, prima che spirasse, il terribile Maniscalco tentò in- 
vano di strappare rivelazioni, lusingandolo colla promessa di sai- 



GUARDIONE, I MILLE 411 



varali il padre. La calunni